I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 24 gennaio 2016

I dubbi d’oro di Capo Peloro


“Vorrei far notare che la decisione di quali progetti inserire nel Masterplan non è passata da nessun atto della giunta; non ci sono stati una delibera o un atto di indirizzo che ci hanno consentito di mettere nero su bianco i nostri pareri, quindi il fatto che io non mi sia espresso non vuol dire necessariamente che io abbia cambiato idea sul Pilone e sul modello di riqualificazione che immagino per quell’area”. Lo ha dichiarato domenica 24 gennaio a Tempostretto.it l’assessore all’ambiente del Comune di Messina, Daniele Ialacqua, soffermandosi sulla decisione dell’amministrazione Accorinti d’inserire nel Masterplan metropolitano il Piano di riqualificazione del Pilone di Capo Peloro, redatto dallo Studio di cui è co-titolare l’odierno assessore all’urbanistica, ingegnere Sergio De Cola, con la collaborazione della Buffi Associes e dell’architetto Pier Paolo Balbo di Vinadio. Sempre l’assessore Ialacqua ha precisato al quotidiano online che “comunque il progetto inserito nel Masterplan non è quello originario e che non dovrebbe dunque avere un impatto devastante sulla zona, ma limitarsi solo a interventi che daranno un nuovo volto al basamento dell’ex traliccio Enel”. In linea la successiva dichiarazione di un altro assessore della Giunta Accorinti, Sebastiano Pino, che ha confermato che quello di Capo Peloro è un “progetto rivisitato”. “La struttura – ha aggiunto Pino - necessita di interventi di manutenzione urgenti che avevamo quantificato in almeno 200 mila euro da spendere al più presto per evitare cedimenti o situazioni di pericolo viste le condizioni ormai vetuste del Pilone”.

Ferma restante la gravità dell’assenza di una doverosa analisi-discussione e approvazione del Masterplan e dei progetti inseriti da parte dell’Amministrazione, credo sia ormai doveroso che il sindaco Accorinti e l’assessore De Cola facciano finalmente chiarezza sulla portata progettuale e finanziaria del Piano di riqualificazione del Pilone di Capo Peloro a firma De Cola & C.. Nel comunicato n. 2000 emesso dal Comune di Messina il 24 dicembre 2015 (titolo: “Il Masterplan per il Mezzogiorno”: il vicesindaco Signorino invia la scheda degli interventi 2016-2017), si fa espressamente riferimento alla “riqualificazione funzionale e strutturale del Basamento del Pilone ex ENEL di Capo Peloro per la realizzazione di un polo di attrazione turistico/culturale del Pilone di Capo Peloro dell’ex elettrodotto Siculo-Calabro” e non certo a meri “interventi di manutenzione urgenti” da 200.000 euro come invece riferito dall’assessore Pino. Alcuni organi di stampa hanno riportato che gli investimenti previsti dal Masterplan per Capo Peloro si attesterebbero intorno ai 9 milioni di euro, ma ad onor del vero, il comunicato del Comune di Messina non fa alcun accenno agli importi di spesa. Di contro, quando l’amministrazione Accorinti pubblicò nell’agosto 2014 la cosiddetta “Agenda Messina sulle priorità infrastrutturali”, in cui fu inserito il Piano Particolareggiato di Capo Peloro (redatto dallo Studio de Cola & C. previo affidamento con delibera n. 47 del 12 marzo 2003 da parte dell’ex amministrazione comunale con sindaco Giuseppe Buzzanca), gli interventi nella delicatissima area di Capo Peloro prevedevano una spesa di 56.990.325 di euro. Soldi che l’amministrazione Accorinti riteneva dovessero essere “prelevati” dal Governo dalle somme stanziate per la realizzazione del Ponte sullo Stretto, o meglio, dalle “opere compensative” previste per il Comune di Messina. Il valore delle opere previste dall’Agenda Messina è leggermente superiore a quanto stimato dal piano di “riqualificazione” di Capo Peloro (sempre quello dello Studio de Cola e associati), - 54.276.500 euro - che il General contractor del Ponte, insieme alla Società Stretto di Messina S.p.A., inserirono formalmente il 20 giugno 2011 tra le “opere compensative” da finanziare con la progettazione e realizzazione del Ponte. I tre anni trascorsi dall’approvazione del Piano “compensativo” della megaopera e l’Agenda dell’amministrazione Accorinti forse possono spiegare il lieve aumento dei costi del Piano di Capo Peloro. Sicuramente poi, la “nuova” riedizione del Piano è di dimensioni “ridotte” rispetto al progetto dello studio De Cola & C., risultato vincitore nel 2000 del Concorso europeo di idee per la riqualificazione ambientale e funzionale dell’area di Capo Peloro indetto dal Comune di Messina. Quel Piano che prevedeva al tempo una spesa complessiva di 140 milioni di euro; ancora oggi però gli impatti degli interventi appaiono comunque insostenibili per il territorio e l’ambiente costiero.

Nel comunicato n. 2 del 4 gennaio 2016, emesso dall’Ufficio Stampa del Comune di Messina, l’assessore Sergio De Cola ha respinto ogni possibile “conflitto d’interessi” relativamente all’inserimento nel Masterplan del (suo) progetto di “riqualificazione” e ha negato l’esistenza di “vantaggi, anche e non solo economici, che deriverebbero a se stesso, o a persone a lui vicine professionalmente, dall’eventuale accoglimento delle proposte inserite nel Masterplan”. “La prestazione professionale richiesta – concludeva De Cola - si è definitivamente conclusa, con la validazione da parte del RUP, prima dell’insediamento di questa Giunta, e quindi la situazione contrattuale non potrà in nessun modo variare indipendentemente da qualunque scelta sarà assunta dall’Amministrazione, attuale o futura, in merito al progetto”.

Stando però a quanto si legge all’articolo 13 del bando del Concorso europeo di idee per la riqualificazione ambientale e funzionale di Capo Peloro, indetto dal Comune di Messina e pubblicato integralmente sulla rivista Città e Territorio (n. 1 gennaio-febbraio 1999), “l’Amministrazione si impegna a conferire al 1° classificato l’incarico inerente la progettazione esecutiva all’atto dell’ottenimento delle necessarie concessioni demaniali e dei finanziamenti dell’opera”. Nel comma successivo si aggiunge che “l’Ente Banditore si riserva la facoltà di fare apportare, a cura e spese del concorrente prescelto, le modifiche alla soluzione progettuale prescelta che l’Ente stesso riterrà necessario per il perseguimento degli obiettivi prefissi; inoltre l’Ente Banditore si riserva di istituire eventuali ulteriori rapporti professionali per le successiva fasi di carattere progettuale”. Cioè, il bando impone al Comune di Messina, in caso di finanziamento del piano, di affidarne la progettazione esecutiva allo studio De Cola & C. (il 1° classificato al concorso). Secondo le stime del General Contractor del Ponte sullo Stretto, nel maggio 2011, si trattava di un importo pari a 1.030.000 euro.
Va ricordato che proprio questa “clausola” di relazione diretta ed esclusiva Comune-progettisti vincitori è stata utilizzata dalla ex Giunta comunale di centro-destra per giustificare la delibera n. 1491 del 15 dicembre 2011 che ha affidato allo studio De Cola e partner la “redazione del progetto preliminare delle opere di riqualificazione funzionale e strutturale del basamento del Pilone”. Il relativo contratto con lo Studio De Cola Associati e l’arch. Gianpiero Buffi, per un importo di 128.000 euro, fu poi firmato il 14 giugno 2012 dall’allora assessore Gianfranco Scoglio e registrato presso la Segreteria generale del Comune di Messina con il n. 3911. Anche in questo caso, però, i conti non tornano del tutto. Con delibera di Giunta n. 178 del 25 marzo 2014, oggetto “Procedura di riequilibrio finanziario pluriennale”, fu approvato lo schema relativo ai debiti fuori bilancio del Comune di Messina predisposto dal Dipartimento Lavori Pubblici – Area tecnica. Nella tabella veniva riportato, tra gli altri, un credito di 172.639,68 euro vantato da Buffi Giampiero – Pier Palo Baldo di Vinadio e Studio e Cola Associati, relativo al “pagamento competenze tecniche lavori di riqualificazione Capo Peloro Transazione G.M. 770/2012”. Nello schema allegato alla delibera c’è poi un secondo debito fuori bilancio a favore del gruppo Buffi-Baldo-De Cola di 128.2012,34 euro, stavolta relativo alla “sistemazione del basamento del Pilone per la realizzazione di opere per la fruizione del mare e attrezzature turistiche”. Ma non è arrivata l’ora che l’amministrazione Accorinti-De Cola spieghi quanto costerà alla fine il Pilone “riqualificato” di Capo Peloro?

L’industria di guerra e la Israele - NATO connection


Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI - Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare - tra il 2007 e il 2014 - a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI - Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmente nel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo  Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nel campo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che - nelle intenzioni di Tel Aviv - “simulava le minacce balistiche iraniane”.

Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling” basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.

Allo sviluppo del settore missilistico ha contribuito anche la consolidata partnership tra le industrie militari israeliane e quelle indiane. India e Israele hanno cooperato in particolare nella progettazione e produzione del sistema missilistico superficie-aria a lungo raggio (LR SAM), noto anche come “Barak-8”, destinato alle unità da guerra indiane di ultima generazione e testato per la prima volta il 29 e 30 dicembre scorso (il governo indiano ha speso più di un miliardo e mezzo di dollari per l’acquisizione di questo nuovo sistema). Il “Barak-8” si avvale di un avanzato radar a scansione elettronica prodotto da IAI e di vettori missilistici realizzati da Rafael Advanced Defense Systems. Nel febbraio 2015, India e Israele hanno pure sottoscritto un accordo di cooperazione per sviluppare congiuntamente un sistema missilistico terra-aria a medio raggio (MRSAM) per l’esercito indiano. Anche in questo caso gli investimenti previsti sfioreranno il miliardo e mezzo di dollari e le imprese israeliane “beneficiarie” saranno ancora una volta IAI e Rafael. Quest’ultima dovrà fornire alle forze armate indiane anche 321 lanciatori e 8.356 missili anticarro di quarta generazione “Spike”.

Satelliti e droni per le guerre globali del Terzo Millennio

Altro settore in cui le imprese militari israeliane hanno assunto una vera e propria leadership a livello internazionale è quello dei sistemi di telecomunicazione satellitare. Attualmente le IAI - Israel Aerospace Industries stanno sviluppando un piccolo satellite geostazionario dal peso di 2 tonnellate, denominato “Amos-E”, che consentirà lanci da vettori di dimensioni ridotte. Questo satellite è una miniversione dell’“Amos-6” dal peso di 5,3 tonnellate, che sarà lanciato in orbita nei primi mesi del 2016 da Cape Canaveral a bordo del vettore “Space-X Falcon 9”. Nel 2017 diventerà operativo pure il sistema satellitare “VeNUS” per il “monitoraggio della vegetazione e dell’ambiente terrestre”, cofinanziato dalle agenzie spaziali israeliana e francese. Sempre il gruppo IAI ha annunciato l’avvio da parte della controllata ImageSat International del programma per un nuovo satellite spia ad alta capacità di risoluzione, denominato “Eros-c”. Il nuovo satellite peserà meno di 400 kilogrammi e sarà lanciato nel 2018.

Altro settore estremamente rilevante in termini strategici e finanziari è quello degli UAV/UCAV, gli aeromobili senza pilota o droni. Israele è stato uno dei primi paesi al mondo a sperimentare e utilizzare velivoli da guerra senza pilota: le prime operazioni risalgono alla guerra in Libano nel 1982 e da allora non c’è stato conflitto scatenato dal governo in cui non siano stati utilizzati droni spia e/o droni killer. Israele utilizza costantemente i droni nelle attività di “sorveglianza” a distanza in tutto il territorio palestinese e per reprimere le manifestazioni e le azioni di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. Secondo il Centro Al Mezan, organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza, più di un migliaio di palestinesi della Striscia di Gaza sono stati uccisi da velivoli senza pilota israeliani nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010.

Nel maggio 2013 un rapporto della consulting statunitense Frost & Sullivan ha evidenziato come Israele sia divenuto il principale esportatore al mondo di velivoli senza pilota, superando i giganti aerospaziali con sede negli Stati Uniti e nell’Unione europea. Secondo Frost & Sullivan le vendite all’estero di droni israeliani hanno consentito un fatturato di 4,62 miliardi di dollari nel periodo 2005-2012. Il principale mercato degli UAV made in Israele è l’Europa, dove si registra più della metà delle esportazioni; seguono poi i paesi del Sud Est asiatico (il 33.3% dell’export), il Sud America, il Nord America e l’Africa. Per consolidare la leadership intercontinentale nel mercato dei droni, il gruppo IAI ha creato nel 2012 una vera e propria “accademia” specializzata nella formazione e nell’addestramento del personale militare israeliano e straniero destinato alle operazioni con gli aerei senza pilota.

Uno dei modelli che ha riscosso grande successo è l’“Heron”, drone prodotto da IAI e simile alla classe “MQ-1 Predator” in dotazione alle forze armate USA e italiane. In grado di volare ininterrottamente fino a 45 ore e a 30.000 piedi di quota, l’“Heron” è equipaggiato con radar modulari, sensori e attrezzature di telerilevamento altamente sofisticate per svolgere operazioni d’intelligence e sorveglianza contro obiettivi terrestri e marittimi; dalla guerra in Libano nel 2006 il velivolo è stato predisposto al trasporto di missili aria-terra convertendosi in uno spietato drone-killer. L’“Heron” è stato acquistato dalle forze aeree australiane, canadesi, francesi, indiane, tedesche e turche, mentre Brasile, Ecuador e Singapore hanno espresso l’interesse ad acquisirlo a breve termine. Anche la NATO sta prestando attenzione alle prestazioni tecniche del drone israeliano: nel luglio 2015, in particolare, sono state condotte in Israele le prove di funzionamento in volo a bordo dell’“Heron” del terminale di connessione dati TMA 6000 (prodotto dal gruppo francese Thales) e delle antenne di frequenza radio della israeliana Elisra. Il sistema TMA 6000, con una capacità di trasmissione fino a 137 Mb/s, è conforme al NATO Standard Agreement 7085, l’accordo che assicura l’interoperabilità secondo gli standard dell’Alleanza nella trasmissione in tempo reale di video, immagini ed altri dati d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dai sensori di bordo alle stazioni terrestri.

Recentemente il ministero della difesa tedesco ha annunciato di voler prendere in leasing cinque velivoli “Heron TP”, la versione più moderna del drone, per impiegarli sino al 2025 nelle operazioni all’estero. Il contratto con IAI prevede una spesa poco inferiore ai 600 milioni di euro; inizialmente i droni saranno rischierati in alcune basi aeree israeliane e solo dopo il 2018 saranno trasferiti a Jagel, in Germania settentrionale, a disposizione dell’unità dell’aeronautica tedesca che con i cacciabombardieri “Tornado” opera attualmente in Siria con la coalizione anti-Isis. Le forze armate della Germania utilizzano da alcuni anni il “vecchio” modello “Heron 1” in Afghanistan, dove altri sei paesi della coalizione internazionale a guida NATO hanno schierato altri droni prodotti da aziende israeliane. L’“Heron” è uno dei velivoli senza pilota più utilizzati a livello internazionale per la vigilanza delle frontiere e in funzione anti-immigrazione. US SOUTHCOM, il Comando delle forze armate statunitensi per le operazioni in America centro-meridionale e nei Caraibi, lo impiega ad esempio per intercettare le imbarcazioni di migranti “illegali” o quelle utilizzate per il traffico di stupefacenti. L’Unione europea e l’agenzia Frontex per il “controllo” delle frontiere esterne Ue stanno valutando la possibilità di acquisire un numero imprecisato di “Heron” per usarli nella crociata anti-migrazione sferrata nel Mediterraneo.

Un altro drone-killer impiegato in occasione della sanguinosa operazione Protective Edge a Gaza è l’“Hermes 900” prodotto da Elbit Systems, una versione più sofisticata dell’“Hermes 450”, altro velivolo senza pilota d’attacco utilizzato dall’esercito durante il conflitto in Libano nel 2006 e contro obiettivi civili palestinesi a Gaza e Cisgiordania tra il  2008 e il 2009. I droni “Hermes 450” ed “Hermes 900” sono stati venduti alla Colombia (agosto 2012) e al Brasile (gennaio 2014) dove sono stati usati per reprimere le proteste popolari alla vigilia e durante i campionati mondiali di calcio. Nel dicembre 2013 Elbit Systems, in joint venture con il gruppo industriale Thales, ha sottoscritto un accordo con il governo britannico per la produzione del sistema a pilotaggio remoto “Watchkeeper”, a partire dallo sviluppo dei droni versione “Hermes 450”. L’accordo, per il valore di un miliardo di dollari, prevede la consegna di 54 velivoli. Nel novembre 2015 è stata la Svizzera a firmare un contratto di 200 milioni di dollari per l’acquisizione di sei “Hermes 900”; le autorità elvetiche si erano già dotate della stessa tipologia di droni nel novembre 2014 grazie a un contratto di 280 milioni di dollari.

Killer robot e radar contro migranti e oppositori 

In Israele è pure rilevante la produzione dei mini-droni: tra i più venduti all’estero c’è lo “Skylark I”, anch’esso di produzione Elbit Systems, che può volare a medie altitudini sino a 6 ore consecutive, con un raggio di azione di 50-60 km. Lo “Skylark I” è impiegato da alcuni battaglioni dell’esercito israeliano a supporto delle unità di artiglieria (un esemplare è caduto nell’agosto 2015 durante un’azione bellica nella Striscia di Gaza); il velivolo è inoltre utilizzato dalle forze armate di Australia, Canada, Francia, Messico, Polonia e Svezia, ma probabilmente anche Croazia, Georgia, Macedonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria utilizzerebbero gli “Skylark” israeliani. Nel novembre 2015 pure il piccolo Uruguay si è dichiarato interessato ad acquistare questi mini-droni per “monitorare alcune aree di frontiera che potrebbero essere colpite da minacce terroristiche”. Sempre nell’ambito della produzione degli UAV di piccole dimensioni, va segnalato che nel giugno 2012 le autorità russe hanno sottoscritto un accordo con Israele del valore di 400 milioni di dollari, per avviare in Russia la produzione dei “BirdEye 400” e dei “Searcher 2” progettati e realizzati da IAI - Israel Aerospace Industries.

Elbit Systems e IAI hanno dato vita ad una joint venture (G-NIUS) a cui è stata affidata la progettazione di robot e velivoli terrestri a pilotaggio remoto per l’esercito israeliano, come ad esempio l’“Armored Personnel Carrier” utilizzato in combattimento a Gaza nell’estate 2014. Meno di due mesi fa, un altro velivolo terrestre senza pilota, il “Guardium II”, è stato presentato dalle due aziende in occasione dell’Autonomous Robotics Unmanned System Expo, la fiera internazionale dei velivoli da guerra a pilotaggio remoto tenutasi nella città di Rishon Le Tzion, a sud di Tel Aviv. Questo velivolo sarà dispiegato nei prossimi mesi al check point con Gaza, rafforzando ulteriormente i dispositivi di “controllo” della frontiera. Nel marzo 2014 ancora Elbit Systems ha annunciato la fornitura agli Stati Uniti d’America di una rete di sistemi radar antri-intrusione e sensori elettro-ottici da installare in Arizona alla frontiera con il Messico (valore 145 milioni di dollari).

Per le operazioni di “vigilanza” dei confini e dei centri urbani e la repressione di manifestazioni e proteste, le aziende israeliane hanno prodotto anche diversi modelli di “palloni aerostati” in grado di trasportare sofisticati sistemi di telerilevamento e registrazione. Tra essi spicca il sistema “Skystar 180” prodotto da RT LTA Systems Ltd, in grado di volare per più di 72 ore consecutive. Lo “Skystar” è stato utilizzato dalle forze armate israeliane durante le operazioni nella Striscia di Gaza nell’estate 2014 ed è stato venduto agli eserciti e alle forze di polizia di Afghanistan, Brasile, Canada, Messico, Russia, Thailandia e di alcuni paesi africani.

Israele si è affermata anche nella produzione di sistemi e apparati da impiegare a bordo degli aerei radar e per la guerra elettronica. Tra essi c’è il radar EL/M-2075 “Phalcon” di Elta Systems, già montato su varie piattaforme, dai Boeing 707 ai più moderni Gulfstream G550 ed Airbus A330. Le apparecchiature del “Phalcon” presentano caratteristiche tecniche che gli consentono di resistere a gran parte dei sistemi di disturbo elettronico attualmente in uso. Oltre che all’Aeronautica militare israeliana, il radar EL/M-2075 è stato venduto alle forze aeree di Cile e Singapore. Altro modello di “successo” prodotto da Elta Systems è il radar tridimensionale ELM-2084 utilizzato con il sistema di “difesa” aerea e anti-missile “Iron Dome”. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare-industriale sottoscritto nel novembre 2011 dai ministri della difesa israeliano e canadese, qualche mese fa è stata formalizzata la decisione da parte dello stato nordamericano di dotarsi di dieci nuovi radar a medio raggio (MRR) che saranno coprodotti da Elta Systems e Rheinmetall Canada Inc., proprio a partire dal modello ELM-2084. Il contratto, del valore di 243 milioni di dollari, prevede che i nuovi radar con capacità di aereo-sorveglianza contro caccia, missili, razzi, proiettili d’artiglieria e colpi di mortaio siano consegnati alle forze armate canadesi a partire del 2017.

Anche l’Italia ha acquisito i radar di Elta Systems per implementare la Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera della Guardia di finanza in funzione anti-sbarchi di migranti in Sicilia, Puglia e Sardegna. Si tratta nello specifico di una decina di impianti fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar), acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori. Già impiegati dalle forze armate israeliane per la “vigilanza” di alcuni porti mediterranei, i radar EL/M-2226 ACSR hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettati per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Sino ad oggi l’installazione delle postazioni fisse è stata bloccata in Sardegna grazie alle azioni di lotta e ai ricorsi al TAR dei Comitati No radar ed Italia Nostra; in Sicilia, il radar anti-migranti installato a Melilli (Siracusa) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione all’accensione per l’alto pericolo di inquinamento elettromagnetico, mentre altri due impianti radar sono stati attivati invece nell’isola di Lampedusa.

Italia e Israele, soci e alleati

Il complesso militare-industriale israeliano è sicuramente uno dei più affidabili partner strategici dell’Italia. Negli ultimi quindici anni, in particolare, la cooperazione industriale e l’import-export di sistemi da guerra sono cresciuti notevolmente e pericolosamente. Nel settembre 2001, l’impresa israeliana BVR Systems ottenne ad esempio un contratto del valore di 7,1 milioni di dollari per realizzare un simulatore missioni per il caccia MB-339 prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). L’anno seguente, l’Italia acquistò da Elbit Systems alcuni sistemi missilistici ad alta precisione che furono destinati ai caccia dell’Aeronautica. Il 16 giugno 2003 fu stipulato il patto d’acciaio Roma-Tel Aviv con la firma del “memorandum” d’intesa in materia di cooperazione militare. Il “memorandum” regola la reciproca collaborazione nel settore difesa, con particolare attenzione all’interscambio di materiale di armamento, all’organizzazione delle forze armate, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale. L’accordo quadro prevede inoltre la realizzazione di “scambi di esperienze tra esperti delle due parti” e la “partecipazione di osservatori a esercitazioni militari”. Esso è stato approvato con voto quasi unanime del Parlamento italiano nel maggio 2005 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 giugno dello stesso anno.

Per il boom nell’interscambio di sistemi bellici si dovrà attendere il 2012. In quell’anno l’Aeronautica militare italiana decise infatti di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con il nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi DIRCM co-prodotto dall’azienda Elettronica e dall’israeliana Elbit Systems, con una spesa complessiva di 25 milioni e mezzo di euro. Fu pure raggiunto l’accordo per armare gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland (Finmeccanica) con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” dell’israeliana Rafael. Con una gittata tra gli 8 e i 25 km, gli “Spike” possono esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a secondo dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione dei bunker.

Sempre nel 2012 Israele decise di sottoscrivere l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia M-346 “Master” di Alenia Aermacchi da assegnare alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’Aeronautica per la formazione dei piloti dei cacciabombardieri. Successivamente denominato dagli israeliani “Lavi” (leone in ebraico), l’M-346 è il velivolo da addestramento “più avanzato oggi disponibile sul mercato ed è l’unico al mondo concepito appositamente per i piloti destinati ai velivoli militari ad alte prestazioni di ultima generazione”, come affermano i manager del gruppo Finmeccanica. “Per la sua flessibilità, può essere configurato come un accessibile advanced defence aircraft per ruoli operativi. Il sistema integrato d’addestramento dell’M-346, oltre al velivolo, comprende anche un esaustivo Ground Based Training System che permette all’allievo pilota di familiarizzare con le procedure e anticipare a terra le attività addestrative che poi svilupperà in volo”.

Grazie al caccia-addestratore italiano, gli allievi pilota israeliani possono prepararsi all’utilizzo delle sofisticate tecnologie presenti sui più importanti cacciabombardieri internazionali (F-15, F-16, Eurofighter, Gripen, Rafale, F-22, ecc.) e di quelli di “quinta generazione” come i Lockheed Martin F-35A Joint Strike Fighter, i cui primi esemplari giungeranno in Israele entro la fine del 2016 (Tel Aviv ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per l’acquisizione di 20 F-35 per un valore di 2,75 miliardi di dollari, con un’opzione per altri 55 velivoli). I “Lavi”, però, non sono solo caccia-addestratori: armati con bombe e missili possono essere convertiti anche per attacchi contro obiettivi terrestri e navali. “Dall’inizio del programma – spiega Alenia – il velivolo M346 è stato concepito con l’aggiunta di capacità operative, con l’obiettivo di fornire un aereo da combattimento multiruolo molto capace, particolarmente adatto per l’attacco a terra e di superficie compreso il CAS (Close Air Support), COIN (COunter INsurgency) o anti-nave, nonché le missioni di polizia aerea”.

Il giro d’affari della commessa dei caccia si attesta intorno al miliardo di dollari. L’accordo ha previsto che l’assemblaggio dei “Master” sia svolto nello stabilimento Alenia Aermacchi di Venegono Inferiore (Varese); l’azienda italiana cura inoltre parte della logistica e le attività di manutenzione e riparazione degli M-346 nel Ground Training Center realizzato da Elbit Systems e IAI - Israel Aircraft Industries nella base aerea di Hatzerim, a una decina di chilometri da Be’er Sheva, nel deserto del Negev. Esistono però altre vantaggiose contropartite per le industrie israeliane: Elbit Systems, ad esempio, ha sviluppato una parte dei simulatori di volo e i software dei “Lavi” che consentono ai piloti di esercitarsi alla guerra elettronica, all’individuazione delle installazioni radar nemiche e all’uso di sistemi d’arma avanzati. Elbit ha pure messo a punto i futuristici elmetti da combattimento Targo per gli allievi piloti con un’altissima risoluzione d’immagine per le ricognizioni aeree sia nelle missioni diurne che notturne.

I primi addestratori M-346 sono stati consegnati nel luglio 2014, nei giorni in cui le forze armate israeliane erano impegnate nella sanguinosa operazione “Bordo protettivo” a Gaza. Il 23 giugno 2015 si è invece tenuta ad Hatzerim la cerimonia di consegna del grado di ufficiale al primo gruppo di cadetti del 170th IAF (Israel Air Force) training course, a conclusione del periodo di addestramento sul nuovo velivolo. “Grazie ai caccia avanzati M-346, possiamo addestrare i nostri piloti in modo realistico, accrescendo le loro abilità in volo nell’affrontare le minacce e condurre al termine le missioni assegnate”, ha spiegato a The Jerusalem Post il maggiore Erez, vicecomandante dello squadrone d’addestramento. “All’inizio i piloti apprendono come ingaggiare un singolo aereo nemico, poi si addestrano nel combattimento aria-aria contro caccia multipli e ad affrontare i missili terra-aria posseduti dagli Hezbollah, dalla Siria e dall’Iran”. Il secondo stage addestrativo con gli M-346 ha affrontato scenari di guerra ancora più complessi, come l’“intercettare un aereo passeggeri sequestrato o jet siriani che sono venuti a bombardare Tel Aviv” o gli “attacchi a lungo raggio che impongono tempi di volo prolungati”.

Contemporaneamente alla commessa dei caccia di Alenia Aermacchi, le forze armate italiane hanno formalizzato la decisione di acquistare due velivoli di pronto allarme (Early warning and control - AEW&C) “Eitam” del tipo “Gulfstream 550”, prodotti da IAI ed Elta Systems, con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati (valore complessivo 800 milioni di dollari circa). Selex Es (Finmeccanica), s’incaricherà per conto delle aziende israeliane di fornire i sottosistemi di comunicazione dei velivoli e i link tattici secondo gli standard NATO. L’Italia si è pure impegnata ad acquisire un sistema satellitare elettro-ottico ad alta risoluzione di seconda generazione “Optasat 3000”, prodotto anch’esso da IAI ed Elbit Systems. Prime contractor degli israeliani è Telespazio, azienda controllata da Finmeccanica e dalla francese Thales, a cui è stata affidata la costruzione del segmento terrestre, il lancio da una base israeliana e la messa in orbita del nuovo sistema satellitare entro la fine del 2016. Dopo il completamento dei test da parte del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio, il nuovo apparato sarà pienamente integrato nel sistema satellite e radar “Cosmo-Skymed” in uso alle forze armate italiane.

Intanto le aziende italo-israeliane puntano a rafforzare la partnership per guadagnare nuove porzioni dei mercati d’armi internazionali. Selex ES ed AEL Sistemas S.A, società controllata da Elbit Systems e dalla brasiliana Embraer, hanno costituito nel 2013 una joint venture per la produzione di tecnologie e sistemi radar a scansione meccanica da destinare ai velivoli d’attacco e di trasporto delle forze armate del Brasile e di altri paesi sudamericani. Alla joint venture è stata assegnata la manutenzione e il supporto dei radar “Gabbiano T20” di Selex, destinati ai velivoli di sorveglianza aerea Embraer KC-390 e probabilmente anche ai nuovi velivoli senza pilota acquistati dai militari brasiliani. La partnership tra Selex e AEL potrebbe allargarsi in futuro anche nel campo dell’avionica di precisione e dei sistemi di sicurezza avanzati.

La trentesima stella della NATO 

Quanto le forze armate statunitensi e di alcuni dei principali paesi NATO siano interessate alla produzione di armi e tecnologie militari israeliane è provato da quanto accaduto qualche mese fa a Tel Aviv. Dal 19 al 21 maggio 2015, si è tenuta infatti una convention a porte chiuse tra i capi delle forze aeree di otto paesi NATO (Canada, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Olanda, Polonia e Stati Uniti d’America) e i manager delle maggiori imprese militari israeliane. “Si tratta del primo incontro a questi livelli ma speriamo che da ora in poi se ne possa tenere almeno uno all’anno per poter interscambiare le nostre esperienze con i colleghi della NATO e poter affrontare insieme le sfide a cui siamo chiamati”, ha dichiarato il Comandante dell’Aeronautica militare israeliana gen. Shachar Shohat, a conclusione del meeting. Secondo una nota del ministero della difesa, il gen. Shohat ha presentato ai generali NATO le attività di difesa aerea espletate in occasione dei bombardamenti a Gaza nell’estate 2014, “quando i sistemi Patriot israeliani abbatterono due velivoli senza pilota e le batterie anti-missili Iron Dome riuscirono a intercettare quasi il 90% dei bersagli”. Sempre secondo le autorità militari israeliane “la conferenza ha previsto inoltre una visita alle imprese statali (Israel Aerospace Industries, Rafael e Israel Military Industries) che stanno sviluppando un ampio spettro di tecnologie di pronto allarme, intelligence, difesa attiva e guerra anti-UAV e anti-missile”.

Israele è uno dei membri del cosiddetto “Dialogo mediterraneo” della NATO sin da quando fu istituito nel dicembre 1994 dai ministri degli esteri dei paesi dell’Alleanza Atlantica. Con Israele fanno parte del “Dialogo mediterraneo” altri sei paesi africani e mediorientali: Algeria, Egitto, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia. “Il Dialogo mediterraneo è un forum multilaterale dove le nazioni partner della regione possono discutere sulle questioni della sicurezza comune con gli alleati dell’Europa e del Nord America”, spiega la NATO. “Il Dialogo riflette il punto di vista dell’Alleanza secondo cui la sicurezza in Europa è strettamente legata alla sicurezza e alla stabilità del Mediterraneo. Prioritariamente il Dialogo mediterraneo punta a conseguire una migliore conoscenza reciproca”. A coordinare i programmi di cooperazione con i paesi partner di Africa e Medio oriente è stato chiamato l’Allied Joint Force Command (JFC) di Napoli, il Comando congiunto delle forze alleate di stanza nella nuova installazione NATO di Lago Patria. Nel JFC di Napoli vengono ospitate le conferenze annuali del Dialogo mediterraneo, l’ultima delle quali si è tenuta lo scorso 2 dicembre.

Le relazioni tra Israele e l’Alleanza Atlantica si sono intensificate negli ultimi quindici anni principalmente nella conduzione della lotta al terrorismo, della pianificazione degli interventi in caso di crisi ed emergenze, del controllo dei confini, della ricerca e soccorso e dell’assistenza umanitariaNel novembre 2004 fu firmato a Bruxelles un importante protocollo con cui si autorizzò la realizzazione di esercitazioni militari tra le forze armate israeliane e la NATO. Un accordo complementare fu firmato nel marzo del 2005 dall’allora Segretario Generale dell’Alleanza Jaap de Hoop Scheffer e dal Primo ministro israeliano Ariel Sharon. Tre mesi più tardi, alcune unità della marina israeliana furono impegnate per la prima volta in un’esercitazione NATO in cui fu “simulato” un attacco ai sottomarini a largo del Golfo di Taranto. Nel luglio 2005 fu invece l’esercito israeliano a fare il suo debutto in un’esercitazione terrestre NATO in Ucraina a cui parteciparono 22 paesi dell’Alleanza ed extra-NATO.

Nel marzo 2006 si realizzò il primo dispiegamento in Israele dei grandi aerei radar “Awacs” in dotazione alla forza di pronto allarme della NATO, mentre fu autorizzato il trasferimento in pianta stabile di un ufficiale di collegamento israeliano presso il JFC di Napoli. Nel giugno 2006, otto unità israeliane di stanza nel porto di Haifa furono trasferite nel Mar Nero per un’esercitazione navale che l’Alleanza Atlantica tenne congiuntamente ai paesi del Dialogo mediterraneo. Nell’aprile 2007 sei unità della forza navale NATO furono inviate ad Eilat per partecipare ad un’esercitazione insieme al distaccamento speciale della Marina israeliana nel Mar Rosso. Dopo un rischiaramento nella base aerea statunitense di Nellis, Nevada, dal giugno al luglio 2008 alcuni cacciabombardieri israeliani parteciparono per la prima volta all’esercitazione “Red Flag”, insieme ai velivoli da guerra provenienti da Australia, Giappone, India, Nuova Zelanda e Singapore.

L’Alleanza Atlantica e Israele sottoscrissero un Programma di Cooperazione Individuale che fu ratificato dai ministri della difesa NATO il 2 dicembre 2008, tre settimane prima del sanguinoso attacco israeliano a Gaza. Il testo dell’accordo descriveva i principali settori in cui “NATO e Israele coopereranno pienamente”: il controterrorismo; lo scambio di informazioni tra i servizi d’intelligence; la connessione di Israele al sistema elettronico NATO; l’acquisizione degli armamenti; l’aumento delle esercitazioni militari.

Nel novembre 2009, durante la visita in Israele dell’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, al tempo presidente del Comitato militare alleato (e poi ministro della difesa italiano), fu stabilito che un’unità missilistica israeliana partecipasse a pieno titolo all’operazione navale NATO Active Endeavor, di “protezione del Mediterraneo contro le attività terroristiche”. Il 24 aprile 2010 Israele firmò a Bruxelles un security agreement che stabilì la cornice per lo scambio con la NATO dei dati d’intelligence e la “protezione congiunta” delle comunicazioni riservate. Il 7 marzo 2013, il Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ricevette a Bruxelles il presidente israeliano Shimon Peres per rafforzare la cooperazione militare nel campo della “lotta al terrorismo”, delle “operazioni coperte” e della “guerra non convenzionale”. In quell’occasione fu sottoscritto pure un accordo di mutua cooperazione, il cui contenuto è ancora top secret, in vista dei nuovi piani di dispiegamento operativo e logistico delle forze armate statunitensi e NATO in Medio Oriente. “Israele è un importante alleato della NATO nel Dialogo Mediterraneo”, dichiarò Anders Fogh Rasmussen a conclusione del vertice con Shimon Peres. “Israele è uno dei nostri associati più antichi. Affrontiamo le stesse sfide nel Mediterraneo orientale e le stesse minacce alla sicurezza del XXI secolo, così abbiamo tutte le ragioni per rendere ancora più profonda e durevole la nostra associazione anche con gli altri paesi del Dialogo Mediterraneo”. Il 9 febbraio 2014, lo stesso Rasmussen si recò in visita ufficiale in Israele per incontrare le autorità governative e militari.

Il 17 novembre 2014 a La Hulpe, Belgio, si tenne una conferenza su La cooperazione NATO-Israele, a cui parteciparono i rappresentanti politici e militari dell’Alleanza Atlantica. Nel suo intervento, il vicesegretario generale della NATO Alexander Vershbow auspicò un “maggiore coinvolgimento delle forze armate israeliane nelle attività addestrative, nei programmi di formazione alleati e nelle operazioni di peacekeeping e di gestione delle crisi internazionali incluse quelle a guida NATO”. Nuove consultazioni con le autorità militari israeliane per intensificare la cooperazione “alla luce degli odierni sviluppi nel Mediterraneo e in Medio Oriente” si sono tenute a Tel Aviv il 12 e 13 ottobre 2015 in occasione della visita ufficiale del vice segretario generale NATO per le politiche di sicurezza, l’ambasciatore Thrasyvoulos Terry Stamatopoulos.

L’ultima tappa della diabolica partnership Israele-NATO risale al 7 dicembre scorso, quando due unità da guerra assegnate allo Standing NATO Maritime Group TWO (SNMG2), uno dei due gruppi navali di pronto intervento dell’Alleanza, giungevano nel porto di Haifa provenienti da una missione “anti-pirateria” nell’Oceano Indiano. Prima di lasciare le acque israeliane, le navi da guerra NATO hanno partecipato con alcune unità della Marina israeliana all’esercitazione Passex, finalizzata – come riferito dal governo - a “rafforzare l’interoperabilità in campo navale tra la NATO e Israele”.

 
Relazione alla Conferenza Nazionale Palestina e dintorni, organizzata dal Fronte Palestina, Roma, 23 gennaio 2016.

venerdì 22 gennaio 2016

L’Angola fa incetta di armi italiane


Affari multimilionari in Angola per la holding militare-industriale Finmeccanica. Il governo presieduto da José Eduardo Dos Santos ha sottoscritto un accordo con il gruppo italiano leader nella produzione bellica per il valore complessivo di 212,3 milioni di euro. Nello specifico, la società di elettronica Selex ES fornirà al Centro nazionale di sicurezza marittima stazioni radar e sistemi di comunicazioni che saranno installati lungo l’intera costa angolana (115 milioni); la controllata Agusta Westland fornirà alla Marina militare sei elicotteri (90 milioni), mentre l’azienda Whitehead Sistemi Subacquei consegnerà diversi siluri antinave A-244S per equipaggiare i motosiluranti angolani (7,3 milioni). Il contratto prevede anche l’assistenza e l’addestramento dei militari angolani da parte di personale specializzato Finmeccanica. L’acquisizione dei sistemi d’arma italiani è prevista nell’ambito del Programma di sviluppo della forza navale (Pro-Naval) varato dal governo angolano per modernizzare e potenziare entro il 2017 gli assetti bellici e tecnologici e le capacità di pronto intervento della Marina militare.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa portoghese Lusa, il presidente Dos Santos avrebbe firmato i contratti alla vigilia di Natale, anche se l’accordo con Finmeccanica sarebbe stato raggiunto l’8 luglio 2015 in occasione della sua visita ufficiale in Italia. A Roma, José Eduardo Dos Santos era stato ricevuto dal premier Matteo Renzi, dalle autorità militari e dagli amministratori delegati delle maggiori aziende italiane, primi fra tutti Claudio Descalzi (ENI) e Mauro Moretti (Finmeccanica). “La cooperazione del nostro gruppo con le autorità angolane si baserà sul trasferimento di tecnologia in diverse aree avanzate e specialmente nella formazione del personale qualificato di questo paese, sia in Italia che in Angola, ed è finalizzato a rinnovare la flotta angolana, sia nel campo della difesa che in quello petrolifero e dell’estrazione del gas”, dichiarò Moretti ai giornalisti angolani che accompagnavano Dos Santos.

La cooperazione militare tra Italia e Angola prese il via nel 1977 subito dolo la dichiarazione d’indipendenza del paese dal Portogallo, con la firma di un Memorandum che stabiliva la costituzione di una “commissione bilaterale” composta da rappresentanti delle rispettive forze armate, poi denominata Joint Cooperation Committee. A rafforzare le relazioni politico-militari e la partnership tra le autorità di Luanda e il complesso militare-industriale italiano, contribuì particolarmente il vertice di Roma nel luglio 2013 tra l’allora ministro della Difesa, Mario Mauro e una delegazione ministeriale angolana guidata dal Segretario di Stato alla Difesa per le risorse materiali e infrastrutture, Salviano De Jesus Sequeira. La visita in Italia dei rappresentanti della Repubblica di Angola si concluse con un incontro con i manager di alcune tra le più note fabbriche d’armi italiane (AgustaWestland, Fincantieri, Iveco, ecc.). “È nostro interesse allargare l’acquisizione di varie tecnologie moderne per sopperire l’esigenza di monitorare meglio coste e confini territoriali, al fine di combattere l’immigrazione clandestina e il traffico di droga”, spiegò il portavoce della delegazione angolana. Il 19 novembre 2013, sempre il ministro Mauro e il Capo di stato maggiore ammiraglio Luigi Binelli Mantelli ospitarono a Roma il responsabile del dicastero della difesa angolano Cândido Pereira dos Santos Van-Dúnem. “L’incontro ha consentito di valutare possibili forme di collaborazione nel settore della formazione del personale”, riportò una nota del ministero italiano. “L’ammiraglio Binelli ha confermato la disponibilità a supportare con l’esperienza militare italiana la riconfigurazione delle Forze Armate dell’Angola. I due ministri della difesa hanno inoltre firmato un accordo di cooperazione che prevede scambi di informazioni, addestramenti congiunti, formazione di soldati angolani nelle accademie italiane”. Sempre a novembre, si tenne a Luanda la prima Fiera angolana dell’Industria e della Difesa, a cui partecipano numerose le industrie di morte italiane.

Dal 15 al 19 febbraio 2014. nel porto della capitale angolana fecero bella mostra di sé tre unità del 30° Gruppo navale (la portaerei Cavour, la nave rifornitrice “Etna” e la fregata “Bergamini”), impegnate nel lungo tour promozionale in Africa e in Asia dell’industria bellica italiana, denominato Sistema paese in movimento. Evento clou della sosta in Angola delle unità italiane, l’esibizione sul ponte volo della “Cavour” del soprano Felicia Bongiovanni. “Il 17 febbraio il soprano ha cantato davanti ad oltre 600 invitati, tra cui dieci Ministri di Stato del governo angolano”, riportano le cronache di quei giorni. Tra i presenti al concerto anche una delegazione del ministero della Difesa italiano ed i rappresentanti delle più importanti imprese nazionali del settore meccanico, siderurgico e tecnologico, quali Ansaldo, Finmeccanica e Fincantieri. “Luanda vuole formare i suoi ufficiali nelle accademie e scuole militari italiane e punta ad acquistare unità navali d’altura per proteggere le piattaforme off-shore (che sfruttano giacimenti di petrolio valutati 7 miliardi di barili), blindati e mezzi terrestri, aerei d’addestramento e un sistema di controllo integrato delle frontiere simile a quello venduto alla Libia”, scriveva in quei giorni il periodico specializzato Analisi Difesa. “Un giro d’affari potenzialmente multi miliardario che coinvolgerebbe Fincantieri, Selex ES, Oto Melara, MBDA, Alenia Aermacchi e molte altre aziende italiane”. Per firmare l’accordo di cooperazione militare con le autorità angolane, il 16 febbraio era atteso il ministro Mario Mauro, ma dopo le improvvise dimissioni del presidente del consiglio Enrico Letta, fu annullato il suo arrivo a Luanda. La défaillance del governo fu comunque ben compensata dai vertici delle forze armate e delle industrie di guerra italiane. Il Segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, generale Enzo Stefanini e il Capo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, firmarono infatti il Protocollo tecnico per l’esecuzione dell’accordo bilaterale siglato in Italia nel novembre 2013, mentre i leader militari angolani furono ospitati sulla “Cavour” per assistere ad alcune attività addestrative in mare. “Sicurezza marittima, con particolare riguardo all’antipirateria, procedure di abbordo in mare e nozioni di base sulla difesa da ordigni esplosivi improvvisati, sono stati gli argomenti trattati”, riporta una nota del Comando della Marina militare italiana. Sulla portaerei si tenne infine un seminario a favore di partner industriali e militari di entrambi i paesi. “L’Angola è un paese strategico dal punto di vista della sicurezza marittima dell’Oceano Atlantico”, spiegò l’ammiraglio De Giorgi. “Il nostro obiettivo è sviluppare con questa Nazione una collaborazione di lungo periodo nei settori della difesa, della sicurezza e dello sviluppo tecnologico”.

Il 21 luglio 2014 fu il premier Matteo Renzi a recarsi a Luanda per incontrare il presidente Josè Eduardo Dos Santos. “L’Angola è oggi il terzo partner commerciale sub-sahariano dell’Italia: nel 2013 il valore dell’interscambio è stato pari a 891 milioni di euro, con 348 milioni di nostre esportazioni”, precisò la Farnesina. “In Angola la presenza italiana è caratterizzata dall’ENI nel settore dell’energia, da Inalca-Cremonini per l’agroalimentare, da Grimaldi e Snav per i trasporti. E in Angola, Sace ha annunciato l’apertura di due linee di credito: da 164 milioni di euro per il completamento dei lavori di costruzione dell’autostrada Luanda-Soyo affidati all’italiana Cmc Ravenna e di 500 milioni di dollari riservata a Sonangol, società petrolifera angolana, per l’acquisto di merci o servizi italiani”. Ancora una volta però furono gli affari d’armi a stimolare maggiormente gli appetiti italici. Ad accompagnare il presidente del consiglio in Angola, oltre al sottosegretario dello Sviluppo economico Carlo Calenda (ex assistente di Confindustria e neo rappresentante diplomatico dell’Italia a Bruxelles) e agli amministratori delegati di ENI e Cremonini, c’era infatti l’Ad di Finmeccanica, Mauro Moretti. “In Angola stiamo discutendo sull’appalto di elicotteri di uso civile e militare con la candidatura dell’Italia a sostituire l’intera flotta angolana, oltre al controllo dei territori attraverso sofisticati sistemi come droni e satelliti”, dichiarò Moretti prima di rientrare in Italia.

Il 28 novembre 2014 si tenne a Roma un vertice tra i ministri della difesa Roberta Pinotti e Manuel Gonçalves Lourenço. Anche in quell’occasione il ministero emise una lunga nota sui temi trattati durante il meeting bilaterale. “Lo scorso anno, Italia e Angola hanno siglato un Accordo Quadro che prevede, tra le altre, iniziative nell’ambito della formazione, addestramento e sicurezza marittima”, spiegò l’addetto stampa della Difesa. “L’Angola da tempo guarda con interesse alle capacità della Difesa italiana. Nel corso della recente visita in Italia del Direttore del Servizio Sanitario delle Forze armate angolane, ad esempio, sono stati definiti i settori per la futura collaborazione nel campo del biocontenimento (addestramento per la decontaminazione NRBC e prevenzione del contagio da virus ebola), della medicina aeronautica e della telemedicina”. Dieci mesi dopo fu Roberta Pinotti a recarsi in visita in Angola per incontrare il Presidente José Eduardo Dos Santos, il collega Gonçalves Lourenço e il ministro degli Esteri, Georges Chikoti. “Porto i saluti del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, disponibile a visitare l’Angola nel più breve tempo possibile”, esordì Pinotti al gala ufficiale. “L’Italia è una nazione con una grande tradizione nel settore della marina militare e ci piacerebbe focalizzarci con l’Angola su questo comparto. Ma siamo qui anche per discutere di lotta al terrorismo, sicurezza del mare e della collaborazione nel settore dell’addestramento e della formazione con iniziative a favore delle forze armate angolane avviate sin dal 2013 negli Istituti e Enti della difesa italiani”.

L’ultima tappa del percorso di consolidamento della partnership politico-militare-industriale italo-angolana risale all’8 ottobre dello scorso anno, quando a Luanda si tenne la Conferenza internazionale sulla sicurezza marittima ed energetica (CISME), organizzata su iniziativa di Angola, Stati Uniti e Italia, e a cui partecipano delegazioni provenienti da 54 paesi insieme ad alcune organizzazioni regionali e internazionali che si occupano di sicurezza marittima ed esplorazione energetica. “L’obiettivo dell’incontro è coordinare le strategie e la condivisione delle informazioni al fine di rendere i mari più sicuri per lo sviluppo delle attività economiche”, dichiarò il sottosegretario di Stato alla Difesa, On. Gioacchino Alfano. “È essenziale anticipare, impedire e saper eventualmente gestire qualsiasi evento o situazione di criticità che si possa trasformare in una minaccia o addirittura in un attacco all’integrità nazionale, alla sovranità e/o agli interessi vitali delle nostre Nazioni, non escludendo da ciò anche i rischi generati da migrazioni di massa, pandemie, terrorismo e criminalità”.
All’export di armi e apparati tecnologici alle forze armate angolane avrebbero offerto la propria collaborazione anche alcuni dei più potenti boss di Cosa nostra. Dopo l’arresto a Bangkok, il 31 marzo 2012, di don Vito Roberto Palazzolo, ritenuto dalla procura di Palermo come uno dei principali cassieri della mafia internazionale, trapelò che in un interrogatorio Francescomaria Tuccillo (responsabile di Finmeccanica per l’Africa sub-sahariana sino al 2011), aveva riferito che il Palazzolo avrebbe partecipato sotto falso nome al forum Italia-Angola, organizzato il 7 e l’8 settembre 2009 a Luanda. Il Palazzolo, sempre secondo il teste, si sarebbe presentato come “uomo d’affari” e “collaboratore”, tra l’altro, dell’azienda di elicotteri AgustaWestland. In un’intervista al sito Lettera43.it, un altro dirigente del gruppo Finmeccanica la cui identità è stata mantenuta coperta, confermò qualche tempo dopo la partecipazione di don Vito Palazzolo alla convention di Luanda. “Mi fu presentato da un collega, dicendo che si trattava di una persona di fiducia, che aveva già lavorato con alcune aziende del gruppo tra le quali Agusta”, raccontò il manager. Da quanto sin’ora emerso nelle indagini, la persona di contatto tra la holding italiana e il boss siciliano sarebbe stato Patrick Chabrat, già vicepresidente di Agusta Westland e poi responsabile di Finmeccanica per l’Africa sub-sahariana.

giovedì 14 gennaio 2016

Quando all’assessore della giunta No Ponte non dispiaceva il Ponte


Ponte Sì o Ponte No, il progetto a Capo Peloro prima o poi lo farò. Ha destato più di un malumore la decisione dell’amministrazione comunale d’inserire tra i 12 principali interventi del Masterplan della Città Metropolitana di Messina per il biennio 2016-2017 il Piano di riqualificazione del Pilone di Capo Peloro, redatto dallo studio di progettazione dell’odierno assessore all’urbanistica, alla protezione civile e ai lavori pubblici, l’ingegnere Sergio De Cola, con la collaborazione della Buffi Associes e dell’architetto Pier Paolo Balbo di Vinadio. C’è chi ha espresso dubbi sull’opportunità politica del provvedimento e chi ha persino paventato conflitti d’interesse per la duplice funzione dell’assessore-coprogettista, mentre più di un ambientalista ha denunciato l’insostenibilità ecologica e paesaggistica di un progetto che impatta una delle aree “protette” più fragili del messinese, la Riserva naturale orientata della Laguna di Capo Peloro, compresa tra i due laghi di Ganzirri e Punta Faro.

Oggi si scopre che quel discutibile piano di “riqualificazione” a firma De Cola & C., era stato inserito pure dalle società chiamate a progettare e realizzare il famigerato Ponte sullo Stretto tra le maggiori opere “compensative” a favore del Comune di Messina. Scongiurato (sino ad oggi) l’ecomostro tra Scilla e Cariddi, l’amministrazione guidata dal superattivista No Ponte Renato Accorinti si è intestata il Piano del Pilone di Capo Peloro che le precedenti giunte di destra, centro-destra e centro-sinistra avevano sostenuto, sponsorizzato e finanche proposto alla Società Stretto di Messina, Impregilo e socie in cambio della propria collaborazione alla realizzazione del Ponte.

La relazione descrittiva sulla fattibilità delle opere compensative a Capo Peloro è consultabile negli innumerevoli faldoni del Progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina a cura del pool d’imprese Eurolink S.C.p.A. (Impregilo mandataria, Società Italiane per Condotte d’Acqua, C.M.C. di Ravenna, Sacyr, IshikawaJima-Harima Heavy Industries e A.C.I. S.C.P.A. – Consorzio Stabile, mandatarie). Datata 20 giugno 2011, l’emissione finale è stata redatta e verificata da tale Cancellieri e “approvata” dall’ingegnere Pagani di Milano, “progettista” per conto di Eurolink. Piano particolareggiato di Capo Peloro è la denominazione dell’intervento programmato con le opere di compensazione ambientale e paesaggistica sul versante siciliano. “Il P. P. E. prevede la realizzazione di un parco pubblico attrezzato con il recupero in termini di archeologia industriale del sistema Pilone-Torri di Contrappesatura del dismesso elettrodotto aereo dello Stretto, con interventi a carattere pubblico e privato”, riporta la relazione dei progettisti del Ponte. “Le opere compensative che si intendono realizzare sono le opere pubbliche in elenco: nuova viabilità di collegamento tra la strada comunale Granatari e la via Marina di Fuori; sistema dei parcheggi pubblici a raso; servizi ingresso al parco; sistemazioni a verde del parco tematico (mq 49.500); restauro e riuso delle ex Torri Morandi di contrappesatura dell’elettrodotto aereo dello Stretto; tre edifici di nuova edificazioni destinati a musei-laboratori; servizi di quartiere (polizia, servizi sociali); impianti a rete a servizio delle aree interessate; riconfigurazione della base dell’ex Pilone ENEL per servizi per il tempo libero legati alla fruizione del mare; acquario sommerso gorgo di Cariddi - visite a piccoli gruppi (max 20 persone) - raggiungibile dalla spiaggia con un piccolo battello di servizio”. Che si tratti senza alcun dubbio proprio del progetto a firma dello Studio dell’assessore Sergio de Cola, vincitore nel 2000 del Concorso europeo di idee per la riqualificazione ambientale e funzionale dell’area di Capo Peloro indetto dal Comune di Messina, è provato dalla descrizione di altre “caratteristiche tecniche” dell’intervento cantierabile e  finanziabile – secondo il general contractor - con i soldi del Ponte. Gli interventi pubblici previsti con le opere compensative prevedono pure il museo dell’attraversamento dello Stretto; servizi ingresso/autobus (accessi perimetrali dalla via Marina di Fuori ed in prossimità del Faro); aree esterne pavimentate, percorsi interni, verde tecnico; viale-piazza e tensostruttura (spazio collettivo pubblico, di successiva realizzazione, essendo condizionato dalla costruzione del complesso albergo/centro congressi); musei laboratori (edifici di nuova realizzazione): sezione umanistica con spazi espositivi interni ed esterni; laboratori di restauro; archivio e depositi, spazi didattici, commerciali ecc.; sezione scientifica e/o acquario con percorsi didattico naturalistici, visione diretta in vasche di esemplari di specie marine mediterranee, esposizione di modelli in scala, archivio e depositi, spazi commerciali o, in alternativa, realizzazione dell’Acquario dello Stretto; sezione etnoantropologica per l’esposizione delle diverse tipologie di barche tradizionalmente usate per la pesca e delle attrezzature; sale per proiezione di filmati, mostre fotografiche tematiche, ecc; laboratori/officine, depositi, spazi commerciali e di ristoro/degustazione”. Nel paragrafo relativo alle attività complementari ed integrative di interesse pubblico, il documento Eurolink prevede inoltre la riconfigurazione del basamento del Pilone per la “diretta fruizione del mare (balneazione, scuola di vela, surf, canoa, sub e relativi sevizi e depositi, bar-ristoro, allestimenti temporanei diversi, mostre, esposizioni”; mentre per le funzioni e le attività del sistema costiero di realizzazione privata, si prefigura ilriuso del Forte degli Inglesi, in atto in gestione alla Fondazione Horcynus Orca, sede di rappresentanza del parco, centro informazione, divulgazione multimediale su tematiche scientifiche e letterarie, ecc.”.

Un affaire per imprenditori privati e università da privatizzare

Nell’illustrazione dell’intervento “compensativo” di Capo Peloro, i superprogettisti del Ponte riproducono alla lettera le idee guida del Piano del Pilone con cui la famiglia dell’assessore De Cola, l’ingegnere Antonella Versaci e gli architetti Jan-Pier Buffi e Pier Paolo Balbo di Vinadio ottennero il 1° premio al Concorso europeo del Comune di Messina. Gli interventi si inseriscono in un ambito che comprende il terminale settentrionale del crinale dei peloritani, il territorio dei pantani di Ganzirri e Faro e naturalmente, la punta con l’abitato di Faro”, vi si legge. Una dimensione che ricomprende e coinvolge tre sistemi lineari: dei crinali; di costa; intercostiero. L’infrastrutturazione generale di questo sistema è certamente a terra sulla linea di costa, e di mezza costa, ma può essere integrato da un servizio (soprattutto a fini turistici) via mare coinvolgendo così anche la sponda calabrese (Scilla e Bagnara), traducendo in rotte precise la triangolazione virtuale degli assi della misura urbana”.

Per i fautori del Ponte, Capo Peloro deve essere trasformata da area degradata a luogo simbolo di più valenze. L’area a disposizione è di per sé luogo particolarissimo con elevata vocazione a sostenere un ruolo urbano ed ambientale di primo piano per Messina. La soluzione non sta nel riempire di normali funzioni urbane aree che erano specialistiche (industriali o difensive), colmando un vuoto con quantità omogenee alla città normale, magari migliorando i suoi standard e le sue dotazioni di verde e servizi, ma di creare una nuova centralità, che abbia l’ambizione di autosostenere se stessa innescando un processo emancipativo del luogo e di tutti gli attori imprenditoriali e culturali”.

I progettisti fanno propria la formula del cosiddetto Parco tematico. “I due principi, della contaminazione tra generi (letterario-culturale e scientifico-ambientale; divertimento-gioco e consulenza-lavoro) e della unione tra Soggetti istituzionali e imprenditoriali (come ad esempio le Università di Messina e Reggio Calabria e operatori privati) è l’idea guida del programma di riqualificazione di Capo Peloro. L’attuale attività avviata dal Parco Letterario Horcynus Orca nel Forte degli Inglesi, sulla linea dei Parchi letterari concepiti da Stanislao Nievo, ne costituisce indubbiamente il germe, l’atto fondativo. L’idea è stata sviluppata sino alla dimensione conforme per raggiungere le sinergie adeguate ad una realtà come quella dello Stretto e di Capo Peloro, mettendo insieme tutte le risorse disponibili, quelle dei diversi Atenei Universitari, convergenti in un Polo di Eccellenza dello Stretto territorialmente esemplare e quelle della Imprenditoria culturale e turistica”.

Asse principale del Piano, la linea immaginaria che congiunge il Pilone all’edificio delle Torri Morandi. “Su tale direzione si costruisce un viale/piazza, spazio collettivo pubblico, sovrastato da una tensostruttura che restituisce la connessione tra Pilone e Torri”, aggiunge il documento. “I nuovi cavi portano un velario trapezoidale nella cui divaricazione si scopre progressivamente il grande traliccio del Pilone (emergenza verso il cielo del Capo Peloro) e si determina uno spacco di luce sul viale. I nuovi cavi si ammarano a mare in corrispondenza del gorgo di Cariddi acquario sommerso pensato in occasione del concorso di idee e che il Piano, non potendo formalmente normare, comunque suggerisce e ripropone. Sul margine nord del viale si attestano tre edifici destinati a musei-laboratori mentre un albergo con annesso centro congressi realizza la testata terminale. Le zone marginali ovest e sud dell’area interna sono destinate a parcheggi pubblici e di pertinenza dell’albergo-centro congressi posti all’interno del Parco. Un percorso pedonale e di servizio, ad andamento sinusoidale con fulcro nel Faro di Capo Peloro, attraversa l’area interna e rimanda all’area della punta.

I signori del Ponte chiudono la descrizione delle opere “riqualificative” di Capo Peloro elencando gli interventi ipotizzati dal PPE di iniziativa privata, precisando comunque che “gli stessi, non sono ovviamente ricompresi tra le opere compensative richieste”, anche se “una volta avviate le procedure per la concreta realizzazione della parte pubblica è intenzione dell’Amministrazione avviare procedure di progetti di finanza per la loro realizzazione”. Si tratta nello specifico della “nuova costruzione” di una struttura alberghiera per 200 posti letto e di un centro congressi per 600 posti, con servizi di editoria e tipografia; un lido balneare e servizi annessi presso gli ex capannoni “Seaflight”; due parcheggi privati pertinenziali (il primo interrato di 3.603 mq e il secondo a raso di 1437 mq). “La scelta progettuale, contenuta nel PPE, di liberare l’area circostante il Forte degli Inglesi e conseguentemente di demolire l’edificio dell’ex Tiro a volo ed il corpo di fabbrica ad esso antistante, verrà attuata solo in una fase successiva alla realizzazione delle strutture idonee per lo svolgimento delle funzioni cui sono destinati detti edifici”, concludono i progettisti Eurolink.

In allegato al piano, un dettagliato quadro delle spese previste per gli interventi (valore complessivo 54.276.500 euro): 14.766.300 euro per le espropriazioni di terreni e fabbricati; 13.013.075 per i musei-laboratori; 6.050.000 per le finiture parziali alla base del Pilone; 2.553.600 per le Torri Morandi; 1.881.200 per i parcheggi a raso; 1.500.000 per l’acquario sommerso; 1.475.400 per piazzali ingresso e vasche; 1.160.000 per la strada di collegamento; 990.760 per il verde attrezzato a parco tematico; 900.000 per gli impianti a rete; 701.000 per i percorsi pedonali; 540.000 per l’asilo e i servizi sociali; 485.000 per la sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione; 375.000 per i servizi d’ingresso; 360.000 per la stazione di polizia e il pronto soccorso; 175.000 per i collaudi; 170.000 per i piani particellari di esproprio; 60.000 per i sondaggi geognostici e le relazioni geologiche; 24.000 per i box ingressi. In chiusura gli importi previsti per la progettazione definitiva ed esecutiva del Piano (1.030.000 euro) e gli oneri per la direzione e la contabilità lavori (790.000). Stando all’articolo 13 del bando del Concorso europeo di idee per la riqualificazione ambientale e funzionale di Capo Peloro, indetto dal Comune di Messina nel 1999, “l’Amministrazione si impegna a conferire al 1° classificato l’incarico inerente la progettazione esecutiva all’atto dell’ottenimento delle necessarie concessioni demaniali e dei finanziamenti dell’opera”. Cioè, oggi, la giunta Accorinti-De Cola allo studio De Cola.

Come svincolarsi dai vincoli ambientali

Pur ritenendo le opere compensative di Capo Peloro “coerenti con la delibera del CIPE del progetto preliminare del Ponte sullo Stretto”, il Piano predisposto da Eurolink segnala tutta una serie di criticità di ordine tecnico ed ambientale. Le fasi critiche dell’iter progettuale sono rappresentate dalla concertazione con gli enti terzi proprietari o concessionari di aree interessate dal progetto e dall’affiancamento della amministrazione da parte del progettista nella fase di concertazione per il perfezionamento della soluzione progettuale atta a ridurre i conflitti di competenza”, si spiega. “L’intervento ricade inoltre in zona soggetta a vincolo paesistico e archeologico e ad altri vincoli ostativi alla sua realizzazione (sono interessate dalle disposizioni della L.R. 78/76 art. 15; parte delle aree costiere interessate ricadono in zona B di riserva istituita con D.A. n. 437/44 del 21 giugno 2001; il Forte degli Inglesi, bene di rilevante interesse storico-artistico, è sottoposto a tutela ex Legge 1089/39 ed individuato come Zona A1 nel P.R.G. vigente”. Relativamente alla conformità agli strumenti urbanistici e di programmazione i progettisti segnalano che l’intervento in oggetto non è stato inserito all’interno della variante al PRG del Comune di Messina, approvata con DDR n. 686/2002 e 858/2003, per cui sarà necessario adottare preventivamente la “procedura di variante allo strumento urbanistico secondo le disposizioni del DPR 327/01 e sue s.m.i. e L.R. 71/78 e sue s.m.i.”. Infine, il progetto dovrà anche “essere soggetto a V.I.A. – valutazione incidenza ambientale – regionale”. Chissà se con la riproposizione nel Masterplan metropolitano dell’insostenibile Piano di riqualificazione di Capo Peloro, vecchi progettisti e nuovi assessori avranno risolto le criticità e “disciolto” i vincoli ambientali…
“Negli ultimi trentacinque anni, Messina e l’area dello Stretto sono state illuse da una falsa promessa di sviluppo che si chiamava Ponte sullo Stretto, opera inutile, costosissima e devastante che da sempre abbiamo avversato”, riportava l’amministrazione Accorinti nel documento di accompagnamento dell’Agenda Messina sulle priorità infrastrutturali, redatto nell’agosto 2014. “Con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 15 aprile 2013 – aggiungeva l’amministrazione comunale - la Stretto di Messina S.p.A. è stata posta in liquidazione ai sensi dell’art. 34 decies del DL 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito con modificazioni dalla L. 17 dicembre 2012 n. 221). Le opere compensative per la città di Messina concordate con la società prevedevano finanziamenti per  231 milioni di euro (giusta nota 1467 del 22/12/2010 inviata all’Amministrazione pro tempore). Sempre nella legge n°221/2012, il comma 6 dell’art. 34-decies recita che  la società può essere autorizzata, previa approvazione dei progetti definitivi da parte del CIPE e di intesa con le regioni interessate, ad eseguire lavori infrastrutturali funzionali all’esigenza dell’attuale domanda di trasporto anche in caso di mancata realizzazione del Ponte, ricompresi nel progetto definitivo generale. Si chiede pertanto che gli importi originariamente previsti per le opere compensative siano utilizzati per la realizzazione di alcune di quelle, inserite nel Progetto definitivo del Ponte, che si ritengono di particolare rilevanza per lo sviluppo infrastrutturale, economico e sociale della città di Messina …”.  Tra le (ex) opere compensative, riesumate dalla giunta Accorinti, non poteva mancare ovviamente il leit motiv di tutte le amministrazioni succedutesi negli ultimi 16 anni, il Piano Particolareggiato di Capo Peloro (quello redatto dai vincitori del Concorso europeo di idee previo affidamento con delibera di Giunta n. 47 del 12 marzo 2003), per un importo lavori previsto di 56.990.325 euro. “Nuova viabilità di collegamento tra la strada comunale Granatari e la via Marina di Fuori, sistema dei parcheggi pubblici a raso, servizi ingresso al parco; sistemazioni a verde (mq 49.500), restauro delle ex Torri Morandi di contrappesatura dell’elettrodotto aereo dello Stretto; tre edifici di nuova edificazione destinati a Musei - laboratori, servizi di quartiere, impianti a rete a servizio delle aree interessate dagli interventi; riconfigurazione della base dell’ex Pilone ENEL per servizi per il tempo libero legati alla fruizione del mare, acquario sommerso denominato gorgo di Cariddi”. Cambiano i maestri e gli orchestrali ma la musica è sempre la stessa.