I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

domenica 28 febbraio 2016

From Italy to Lybia? Il caso dei droni armati a Sigonella


Qualche giorno fa, il Wall Street Journal ha rivelato come da circa un mese governo italiano abbia autorizzato il decollo di droni armati statunitensi dalla base di Sigonella, in Sicilia, per permettere operazioni militari in Nord Africa. Fino al mese scorso infatti, questi droni sembravano utilizzati solo per sorveglianza aerea. I commenti di queste ore parlano del conseguente intervento in Libia auspicato dagli Usa e dissimulato dal Governo italiano: una decisione che non è un preludio di un intervento militare, secondo il ministro Gentiloni. Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo, giornalista ed esperto di geopolitica militare.

Questa notizia è strettamente legata alla questione libica?

Ci troviamo di fronte ad un’escalation inarrestabile: questo tentativo di intervento in Libia, prima con i bombardamenti, poi con un intervento via terra è programmato da oltre un anno ed è all'ordine del giorno in ambito Nato e nella Conferenza dei paesi arabi. A meno che non ci sia da parte delle Nazioni Unite un tentativo diverso, penso che si andrà molto probabilmente verso un secondo conflitto in Libia. In questo quadro geostrategico la Sicilia e la base di Sigonella, che ormai è una capitale mondiale degli aerei senza pilota, assumerà un ruolo determinante. Però non è una notizia nuova: già nella 2011, nella prima grande guerra scatenata contro la Libia di Gheddafi, da Sigonella partirono non soltanto i droni di intelligence Global Hawke che operano in questa base da una decina di anni, ma soprattutto i droni killer Predator e Reaper. Nel 2013 fu presentato un rapporto al Parlamento da alcuni studi di ricerca che evidenziarono come un accordo bilaterale tra Italia e Stati Uniti per dislocare aerei killer stabilmente nella base di Sigonella era stato firmato nella primavera del 2013, quindi già da 3 anni questi sistemi operano dalla Sicilia e sappiamo di interventi sia in Nord Africa sia in Niger, in Mali o in Somalia.

Gentiloni ha detto che non sarà il preludio ad un intervento in Libia. Che ne pensa?

Stiamo parlando di droni killer, dunque con una funzione strategica di first strike: servono ad annientare gli obiettivi militari (ma spesso colpiscono anche quelli civili) impedendo qualsiasi tipo di risposta. Nelle logiche di guerra, a partire dalla prima guerra del Golfo (ma anche nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq o in Libia) prima di un intervento di terra e di un’eventuale occupazione da parte delle forze armate, c’è bisogno di un intervento massiccio di bombardamenti che distruggano le infrastrutture. Tentare di edulcorare la pillola come sta facendo il Governo italiano mi sembra una mistificazione. Un commento sulla questione del “di volta in volta” di Renzi: 30 anni fa, con la vicenda di Sigonella sul fatto dell’uso della parte americana della base per operazioni di pirateria internazionale che scatenò un momento di grande conflitto tra l’Italia e gli Usa, si pose il problema. Quando una forza armata straniera utilizza le infrastrutture italiane a uso proprio non ci sono strumenti diplomatici né tecnici per impedire un uso che sia contrario alle visioni politiche e agli interessi geostrategici del nostro paese. Tornando alla questione costituzionale, il problema dovrebbe portare a una discussione sulla presenza di basi straniere nel nostro paese, che non possono essere giustificate con il trattato Nato, che era un trattato di mutua sicurezza.

Come tocca l’articolo 11 della Costituzione?

I costituzionalisti pongono il problema sulle questioni relative alla difesa, soprattutto quando si concede l'uso del territorio a una potenza straniera per operazioni portate avanti unilateralmente, quindi fuori da accordi bilaterali o multilaterali come la Nato. Vorrei ricordare che la base di Sigonella, come Camp Derby vicino Livorno o la base stessa di Vicenza sono classificate basi Usa, date in concessione alle forze armate statunitensi fuori da una possibilità di valutazione geopolitica in ambito Nato. Ciò avrebbe richiesto per lo meno un passaggio parlamentare: alcuni costituzionalisti hanno posto il problema sia per strumenti di comunicazione, come il Muos, sia per esempio per la presenza di testate nucleari nella base di Aviano e di Ghedi che sicuramente violano il dettato costituzionale e la firma italiana all'accordo internazionale di non proliferazione nucleare.

Come pongono l’Italia nel quadro del terrorismo globale queste decisioni?

Non dobbiamo dimenticare che l’Italia negli anni ‘70 e ‘80 ebbe un ruolo determinante come ponte di dialogo tra l’Occidente e il mondo arabo: questo ha consentito per moltissimi anni di tenere fuori l’Italia da veri e propri attentati terroristici quando organizzazioni radicali del mondo arabo erano invece presenti in altre parti d’Europa e agivano profondamente colpendo la sicurezza e l’ordine pubblico. Questa situazione è cambiata, l’Italia ha fatto una scelta di campo, a mio parere disastrosa, fornendo la piattaforma per operazioni militari di altri, perdendo un ruolo che sarebbe stato importante per l’Ue per tentare il dialogo e proporsi come ponte di confronto e pace, determinando un'inversione di tendenza che va verso la guerra totale e globale che si sta preparando sotto i nostri occhi. Un’occasione persa che sovraespone milioni di persone, soprattutto quei cittadini che vivono accanto alle basi strategiche. Purtroppo chi di spada ferisce, non può che aspettare di perire di spada”.

 
Intervista a cura di Matteo De Fazio, pubblicata in Riforma.it, quotidiano on-line delle Chiese Evangeliche Battiste, Metodiste e Valdesi, il 24 febbraio 2016, http://riforma.it/it/articolo/2016/02/24/italy-lybia-il-caso-dei-droni-armati-sigonella

sabato 27 febbraio 2016

Con i droni USA di Sigonella l’Italia vola in guerra


Zitto zitto il governo italiano concede la base di Sigonella per far decollare droni armati americani verso la Libia.

I negoziati sui droni killer fra l'Italia e gli Stati Uniti durano da mesi, ma il governo Renzi non ha ritenuto opportuno mettere al corrente il Parlamento e i cittadini italiani di quanto stava accadendo. Grazie, Wall Strett Journal, per aver informato gli italiani.

Sigonella, l’aeroporto di Pantelleria, il Muos di Niscemi, la Sicilia intera è un laboratorio di guerra e sembra oramai appartenere totalmente agli americani. I droni armati di cui si parla tanto oggi, in realtà, erano dislocati a Sigonella già da anni. Ebbene, il governo italiano, anticipato in modo imbarazzante dal WSJ, è costretto ora a parlarne, ma resta poco chiaro.

L’Italia di fatto è coinvolta in azioni di guerra, altro che “missioni difensive”. Nel silenzio più allarmante dei politici intanto i droni decollano. Per fare il punto della situazione, Sputnik Italia ha raggiunto Antonio Mazzeo, giornalista da tempo impegnato nei temi della pace e della militarizzazione.

— I droni armati americani dislocati a Sigonella potranno volare sulla Libia per effettuare, come dice il governo italiano, “missioni difensive”. Secondo lei si tratterà veramente di sole missioni difensive e come si potranno distinguere da quelle offensive?

— Chi conosce le strategie di guerra, sa che ormai non esistono più frontiere tra il difensivo e l'offensivo. Le nuove tecnologie puntano a essere armi di distruzione di massa e soprattutto armi da first strike, cioè armi da “primo colpo”. Significa di annientare prima che gli avversari possano effettuare qualsiasi tipo di risposta. Anche i droni non armati, come i Global Hawk presenti a Sigonella da 9 anni non hanno assolutamente una funzione difensiva, hanno il compito di monitorare e individuare obiettivi, poi segnalarli ai cacciabombardieri con sistemi missilistici ed eventualmente trasmettere anche gli ordini di attacco. Anche i sistemi che non imbarcano missili, sono armi d'attacco, di distruzione a primo colpo.

In realtà non è una notizia quella di cui parlano questi giorni i media, perché i droni armati operano a Sigonella ininterrottamente dalla primavera del 2011, da quando è stato consentito agli americani di trasferire alcune batterie che partivano direttamente per incursioni in Libia.

— Quindi i droni armati americani partivano già da Sigonella verso la Libia?

— Operavano già da tempo, è confermato dagli Stati Uniti d’America nella primavera del 2011. Hanno già pubblicato anni orsono un dossier che è stato prodotto per il parlamento italiano dal Centro Studi Strategici italiani, che faceva espresso riferimento, cosa mai smentita, ad un accordo bilaterale sottoscritto nell'inverno del 2013 tra l’Italia e gli Stati Uniti. L’accordo consentiva il dislocamento a Sigonella fino a 6 Predator, cioè i droni killer di cui si parla oggi per operare sullo scacchiere africano, non soltanto nel conflitto libico, parliamo anche dell'Africa Sub sahariana, il Niger, il Mali, il Corno d’Africa, dove da anni vengono effettuati veri e propri bombardamenti con i droni. Quindi purtroppo non si tratta di una novità. Oramai Sigonella è un vero e proprio trampolino per operazioni di attacco, distruzione e ovviamente di morte.

— Queste informazioni arrivano agli italiani d'oltreoceano, come dal Wall Street Journal. I negoziati tra Italia e Stati Uniti sui droni armati in realtà duravano da mesi. Perché il governo italiano non ne ha parlato, non c'è stato un dibattito?

— Non è neanche questa una novità. In tutta la storia del processo di militarizzazione e delle strutture militari concesse agli americani, le informazioni venivano dall'estero. Ho pubblicato centinaia di articoli, sempre ed esclusivamente le mie fonti sono state le informazioni ufficiali del governo statunitense, del Pentagono. Non c’è mai stata una comunicazione in parlamento.

I cittadini italiani sono stati privati del loro diritto di informazione, perché non sanno che cosa succede sul territorio italiano. La cosa più grave a mio avviso e che rappresenta di fatto una violazione profonda della Costituzione italiana è che l'informazione riguardante l'uso di basi militari in Italia date in concessione agli americani di fatto è un argomento su cui anche in Parlamento c’è il silenzio assoluto.

— La Sicilia con le sue numerosissime basi strategiche americane di fatto appartiene agli Stati Uniti e pare di capire che la politica italiana stessa sia esclusa da ogni tipo di informazione e decisione, no?

— La Sicilia ha avuto un'escalation del processo di militarizzazione già dagli anni '70, è la regione che ha ospitato 112 testate nucleari, dei missili Cruise nella guerra fredda nucleare che si giocò negli anni '70 e '80 tra gli Stati Uniti, la NATO e l’ex Unione Sovietica. La Sicilia non ha soltanto Sigonella, abbiamo anche la vicenda del Muos di Niscemi, che venne rivelata anche questa volta da giornalisti che utilizzarono fonti statunitensi. Parliamo di una vicenda negata anche dallo stesso governo italiano. Purtroppo in Sicilia ci sono ad esempio anche enormi sistemi di comunicazione e intercettazione radar nell’isola di Lampedusa.

Grazie a fonti tunisine, poi il governo italiano ha dovuto ammetterlo, abbiamo scoperto l’uso dell'aeroporto di Pantelleria per operazioni di voli spia e contractor con il compito di individuare possibili obiettivi tra la Tunisia e la Libia. Tutto nell'assoluto silenzio del governo e in assenza di qualsiasi tipo di intervento parlamentare.

— Con una presenza militare americana così massiccia si va ad intaccare anche l’indipendenza dell’Italia? Pare un sintomo abbastanza grave.

— È un sintomo molto grave denunciato da tempo da costituzionalisti anche nelle sedi accademiche, perché presenta un'enorme violazione non soltanto dell'articolo 11, uno degli articoli fondamentali della Costituzione italiana, dove si parla di rifiuto e di ripudio della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. Vorrei ricordare gli articoli 80 e 87 in cui i trattati internazionali, la messa a disposizione del territorio italiano a unità militari straniere dovrebbe sempre essere sottoposta a un voto parlamentare e ratificati dal presidente della Repubblica.

Nella base di Aviano sono addirittura dislocate testate nucleari statunitensi, come nella base di Ghedi è ciò rappresenta una violazione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare sottoscritto dal nostro Paese..

— Le missioni con i droni armati verso la Libia di cui si parla oggi, secondo lei sono il preludio di una guerra con la partecipazione dell’Italia?

— Credo basti vedere cos’è successo dalla prima guerra del Golfo ad oggi. Tutte le guerre sul campo con la presenza massiccia di forze statunitensi sono sempre state preparate attraverso una serie di bombardamenti. Le guerre moderne prevedono una prima fase della distruzione di obiettivi sia di tipo militare sia di infrastrutture strategiche come i ponti e le ferrovie. Il momento in cui metti in ginocchio il sistema economico militare a quel punto partono le operazioni di terra. È successo nella prima guerra del Golfo, in Iraq, è successo con caduta di Saddam Hussein, poi in Afghanistan, nei Balcani e in Libia nel 2011. L'intensificarsi dei bombardamenti precede il prossimo passo, tra l’altro richiesto dall'amministrazione Obama, ovvero sia della presenza sul campo di forze terrestri. Stupidamente l’Italia si propone come il Paese che dovrebbe guidare quest’eventuale coalizione. Su questo Renzi non nasconde la sua volontà di proiettare l’Italia molto più direttamente in questo conflitto libico.

 
Intervista a cura di Tatiana Santi, pubblicata in Sputnik Italia, il 25 febbraio 2016, http://it.sputniknews.com/opinioni/20160225/2166309/italia-usa-droni-sigonella-guerra.html#ixzz41CoVDM4K 

venerdì 26 febbraio 2016

Lo scenario libico e le trasformazioni della guerra globale

Pubblichiamo un'intervista ad Antonio Mazzeo - militante ecopacifista ed antimilitarista - in seguito alla decisone del governo italiano di mettere a disposizione delle forze armate Usa la base militare di Sigonella per l'utilizzo di droni da dispiegare nelle operazioni in Libia. L'esecutivo afferma che si tratta di un utilizzo a scopo difensivo, quindi i droni non avrebbero funzioni di attacco. Il ministro Gentiloni esclude che si tratti di un "preludio a un intervento militare" italiano in Libia.

Nei prossimi giorni partirà un’operazione congiunta Italia-Usa per far decollare dalla base aerea di Sigonella 11 hellfire armati con l’obiettivo di colpire la Libia. Sono ancora in corso trattative tra i due Paesi per definire le regole d’ingaggio dell’operazione, ma è palese che Sigonella torna ad essere protagonista nella scena internazionale per quanto riguarda gli assetti politico-militari. Come si configura questa operazione e quali sono gli intenti?
Trovo una mistificazione la questione delle regole d’ingaggio. Innanzitutto perché i droni di cui stiamo parlando non sono nuovi a Sigonella, in quanto già utilizzati durante i bombardamenti della Libia avvenuti nella primavera del 2011 e successivamente, nel 2013, per compiere una serie di operazioni in buona parte del continente africano. In secondo luogo perché si tratta di armi da first strike, che imbarcano missili aria-terra e sono utilizzati per colpire prima possibile gli obiettivi, cercando di annientare completamente le difese avversarie. Si tratta di armi d’attacco e quindi non si capisce il senso di definire le regole d’ingaggio, se non per edulcorare il dibatto, a livello parlamentare e mediatico, rispetto all’utilizzo di armi di distruzione. Inoltre, l'utilizzo dei droni per colpire la Libia fa parte di un accordo già operativo, rispetto alle modalità di intervento in quell’area: ormai è noto a tutti quanto siano stati più volte utilizzati in questi ultimi anni, dall’esercito statunitense e non solo, in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Mali ed in altre zone di guerra proprio in funzione di attacco.

La Libia torna ad essere nuovamente un teatro di guerra internazionale, come lo è stata nel 2011 e negli anni ’80 del secolo scorso. Ci troviamo adesso in una situazione completamente diversa, in un territorio conteso ed atomizzato dai conflitti interni, ma soprattutto dalle forti ingerenze esterne, sia da parte del Daesh sia da parte delle “potenze” internazionali.  Che scenari si aprono, dal punto di vista geopolitico, per la Libia e per tutta l’area Euro-Mediterranea, soprattutto nel momento in cui è evidente il fallimento dell’azione diplomatica dell’Onu, palesatosi nell’ulteriore rinvio, da parte del Parlamento di Tobruk, del voto sul governo di unità nazionale?
Il tentativo di formare un governo unico, tra i due governi di Tripoli e Tobruk, è sicuramente fallito e con esso fallisce miseramente tutta l’operazione politico-militare del 2011. Un conflitto scatenatosi anche su pressione di gruppi industriali e petroliferi francesi che miravano a strappare all’Italia il controllo di alcune zone della Libia. Per comprendere meglio la situazione libica non bisogna dimenticare come si sono nate e si sono rafforzate in questi anni le formazioni legate allo Stato Islamico. Chi oggi sta utilizzando, attraverso una sorta di franchising del terrore, la bandiera nera del Califfato sono gli stessi gruppi, fazioni ed armate militari che dopo il 2011 erano al servizio delle grandi corporation del petrolio proprio con la funzione di sorvegliare e proteggere gli impianti. Il processo di espansione dell’Isis in Libia è quindi del tutto simile a quello messo in atto in Siria ed Iraq.
Rimanendo nel quadro Euro-mediterraneo l’Italia quando, prima del 2011, poteva realmente giocare un ruolo di ponte tra il continente africano e l’Europa, in virtù dei rapporti consolidati che esistevano tra il regime di Gheddafi e l’establishment politico, militare ed economico del nostro Paese in Libia. Oggi si assiste ad uno scimmiottamento da parte del governo Renzi di questi rapporti, nel tentativo di riguadagnare un ruolo strategico. A questo si deve la messa a disposizione di Sigonella per tutte le operazioni militari aeree, ma anche il proporsi a guida di una coalizione internazionale che ha messo in agenda anche operazioni di terra. Si tratta, quest’ultima, di una scelta suicida, che rischia ulteriormente di peggiorare la situazione in Libia e sovraespone un Paese come l’Italia, che già di fatto ha perso un ruolo egemonico in quell’area e potrebbe solamente subire gli effetti devastanti di un’ulteriore guerra.
Dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi stiamo assistendo ad una nuova escalation della guerra globale. Una guerra che si è completamente trasformata, sul piano politico, finanziario e geo-militare, rispetto a quella che abbiamo conosciuto nella fase dell’egemonia statunitense post Guerra Fredda. In che termini possiamo parlare di una nuova fase della guerra globale e quali sono le sue caratteristiche?
La guerra globale ed asimmetrica sta diventando sempre più una guerra totale. L’esempio più lampante è quello delle migrazioni, che aumentano proporzionalmente all’intensificarsi del tenore dei conflitti e rappresentano l’effetto più diretto delle guerre compiute, soprattutto nel continente africano, per assolvere ad interessi geo-strategici e per il controllo delle risorse. Non è un caso che l’operazione militare in Libia sia stata preceduta dalla creazione di un blocco navale, sotto il controllo dell’Unione Europea, che ha come obiettivo congiunto la guerra alle migrazioni e la preparazione dell’escalation bellica.
E’ chiaro inoltre che la guerra cambia il suo modo di essere e di agire anche in virtù delle trasformazioni tecnologiche. La guerra contemporanea è una guerra automatizzata e la conduzione delle guerre vede sempre più crescere l’importanza delle macchine-robot, dei droni e di una serie di altri strumenti bellici che agiscono sia sul piano stategico-militare sia nella gestione sul campo dei conflitti. Nei prossimi anni questa “delega” alle macchine diventerà ancora più pregnante. Dall’altro lato abbiamo l’affermazione di una NATO completamente diversa da quella che abbiamo conosciuto nell’immediato dopoguerra. Una NATO che ha 28 Paesi aderenti, ma una serie di alleati, nel mondo arabo, nel sud-est asiatico ed in Oceania, che ne amplificano la capacità politica e militare. E’ proprio grazie a questa “NATO sostanziale”, che va ben oltre quella “formale”, che l’Alleanza Atlantica ha assunto sempre più caratteristiche di “pronto intervento” in questi ultimi anni, che le consentono di intervenire in qualsiasi parte del mondo, con strutture ed appoggi logistici sempre più potenti. Tutto questo accentua di gran lunga i rischi reali di conflitto, che vengono ancora di più amplificati dal ritorno del nucleare nelle strategie militari.

Intervista a cura di Global Project, pubblicata il 25 febbraio 2016 in
http://www.globalproject.info/it/in_movimento/lo-scenario-libico-e-le-trasformazioni-della-guerra-globale/19901

giovedì 25 febbraio 2016

Ma quale “difesa”, i droni a Sigonella sono da attacco


Libia. MQ-1 Predator e MQ-9 Reaper sono armi letali da first strike

Droni killer a Sigonella per bombardare le postazioni Isis in Nord Africa. La notizia, ancora una volta, arriva dall’altra parte dell’oceano. The Wall Street Journal, citando una fonte ufficiale delle forze armate Usa, ha rivelato che da circa un mese il governo italiano ha autorizzato il decollo di droni armati statunitensi dalla stazione aereonavale di Sigonella in Sicilia per effettuare “operazioni militari contro lo Stato islamico in Libia e attraverso il Nord Africa”. Sempre secondo il quotidiano, il via libera da parte del governo Renzi sarebbe giunto “dopo più di un anno di negoziati” e con una alcune limitazioni alle regole d’ingaggio. “Il permesso sarà dato dal governo italiano ogni volta caso per caso e i droni potranno decollare da Sigonella per proteggere il personale militare in pericolo durante le operazioni anti-Isis in Libia e in altre parti del Nord Africa”, scrive il WSJ. L’amministrazione Obama avrebbe tuttavia richiesto l’autorizzazione a operare dalla Sicilia anche per missioni offensive, dato “che sino al mese scorso i droni Usa schierati a Sigonella erano solo per scopi di sorveglianza”.

Le autorità italiane hanno confermato le rivelazioni Usa ma la versione soft-difensiva sui velivoli senza pilota è assai poco credibile; inoltre è tutt’altro che vero che i droni-killer operino da Sigonella solo da un mese a questa parte. I sistemi di volo automatizzati in mano alle forze armate Usa sono i famigerati MQ-1 Predator e MQ-9 Reaper, armi letali da first strike, in grado d’individuare, inseguire ed eliminare gli obiettivi “nemici” grazie ai due missili aria-terra a guida laser AGM-114 “Helfire”. Questi droni sono stati impiegati negli ultimi dieci anni per più di 500 attacchi in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria, Yemen e Libia con oltre 4.200 vittime. L’ultimo strike con i droni-killler è stato effettuato la settimana scorsa contro un presunto “campo d’addestramento” delle milizie filo-Isis a Sabratha, in Tripolitania, vicino al confine con la Tunisia. Secondo Washington, il raid avrebbe causato la morte di una trentina di jihadisti tra cui il tunisino Noureddine Chouchane, ritenuto uno dei responsabili degli attentati effettuati lo scorso anno al Museo del Bardo e sulla spiaggia di Sousse. Il campo di Sabratha (ad una ventina di chilometri dal terminal gas di Melitha gestito dall’ENI) è stato colpito da missili aria-terra lanciati da alcuni bombardieri Usa decollati dalla Gran Bretagna e da Predator o Reaper presumibilmente di stanza proprio da Sigonella, come riferito da alcuni organi di stampa internazionali.

I Predator Usa erano stati impiegati da Sigonella per le operazioni di guerra in Libia nella primavera-estate 2011. Un rapporto dell’International Institute for Strategic Studies di Londra sulle unità alleate impegnate nell’operazione “Unified Protector”, aveva documentato come a partire della metà dell’aprile 2011 due squadroni dell’US Air Force con droni-killer erano stati trasferiti nella base siciliana. I primi raid furono effettuati il 23 aprile contro una batteria di missili libici nei pressi del porto di Misurata; un secondo raid fu sferrato invece a Tripoli il giorno seguente contro un sistema anti-aereo “SA-8”. Da allora l’uso della base di Sigonella come piattaforma di lancio dei droni Usa non ha conosciuto interruzioni e le operazioni sono state estese a tutta l’Africa sub-sahariana, alla Somalia, allo Yemen e più recentemente anche alla Siria.

Nel maggio 2013, l’Osservatorio di Politica Internazionale, un progetto di collaborazione tra il CeSI (Centro Studi Internazionali), il Senato della Repubblica, la Camera dei Deputati e il Ministero degli Affari Esteri, pubblicò uno studio sui velivoli senza pilota statunitensi a Sigonella in cui si documentò la presenza di “non meno di sei Predator Usa da ricognizione e attacco”. “I droni temporaneamente basati a Sigonella hanno fondamentalmente lo scopo di permettere alle autorità americane il dispiegamento di questi determinati dispositivi qualora si presentassero delle situazioni di crisi nell’area nordafricana e del Sahel”, scriveva l’Osservatorio. “Ai tumulti della Primavera Araba che hanno portato alla caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia ha fatto seguito un deterioramento della situazione di sicurezza culminato nel sanguinoso attacco al consolato di Bengasi e nella recente crisi in Mali, dove la Francia ha lanciato l’Operazione Serval. In considerazione di tale situazione, la Difesa Italiana ha concesso un’autorizzazione temporanea allo schieramento di ulteriori assetti americani a Sigonella”.

Anche allora si tentò comunque di edulcorare la pillola dei droni-killer con il Parlamento e l’opinione pubblica. “Concedendo le autorizzazioni, le autorità italiane hanno fissato precisi limiti e vincoli alle missioni di queste specifiche piattaforme”, aggiungeva il rapporto. “Ogni operazione che abbia origine dal territorio italiano dovrà essere condotta come stabilito dagli accordi bilaterali in vigore e nei termini approvati nelle comunicazioni 135/11/4^ Sez. del 15 settembre 2012 e 135/10063 del 17 gennaio 2013”. Nello specifico, si potevano autorizzare solo le sortite di volo volte all’“evacuazione di personale civile, e più in generale non combattente, da zone di guerra e operazioni di recupero di ostaggi” e quelle di “supporto” al governo del Mali “secondo quanto previsto nella Risoluzione n. 2085 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Le forze armate Usa sarebbero state tenute ad informare le autorità italiane prima dell’effettuazione di qualsiasi attività. Mistero fitto però sul modo in cui si potrà mai impedire a Washington di utilizzare Sigonella per operazioni contrarie alla Costituzione o agli interessi strategici nazionali.
Articolo pubblicato su Il Manifesto del 23 febbraio 2016.

giovedì 18 febbraio 2016

Iperdroni, Killer Robot e Super-Umani per le guerre globali del XXI secolo


“Il campo di battaglia del futuro sarà popolato da un numero inferiore di esseri umani. Quelli sul campo di battaglia, però, avranno capacità fisiche e mentali superiori: avranno una migliore percezione dell’ambiente e saranno più forti, intelligenti e potenti. Combatteranno fianco a fianco ai Killer Cacciatori Automatizzati di vario genere”. Così scrivono il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e l’US Army Research Lab, il laboratorio di ricerca scientifica dell’esercito Usa, nel report Visualizing the Tactical Ground Battlefield in the Year 2050 (pubblicato il 25 luglio 2015) che prefigura le modalità di conduzione della guerra terrestre entro la metà del XXI secolo. Battaglie che saranno combattute da robot assassini e Super-Umani, “macchine da guerra spaventose ed inarrestabili, corazzate e dotate di armi laser…”. Mostruosi non esseri viventi (o quasi) capaci però di distruggere ogni essere vivente, armati di leeches (letteralmente sanguisughe), “velivoli senza pilota che saranno lanciati dall’operatore verso una fonte di energia…”.

La iperdronizzazione delle guerre future è perseguita anche dalla Marina e dall’Aeronautica militare: quest’ultima, in particolare, ha predisposto da anni un cronogramma che fissa il 2048 come l’anno in cui i conflitti saranno automatizzati al 100% e gli ordini di attacco giungeranno da un network di computer e sistemi di intelligenza artificiale, satelliti, terminali di telecomunicazione, velivoli senza pilota e armi nucleari, assolutamente indipendente dal controllo umano. Entro i prossimi cinque anni, l’US Air Force diverrà già la più grande forza da combattimento UAV (unmanned aerial vehicle) del pianeta. Oltre tre miliardi di dollari d’investimenti per dotarsi di ben 17 squadroni di superdroni da dislocare prevalentemente nella basi aeree di Beale (California), Davis-Monthan (Arizona), Pearl Harbor (Honolulu) e Langley Newport (Virginia).

La progettazione e sperimentazione di micidiali sistemi di distruzione di massa e robot killer procede inarrestabile in tutto il mondo, mentre le dottrine strategiche si uniformano allo scopo di estromettere prima possibile i militari in carne ed ossa dalle catene decisionali in tempo di guerra. Le armi letali del tutto automatizzate sono definite in termine tecnico-militare “LAR” (Lethal Autonomous Robotics). “Se utilizzati, i LAR possono avere conseguenze di enorme portata sui valori della società, soprattutto quelli riguardanti la protezione della vita, e sulla stabilità e la sicurezza internazionale”, ha denunciato il Consiglio per i Diritti Umani dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in un rapporto speciale pubblicato il 9 aprile 2013. “Essi non possono essere programmati per rispettare le leggi umanitarie internazionali e gli standard di protezione della vita previsti dalle norme sui diritti umani. La loro installazione non comporta solo il potenziamento dei tipi di armi usate, ma anche un cambio nell’identità di quelli che li usano. Con i LAR, la distinzione tra armi e combattenti rischia di divenire indistinto”, aggiunge il report Onu. “Raccomandiamo agli Stati membri di stabilire una moratoria nazionale sulla sperimentazione, produzione, assemblaggio, trasferimento, acquisizione, installazione e uso dei Lethal Autonomous Robotics, perlomeno sino a quando non venga concordato a livello internazionale un quadro di riferimento giuridico sul loro futuro”. Ovviamente l’appello non è stato accolto da nessun paese. 

I droni-killer protagonisti delle sanguinose incursioni Usa nei principali scacchieri di guerra internazionali sono i “Predator”. Nonostante siano dotati di sofisticatissime tecnologie di telerilevamento, essi non sono in grado di distinguere i “combattenti” nemici dalla popolazione inerme. Dall’autunno del 2012 alcuni di questi droni dell’US Air Force vengono ospitato nella stazione aeronavale siciliana di Sigonella, sulla base di un’autorizzazione top secret del Ministero della difesa italiano. Anche l’Aeronautica militare italiana, prima in tutta Europa, ha acquistato i “Predator” statunitensi; l’1 marzo 2002, nella base aerea di Amendola (Foggia), è stato costituito il 28° Gruppo Ami per condurre le operazioni aeree con i velivoli teleguidati. Il battesimo di fuoco dei droni italiani è avvenuto in Iraq nel gennaio 2005, nell’ambito della missione “Antica Babilonia”. Nel maggio 2007 i Predator sono stati trasferiti pure nella base di Herat, sede del Comando regionale interforze per le operazioni in Afghanistan. Nel corso delle operazioni belliche contro la Libia di Gheddafi della primavera-estate 2011, i velivoli a pilotaggio remoto dell’Aeronautica italiana hanno avuto un ruolo chiave nelle operazioni d’intelligence della coalizione internazionale a guida Usa. Negli ultimi due anni due velivoli-spia sono stati schierati a Gibuti, Corno d’Africa, nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”, mentre nello scalo aereo di Kuwait City sono stati rischierati due droni appositamente riconfigurati per operare con la coalizione internazionale anti-Isis in Iraq e Siria. Sino ad oggi ai “Predator” sono state assegnate solo missioni d’intelligence e riconoscimento; lo scorso anno, però, l’Italia ha ottenuto dal Congresso degli Stati Uniti l’autorizzazione ad armare i propri droni con 156 missili AGM-114R2 Hellfire II prodotti da Lockheed Martin, 20 GBU-12 (bombe a guida laser), 30 GBU-38 JDAM ed altri sistemi d’arma. L’Italia sarà così uno dei primi paesi Nato a disporre di spietati droni-killer e il primo teatro operativo potrebbe già essere nei prossimi mesi quello libico.

Nel campo dei velivoli senza pilota, l’Italia si è conquistata una leadership in ambito internazionale. Nei piani delle forze armate Usa e Nato, la base di Sigonella è destinata a fare da vera e propria capitale mondiale dei droni, cioè in centro d’eccellenza per il comando, il controllo, la manutenzione delle flotte di UAV chiamati a condurre i futuri conflitti globali. Oltre ai “Predator”, dall’ottobre 2010 Sigonella ospita pure tre-quattro aeromobili teleguidati da osservazione e sorveglianza RQ-4B “Global Hawk” dell’US Air Force. Alla iperdronizzazione delle guerre si preparano pure i paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Entro la fine del 2016 sarà pienamente operativo il programma denominato Alliance Ground Surveillance (AGS) che punta a potenziare le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento della Nato nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il sistema AGS verterà su una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto “Global Hawk” versione Block 40, che saranno installati anch’essi a Sigonella. Nella stazione siciliana, dove nei prossimi mesi giungeranno 800 militari dei paesi Nato, funzionerà il centro di coordinamento e controllo dell’AGS in cooperazione con i “Global Hawk” Usa. Sigonella è stata prescelta infine come base operativa avanzata del sistema aereo senza pilota (UAS) MQ-4C Triton, anch’esso basato sulla piattaforma del “Global Hawk” acquistati dalla Marina militare Usa.

Le società Piaggio Aereo Industries e Selex Es (Finmeccanica) utilizzano dal novembre 2013 la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani Birgi per i test di volo del dimostratore P.1HH DEMO, il nuovo aereo a pilotaggio remoto “HammerHead” (Squalo Martello) che sarà consegnato all’Italia nei primi mesi del 2016. In Sardegna, l’aeroporto di Decimomannu e il grande poligono militare di Perdasdefogu (Ogliastra) sono stati utilizzati invece per sperimentare il prototipo di robot-killer volante nEUROn, l’aereo senza pilota da combattimento coprodotto da Italia, Francia, Svezia, Spagna, Svizzera e Grecia. Il nEUROn è il primo aereo europeo a pilotaggio remoto dotato di materiali con accentuate caratteristiche stealth che gli consentiranno di penetrare nello spazio aereo nemico senza essere individuato e operare a tutti gli effetti come una spietata macchina-killer per colpire e uccidere a distanza grazie agli ordigni di precisione per gli attacchi aria-suolo a guida laser da 250 kg. Al programma nEUROn partecipa in qualità di capofila con una quota del 50% il consorzio francese composto da Dassault Aviation, Thales e EADS-France; ci sono poi l’italiana Alenia Aermacchi (Finmeccanica), la svedese SAAB, la spagnola EADS-CASA, la greca EAB e la svizzera RUAG. La pazza corsa ai droni e ai robot killer è innanzitutto il più grande affare della storia del complesso militare-industriale e finanziario transnazionale.

Articolo pubblicato in “Speciale Guerra e Pace” di Dieci e Venticinque, n. 29, gennaio 2016, http://www.diecieventicinque.it/2016/02/08/guerra-e-pace-numero-29-gennaio-2016/   

sabato 13 febbraio 2016

I grandi affari dei progettisti del centro droni Usa a Sigonella


“Noi rafforzeremo le nostre capacità di comunicazione con i comandi di guerra grazie alla stazione di telecomunicazione satellitare che realizzeremo a Sigonella, uno dei progetti strategici più importanti dei prossimi anni dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti d’America”. Fu così che il 14 aprile 2011 il vicesegretario dell’US Air Force, Terry A. Yonkers, presentò in Commissione bilancio del Senato USA il progetto di costruzione nella grande base aeronavale siciliana dell’UAS SATCOM Relay Pads and Facility, il terzo centro di controllo delle telecomunicazione satellitari a livello mondiale dei droni statunitensi.

Il nuovo sito con tutte le attrezzature necessarie a supportare il sistema degli aerei senza pilota (Unmanned Aircraft System - UAS) sarà realizzato nei prossimi mesi a NAS 2 Sigonella (la stazione di US Navy), in un’area di 1.200 metri quadri circa di superficie, dopo la demolizione delle infrastrutture sino ad oggi ivi ospitate. Per la costruzione della nuova facility il bando di gara pubblicato dall’ufficio progetti del Dipartimento della Marina USA di Napoli prevede una spesa compresa tra i 10 e i 25 milioni di dollari a cui si aggiungeranno 1.225.000 dollari per l’acquisto delle apparecchiature destinate al Sistema di comando, controllo e telecomunicazione dei droni di guerra.

“L’UAS SATCOM Relay Pads and Facility di Sigonella consisterà in attrezzature ed equipaggiamenti altamente sofisticati per le attività operative, amministrative e di manutenzione, così come di dodici ripetitori per le telecomunicazioni satellitari con i velivoli senza pilota, macchinari e generatori di potenza, un edificio centrale di comando e controllo, strade di accesso, infrastrutture di supporto e condutture sotterranee in connessione con la facility militare di Ramstein, Germania”, riporta la scheda progettuale predisposta dalla società di architettura, ingegneria e design RLF and Transystems con sede a Winter Park, Orlando, Florida. La nuova stazione di Sigonella opererà infatti da base “gemella” dell’impianto realizzato quattro anni fa a Ramstein, assicurando così l’“indispensabile” backup alle operazioni di telecomunicazione satellitare con tutti i droni USA impiegati nei teatri di guerra planetari. Attualmente dalla UAS SATCOM Relay Facility di Ramstein i segnali vengono trasmessi ai satelliti militari operanti nello spazio in banda Ku e alla grande base aerea di Creech (Nevada), la principale centrale di US Air Force per le operazioni con gli aerei senza pilota (dai grandi velivoli-spia “Global Hawk” ai droni-killer “Predator” e “Reaper”).

Alla implementazione del programma che sancirà il ruolo di Sigonella come capitale mondiale dei droni partecipano ancora una volta le società statunitensi e italiane che hanno progettato quasi tutte le installazioni di proprietà e uso esclusivo delle forze armate USA in Italia. La RLF and Transystems di Orlando, fondata nel 1935 dal noto architetto James Gamble Rogers II, è una dei maggiori contractor del Dipartimento della difesa per il design di installazioni militari in territorio italiano (8.552.071 dollari di contratti firmati negli ultimi quattro anni).

Quasi tutte le infrastrutture realizzate a Sigonella nell’ultimo ventennio grazie allo stanziamento di oltre un miliardo di dollari con il cosiddetto programma “Mega”, recano la firma dei progettisti di RLF and Transystems. In particolare, la società della Florida ha disegnato l’Aircraft Hangar Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni e la manutenzione dei veicoli da guerra – aerei e terrestri - che le forze armate USA schierano nella base siciliana, utilizzato anche dalle forze NATO; il P-635 Base Ops Support I, otto infrastrutture primarie in tre diverse aree di NAS 2 destinate ad ospitare officine riparazione veicoli, uffici vari, stazioni di carburante, depositi per il trasferimento di rifiuti pericolosi, ecc.; il Morale, Wellness and Recreation (MWR) Complex, il complesso destinato alle attività ricreative, sportive e culturali del personale USA, con due sale di proiezione cinematografiche, palestre, un superbowling, ristoranti, fast food e una piscina all’aperto. Per la cronaca, la realizzazione di tutte queste opere è stata affidata sempre e solo alla CMC – Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna, azienda leader di LegaCoop.

RLF and Transystems ha pure progettato la moderna versione di NAS 1, la porzione di stazione aeronavale che la Marina USA installò in Sicilia a fine anni ’50 in un’area poco distante dall’odierno scalo aeroportuale, già utilizzata dalle forze alleate dopo lo Sbarco in Sicilia del 1943. Dopo la demolizione di ben 39 vecchi edifici militari, a Sigonella - NAS 1, la società d’architettura statunitense ha previsto sette grandi costruzioni da adibire ad alloggi, uffici, centri comunitari, amministrativi ed educativi e una cappella per le funzioni religiose, con annessi due grandi impianti per la produzione e la distribuzione di energia elettrica.

Di tutto rilievo anche i progetti predisposti da RLF and Transystems in altre parti d’Italia. Nell’installazione dell’esercito USA di Camp Ederle, Vicenza, ad esempio, sono stati realizzati i confortevoli alloggi per il personale militare, con 58 suite familiari, una lavanderia comunitaria, negozi commerciali, un megaparcheggio auto e il Soldier and Family Entertainment Center fornito di bar sport, ristoranti, sala video, biliardi, bowling con 16 postazioni, sala party e centro conferenze. Nella (ex) base dell’isola de La Maddalena, utilizzata sino a qualche tempo fa per l’attracco, la manutenzione e il rifornimento dei sottomarini a capacità e propulsione nucleare della Marina USA, RLF and Transystems ha progettato la riqualificazione del waterfront della stazione navale, con tanto di centri ricreativi, palestra fitness, small boat shop e club ufficiali.

Al design della UAS SATCOM Relay Pads and Facility di Sigonella ha pure collaborato in qualità di “consulente italiana” la Nesco International Srl, una società di ingegneria costituita a Roma nel 1986, in grado di offrire un’ampia gamma di servizi, dalla progettazione di opere infrastrutturali, alle indagini e agli studi di fattibilità, alla direzione lavori. Anche nel caso della Nesco International siamo di fronte ad un’azienda di assoluta fiducia del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America: dal 2000 ad oggi, essa ha ottenuto infatti ben 13 contratti per studi, consulenze e servizi per un ammontare di 5.587.649 dollari.

Il portafoglio progetti ha compreso in particolare la realizzazione di alloggi, uffici, magazzini, depositi, mense, presidi sanitari e ospedali, infrastrutture scolastiche, parcheggi multipiano, stazioni distribuzione carburante e gas, impianti fognari e trattamento acque reflue, serbatoi idrici, reti elettriche e telefoniche, complessi ricreativi e sportivi nelle basi militari USA di Napoli Capodichino, La Maddalena, Sigonella, Camp Ederle (Vicenza), Camp Darby (Livorno). Nesco International ha inoltre partecipato alla progettazione del terminal passeggeri e merci degli aeroporti militari di Aviano (Pordenone) e Napoli Capodichino; dei poligoni in galleria ad Aviano e Sigonella; di un centro “demilitarizzazione veicoli” a Camp Darby; di un Magazzino Materiali Speciali ad Aviano; del nuovo complesso “Dal Molin” di Vicenza, dove è stata trasferita la 173^ Brigata di fanteria aviotrasportata dell’esercito USA proveniente in buona parte dalla Germania.

Alla predisposizione del progetto della Stazione di telecomunicazione satellitare per il controllo dei droni di Sigonella, ha contribuito infine come sub-contractor di RLF and Transystems e Nesco International il DCG Design Consultants Group di Pordenone, gruppo d’ingegneria e consulenza particolarmente gradito dal Naval Facilities Engineering Command (NAVFAC) della Marina USA e dall’US Army Corps of Engineers (USACE) per costruire infrastrutture strategiche in Europa, Nord Africa e Asia centrale. In particolare il DCG Design Consultants Group ha predisposto per la base aerea di Aviano, sede del 31st Fighter Wing di US Air Force, numerosi interventi, studi di “analisi dei rischi”, “sicurezza” e “qualità”, ecc. in vista della realizzazione di nuove caserme-alloggio, un centro giovanile per i figli del personale militare, una facility per il trattamento medico-sanitario, il centro di controllo dello squadrone aereo. A Camp Darby la società di Pordenone ha invece curato il design di nuovi magazzini e depositi di armi, munizioni e mezzi di guerra a disposizione delle unità di pronto intervento dell’esercito USA. A Vicenza, il DCG Design Consultants Group ha predisposto il “Piano generale di sicurezza e di analisi dei rischi” della base di Camp Ederle e, come contractor di The Benham Companies (Oklahoma City), il design di diverse infrastrutture previste per la nuova base “Dal Molin”. Alla società friulana, il Corpo d’ingegneria dell’esercito USA ha pure affidato nel 2005 la progettazione dell’Afghanistan-Tajikistan Bridge, il ponte trans-frontaliero sul fiume Pyandzh, un’opera da 37.000.000 di dollari i cui lavori sono stati affidati da USACE alla Rizzani de Eccher S.p.A. di Udine.
A certificare la “qualità ambientale” dell’UAS SATCOM Relay Pads and Facility di Sigonella è stato infine l’architetto romano Paolo Bongi. “Avendo partecipato alla progettazione del progetto nella Naval Station II, Sigonella, Sicily, Italy, e avendo esaminato accuratamente i documenti contrattuali completi, dichiaro che il progetto delle infrastrutture è conforme a tutte le norme e leggi italiane applicabili”, ha dichiarato per iscritto il professionista il 25 luglio 2014. Project Manager presso Banca Mediolanum, l’architetto Paolo Brogi vanta nel suo curriculum “un’esperienza pluriannuale come progettista e consulente per certificazioni in conformità alle norme e alle leggi italiane applicabili per progetti USA/NATO/US NAVY in Italia”. In verità, dal gennaio 1994 al febbraio 2002, cioè per 8 anni e 2 mesi, Brogi è stato alle dipendenze della Nesco International in qualità di “project manager, disegnatore, progettista e coordinatore capitolati tecnici Italiani e USA per diverse basi NATO presenti in Italia: Capodichino, Camp Derby, Caserma Ederle, Aviano, Sigonella”. Nel febbraio 2000, l’architetto-certificatore ambientale del super-centro dei droni di Sigonella ebbe pure l’onore di relazionare sulle normative tecniche USA e italiane in una conferenza internazionale organizzata proprio nella sede della RLF and Transystems di Orlando, Florida. I siciliani possono dormire ancora più tranquilli….

giovedì 11 febbraio 2016

A Sigonella il centro satellitare per teleguidare i droni killer USA


La base siciliana di Sigonella si prepara ad ospitare uno dei principali centri al mondo per il comando, il controllo satellitare e la manutenzione di tutti i droni delle forze armate statunitensi. Il 14 novembre 2015 il Naval Facilities Engineering Command Office per l’Europa e l’Asia sud-occidentale della Marina militare Usa con sede a Napoli ha pubblicato il bando di gara per la realizzazione nella stazione aeronavale n. 2 di Sigonella (NAS 2) dell’UAS SATCOM Relay Pads and Facility, un sito fornito di tutte le attrezzature necessarie a supportare le telecomunicazioni via satellite del Sistema degli aerei senza pilota (Unmanned Aircraft System - UAS) e assicurare “lo spazio per la gestione delle operazioni e delle attività di manutenzione” dei droni in dotazione all’US Air Force e all’US Navy. Il bando, classificato con il codice n. 3319116r1007, prevede la demolizione e la rimozione delle vecchie infrastrutture ospitate nell’area e la realizzazione del nuovo centro per il controllo satellitare dei velivoli senza pilota con relative strade d’accesso per un  importo compreso tra i 10 e i 25 milioni di dollari. La società contractor dovrà consegnare i lavori entro 550 giorni dalla stipula dell’accordo con il Dipartimento della marina statunitense.

Il progetto per realizzare in Sicilia l’UAS SATCOM Relay Pads and Facility era stato presentato la prima volta al Congresso nell’aprile del 2011, ma l’approvazione è giunta solo in occasione della predisposizione del bilancio per le costruzioni militari per l’anno fiscale 2016. “Nel nuovo centro saranno installati dodici ripetitori UAS SATCCOM con antenne, macchinari e generatori di potenza con la possibilità di aggiungere altri otto ripetitori della stessa tipologia”, è riportato nella scheda progettuale fornita dal Dipartimento della difesa. “Il progetto prevede inoltre tutti i sistemi infrastrutturali, meccanici, elettrici, stradali, di prevenzione incendi ed allarme per supportare il sito per le comunicazioni satellitari”.

“Il Sistema degli aerei senza pilota richiede un’ampia facility che assicuri la massime efficienza operativa durante le missioni di attacco armato e di riconoscimento a supporto dei war-fighters”, aggiunge il Pentagono. “La costruzione di una SATCOM Antenna Relay facility è necessaria per supportare i link di comando dei velivoli controllati a distanza, in modo da collegare le stazioni terrestre presenti negli Stati Uniti con gli aerei senza pilota operativi nella regione dell’Oceano atlantico. Con il completamento di questo progetto saranno soddisfatte le richieste a lungo termine di ripetitori SATCOM per i “Predator” (MQ-1), i “Reaper” (MQ-9) e i “Global Hawk” (RQ-4). Il nuovo sito supporterà inoltre il sistema si sorveglianza aeronavale con velivoli senza pilota UAV Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) di US Navy e le missioni speciali del Big Safari di US Air Force”. Il programma BAMS vede l’acquisizione di una quarantina di droni di ultima generazione “Global Hawk” da schierare nelle stazioni aeronavali di Jacksonville (Florida), Kadena (Giappone), Diego Garcia, Hawaii e Sigonella; il Big Safari è invece un articolato programma di acquisizione, gestione, potenziamento di speciali sistemi d’arma avanzati (velivoli senza pilota, grandi aerei da trasporto e per le operazioni d’intelligence e riconoscimento, ecc.) coordinato dal 645th Aeronautical Systems Group dell’US Air Force con sede nella base di Wright-Patterson (Ohio).

I droni-spia e i droni-killer che opereranno sotto il controllo del nuovo centro di Sigonella saranno utilizzati per le missioni pianificate dai comandi strategici di Eucom, Africom e Centcom, in modo da fornire in tempo reale le “informazioni più aggiornate ai reparti combattenti”. “Il sito di Sigonella garantirà la metà delle trasmissioni del Sistema dei velivoli senza pilota UAS e opererà in appoggio al sito di Ramstein (Germania)”, aggiunge il Pentagono. “Senza l’UAS SATCOM Relay Site gli aerei senza pilota non saranno in grado di effettuare le loro missioni essenziali, non potranno essere sostenuti gli attacchi armati e si verificherà una riduzione significativa delle capacità operative odierne e un impatto negativo grave per le future missioni d’oltremare”.

La stazione per il controllo satellitare dei droni di Ramstein è stata completata nel secondo semestre del 2013 all’interno della foresta che sorge nei pressi del grande impianto di baseball utilizzato dal personale militare Usa di stanza nella grande installazione tedesca. Secondo quanto riportato in una lunga inchiesta pubblicata nell’aprile 2015 da The Intercept, il giornale fondato da Glenn Greenwald, l’UAS Satcom Relay di Ramstein è il vero “cuore hi-teach della guerra Usa dei droni”. “Ramstein fa viaggiare sia il segnale satellitare che dice al drone cosa fare sia quello che trasporta le immagini che il drone vede”, aggiunge The Intercept. “Questi dati viaggiano attraverso i cavi sottomarini a fibra ottica, ma è grazie al sistema UAS Satcom che il segnale riesce a viaggiare senza ritardi in modo da permettere ai piloti di manovrare un velivolo a migliaia di chilometri con la necessaria tempestività”. Dalla stazione di Ramstein i segnali sono trasmessi ai satelliti militari operanti nello spazio in banda Ku e alla grande base aerea di Creech (Nevada), la principale centrale di US Air Force per le operazioni planetarie dei droni. Il nuovo UAS Satcom Relay di Sigonella opererà come stazione “gemella” dell’infrastruttura ospitata in Germania, assicurando l’“indispensabile” backup alle operazioni d’intelligence e di telecomunicazione satellitare di Ramstein.

A Sigonella sarà realizzata pure un’ampia area per la sosta dei velivoli senza pilota USA. “Il costo delle infrastrutture di supporto è superiore del 25% di quanto calcolato preventivamente perché la facility deve essere realizzata in un’area sottosviluppata e delicata dal punto di vista ecologico”, spiega il Pentagono. “La  SATCOM Communications Support Facility avrà un’estensione di 1.200 metri quadri e non potrà contare sull’apporto finanziario della NATO”. Quando la nuova stazione entrerà in funzione, verranno trasferiti a Sigonella 55 militari e 58 dipendenti civili dell’US Air Force.
La base aereonavale siciliana ospita stabilmente dal 2009 alcuni droni-spia “Global Hawk” della Marina Usa e dal 2013 pure uno stormo di droni-killer MQ-1 “Predator” dell’US Air Force, utilizzati per le incursioni in Libia, Somalia, Regione dei Grandi Laghi, Mali e Niger. A partire dal prossimo anno, Sigonella farà pure da centro di comando e controllo dell’AGS - Alliance Ground Surveillance, il nuovo programma di sorveglianza terrestre della NATO che verterà su una componente aerea basata su cinque velivoli a controllo remoto “Global Hawk” versione Block 40, che saranno installati anch’essi in Sicilia.

sabato 6 febbraio 2016

La farsa ambientale di Accorinti, de Cola & C.


“A valle della via Don Blasco è prevista la vera rivoluzione dell’affaccio a  mare, attraverso la pianificazione del Piau Porti&Stazioni. Di recente l’amministrazione Accorinti ha presentato l’ultima versione del Piau, che include due ipotesi: una col porticciolo turistico, l’altra senza. Un porticciolo che appare molto ambizioso, perché di fatto scavato nell’attuale zona demaniale. E poi strutture ricettive, alberghiere di lusso, un’area destinata al tempo libero, serale e giornaliero, con stabilimenti balneari e concessioni di breve durata, tra i 5 e i 10 anni. Insomma, quello che la Accorinti e soci non vogliono nella Falce, porticciolo e alberghi, lo prevedono nel Piau, qualche chilometro più a sud, a Maregrosso. Insieme ad aree a verde, piazze, passeggiate pedonali, poli commerciali, ristoranti, lidi e spiagge attrezzate”.

Ancora una volta è dalla Gazzetta del Sud del gruppo imprenditoriale-finanziario Bonino-Pulejo (articolo pubblicato nell’edizione del 5 febbraio 2016) che i messinesi devono apprendere la visione urbanistica strategica della Messina del XXI secolo (quella reale, non certo quella veicolata dai patetici proclami “ambientalisti” del sindaco Renato Accorinti). Un’orgia del cemento e del cattivo gusto a beneficio dei soliti gruppi di speculatori e affaristi peloritani e non, riedizione aggiornata e “politicamente corretta” (il neoliberismo ha appreso perfettamente i linguaggi verdi e modernisti) dei progetti della borghesia mafiosa che per decenni ha tentato di spolpare cantieri, porti e stazioni per riconvertirli in megatorri, residence e infrastrutture alberghiere, palacongressi e parchi commerciali. Unica novità, il farli un po’ più in là, dalla zona falcata a Maregrosso, utilizzando come testa d’ariete una nuova arteria stradale di “risanamento” (così come fu la strada panoramica per la cementificazione selvaggia delle colline della zona nord sino a Capo Peloro e Mortelle).

Senza attendere il mercoledì delle ceneri, in pieno carnevale, l’amministrazione Accorinti si è tolta definitivamente la maschera. Tra qualche mese, quando i consiglieri comunali che hanno votato tutto quanto è stato proposto-imposto loro dalla Giunta decideranno di togliere la spina alla rivoluzionaria esperienza dal basso a cui in tanti abbiamo lavorato e creduto, quello che resterà di questa infausta esperienza in termini urbanistico-territoriali sarà il Piau di Maregrosso, l’abdicazione sulla Zona Falcata ai furbastri vecchi e nuovi dell’imprenditoria e della politica locale, il disastro ambientale e finanziario del porto di Tremestieri, la (ex) fiera regalata ai manager delle crociere e del turismo mordi, distruggi e fuggi con tanto di (presunto) progetto di ingegneri israeliani e misteriosi finanzieri arabi, la riesumazione della devastante Disneyland di Capo Peloro a firma dello studio dell’ingegnere-assessore Sergio De Cola, esempio in salsa messinese di dottor Jekill e mister Hyde, dal conflitto d’interessi così palese da far arrossire per l’imbarazzo anche qualche suo collega d’amministrazione.
Per chissà quale cattivo scherzo del destino, la farsa “ambientalista” di Accorinti, de Cola & C. è stata (rap)presentata sul quotidiano peloritano, lo stesso giorno in cui le autorità a presidio dell’ordine pubblico e sociale hanno notificato il decreto di sgombero agli occupanti dell’ex scuola “Foscolo” (di proprietà dell’amministrazione comunale) e dell’ex caserma dei CC di San Leone (di proprietà di una delle famiglie più potenti della borghesia locale, dalle altolocate origini ispaniche e dalle più recenti simpatie franchiste). Due esperienze coraggiose di riaffermazione dal basso del diritto alla casa e all’abitazione dignitosa per tutti, diritto negato ai più nella città post-terremoto dal pubblico e dai privati, nonché nel caso della ex Foscolo - grazie al Collettivo dei compagni del Pinelli - della realizzazione di un centro sociale di aggregazione giovanile, dove sono stati sperimentati importanti percorsi di educazione popolare-culturale-sportiva autogestiti. Il Potere, quello vero, ricorda a tutti che non può esserci spazio per l’antagonismo e la lotta al neoliberismo nelle città-metropoli dei water front e dei grattacieli a specchio. Ripensare l’urbano, per gli ingegneri e i progettisti del terzo millennio, è annientare differenze e diversità, uniformare Tokyo a New York, Kinshasa a Helsinki, Messina a Beirut. Ma anche a Tokyo, New York, Kinshasa, Helsinki, Beirut e Messina ci sono e ci saranno donne e uomini che gli spazi di resistenza se li riprenderanno lo stesso.

Gli Emiri su Marte con l’Agenzia spaziale italiana


Entro sei anni i controversi Emirati Arabi Uniti (EAU) saranno il primo paese arabo a sbarcare su Marte e lo faranno grazie alle tecnologie e alle infrastrutture fornite dall’ASI, l’Agenzia spaziale italiana. Il 25 gennaio scorso il presidente ASI Roberto Battiston ha firmato ad Abu Dhabi un Memorandum of Understanding con l’omologo rappresentante della UAE Space Agency, Khalifa Mohammed Al Rumaithi. L’accordo, che avrà durata quinquennale e sarà rinnovato automaticamente ad ogni scadenza, prevede lo sviluppo di progetti congiunti “incentrati all’uso pacifico dello Spazio”, l’organizzazione di una serie di conferenze e la “promozione di scambi tecnologico-scientifici e industriali”.

Il programma più ambizioso dell’accordo spaziale riguarderà l’invio da parte UAE di una sonda su Marte tra l’estate del 2020 e i primi mesi del 2021 nel quadro della missione denominata Hope Mars Probe che il regime arabo ha varato due anni fa (con la collaborazione statunitense) per celebrare il cinquantesimo anniversario della sua indipendenza. I contatti bilaterali tra l’ASI e l’agenzia spaziale degli Emirati Arabi erano in corso dal 2015 e diversi studenti emiratini sono stati ospitati in Italia per partecipare a corsi di specializzazione. In passato, l’agenzia italiana aveva sottoscritto altri importanti accordi di collaborazione con Paesi che competono a livello internazionale per il controllo civile-militare dello spazio (oltre che con i membri europei dell’Agenzia spaziale europea, Australia, Argentina, Brasile, Cina, Corea del Sud, Egitto, Federazione Russa, Giappone, India, Israele, Kenya e Stati Uniti d’America).

“Sono molto soddisfatto per l’accordo che abbiamo firmato con gli amici della UAE Space Agency”, ha dichiarato alla stampa il presidente ASI Roberto Battiston. “A questo programma l’Italia può dare un contributo importante, come terzo Paese ad avere messo in orbita un satellite dopo l’Unione Sovietica e gli Usa nel 1964 con il progetto San Marco. Mi aspetto sviluppi interessanti, come l’osservazione della Terra con tecniche radar, l’esplorazione di Marte, l’analisi scientifica, la gestione dei dati e le telecomunicazioni, le infrastrutture industriali aerospaziali”.

“L’ampio ed articolato ventaglio di relazioni fra Roma ed Abu Dhabi si arricchisce di un importante filone di cooperazione”, ha commentato l’Ambasciatore italiano negli Emirati, Liborio Stellino. “La firma del MoU fra le due Agenzie Spaziali nazionali prelude infatti ad un percorso proficuo di partenariato innovativo e ad alto valore aggiunto in cui l’eccellenza e l’esperienza italiane nel settore della ricerca spaziale si coniugano ottimamente con la determinazione, le risorse, le capacità e gli ambiziosi programmi emiratini. La missione italiana fungerà certamente da traino per il nostro settore industriale”. Secondo la Farnesina e l’ASI, il futuro step della cooperazione tecnologica e industriale con gli Emirati potrebbe riguardare lo sviluppo dei sistemi di controllo di tutti i veicoli automatici, dai droni (civili e militari), alle unità navali, terrestri e alle auto “senza conducente”.

Alla recente missione dell’Agenzia spaziale italiana in terra araba hanno preso parte anche i rappresentanti di una decina di aziende italiane del settore aerospaziale e delle telecomunicazioni. In particolare, i delegati del complesso militare-industriale-spaziale hanno avuto modo di visitare il Mohammed Bin Rashid Space Center di Dubai, l’Higher Colleges of Technology ad Abu Dhabi e la Grande Moschea della capitale. Testimonial d’eccezione della missione italiana, l’ex tenente colonnello dell’Aeronautica militare Maurizio Cheli (poi responsabile di Alenia Aeronautica per lo sviluppo del cacciabombardiere Eurofighter Typhoon), che nel 1996 fu il secondo italiano a partecipare ad una missione nello spazio con lo Shuttle.

“La sonda marziana degli Emirati rappresenta l’ingresso del mondo islamico nell’era dell’esplorazione spaziale: dimostreremo che siamo in grado di offrire nuovi contributi scientifici all’umanità”, ha enfaticamente dichiarato il presidente EAU Shaikh Khalifa Bin Zayed al-Nahyan. Quella su Marte sarà comunque una missione rigorosamente “senza uomini a bordo”, nel rispetto della fatwa, la risposta secondo il diritto islamico emessa dall’Autorità generale per gli Affari Islamici degli Emirati Arabi Uniti, con cui sono stati vietati i viaggi verso Marte con equipaggio umano perché ritenuti equivalenti “a un suicidio”.
L’agenzia spaziale degli Emirati Arabi Uniti è nata a seguito del decreto della legge federale n. 1 del luglio 2014 che ha fissato quattro obiettivi strategici: l’organizzazione e lo sviluppo del settore spaziale “a servizio degli interessi nazionali”; la promozione e il supporto della ricerca scientifica e dell’innovazione; la formazione in ambito universitario nazionale e internazionale delle figure quadro nel campo della scienza spaziale; la gestione dei progetti di sviluppo in accordo con gli standard internazionali “in fatto di qualità, efficienza e trasparenza”. Per implementare i programmi spaziali gli Emirati hanno già investito oltre 5,5 miliardi di dollari. Il primo satellite, il Thuraya 1, realizzato dalla statunitense Boeing, è stato messo in orbita terrestre nel 2000; altri due satelliti dello stesso modello sono stati lanciati rispettivamente nel 2003 e nel 2008 dalla Thuraya Satellite Telecommunications Company che si occupa di comunicazioni telefoniche satellitari. Nel biennio 2011-2012 sono stati lanciati i due satelliti YahSat 1A e 1B, realizzati dall’azienda europea EADS. Altri due satelliti, DubaiSat-1 e 2, realizzati dallo EIAST (Emirates Institute for Advanced Science & Technology) sono stati lanciati rispettivamente nel 2009 e nel 2013 con il razzo Dnepr ed appartengono all’azienda Dubai Sat che si occupa di osservazioni e mappature terrestri. Un terzo satellite della serie, denominato Khalifa Sat, è in fase di sviluppo presso l’EIAST e dovrebbe essere lanciato in orbita entro la fine del 2017 con un razzo di produzione giapponese. Il Khalifa Sat sarà in grado di riprendere immagini della superficie terrestre con una risoluzione di 70 cm. e non farà mancare certamente il suo contributo ai piani di egemonia militare globale degli emiri e degli sceicchi di Abu Dhabi.