I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 24 marzo 2016

I minori stranieri non accompagnati nel girone infernale di Messina


Roger ha percorso una decina di chilometri per raggiungere a piedi la sede dell’Arci nei pressi della stazione centrale. Chiede assistenza medica. Ha dolori diffusi in tutto il corpo e problemi odontoiatrici. Hamed è gravemente affetto da disturbi post traumatici da stress, sopraggiunti dopo aver assistito all’omicidio di un amico in Libia. Omar zoppica vistosamente. Ha forti dolori a una caviglia dopo essere stato pestato brutalmente in Libia. Alla orribile tendopoli di “prima accoglienza” di contrada Annunziata dove è stato confinato, l’unico farmaco che somministrano è il paracetamolo. Abdou presenta un’evidente ferita alla testa e un’altra alla gamba sinistra, causate ancora in Libia dall’ennesimo pestaggio. Alla tendopoli-lager è un altro fantasma e non è mai stato sottoposto a controllo medico. Con lui c’è Mamadou, anch’egli invisibile ai gestori del centro dell’Annunziata, da più di un mese con tosse, emottisi e febbre ricorrente. Mai una visita per Afful che lamenta forti dolori ad una gamba e alle costole. Sumaila porta visibile all’addome le cicatrici di una terribile ferita da coltello.

Hamed, Omar, Abdou, Mamadou, Afful, Sumalia hanno 15, 16 e 17 anni; sono fuggiti da Sudan, Yemen, Camerun, Costa d’Avorio, Gambia e Ghana, paesi lacerati da conflitti ad alta e media intensità e da insostenibili discriminazioni economico-sociali. Con loro sono stati assistiti dal circolo Arci “Thomas Sankara” altri undici minori stranieri semireclusi nella tendopoli per soli adulti di Messina. Il primo febbraio scorso, l’Arci ha presentato un esposto al Dipartimento politiche sociali del Comune e, per conoscenza, al Ministero del lavoro. “Segnaliamo la presenza di 17 giovani all’interno del centro prefettizio per l’attivazione immediata di collocamento in luogo protetto e l’apertura della tutela dei minori stranieri non accompagnati di cui si indica generalità e date di nascita”, scrive l’Arci. “Dai colloqui con i minori emergerebbe inoltre una gravissima violazione dei loro diritti. Nonostante la maggior parte di essi abbia manifestato la minore età e un minore è in possesso di certificazione anagrafica, operatori del centro avrebbero omesso la segnalazione. Sembrerebbe che l’avvocato della cooperativa gestore abbia dichiarato loro che dovranno segnalare la minore età nel luogo dove verranno trasferiti insieme agli adulti, poiché tale prassi non è prevista alla tendopoli. Alcuni di questi minori riferiscono di essere a Messina da oltre due mesi. Tutti hanno segnalato l’insalubrità della tendopoli, che più volte si è allagata in seguito al mal tempo, una carente assistenza sanitaria, nessuna assistenza da parte dei servizi sanitari territoriali, la mancanza di vestiario adeguato. Si evidenzia che dentro la tendopoli ma anche nell’altro centro realizzato nell’ex caserma Gasparro si sono ripetuti episodi violenti, rivolte e proteste”.

All’esposto dell’Arci, il Comune ha replicato 48 ore dopo con una laconica nota a firma dell’assessore ai servizi sociali Antonina Santisi, indirizzata alla Prefettura, alla Questura e al Tribunale per i minorenni di Messina. “Si dichiara la disponibilità immediata del Dipartimento delle Politiche Sociali, tramite il proprio servizio sociale professionale, a prendere in carico tutti i soggetti che venissero dichiarati minori per procedere alla loro collocazione negli SPRAR di prima accoglienza”. Ponzio Pilato avrebbe fatto di meglio. Con un cinico gioco di parole, il Comune si autosospende sino alla certificazione dei dati anagrafici dei minori da parte di quelle autorità di polizia che hanno omesso di farlo sino ad oggi. Con l’aggravante di mettere nero su bianco una grossolana inesattezza. Lo SPRAR infatti, acronimo di Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, è la rete dei centri di “seconda accoglienza” destinata ai richiedenti e ai titolari di protezione internazionale.

“Abbiamo richiesto più volte di intervenire con immediatezza per verificare la presenza dei minori nei centri per soli adulti e ripristinare la legalità”, spiega Patrizia Maiorana, presidente del Circolo “Sankara”. “Anche stavolta è stato inutile. Quei ragazzi sono stati trasferiti d’urgenza in altri centri per richiedenti asilo (Cara) del centro-nord Italia. Oggi non sappiamo dove sia la maggior parte di loro. Due minori, purtroppo, sono finiti in una delle strutture peggiori per condizioni e trattamento, il Cara di Bari”. La prima settimana di marzo i volontari dell’Arci hanno identificato altri quattro minori stranieri non accompagnati trattenuti illegalmente nella ex Caserma Gasparro di rione Bisconte, l’altro squallido centro di “prima accoglienza” che sarà trasformato presto in un hub siciliano per le identificazioni forzate e le espulsioni dei richiedenti asilo. “Stavolta non ci siamo limitati a una segnalazione scritta, ma ci siamo recati subito in assessorato in compagnia dei minori per chiedere l’intervento dei servizi sociali come previsto dalle leggi”, racconta la ricercatrice Giuliana Sanò dell’Arci di Messina. “L’assessore e tutte le assistenti sociali erano assenti e dopo lunga anticamera siamo stati ricevuti dal dirigente Domenico Zaccone. Lui ci ha detto che stava provando a chiamare il commissario dell’anticrimine perché è lui che deve cambiare i dati anagrafici e solo dopo, il servizio sociale può intervenire. A quel punto è entrata l’assessore Santisi, ma si è seduta in un altro tavolo. Ha solo mostrato di conoscere la situazione per aver letto la Pec ma non si è né avvicinata né ha detto altro. Il dirigente non riuscendo a mettersi in contatto con il commissario mi ha invitata ad accompagnare io stessa i quattro minori alla caserma Zuccarello e così ho fatto. Per una settimana abbiamo chiesto del responsabile preposto alle identificazioni. In ufficio risultava sempre assente. Attendiamo ancora che l’Amministrazione comunale e i responsabili delle identificazioni si attivino sulla questione”. 

Ai ragazzi a cui sono negati i diritti e le prerogative riservate ai minori di età si aggiungono quelli che al compimento del 18° anno vengono prelevati dal centro Ahmed di primissima accoglienza attivato a Messina, per essere condotti e confinati alla tendopoli dell’Annunziata o a Bisconte. “Ho incontrato due ragazzi che, dopo una lunga permanenza al centro Ahmed, il giorno stesso che hanno festeggiato i 18 anni sono stati trasferiti alla caserma Gasparro”, denuncia Donatella Sindoni, Presidente della VI Commissione consiliare del Comune di Messina. “Per loro si è trattato di un’esperienza davvero traumatica. Al centro per minori avevano avviato percorsi di formazione professionale, studiavano l’italiano e uno di essi aveva perfino ottenuto un attestato come aiuto cuoco. Mi hanno detto che nella ex caserma si sta tanto male, i bagni sono sporchi, i letti nelle camerate addossati gli uni sugli altri, il mangiare scadente. Ogni volta che uscivano dalla caserma, portavano con sé lo zainetto con tutti i loro effetti personali. Se lo dovevano portare sempre dappresso perché se lo lasciavano alla Gasparro correvano il serio rischio di non trovarlo più. Nonostante avessero entrambi già ottenuto la protezione umanitaria, il giorno dopo quell’incontro, i due giovani sono stai trasferiti al CARA di Mineo, insieme ad un altro richiedente asilo ospitato a Messina”.

Il 7 marzo il deputato Francesco D’Uva del M5S ha effettuato un’ispezione al centro di Bisconte insieme ad alcuni operatori e attivisti antirazzisti. “Ho trovato una situazione molto disagiata”, ha dichiarato D’Uva. “Il fattore più critico è quello del sovraffollamento. Il centro dovrebbe fungere da prima accoglienza, ossia per non più di 72 ore dall’arrivo di un migrante, eppure ho rilevato che questi profughi vivono lì da più di 30 giorni. Poi, secondo l’articolo 18 del Testo Unico sull’Immigrazione, i potenziali testimoni di un processo dovrebbero stare in un luogo protetto. Lì non è così, poiché vi sono una ventina di uomini che dovrebbero testimoniare contro i loro scafisti”. Lo scenario simile a un girone dantesco è descritto minuziosamente da Giovanna Vaccaro di Borderline Sicilia Onlus. “Nel fare ingresso nell’edificio di Bisconte siamo passati davanti ai due container dei servizi bagno e doccia dove le condizioni igieniche erano davvero scarse, con acqua stagnante sul pavimento e un cattivo odore proveniente dagli scarichi”, scrive Giovanna Vaccaro. “I dormitori dove sono stipate 198 persone sono stati ricavati in tre stanzoni, il più grande dei quali misura 10 metri X 18. In queste stanze le file di letti, per la maggior parte a castello, sono disposte su tutto il perimetro e nel centro della stanza. Tra alcuni di questi letti non vi è neanche lo spazio per il passaggio. L’odore che le caratterizza è molto forte e la privacy inesistente. Il locale mensa è decisamente piccolo rispetto al numero di persone che ne deve usufruire e lascia presagire lunghe code al momento della distribuzione e del consumo dei pasti. Anche la stanza adibita ad infermeria non si presenta affatto bene: dà l’idea di un luogo abbandonato a se stesso, in cui vi sono farmaci disseminati ovunque e scarse condizioni igieniche. Le caratteristiche strutturali e la carenza di servizi che caratterizzano questo C.P.A. delineano un’accoglienza di tipo contenitivo che non solo si presenta in violazione delle leggi e della dignità della persona, ma che a fronte della prolungata permanenza, ha delle conseguenze molto gravi sulla vita dei migranti”.

Anche i componenti dell’èquipe che ha ispezionato Bisconte con Francesco D’Uva hanno fondati elementi per ritenere che nel centro ci siano diversi minori. “Sono davvero tanti i giovanissimi che si trovano in un luogo destinato agli adulti per gli errori-orrori di operatori e organi di polizia o perché da un giorno all’altro si sono ritrovati maggiorenni adulti, anche dopo aver passato un periodo di tempo da minorenni nel centro comunale Ahmed”, commenta la sociologa Tania Poguisch dell’Associazione Migralab  “A. Sayad”. “Ragazzi ammassati, attaccati uno accanto all’altro, che per trovare un po’ della loro intimità coprono lo spazio circondandolo di coperte. Giovani la cui vita quotidiana è scandita solo dagli orari per i pasti e a cui è impedito perfino d’imparare la lingua italiana e avere dei documenti. Ancora peggio quanto lo Stato ha riservato a coloro che hanno denunciato gli scafisti e da diversi mesi sono inspiegabilmente bloccati a Messina in attesa di un trasferimento in strutture protette. Testimoni di giustizia giovanissimi la cui vita non è al sicuro in un posto dove promiscuità e affollamento non garantiscono incolumità e sicurezza”.

Il futuro potrebbe però essere ancora peggiore. I dati in possesso della Commissione consiliare del Comune di Messina lasciano presagire che almeno un centinaio di minori stranieri da qui a qualche mese finiranno nell’inferno della tendopoli o della ex caserma-hub. Il 9 marzo scorso, al Centro di primissima accoglienza Ahmed erano registrati 189 minori. Una ventina di essi, in questi pochi giorni, hanno compiuto il 18° anno d’età e hanno lasciato la struttura in cui erano ospiti da sei-otto mesi. Entro la fine della prossima estate un’altra cinquantina di minori diverranno maggiorenni dopo una permanenza al centro Ahmed che sfiorerà i dodici mesi. “Questo scenario impone a tutti d’intervenire con urgenza e determinazione”, commenta Carmen Cordaro, avvocata del Circolo “Sankara” e tutor di numerosi minori stranieri non accompagnati. “La questione che si pone è il superamento del Centro Ahmed nel senso di una riduzione delle presenze dei minori in questa struttura con una assunzione di responsabilità da parte del Comune di Messina e la creazione di un altro centro di prima accoglienza. In ogni caso è necessaria una perequazione dei servizi offerti a quelli previsti per gli SPRAR minori. Nel frattempo bisogna impedire che i minori stranieri lascino il centro esistente a Messina per essere trasferiti in un altro centro di prima accoglienza, magari dove le condizioni e i servizi sono anche peggiori. Occorre infine aprire la vertenza in tutte le sedi istituzionali preposte per un dignitoso trasferimento dei minori stranieri in strutture di seconda accoglienza idonee”.
Il completo fallimento delle politiche di “prima accoglienza” dei minori stranieri non accompagnati è testimoniato dal destino riservato ai giovani accolti al Centro Ahmed. Dalla sua attivazione, il 25 novembre 2014, la struttura convenzionata prima con la Prefettura e poi con il Comune di Messina ha ospitato (sino al 9 marzo 2015) 1.108 ragazzi. Solo tre minori sono stati poi inseriti in famiglie italiane; 476 sono finiti in comunità-alloggio, 16 in SPRAR per minori, 138 in SPRAR adulti mentre ben 284 si sono “allontanati arbitrariamente”. Un fallimento che le solite aziende-coop hanno miracolosamente trasformato però nel pozzo di san Patrizio dell’affaire migranti. Approssimando per difetto, è possibile stimare l’ammontare delle risorse finanziarie pubbliche finite in mano al raggruppamento temporaneo d’imprese che gestisce ininterrottamente da 17 mesi il Centro Ahmed, costituito da Senis Hospes Società Cooperativa Sociale di Senise (Pz), la Cascina Global Service Srl e il Consorzio Sol.Co. Soc. Coop. Sociale di Catania. Considerato che lo Stato versa per ogni minore straniero 45 euro al giorno, moltiplicato per un numero di ragazzi che in media non è mai stato al di sotto delle 160 presenze quotidiane, alla fine abbiamo un totale di 3.672.000 euro. Un business sulla pelle di decine di migliaia di esseri umani  di cui tutti noi dobbiamo vergognarci.

martedì 22 marzo 2016

L’umanità rischia di precipitare in una terza grande guerra planetaria


Per fare il punto sulla difficile situazione che stiamo vivendo tra crisi economica, crisi umanitaria e il rischio sempre presente di una escalation bellica, abbiamo sentito il giornalista e scrittore Antonio Mazzeo, sempre molto preparato su questi temi e da sempre una voce libera e dalla schiena dritta all’interno del  deprimente mondo dell’informazione italiana. 
1-    Tutto lascia presumere che stiamo per scivolare in tempi molto cupi per la pace. Secondo le quali sono le minacce più pressanti?
Senza voler essere catastrofista a tutti i costi, credo che mai come in questi mesi l’umanità stia rischiando di precipitare in una terza grande guerra planetaria. L’annuncio di una nuova campagna di bombardamenti multinazionali in Libia a cui far seguire magari una massiccia operazione di occupazione via terra; l’escalation del conflitto in Siria con una moltitudine di attori militari super armati in campo su fronti contrapposti; i sanguinosi raid in Yemen con l’utilizzo anche di bombe prodotte in Italia; l’incancrenirsi dei conflitti in Afghanistan, Iraq, Corno d’africa e in tante altre aree del continente africano; le guerre a bassa e media intensità che la Nato sta alimentando in Ucraina e nel Caucaso;  i rapidissimi processi di riarmo e militarizzazione che investono ormai quasi tutti i paesi in Asia e America latina, ecc. testimoniano la gravità di questa odierna fase epocale. Per non dimenticare poi come si stia esercitando la guerra con altri mezzi, penso alle politiche neoliberiste in campo economico che affamano miliardi di persone, a loro volta generatrici di guerre, conflitti e migrazioni forzate o ai cataclismi climatici causati direttamente o indirettamente dal modello di sviluppo imperante, dallo sfruttamento intensivo delle risorse naturali o dal perverso consumo delle risorse petrolifere. Le minacce alla sopravvivenza dell’umanità sono molteplici e con un’intensità e un potere di morte che non si erano mai conosciuti nella storia, purtroppo.       
2-    Il nostro governo si sta nuovamente lasciando trascinare in avventure belliche in Libia. Come mai l’opinione pubblica appare così indifferente e intorpidita?
Viviamo in uno stato di guerra permanente ormai da oltre un quarto di secolo e l’assuefazione all’idea della “normalità” dei conflitti è generale e colpisce intere generazioni. La crisi di identità e l’incapacità di mobilitazione e difesa dei valori di pace e giustizia delle forze politiche e sociali della sinistra, forze troppo spesso minate dal pensiero unico del neoliberismo, hanno certamente contribuito a questa indifferenza generale.  Un ruolo chiave è stato giocato sicuramente nel nostro paese dalla subalternità delle accademie e della “cultura” in genere al grande capitale finanziario che ha monopolizzato il controllo di media, sistema radiotelevisivo e stampa. Penso in particolare alle grandi holding, ancora in parte a capitale statale, come Eni, Finmeccanica, Enel, ecc. che concretamente fissano le agende, le finalità, le scelte e gli interventi della politica estera italiana e di quella militare. Con i drammatici costi e le conseguenze in termini socioeconomici (tagli alla salute, all’istruzione, precarietà occupazionali, disoccupazione giovanile, ecc.) che derivano poi dallo stato di guerra di cui l’Italia è oggi uno di protagonisti sulla scena internazionale.  
3-      Perché a suo giudizio ormai i cittadini si mobilitano per sacrosanti diritti civili ed individuali mentre sono ormai indifferenti alle guerre?
Non credo che questa dicotomia sia del tutto reale. In questi anni nel nostro paese ci sono state importanti campagne contro i processi di militarizzazione dei territori, penso ai No Dal Molin a Vicenza e ai No MUOS in Sicilia, o ai No Radar e No basi in Sardegna. Esperienze dal basso, pratiche di azioni dirette e di disobbedienza civile che sono servite a far crescere tra attivisti e cittadini una coscienza glocal, cioè della relazione mutua, strettissima, tra questioni meramente locali e la dimensione globale – la guerra permanente – di questi processi di riamo e distruzione. Ovviamente queste mobilitazioni sono del tutto insufficienti a contrastare il clima di “indifferenza” alla guerra, ma proprio perché tentativi resistenziali e di testimonianza, devono essere preservati e alimentati ancora in tutti i modi.  
4-      Lei pensa come Papa Francesco che sia in corso la Terza Guerra Mondiale o pensa che debba ancora arrivare e sia sempre più probabile?
Sì, lo dicevo prima. Siamo in guerra e questa guerra è planetaria, globale, permanente, devastate come non mai. Ciò che stento a comprendere è come siano ancora pochissimi a rendersene perfettamente conto, all’interno della stessa Chiesa cattolica di papa Francesco o purtroppo anche tra le sempre più frammentate aree della sinistra anticapitalista o radicale italiana o delle stesse organizzazioni sindacali e dell’arcipelago dell’ambientalismo e dell’antirazzismo internazionale. La fragilità di una risposta No War, autenticamente eco pacifista è da imputare anche alla “disattenzione” o forse meglio alla scarsa capacità di elaborazione ed analisi di queste forze politiche, sociali, etico-religiose.   
5-      Secondo lei in politica estera vedendo le elezioni in America dal punto di vista di europei o cittadini del mondo, sarebbe peggio Hillary Clinton o Donald Trump per la pace mondiale?
La storia degli Stati Uniti, l’indissolubilità dei legami perversi del complesso militare-finanziario-industriale con la “politica” in questo paese (e oggi ormai nei paesi Nato o partner Nato) non può consentire illusioni o l’ipocrisia di scegliere o tifare per il meno peggio.  Clinton e Trump differiscono solo dal punto di vista dell’uso del linguaggio: politicamente “corretto” quello della prima candidata alla presidenza (il marito è il “democratico” delle guerre “umanitarie”, un’espressione poi assunta dai “progressisti” in tutta Europa), mentre il secondo preferisce infarcire i suoi proclami con le volgarità razziste e classiste che tanto hanno presa quando la crisi è generale. Ma entrambi innalzeranno altri muri contro i migranti e dissemineranno di tante altre bombe made in Usa il pianeta intero. 
6-      Come giornalista di inchiesta lei informa continuamente su aspetti che spesso e volentieri vengono ignorati dagli altri media. Si sente valorizzato nel suo lavoro di giornalista dalla schiena dritta?
Se scegli di scrivere di guerre, ambiente e lotta alla borghesia mafiosa sai bene che il “consenso” di media ed editori sarò pari a zero. Ma hai scelto un giornalismo “di parte”, militante e la libertà si paga a carissimo prezzo in questi anni in cui le libertà vengono schiacciate ovunque in nome della “sicurezza” e dell’”ordine costituito”. Ma non è questo che può o deve farti male. Mi fa male invece e mi frustra profondamente invecchiare in un mondo che è cento volte peggio di quello che ho trovato quando sono nato o di vivere accanto a giovani cresciuti con la convinzione che la guerra faccia “naturalmente” parte della storia quando io, ingenuamente, credevo che il “mio” Vietnam sarebbe stato l’ultimo grande, ingiusto e  sanguinoso crimine mondiale. E’ per questo, anzi contro tutto questo, che spero di poter scrivere ancora.


Intervista a cura di G.B., pubblicata il 3 marzo 2016 in Il Tribuno del Popolo,
http://www.tribunodelpopolo.it/intervista-ad-antonio-mazzeo-lumanita-rischia-di-precipitare-in-una-terza-grande-guerra-planetaria/

 

domenica 20 marzo 2016

Milioni a Finmeccanica con i sommergibili nucleari Usa


Le aziende del gruppo Finmeccanica fanno grandi affari con le armi di distruzione di massa delle forze armate Usa. A fine 2015, la controllata DRS Technologies, con sede ad Arlington (Virginia), azienda leader nella fornitura di sistemi di sorveglianza, reti satellitari e telecomunicazione, ha sottoscritto un contratto con US Navy per un valore massimo di 384 milioni di dollari per produrre equipaggiamenti elettronici di ultima generazione da destinare a varie classi di sottomarini, nucleari e non. “Grazie all’aggiudicazione di questa commessa, DRS Technologies diventa prime contractor della Marina militare americana, ampliando così il ruolo dell’azienda come principale fornitrice di sistemi di combattimento per sottomarini”, spiegano i manager di Finmeccanica.

Una parte importante del contratto riguarderà l’ammodernamento dei sistemi di propulsione della classe di sottomarini lanciamissili balistici “Ohio”, uno dei sistemi d’arma chiave nelle dottrine di guerra nucleare del Pentagono. Azionati da un reattore del tipo S8G (di ottava generazione), realizzato da General Electric, quattordici unità della classe “Ohio” sono armati ognuno con 24 missili intercontinentali Trident II D5 con una gittata di 12.000 km, in grado di trasportare fino a 12 testate nucleari del tipo W88, con una potenza distruttiva di 475 chilotoni. Complessivamente ogni sottomarino imbarca 192 testate atomiche, un vero e proprio arsenale di morte per attacchi multipli su obiettivi sparsi in tutto il pianeta. Altri quattro sommergibili della stessa classe (l’Ohio, il Michigan, il Florida e il Georgia) sono predisposti invece al lancio dei missili da crociera BGM-109 Tomahawk, in grado di trasportare a 2.500 km di distanza sia testate nucleari che convenzionali. Tutti gli “Ohio” sono armati infine con una dozzina di siluri Mark 48, capaci di percorrere sino a 40 Km di distanza a una velocità superiore ai 55 nodi. Questi siluri trasportano testate dotate di uranio impoverito e rame liquido, la cui combustione può perforare anche navi o sottomarini a doppio scafo.

Il 30 settembre 2014, la controllata la DRS Laurel Technologies con sede a Johnstown (Pennsylvania), si era aggiudicata un contratto del valore di 171,2 milioni di dollari per fornire computer, display, hardware, ecc., per sviluppare le reti informatiche dei sottomarini Usa delle classi “Los Angeles”, “Seawolf”, “Virginia” e “Ohio”. Il contratto firmato con l’U.S. Naval Undersea Warfare Center Division di Keyport, Washington, includeva pure la fornitura di sonar, processori e sistemi elettronici di controllo armi di ultima generazione “TIH” per i sottomarini d’attacco della classe “Collins” della marina di guerra dell’Australia, nell’ambito di un accordo di cooperazione con il Pentagono. A fine 2011 sempre DRS Laurel Technologies aveva ottenuto una commessa del valore di 691 milioni di dollari dalla Lockheed Martin Corp. Mission Systems and Training di Manassas (Virginia) per fornire i sistemi sonar e di combattimento TIH ai sottomarini nucleari di US Navy.

Intanto il Pentagono ha predisposto un ambizioso programma a medio termine per lo sviluppo di una nuova classe di sottomarini lanciamissili balistici che sostituisca gli “Ohio” a partire dal 2029. Con un costo stimato di 95,8 miliardi di dollari, l’Ohio Replacement Program ha già un nome in codice “Hence SSBN-X”. La nuova classe di sommergibili dovrà trasportare 16 tubi di lancio ciascuno, in contrapposizione agli attuali 24, e sarà predisposto per il lancio di ordigni nucleari e convenzionali. DRS Technologies sarà una delle aziende che collaborerà allo sviluppo del programma di ammodernamento dei nuovi dispositivi strategici Usa. Il 23 dicembre 2011, i manager di Finmeccanica hanno reso pubblico che Consolidated Controls Inc. (CCI), una società del gruppo Drs Technologies, si era aggiudicata un contratto da General Dynamics Electric Boat per progettare, realizzare e testare un sistema di controllo elettromeccanico destinato ai sottomarini atomici che sostituiranno la classe “Ohio”.
Finmeccanica acquistò DRS Technologies nel 2008 spendendo 5,2 miliardi di dollari. In verità le commesse militari poi ottenute non hanno compensato i massicci investimenti della holding italiana negli Stati uniti d’America; così lo scorso anno è stato avviato un piano di dismissione di alcuni settori produttivi, principalmente nel campo dell’avionica, della logistica e delle telecomunicazioni. Per il gruppo con sede ad Arlington, il 2015 si è comunque concluso con una crescita del fatturato del 15,1% rispetto all’anno precedente (da 1,59 a 1,83 miliardi di dollari), mentre gli ordini hanno registrato un +21,1%. Oltre alla fornitura di attrezzature elettroniche per i sottomarini strategici, DRS Techonologies ha siglato un accordo del valore di 55 milioni di dollari per ammodernare i sistemi di comunicazione vocale integrati degli incrociatori e dei cacciatorpediniere AEGIS di US Navy. Lo scorso anno DRS ha pure fornito potenti visori notturni e sofisticati sistemi informatici all’esercito statunitense, mentre in Canada si è aggiudicata una commessa di 100 milioni di dollari per la produzione di antenne e sistemi di sorveglianza per equipaggiare i carri armati LAV 6.0, prodotti da General Dynamics e acquistati dall’esercito canadese. Nonostante i buoni affari di guerra - in linea con quanto accade internazionalmente al complesso militare industriale - DRS Technologies ha visto ridurre drasticamente i propri addetti: da 10.000 a 5.500 unità in meno di dieci anni. Soldi tanti, occupazione poca.

venerdì 18 marzo 2016

A Sigonella i droni britannici per colpire la Libia?


Dopo le forze armate Usa, anche la Gran Bretagna ha già trasferito o sta per trasferire a Sigonella i droni killer per bombardare in Libia. La presenza di velivoli britannici super armati nella grande stazione aeronavale siciliana è stata paventata dal parlamentare David Anderson (Labour Party) e non smentita dalla Segretaria di Stato per le forze armate, Penelope Mary “Penny” Mordaunt.

Il 29 febbraio, David Anderson ha presentato un’interrogazione urgente al governo per sapere se i “termini di riferimento del permesso concesso all’uso della stazione aera di Sigonella si estendessero sia alle operazioni di lancio e ricovero del sistema a pilotaggio remoto Reaper che alle missioni di combattimento”. La Segretaria di Stato ha risposto alla Camera dei Comuni il 9 marzo. “Noi siamo presenti da lungo tempo nella Naval Air Station di Sigonella e abbiamo fatto uso frequente di essa; tuttavia non è prassi normale fare commenti sui dettagli degli accordi assunti con le nazioni ospitanti”, ha replicato “Penny” Mordaunt.

Il parlamentare del Labour Party aveva presentato un altro atto ispettivo il 19 febbraio, chiedendo se le forze aeree del Regno Unito “hanno ricevuto il permesso dalle autorità italiane o comunque richiesto l’autorizzazione a utilizzare la base di Sigonella”. “Il nostro governo ha già il permesso di operare dalla stazione aeronavale di Sigonella”, aveva risposto la Segretaria di Stato. “Noi facciamo frequente uso di essa; ad esempio, nel 2015, tre elicotteri Merlin sono stati dislocati in Sicilia per prendere parte all’operazione Weald, che assicurava interventi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Attualmente stiamo operando da NAS Sigonella nell’ambito di un’esercitazione di guerra anti-sottomarini denominata Dynamic Manta”.

A fine gennaio, sulla stampa londinese era trapelata la notizia che il gabinetto del premier David Cameron aveva assunto la decisione di utilizzare i droni armati a supporto delle operazioni militari britanniche in Libia. Il 7 febbraio, il leader laburista Jeremy Corbyn aveva espresso la propria contrarietà all’impiego dei velivoli da guerra senza pilota. Adesso la responsabile del dicastero alla difesa conferma implicitamente le attività dei droni nello scacchiere libico e il loro possibile decollo dalla Sicilia.

I droni killer della Royal Air Force (RAF) sono gli MQ-9 Reaper della General Atomics Aeronautical Systems, aeromobili a pilotaggio remoto progettati per la sorveglianza e le operazioni d’attacco, in grado di volare per 28 ore consecutive a 7.500 metri di altitudine e ad una velocità massima di 482 km/h. Dotati di sofisticati sensori elettrottici, scanner IR e radar ad apertura sintetica, i Reaper sono armati con due bombe a guida laser GBU-12 “Paveway” da 500 libbre o del tipo JDAM (Joint Direct Attack Munition) a guida GPS, con un raggio d’azione di 28 km dal punto di lancio, più otto missili aria-terra AGM-114 “Hellefire” (fuoco infernale) per annientare veicoli supercorazzati.

Sono ventidue i velivoli Reaper in dotazione a due reparti RAF di stanza nella base aerea di Waddington, nei pressi della città di Lincoln (Lincolnshire): il 39° Squadrone costituito nel 2005 e il 13° Squadrone attivato solo tre anni fa. I Reaper sono stati utilizzati in Afghanistan dal 2007 al 2014 per operazioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Dopo aver ottenuto l’autorizzazione del Congresso Usa ad armare cinque MQ-9, alla fine del 2014 le forze armate britanniche hanno iniziato ad impiegarli per gli strike, prima in Afganistan e poi in Iraq e Siria.

Il 21 agosto 2015, a Raqqa, la RAF ha utilizzato i Reaper per colpire una vettura e uccidere due giovani cittadini britannici, Reyaad Khan e Ruhul Amin, ritenuti di appartenere all’ISIS. Il duplice omicidio extra-giudiziario è stato giustificato da David Cameron in nome della “lotta globale al terrorismo”. L’uso dei droni in Siria è stato poi intensificato: lo scorso 5 dicembre, i britannici hanno bombardato il campo petrolifero di al-Omar, alle porte della città di Deir Ezzor, con i Reaper decollati da uno scalo top secret e alcuni caccia Tornado ed Eurofighter provenienti dalla base cipriota di Akrotiri.

Il sistema di comando e controllo dei velivoli senza pilota britannici è strettamente integrato con quello delle forze armate statunitensi. Il 39° Squadrone della RAF fu attivato ad esempio nella base aerea di Creech in Nevada, la principale stazione guida dei droni di US Air Force, mentre l’addestramento del personale del Regno Unito preposto al controllo a distanza dei droni è condotto grazie ad un accordo con Washington nella base aerea di Holloman, New Mexico.

Il centro operativo di Waddington è inoltre sotto il controllo della base RAF di Marham, nei pressi di Kings Lynn (città portuale della contea di Norfolk), dove è ospitato il sofisticato sistema d’analisi e intelligence “Crossbow”, a uso congiunto dei comandi e delle forze da combattimento britannici e statunitensi. “Crossbow” riceve e trasmette le informazioni da e verso l’US Distributed Common Ground System (DCGS), il sistema chiave per la raccolta, l’analisi e l’elaborazione delle informazioni raccolte dai velivoli spia U-2, dagli aerei senza pilota Global Hawk, Predator e Reaper, dagli aerei MC-12 (versione militare dei Super King Air 350 attualmente impiegati da Pantelleria e Catania Fontanarossa per azioni coperte in Tunisia e Libia) e da tutte le altre piattaforme d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) dell’US Air Force.

Ad oggi sono cinque i siti militari mondiali DCGS preposti all’analisi integrata e al trasferimento dei dati d’intelligence: le basi aeree di Langley, Virginia; Beale, California; Hickam, Hawaii; Ramstein, Germania e Osan, Corea del Sud. In Europa c’è poi un nodo centrale del sistema DCGS, connesso via satellite agli Stati Uniti e alla base di Ramstein: la stazione aeronavale di Sigonella, base operativa dei Global Hawk e dei Reaper statunitensi e - dal prossimo anno - centro di comando e controllo del nuovo sistema AGS della NATO per la sorveglianza terrestre con i droni Global Hawk di ultima generazione. Entro il 2018, a Sigonella sarà anche realizzata l’UAS SATCOM Relay Facility per coordinare insieme all’installazione “sorella” di Ramstein le operazioni di telecomunicazione satellitare con tutti i droni Usa operativi a livello planetario.
Sigonella è già stata utilizzata da altri alleati europei per missioni con aerei senza pilota. Il 18 agosto 2011, ad esempio, l’aeronautica militare francese schierò nella base siciliana alcuni droni Harfang, coprodotti da EADS e dall’industria israeliana IAI, per eseguire attività d’intelligence nella Libia post-Gheddafi. Acquistati dalla Francia nel 2008, gli Harfang possono operare in volo ininterrottamente per 24 ore, a un’altitudine di 7.500 metri. Al tempo, a Sigonella furono distaccati anche venticinque tra operatori, controllori e tecnici dell’Aeronautica militare francese e cinque cacciabombardieri Dassault Rafale equipaggiati con complesse attrezzature di sorveglianza aerea.

mercoledì 16 marzo 2016

Droni. Dalla Sicilia con Slancio


Grandi manovre a Sigonella. E grandi ampliamenti. La costruzione di una SATCOM Antenna Relay facility necessaria per collegare le stazioni terrestri presenti negli Stati Uniti con gli aerei senza pilota operativi nella regione dell’Oceano atlantico. Sigonella con il suo centro UAS SATCOM assicurerà un vero e proprio backup – una copia di riserva - alle trasmissioni della stazione di Ramstein. Il bando, con il codice n. 3319116r1007, prevede la demolizione e la rimozione delle vecchie infrastrutture ospitate nell’area e la realizzazione del nuovo centro per il controllo dei droni con relative strade d’accesso per un importo compreso tra i dieci e i venticinque milioni di dollari, a cui si aggiungeranno 1.225.000 dollari per varie ed eventuali…

 

La piattaforma di lancio dei raid USA e NATO con i droni killer viene promossa sul campo a terzo centro strategico mondiale per il controllo via satellite di tutte le operazioni di guerra dei velivoli senza pilota delle forze armate degli Stati Uniti d’America. Entro due anni, la grande stazione aeronavale di Sigonella in Sicilia ospiterà l’UAS SATCOM Relay Facility per coordinare insieme all’installazione “sorella” di Ramstein, Germania, le operazioni di telecomunicazione satellitare con tutti i droni USA impiegati nei più sanguinosi conflitti planetari, dall’Ucraina al Caucaso, dal Corno d’Africa allo Yemen, dalla Libia al Mali, dall’Iraq alla Siria, dall’Afghanistan al Pakistan. Concretamente, il centro UAS SATCOM di Sigonella assicurerà un vero e proprio backup alle trasmissioni della stazione di Ramstein, una copia “indispensabile” nel caso in cui si registrassero interruzioni o difficoltà nel flusso dei segnali diretti ai satelliti militari operanti nello spazio in banda Ku, alla grande base aerea di Creech (Nevada), la principale instalalzione di US Air Force per le operazioni con gli aerei senza pilota e alle numerose basi aeree da cui decollano quotidianamente i più moderni strumenti di guerra automatizzati (Akrotiri, Cipro; Ali Al Salem, Kuwait; Batman, Incirlik e Sivrihisar, Turchia; Niamey, Niger; Chabelly, Gibuti; Risalpur, Pakistan; Balad, Iraq; Al Dhafra, Emirati Arabi Uniti; Arba Minch, Etiopia; Jalalabad, Kandahar e Khost, Afganistan; Um Almalh, Arabia Saudita).

Si deve dunque guardare all’UAS SATCOM Relay Facility di Ramstein per comprendere quali saranno le funzioni, le responsabilità, gli interventi e i conseguenti crimini che saranno affidati dal Pentagono alla grande infrastruttura siciliana. Realizzato dopo una specifica autorizzazione del ministero tedesco della difesa nell’aprile 2010, il centro di controllo delle operazioni di volo dei droni di Ramstein ha operato sin dall’anno successivo per conto di US Air Force e di US Africom (il comando delle forze armate statunitensi per le operazioni nel continente africano, attivato a Stoccarda nel 2008) nell’individuazione dei target e nella pianificazione degli attacchi in Africa e Medio Oriente.

Nell’aprile 2015 è stata una lunga inchiesta del settimanale Spiegel ad analizzare minuziosamente il ruolo chiave della stazione tedesca di controllo delle telecomunicazioni satellitari nella cosiddetta “guerra globale al terrorismo” scatenata dal presidente premio Nobel per la pace Barack Obama. Grazie all’acquisizione di documenti top secret provenienti dalle centrali dell’intelligence USA datati luglio 2012, i giornalisti di Spiegel hanno accertato che l’installazione di Ramstein è “al centro di ogni attacco di droni dell’US Air Force”. “La stazione UAS SATCOM di Ramstein è il punto focale per le comunicazioni con i velivoli senza pilota”, spiegava poi Dan Gettinger, co-direttore del Center for the Study of the Drone del Bard College di New York. “Anche se i piloti stanno seduti nelle basi aeree in Nevada, Arizona o Missouri, e anche se gli obiettivi sono localizzati in Corno d’Africa o nella Penisola Arabica, il quartiere generale dell’US Air Force di Ramstein è sempre più coinvolto. I diagrammi pubblicati dai servizi d’intelligence rivelano come esistano al mondo due luoghi indispensabili per la guerra dei droni: Ramstein e la base aerea di Creech, in un’area ermeticamente sigillata nel deserto del Nevada a un’ora d’auto da Las Vegas, che serve da hub di trasmissione per una decina di basi dell’aeronautica militare di diversi Stati USA. Attualmente i cable in fibra ottica garantiscono la rapida trasmissione dei dati, che sono anche inviati alla National Security Agency e all’Air and Space Operation Center (AOC) di Ramstein”.

Al centro per le operazioni aero-spaziali ospitato in Germania, più di 500 militari statunitensi effettuano 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, il monitoraggio dello spazio aereo di tutta Europa e del continente africano. “Una volta che la connessione è stata stabilita tra i piloti dei droni in Nevada e l’AOC di Ramstein, i comandi sono dirottati dalla base tedesca ai satelliti”, aggiunge il settimanale Spiegel. “Dallo spazio essi sono poi trasmessi ai droni. E qui è quando l’installazione geografica di Ramstein entra in gioco. Nessun satellite che ruota intorno alla Terra ha l’abilità di inviare direttamente un segnale dal Pakistan agli Stati Uniti. La distanza è enorme e la curvature della Terra sono troppo grandi. Senza un secondo trasmettitore satellitare, accrescerebbe il tempo di latenza del flusso dei dati e sarebbe impossibile avere risposte celeri e manovre precise perché le immagini video dal drone non giungerebbero in tempo reale agli Stati Uniti. In altre parole, senza l’assistenza da Ramstein, è come se i piloti operassero più o meno alla cieca”. Con l’entrata in funzione dell’UAS SATCOM Relay Facility di Sigonella, i sistemi di comando e controllo dei velivoli-killer opereranno con ulteriore precisione ma soprattutto si eviteranno gli effetti negativi di eventuali black-out ai network di guerra architettati dai moderni dottor Stranamore di Washington e dintorni.   

Il bando di gara per la realizzazione a NAS 2 Sigonella della “stazione gemella” per le telecomunicazioni via satellite del Sistema degli aerei senza pilota (Unmanned Aircraft System - UAS) è stato pubblicato il 14 novembre 2015 dal Naval Facilities Engineering Command Office per l’Europa e l’Asia sud-occidentale della Marina militare Usa con sede a Napoli. Il bando, classificato con il codice n. 3319116r1007, prevede la demolizione e la rimozione delle vecchie infrastrutture ospitate nell’area e la realizzazione del nuovo centro per il controllo dei droni con relative strade d’accesso per un  importo compreso tra i 10 e i 25 milioni di dollari, a cui si aggiungeranno 1.225.000 dollari per l’acquisto delle apparecchiature destinate al sistema di comando, controllo e telecomunicazione. La società contractor dovrà consegnare i lavori entro 550 giorni dalla stipula dell’accordo con il Dipartimento della marina statunitense.

Il nuovo sito di trasmissione occuperà un’area di 1.200 metri quadri circa. “Nel nuovo centro saranno installati dodici ripetitori UAS SATCCOM con antenne, macchinari e generatori di potenza con la possibilità di aggiungere altri otto ripetitori della stessa tipologia”, è riportato nella scheda progettuale fornita dal Dipartimento della difesa. “Il progetto prevede inoltre tutti i sistemi infrastrutturali, meccanici, elettrici, stradali, di prevenzione incendi ed allarme per supportare il sito per le comunicazioni satellitari”.

“La costruzione di una SATCOM Antenna Relay facility a Sigonella è necessaria per supportare i link di comando dei velivoli controllati a distanza, in modo da collegare le stazioni terrestre presenti negli Stati Uniti con gli aerei senza pilota operativi nella regione dell’Oceano atlantico”, aggiunge il Pentagono. “Il sito di Sigonella garantirà la metà delle trasmissioni del Sistema dei velivoli senza pilota UAS e opererà in appoggio al sito di Ramstein (Germania). Con il completamento di questo progetto saranno soddisfatte le richieste a lungo termine di ripetitori SATCOM per i “Predator” (MQ-1), i “Reaper” (MQ-9) e i “Global Hawk” (RQ-4). Il nuovo sito supporterà inoltre il sistema si sorveglianza aeronavale con velivoli senza pilota UAV Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) di US Navy e le missioni speciali del Big Safari di US Air Force”. Il programma BAMS vede l’acquisizione di una quarantina di droni di ultima generazione “Global Hawk” da schierare nelle stazioni aeronavali di Jacksonville (Florida), Kadena (Giappone), Diego Garcia, Hawaii e Sigonella; il Big Safari è invece un articolato programma di acquisizione, gestione, potenziamento di speciali sistemi d’arma avanzati (velivoli senza pilota, grandi aerei da trasporto e per le operazioni d’intelligence e riconoscimento, ecc.) coordinato dal 645th Aeronautical Systems Group dell’US Air Force con sede a Wright-Patterson (Ohio) e infrastrutture di supporto nelle basi aeree di Hanscom (Massachusetts) e Greenville (Texas).

All’implementazione del programma che sancirà il ruolo di Sigonella come capitale mondiale dei droni partecipano ancora una volta le società statunitensi e italiane che hanno progettato quasi tutte le installazioni di proprietà e uso esclusivo delle forze armate USA in Italia. La scheda progettuale dell’UAS SATCOM Relay Facility di Sigonella è stata predisposta dalla società di architettura, ingegneria e design RLF and Transystems con sede a Winter Park, Orlando, Florida. Fondata nel 1935 dal noto architetto James Gamble Rogers II, la RLF and Transystems è una dei maggiori contractor del Dipartimento della difesa per il design di installazioni militari in territorio italiano (8.552.071 dollari di contratti firmati negli ultimi quattro anni).

Quasi tutte le infrastrutture realizzate a Sigonella nell’ultimo ventennio grazie allo stanziamento di oltre un miliardo di dollari con il cosiddetto programma “Mega”, recano la firma dei progettisti di RLF and Transystems. In particolare, la società della Florida ha disegnato l’Aircraft Hangar Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni e la manutenzione dei veicoli da guerra – aerei e terrestri - che le forze armate USA schierano nella base siciliana, utilizzato anche dalle forze NATO; il P-635 Base Ops Support I, otto infrastrutture primarie in tre diverse aree di NAS 2 destinate ad ospitare officine riparazione veicoli, uffici vari, stazioni di carburante, depositi per il trasferimento di rifiuti pericolosi, ecc.; il Morale, Wellness and Recreation (MWR) Complex, il complesso destinato alle attività ricreative, sportive e culturali del personale USA, con due sale di proiezione cinematografiche, palestre, un superbowling, ristoranti, fast food e una piscina all’aperto. Per la cronaca, la realizzazione di tutte queste opere è stata affidata sempre e solo alla CMC – Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna, azienda leader di LegaCoop.

RLF and Transystems ha pure progettato la moderna versione di NAS 1, la porzione di stazione aeronavale che la Marina USA installò in Sicilia a fine anni ’50 in un’area poco distante dall’odierno scalo aeroportuale, già utilizzata dalle forze alleate dopo lo Sbarco in Sicilia del 1943. Dopo la demolizione di ben 39 vecchi edifici militari, a Sigonella - NAS 1, la società d’architettura ha previsto sette grandi costruzioni da adibire ad alloggi, uffici, centri comunitari, amministrativi ed educativi e una cappella per le funzioni religiose, con annessi due grandi impianti per la produzione e la distribuzione di energia elettrica.

Al design dell’UAS SATCOM Relay Pads and Facility di Sigonella ha pure collaborato in qualità di “consulente italiana” la Nesco International Srl, una società di ingegneria costituita a Roma nel 1986, in grado di offrire un’ampia gamma di servizi, dalla progettazione di opere infrastrutturali, alle indagini e agli studi di fattibilità, alla direzione lavori. Anche nel caso della Nesco International siamo di fronte ad un’azienda di assoluta fiducia del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America: dal 2000 ad oggi, essa ha ottenuto infatti ben 13 contratti per studi, consulenze e servizi per un ammontare di 5.587.649 dollari nelle basi militari USA di Napoli Capodichino, La Maddalena, Sigonella, Camp Ederle (Vicenza), Camp Darby (Livorno), Aviano (Pordenone) e del nuovo complesso “Dal Molin” di Vicenza, dove è stata trasferita la 173^ Brigata di fanteria aviotrasportata dell’esercito USA proveniente in buona parte dalla Germania.

A certificare la “qualità ambientale” dell’UAS SATCOM Relay Pads and Facility di Sigonella è stato infine l’architetto romano Paolo Bongi. “Avendo partecipato alla progettazione del progetto nella Naval Station II, Sigonella, Sicily, Italy, e avendo esaminato accuratamente i documenti contrattuali completi, dichiaro che il progetto delle infrastrutture è conforme a tutte le norme e leggi italiane applicabili”, ha dichiarato per iscritto il professionista il 25 luglio 2014. Project Manager presso Banca Mediolanum, l’architetto Paolo Brogi vanta nel suo curriculum “un’esperienza pluriannuale come progettista e consulente per certificazioni in conformità alle norme e alle leggi italiane applicabili per progetti USA/NATO/US NAVY in Italia”. In verità, dal gennaio 1994 al febbraio 2002, cioè per 8 anni e 2 mesi, Brogi è stato alle dipendenze della Nesco International in qualità di “project manager, disegnatore, progettista e coordinatore capitolati tecnici Italiani e USA per diverse basi NATO presenti in Italia: Capodichino, Camp Derby, Caserma Ederle, Aviano, Sigonella”. Nel febbraio 2000, l’architetto-certificatore ambientale del super-centro dei droni di Sigonella ebbe pure l’onore di relazionare sulle normative tecniche USA e italiane in una conferenza internazionale organizzata proprio nella sede della RLF and Transystems di Orlando, Florida.

 
Articolo pubblicato in Casablanca, n. 43, gennaio-marzo 2016. https://issuu.com/casablanca_sicilia/docs/cb43/35?e=1081625/30000297 

domenica 13 marzo 2016

Isis, Libia e non solo. L’Italia è già in guerra


Intervista ad Antonio Mazzeo, giornalista impegnato sui temi della pace e della militarizzazione. Dalla questione Sigonella alla lotta contro il Muos di Niscemi emerge una Sicilia “dependance” degli Stati Uniti e già in guerra “per riprenderci ciò che era nostro ai tempi di Gheddafi”

L'Italia è pronta. La guerra in Libia sembra essere sempre più alle porte, e non solo per la vicinanza geografica al Paese nordafricano. Sigonella e Trapani Birgi sono "a disposizione". In qualsiasi momento da queste "basi" possono partire raid per colpire le postazioni del Califfato conquistate negli ultimi mesi in Libia. Questa la sensazione comune. Ma la realtà è ben diversa. L'Italia "è già in guerra". Lo siamo "almeno dal 2011", da quando si è messo fine militarmente alla dittatura di Gheddafi. Una dittatura della quale, però, "eravamo i primi partner economici". 

E' Antonio Mazzeo, giornalista da sempre impegnato sui temi della pace e della militarizzazione, a fare con noi il punto della situazione su cosa sta accadendo in queste settimane in Sicilia, una terra sempre più "in mano agli Stati Uniti". C'è Sigonella. C'è Trapani Birgi. C'è, ovviamente, la questione del Muos di Niscemi. E poco importa se a sventolare, di volta in volta, è la bandiera americana o quella Nato. Non si tratta di "guerra o pace", si tratta "di questioni prima economiche e solo in seguito geostrategiche".

Cosa sta accadendo in queste ore in Sicilia?

Stiamo assistendo all'apice di un'escalation progressiva iniziata nel 2011: da allora la situazione in Libia - e non solo - sta agitando il sonno dei siciliani. Da Sigonella partono di continuo blitz delle forze armate statunitensi, penso a quanto avvenuto in Libia o a seguito dei sequestri in Algeria. Sigonella in questi anni ha funzionato ininterrottamente: di fatto è una depandance degli Stati Uniti in Italia. Dalla Sicilia sono partiti veri e propri commando intervenuti in Nord Africa o in Niger e in Mali. La questione dei droni di cui tanto si parla in questi giorni è, in un certo senso, secondaria: i droni "killer" degli Stati Uniti decollano dalla Sicilia già da molto tempo. E' dal 2011 a oggi che qui si respira aria di guerra. E ora, con l'esplosione del conflitto in Siria e con gli interventi in Libia, la situazione è destinata a peggiorare. Per capirci: Sigonella è già un vero e proprio "hub" impiegato dagli Stati Uniti per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d'armi come i droni.

Oltre alla questione Sigonella e alla guerra in Libia, in Sicilia è sempre aperta la partita del Muos di Niscemi. Cosa sta accadendo sul fronte "radar difensivo"?

Negli ultimi mesi, dopo i successi del movimento No Muos sia in ambito giudiziario che in sede amministrativa, è partita una controffensiva mediatica "pro Muos" a 360 gradi. Mi riferisco all'opposizione al Tar e ai tentativi di dissequestrare il Muos, ovviamente, ma anche alla pressione mediatica, enorme, messa in campo quotidianamente dai giornali locali. Si continua a sostenere la tesi che "sì, forse il Muos fa male, ma è più pericoloso il terrorismo internazionale", che "il Muos serve per difenderci", ma anche dal punto di vista militare questa è una chiara mistificazione. Ai mezzi Nato, agli Stati Uniti, serve una piattaforma per pianificare i raid: devono bombardare, distruggere le infrastrutture (anche) civili, e poi dar vita alle operazioni di terra. E' il classico schema d'attacco messo in campo in questi casi. Nello specifico, poi, parlare oggi di Muos è solo un modo per portare acqua al proprio mulino: il "radar" entrerebbe in funzione non prima di due, tre anni, quindi non è strategico per la situazione libica. Ma oggi la questione Libia e la paura dell'Isis vengono utilizzate per imporre il Muos anche in violazione delle leggi.

E lo Stato italiano come si sta comportando? Sta facendo gli interessi dei siciliani?

Lo Stato italiano sta curando sempre gli stessi interessi, quelli di due, tre grandi gruppi industriali a capitale pubblico che operano in Libia, in Egitto o in Iraq. E nello stesso modo, dicendo solo "signorsì", si comporta con gli Stati Uniti, Paese strategico dal punto di vista del complesso militare italiano. Un esempio per tutti è quello di Finmeccanica, uno dei primi otto complessi industriali militari che negli ultimi anni è diventato partner di aziende come la Locked Martin per gli F35. Un altro esempio è la diga di Mosul, i cui lavori di riparazione e manutenzione sono stati appaltati al gruppo Trevi di Cesena. Parliamo di almeno due miliardi di dollari. Lì il governo italiano ha inviato un folto contingente militare violando la costituzione e sovraesponendo i soldati italiani ad alti rischi per difendere degli interessi in primis economici: Mosul è a pochi chilometri dal fronte iracheno più caldo nella guerra col Califfato. Ora è scoppiata la vicenda libica in un Paese che ci vedeva in prima fila al tempo di Gheddafi e dove oggi siamo stati soppiantati da Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Il nostro "mettere a disposizione" Sigonella è solo un modo per provare a riprendere ciò che avevamo in mano ai tempi di Gheddafi. Un altro caso riguarda riguarda gli scali di Pantelleria e Catania-Fontanarossa, messi a disposizione lo scorso anno per i "voli-spia" al confine tra Tunisia e Algeria formalmente gestiti da una società privata "contrattata" dal Dipartimento della Difesa.

Dalle tue parole emerge un dato: l'Italia non è pronta alla guerra; l'Italia è già in guerra.

L'Italia è senza alcun dubbio già in guerra. L'Italia produce le bombe. L'Italia arma i Paesi in conflitto, compresa quella bandiera nera "in franchising" chiamata Isis. Ma ciò che è peggio, l'Italia non alza la voce con Paesi che torturano e uccidono cittadini italiani per non rompere rapporti economici strategici. 
Intervista a cura di Daniele Nalbone pubblicata in Today, il 29 febbraio 2016, http://www.today.it/mondo/sigonella-italia-guerra-libia-isis.html

venerdì 11 marzo 2016

Nuovi reparti Usa ad Aviano e la Regione Friuli Venezia Giulia ringrazia


“Dal prossimo mese di ottobre verrà stanziato ad Aviano uno squadrone dell’US Air Force destinato al controllo aereo”. A riferirlo il console degli Stati Uniti d’America per il nord Italia, Philip Thomas Reeker, durante l’incontro svoltosi a Trieste mercoledì 9 marzo con la presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, vicesegretaria nazionale del Pd. “Contrariamente alle indiscrezioni di chiusura o ridimensionamento, Aviano è strategica per la sua posizione geografica e per le strutture presenti”, ha spiegato il console Reeker. “Saranno circa 450 persone, contando le famiglie, che giungeranno nella base aerea e la loro presenza avrà anche un impatto positivo di tipo economico sul territorio”.

“L’aumento della presenza nella base di Aviano, confermata dal console generale, è senza dubbio una notizia molto positiva ed è un ulteriore tassello negli ottimi rapporti tra Stati Uniti e Friuli Venezia Giulia”, ha commentato Debora Serracchiani. “Con Reeker ci siamo confrontati su alcuni temi che riguardano la nostra regione ma in generale tutta l’Europa, come l’immigrazione, ma è stata soprattutto un’opportunità per continuare il ragionamento avviato nella visita istituzionale a New York e Washington dello scorso ottobre che ha visto protagonista in particolare il Sistema della Ricerca regionale. A giugno organizzeremo in Friuli Venezia Giulia un forum con gli enti americani e le aree di ricerca della nostra regione”.

Quelli che giungeranno ad Aviano il prossimo autunno saranno i componenti del 606th Air Control Squadron dell’aeronautica militare Usa (circa 300 unità più familiari al seguito), sino ad oggi ospitato nella base di Spangdahlem, Germania. Il loro trasferimento in Italia era stato annunciato lo scorso anno dal Pentagono nell’ambito del cosiddetto piano European Infrastructure Consolidation (EIC), finalizzato al “consolidamento delle strutture militari statunitensi in Europa” attraverso la concentrazione di uomini e mezzi in grandi poli militari e la chiusura di piccole e costose installazioni sparse nel continente. Il 606th Air Control Squadron è un’unità di comando mobile con apparecchiature di telecomunicazione high-tech. Gli avieri possono operare in tempi brevissimi dal loro trasferimento nei teatri di guerra per “fornire il loro supporto ovunque sia necessario e trasmettere utilizzando comunicazioni radio o chat via internet”. In occasione di un dislocamento in Iraq nel 2005, la sezione armi del 606th Air Control Squadron ha coordinato più di 2.500 missioni di combattimento. Nel 2013 l’US Air Force aveva disattivato proprio ad Aviano un’unità gemella (il 603rd Air Control Squadron).

Sempre lo scorso anno il Pentagono ha deciso di trasferire nella base aerea friulana pure due squadroni di pronto intervento di pararescuemen (paracadutisti-cercatori d’uomini), il 56th e il 57th Rescue Squadron dell’US Air Force di stanza nella base britannica di Lakenheath. “Questi due squadroni sono specializzati nella conduzione di missioni di ricerca in teatri di combattimento e recupero del personale civile e militare e il loro trasferimento in Italia consentirà migliori opportunità addestrative, avvicinandoli agli hot spot regionali”, ha spiegato il comandante del 56th Rescue Squadron, col. Bernard Smith. “Da un punto di vista geostrategico, questo spostamento ci consentirà di essere ancora più agili e di rispondere più velocemente in supporto alle richieste di soccorso del personale Usa in Europa, Africa e nell’Asia sud-occidentale”.

“I nostri pararescuemen hanno la necessità di addestrarsi in condizioni e climi differenti e Aviano si trova nel luogo migliore perché assicura un facile accesso alle Alpi, al Mare Adriatico e a diversi poligoni terrestri italiani”, ha aggiunto il col. José Cabrera, comandante del 57th Rescue Squadron. Ricostituito solo nel febbraio 2015, questo squadrone è composto da una settantina di avieri ultra-specializzati denominati Guardian Angels, abilitati ad azioni di pronto intervento in mezzo al campo di battaglia, al lancio con il paracadute e all’attività subacquea e con una preparazione specifica anche in campo infermieristico-sanitario. Il rischieramento ad Aviano dei circa 350 avieri, 5 elicotteri HH-60 “Pave Hawk” (una variante più moderna e armata dei più noti UH-60A “Black Hawk”) e dei velivoli da trasporto Lockheed HC-130 “Hercules” nella disponibilità dei due squadroni sarà avviato a partire del 2017 e dovrebbe concludersi in un anno.

A preferire Aviano quale base di lancio dei due squadroni di paracadutisti-cercatori d’uomini ha certamente contribuito il sistema logistico-infrastrutturale creato in questi ultimi anni per assicurare la più ampia mobilità dei reparti di pronto impiego e dei propri mezzi da combattimento. La base è infatti una delle principale facility in Europa per le operazioni dei grandi aerei da trasporto statunitensi e funge da vero e proprio trampolino di lancio per la 173rd Airborne Brigade, la brigata aviotrasportata dell’esercito Usa di stanza a Vicenza che opera prevalentemente negli scacchieri di guerra afgani e iracheni e più recentemente anche in Ucraina ed Est Europa. Per assistere i reparti d’assalto statunitensi, ad Aviano sono entrati in funzione in particolare un grande magazzino-hangar dove vengono tenuti i materiali necessari per le operazioni di aviolancio, un centro logistico in grado di ospitare sino ad un migliaio di paracadutisti in transito e una piattaforma per le soste tecnico-operative dei velivoli da trasporto, capace di accogliere simultaneamente sino a dodici Lockheed C-130 “Hercules” o cinque Boeing C-17 “Globemaster”.
Attualmente nella grande base di Aviano operano 4.200 militari e 300 dipendenti civili statunitensi. L’infrastruttura è sede del 31st Fighter Wing di US Air Force con due squadroni dotati di cacciabombardieri F-16 (il 510th e il 555th Fighter Squadron) in grado di operare regionalmente ed extra-area su richiesta della NATO e del Comando supremo alleato in Europa.
I due squadroni del 31st Fighter Wing sono abilitati al trasporto e al lancio di testate nucleari, armi che sono custodite all’interno della base aerea friulana. Sino al 2000 Aviano ospitava una settantina di ordigni in 18 caveau, ciascuno dei quali con una capienza massima di quattro testate. Nei mesi scorsi, le forze armate statunitensi hanno avviato il potenziamento dei sistemi di protezione dei bunker che custodiscono le testate che potrebbe portare ad una loro riduzione quantitativa (forse un massimo di 35 atomiche stoccate in 12 caveau). I lavori di ristrutturazione rientrano nell’ambizioso programma di ammodernamento nucleare varato dall’amministrazione Obama che prevede nel caso specifico di Aviano e di altre basi aeree Usa in Europa la sostituzione delle vecchie testate B61 con le nuove bombe all’idrogeno B 61-12. Queste saranno disponibili in quattro versioni (da 0.3, 1.5, 10 e 50 kilotoni), tutte a guida di precisione, che potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo, con una potenza distruttiva nettamente superiore alle vecchie testate. Per il programma di aggiornamento di circa 400-500 ordigni B61-12, Washington ha previsto una spesa di 12 miliardi di dollari. Essi saranno messi a disposizione dei bombardieri strategici B-2 e dei cacciabombardieri F-16 e Tornado PA-200 e, a partire del 2020, anche dei caccia di quinta generazione F-35 acquistati dai paesi NATO.