I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

venerdì 15 luglio 2016

Altri droni italiani per le infinite guerre mediorientali


I più moderni aerei senza pilota made in Italy alle belligeranti petromonarchie arabe. Durante il Farnborough International Airshow in corso in Gran Bretagna, i manager della holding militare-industriale Leonardo-Finmeccanica hanno comunicato che un numero imprecisato dei droni “Falco Evo”, la versione evoluta del sistema a pilotaggio remoto Falco, saranno consegnati a due misteriosi paesi, “rispettivamente del Medio Oriente e della regione del Golfo”.

“L’azienda italiana non ha voluto fornire I’identità dei clienti ma ha spiegato che essi già operano con i velivoli Falco”, ha riferito l’agenzia specializzata statunitense Defense News. “Dato che ad oggi, i paesi e le organizzazioni internazionali che hanno acquistato i Falco sono Giordania, Arabia Saudita, Pakistan, le Nazioni Unite e il Turkmenistan, è presumibile che i due nuovi clienti dei Falco Evo siano le forze armate di Arabia Saudita e Giordania”.

Il controverso regno saudita siglò un primo accordo con Finmeccanica per l’acquisizione di alcuni droni a medio raggio “Falco” il 13 luglio 2012 e i velivoli sarebbero utilizzati per operazioni di sorveglianza e riconoscimento nel sanguinoso conflitto in Yemen. Con la versione più evoluta del “Falco Evo” (quote di volo e velocità più elevate e maggiori capacità di carico), è verosimile che i sauditi possano utilizzare i droni italiani anche per vere e proprie operazioni d’attacco con missili aria-terra. Per i bombardamenti contro obiettivi civili e militari in Yemen, la petromonarchia saudita sta utilizzando bombe prodotte in Italia. La Rete italiana per il Disarmo che ha presentato alcuni esposti per violazione della legge n. 185 del 1990 che vieta l’export di armamenti a Paesi che si trovano in stato di conflitto armato, ha documentato nell’ultimo anno almeno sei invii in Arabia Saudita di bombe prodotte dalla fabbrica RWM Italia di Domusnovas (Sardegna), di proprietà della holding tedesca Rheinmetall. Secondo i dati ufficiali del governo, il valore delle vendite di armamenti italiani al paese arabo è passato da 163 milioni di euro nel 2014 a 258 milioni nel 2015.

Selex ES, l’azienda di Leonardo-Finmeccanica che realizza i droni “Falco Evo”, opera in Arabia Saudita da oltre tre decenni fornendo tecnologie avanzate nei settori aereo, terrestre e spaziale, e più recentemente in aree quali quelle della cyber security e della sicurezza delle informazioni, dei sistemi automatizzati e di gestione del traffico aereo e navale, della “sicurezza del territorio e della protezione delle infrastrutture critiche”. Entro la fine del prossimo anno, inoltre, Leonardo-Finmeccaica fornirà alla Royal Saudi Air Force sei sistemi per il controllo del traffico aereo di ultima generazione, di cui tre fissi e tre trasportabili, ognuno dei quali composto da radar primario e secondario, sistemi di comunicazione e centro di controllo. Thales Alenia Space, la joint venture italo-francese del settore aero-spaziale, partecipata al 33% da Finmeccanica, ha avviato negoziati in esclusiva con l’Arabia Saudita per la fornitura di quattro satelliti, due di osservazione e due per le telecomunicazioni militari, il cui valore potrebbe aggirarsi tra 2,5 e 3 miliardi di euro.

Ad accreditare invece l’ipotesi del trasferimento dei “Falco Evo” alla Giordania, c’è il memorandum di cooperazione e sviluppo industriale sottoscritto nel 2013 tra Finmeccanica, il King Abdullah Design and Development Bureau (KADDB) e i massimi vertici delle forze armate giordane, tra i cui obiettivi strategici c’è proprio la “promozione di tecnologie per la sorveglianza e dei sistemi a pilotaggio remoto UAS”.

Il “Falco Evo”, prodotto nello stabilimento di Selex ES di Ronchi dei Legionari (Gorizia) e il cui primo volo sperimentale fu completato nel luglio 2012 dalla base aerea di Cheshnegirovo (Bulgaria), è un sistema aereo a pilotaggio remoto in grado di svolgere missioni di sorveglianza in ogni condizione meteo, a lunga persistenza, fino a 20 ore e a una quota di volo di 6.000 metri (comparati ai 5.500 metri e 14 ore del Falco originario), con un raggio operativo di oltre 200 km e un carico utile fino a 100 kg. I droni sono dotati di sensori radar ad alta risoluzione che sondano metro per metro il terreno inviando le immagini ai centri di comando terrestri per una loro elaborazione. Sia il “Falco Evo” che il “Falco” possono montare vari tipi di radar di produzione Leonardo-Finmeccanica, tra cui il Gabbiano 20, il PicoSAR o il nuovo Osprey, entrambi a scansione elettronica. Nella versione killer, il “Falco Evo” può portare sotto le due ali più lunghe sino a un quintale di bombe o missili teleguidati.

I velivoli possono essere dotati anche di speciali sensori NBC che consentono al personale di terra di individuare possibili attacchi nucleari, biologici e chimici. I sistemi “Falco” possiedono inoltre capacità totalmente automatiche di decollo e atterraggio su piste semi-preparate e le stazioni di controllo a terra rispondono ai requisiti NATO per la pianificazione delle missioni e l’utilizzo dei dati acquisiti in ambito alleato.

 

Come abbiamo visto, i velivoli senza pilota di Selex ES sono stati acquistati da cinque clienti internazionali e svolgono attività di sorveglianza anche nell’ambito di due missioni ONU nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO) e in Mali (MINUSMA). Per il Congo, le Nazioni Unite hanno sborsato nel dicembre 2013 una cinquantina di milioni di euro per cinque “Falco”, due dei quali sono andati perduti l’anno seguente a seguito di incidenti avvenuti nella regione orientale del North Kivu, al confine con il Ruanda. In Mali, i “Falco” made in Italy sono stati schierati dal luglio 2014 in numero di quattro nelle basi di Gao e Timbuctù dove già operano elicotteri da guerra francesi e olandesi.

Il “gioiello” di guerra di Selex ES è entrato pure a far parte degli arsenali delle forze armate del Pakistan. L’ordine di venticinque velivoli senza pilota, un’unità di volo di riserva e delle stazioni di controllo terrestri risale al giugno del 2008 e il trasferimento dei droni in Pakistan ha preso il via nell’estate 2009. Il battesimo sul campo è avvenuto in occasione della grande offensiva lanciata nella Swat Valley dalle forze armate pakistane nell’autunno 2009: come ammesso dalle autorità militari locali, i “Falco”, appositamente armati con missili a guida laser, furono lanciati per localizzare e bombardare “tutti i tipi di obiettivi, inclusi depositi munizioni, bunker, nascondigli e altre infrastrutture utilizzate dagli insorti”. Secondo la testata britannica Inner City Press, uno dei droni è precipitato nel 2013 per un problema tecnico durante una prova di volo nei pressi della base aerea pakistana di Mureed, ad alcuni chilometri di distanza dal distretto di Mianwali, Punjab. Un analogo incidente era accaduto qualche mese prima in Galles, durante un test del “Falco” Selex ES dal centro sperimentale droni di Parc Aberporth, nei pressi dell’aeroporto di Ceredigion.
Dall’ottobre 2015, Selex ES e Avio Aero, società interamente controllata dal colosso militare-nucleare statunitense General Electric hanno avviato una collaborazione con il CNR ITAE (Istituto di tecnologie avanzate per l’energia) di Messina per lo sviluppo tecnologico di un propulsore ibrido elettrico, destinato proprio a velivoli a pilotaggio remoto “Falco Evo”. La collaborazione s’inserisce nell’ambito di un progetto del valore complessivo di 5 milioni di euro, finanziato attraverso l’accordo di programma quadro in materia di ricerca Regione Puglia-MIUR e che vede come soggetto attuatore il Distretto Tecnologico Aerospaziale pugliese che punta a trasformare lo scalo aeroportuale di Grottaglie, Taranto, nella più grande base europea per la sperimentazione aerospaziale dei droni a uso civile e militare. Dirigente di ricerca del CNR ITAE di Messina è l’odierno vicesindaco della città dello Stretto, l’ing. Gaetano Cacciola, già direttore del CNR ITAE sino all’estate 2013.

venerdì 1 luglio 2016

Italia piattaforma di lancio NATO


Nella Nato del terzo millennio, le basi militari ospitate in Italia hanno un ruolo fondamentale e insostituibile nelle strategie di guerra. Siamo tutti sempre più nucleari e con logiche di attacco.

 

Forze armate dotate di mezzi, sistemi d’arma, capacità operative e livelli d’addestramento adeguati, prontamente impiegabili in ambito NATO nei termini richiesti, per lunghi periodi e al di fuori delle normali aree stanziali. Un dispositivo bellico superefficiente in grado di respingere eventuali aggressioni militari che si dovessero manifestare contro l’Italia e i suoi “interessi vitali”, sempre pronto a “rimuovere le minacce” e contribuire alla “difesa integrata” dei territori dell’Alleanza Atlantica e alla “lotta al terrorismo internazionale”. Sono alcuni degli obiettivi strategici prefigurati dal Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa 2015 per quelle che dovranno essere le strutture militari nazionali del prossimo ventennio. Il sogno di un’Italia media potenza internazionale ma sempre più ancorata all’Alleanza Atlantica e al paese leader, gli Stati Uniti d’America. “L’unica strategia in grado di mitigare i rischi relativi è quella di un’attiva partecipazione alla NATO”, spiega il ministero della Difesa. “Perché solo l’alleanza tra europei e nordamericani è in grado di esercitare la dissuasione, la deterrenza e la difesa militare…”.

A ridisegnare status, ruoli e modalità d’intervento della NATO del terzo millennio è il Readiness Action Plan approvato il 5 settembre 2014 al Summit dell’Alleanza tenutosi in Galles. “Le forze NATO saranno in grado di rispondere velocemente e con fermezza alle nuove sfide alla sicurezza, grazie all’utilizzo di un coerente pacchetto di strumenti militari ai confini dell’Alleanza e anche più lontano”, riporta il nuovo piano operativo alleato. Nello specifico, si prevede un rafforzamento nell’Europa centrale ed orientale e un profondo cambiamento della postura delle forze armate per “accrescere le capacità dell’Alleanza nel rispondere ancora più velocemente alle emergenze, ovunque esse si presentino”.

La prova generale della nuova Alleanza si è svolta l’autunno scorso in Italia, Spagna, Portogallo e nel Mediterraneo centrale. Denominata Trident Juncture 2015, è stata la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi, con la partecipazione di oltre 36.000 militari, 400 tra cacciabombardieri, aerei-spia con e senza pilota, elicotteri e una settantina di unità navali di superficie e sottomarini. Grazie a Trident Juncture, la NATO ha simulato gli interventi richiesti nelle guerre moderne, come l’abbordaggio di unità navali, la ricerca, il riconoscimento e l’individuazione degli obiettivi, le operazioni d’infiltrazione ed esfiltrazione, ecc.. L’esercitazione ha inoltre consentito di certificare la piena operatività delle nuove forze di pronto intervento NATO, destinate ad intervenire in qualsiasi scacchiere mondiale. Nello specifico, Trident Juncture ha permesso di sperimentare in scala continentale i corpi d’élite della NATO Responce Force – NRF, dotati delle tecnologie più avanzate in campo bellico e posti gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando congiunto per il Sud Europa di Lago Patria, Giugliano (Napoli). Proprio il JCF di Lago Patria ha ospitato il 2 febbraio 2016 una conferenza dei comandanti delle forze alleate per pianificare la certificazione finale della NATO Response Force attraverso un intenso programma di esercitazioni che avranno luogo in tutta Europa nel biennio 2016-17. Quando sarà completato il programma addestrativo, il Comando alleato campano assumerà la guida della NRF.

Che le basi militari ospitate in Italia abbiano assunto un ruolo fondamentale e insostituibile nelle strategie di guerra NATO è confermato pure dalla scelta dell’Alleanza di svolgere la prima fase “simulata” di Trident Juncture presso la sede del Comando Operazione Aeree dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico, Ferrara, oggi a disposizione dell’Alleanza Atlantica per gli interventi della NRF. Nel giugno 2015, a Poggio Renatico è stato attivato il primo sito ACCS che fornisce alla NATO un sistema di comando e controllo unificato per la pianificazione e l’esecuzione di tutte le operazioni di sorveglianza aerea. Altri siti ACCS diverranno operativi in altri paesi dell’Alleanza entro la fine del 2016.

Allo smisurato potere di pronto intervento offensivo della NATO Response Force contribuirà pure il sofisticato sistema di telerilevamento ed intelligence AGS (Alliance Ground Surveillance) che sarà attivato nella base siciliana di Sigonella. L’AGS dovrà fornire informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni alleate nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il nuovo sistema si articolerà in stazioni di terra fisse, mobili e trasportabili per la pianificazione e il supporto operativo alle missioni e da una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto RQ-4 “Global Hawk” prodotti dall’azienda statunitense Northrop Grumman. La stazione aeronavale di Sigonella ospiterà sia il Centro di comando e controllo dell’AGS che l’intero apparato logistico e i velivoli senza pilota. Il nuovo sistema s’interfaccerà con l’articolata rete operativa militare e con tutti i centri di comando, controllo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento della NATO a livello planetario.

“L’AGS supporterà un ampio ventaglio di missioni NATO come la protezione delle forze terrestri e delle popolazioni civili, il controllo delle frontiere, la sicurezza navale e l’assistenza umanitaria”, ha dichiarato Rob Sheehan, manager di Northrop Grumman. L’azienda statunitense prevede di trasferire i primi droni a Sigonella entro la fine del 2016, mentre per l’avvio delle operazioni si dovrà attendere il 2017. Pure le forze armate statunitensi contribuiranno alla trasformazione di Sigonella in uno dei centri nevralgici a livello mondiale per l’uso dei velivoli senza pilota nei teatri di guerra. La base siciliana è stata prescelta infatti come base operativa avanzata del sistema aereo MQ-4C “Triton”, anch’esso basato sulla piattaforma del “Global Hawk”. Secondo il Comando generale della Marina militare USA, i primi “Triton” inizieranno ad operare dalla Sicilia a partire del giugno 2019. Come se non bastasse, Washington prevede di realizzare a Sigonella uno dei principali centri al mondo per il comando, il controllo e la manutenzione di tutti i droni statunitensi (UAS SATCOM Relay Pads and Facility) assicurando la “massima efficienza operativa durante le missioni di attacco armato e di riconoscimento pianificate dai comandi strategici di Eucom, Africom e Centcom a supporto dei war-fighters”.

La NATO del terzo millennio sarà ancora più nucleare e l’Italia, di conseguenza, vedrà rafforzare il proprio ruolo di piattaforma di lancio per eventuali attacchi con testate atomiche. Attualmente sono due le installazioni utilizzate per lo stoccaggio di armi di distruzione di massa, la base aerea di Aviano (Pordenone) e quella di Ghedi (Brescia). Aviano è sede del 31st Fighter Wing di US Air Force con due squadroni dotati di cacciabombardieri F-16 abilitati al trasporto e al lancio di testate nucleari e in grado di operare regionalmente ed extra-area su richiesta della NATO e del Comando supremo alleato in Europa. Gli F-16 di Aviano sono stati tra i protagonisti di tutti i raid aerei scatenati negli ultimi anni nei Balcani e in Libia. Dall’agosto 2015 sei di questi cacciabombardieri sono stati dislocati in Turchia per contribuire ai bombardamenti contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria.

Nei mesi scorsi, le forze armate statunitensi hanno dato vita al potenziamento dei sistemi di protezione dei bunker destinati alla custodia delle testate. I lavori di ristrutturazione rientrano nell’ambizioso programma di ammodernamento nucleare varato dall’amministrazione Obama che prevede nel caso specifico di Aviano e di altre basi USA in Europa la sostituzione delle vecchie testate B61 con le nuove bombe all’idrogeno B61-12. Queste saranno disponibili in quattro versioni (da 0.3, 1.5, 10 e 50 kilotoni), tutte a guida di precisione, e potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo, con una capacità di penetrazione nel suolo e una potenza distruttiva nettamente superiori alle vecchie testate. Per il programma di aggiornamento, Washington ha previsto una spesa compresa tra gli 8 e i 12 miliardi di dollari e le testate potranno essere utilizzate con i bombardieri strategici B-2, i cacciabombardieri F-16 e Tornado PA-200 e, a partire del 2020, anche con i caccia F-35 acquistati da alcuni paesi NATO e Israele.

L’Italia contribuisce alle spese necessarie a potenziare i depositi-bunker per le atomiche aviotrasportabili. Il 12 novembre 2014 il Segretariato generale del ministero della Difesa ha firmato un contratto classificato come riservatissimo, del valore di oltre 200.000 euro, per la “progettazione delle opere di ammodernamento del sistema WS3 (Weapon Storage and Security System)”, cioè del sistema sotterraneo di stoccaggio e protezione delle armi nucleari nella base aerea di Ghedi. Nello scalo lombardo sarebbero operativi undici sistemi WS3 sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron dell’US Air Force. L’unità speciale è operativa a Ghedi sin dal 1963 e – come riportato dal Penatgono - ha la “responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo delle armi nucleari USA in supporto della North Atlantic Treaty Organization (NATO) e delle sue missioni strike”. Secondo quanto previsto dal nuclear burden-sharing, in caso di conflitto le bombe USA possono essere messe a disposizione dei cacciabombardieri “Tornado IDS” del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana, anch’essi di stanza a Ghedi e appositamente configurati per l’attacco nucleare. Per addestrarsi allo sganciamento del loro carico di morte, questi reparti di volo dell’Aeronautica utilizzano i poligoni sardi di Perdasdefogu e Capo San Lorenzo e lo scalo di Decimomannu, infrastrutture-chiave per la sperimentazione delle nuove dottrine e tecnologie della guerra globale in ambito NATO ed extra-NATO.
Articolo pubblicato nel dossier “Il ruolo della Nato nel terzo millennio”, Mosaico di pace, giugno 2016.