I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

lunedì 30 novembre 2015

Polizia sgombera liceo a Messina su “ordine” della dirigente-questore


Nell’era della buona scuola del governo Renzi, assolutamente vietato immaginare di occupare gli istituti contro il modello dell’istruzione-merce. Dirigenti che scimmiottano questori e sceriffi, le forze dell’ordine a sgomberare con la forza classi e palestre, piogge di fermi e denunce per gli studenti occupanti. A Messina, per poco meno di 48 ore d’occupazione, 13 allievi del prestigioso Liceo “La Farina” (sei maggiorenni e sette minorenni, tre dei quali di appena 15 anni d’età) sono stati denunciati all’Autorità giudiziaria dagli agenti della Digos giunti a scuola subito dopo la richiesta di sgombero formalizzata dalla dirigente Giuseppa “Pucci” Prestipino.

Quanto accaduto nella città dello Stretto testimonia lo stato di polizia che si respira ormai in buona parte degli istituti secondari italiani e il pesantissimo clima repressivo scatenato dai presidi-manager contro ogni forma di contestazione al dilagante processo di privatizzazione del sistema educativo. La mattina del 26 novembre, l’assemblea autoconvocata degli studenti del liceo “La Farina” dichiarava lo stato di occupazione, nonostante alcuni agenti di pubblica sicurezza fossero intervenuti preventivamente nei locali dell’istituto per un “colloquio” dissuasore con la dirigente Prestipino e gli studenti che avevano promosso l’assemblea. La decisione d’occupazione irritava fortemente la preside, che inviava immediata comunicazione scritta alle forze dell’ordine sullo stato di agitazione studentesco. Il giorno successivo, venerdì 27, la dott.ssa Prestipino inviava una nota ufficiale al ministero della pubblica istruzione e ai media locali. “L’atto dell’occupazione è assolutamente provocatorio, inutile, pretestuoso e illegale”, scriveva la dirigente. “I fautori tendono a dimostrare di essere detentori di una volontà maggioritaria che nei fatti viene contraddetta dal fatto che si è astenuto dall’occupazione un rappresentante degli studenti. Inoltre la raccolta delle firme per accertare la volontà della maggioranza degli studenti non è avvenuta in forma né controllata né controllabile. Molti studenti chiedono il ripristino dell’ordine e la ripresa delle lezioni. Molti genitori mi rivolgono la richiesta di adire gli organi di polizia abilitai a far sgomberare l’edificio”.

Alle ore 7 di sabato 29, scattava il blitz di polizia su ordine del questore Giuseppe Cucchiara. Una decina di agenti della Digos faceva irruzione nei locali del liceo di via Oratorio della Pace. Gli occupanti che avevano trascorso la nottata erano 13: venivano trattenuti nell’androne e divisi militarmente in due file, quella per i maggiorenni e quella per i minorenni, mentre alcuni agenti ispezionavano aule e palestra nella ricerca, inutile, di sostanze stupefacenti. Dopo il ritiro dei rispettivi documenti d’identità, veniva ordinato agli occupanti di sgomberare la scuola e di prelevare gli effetti personali. Per la riconsegna dei documenti veniva fissato un appuntamento in questura in mattinata: l’ordine per i minorenni era quello di presentarsi accompagnati dai genitori.

“Spero di potermi pregiare del titolo della preside che ha interrotto la tradizione dell’occupazione prenatalizia”, ha dichiarato all’emittente televisiva Rtp, la dott.ssa Pucci Prestipino, subito dopo lo sgombero. “Mi auguro che tutti i miei colleghi in Italia prendano il mio esempio. È il momento di smetterla con questa ritualità che è fuori da ogni norma. Le occupazioni sono un gesto irresponsabile”.

Ancora più grave e strumentale la successiva esternazione in tv della dirigente del liceo La Farina. “Il 10 agosto scorso, quando è morta la piccola Ilaria Boemi, ho fatto un giuramento: che non avrei più consentito occupazioni nella mia scuola. Un imperativo categorico che mi sono imposta”. Per la cronaca, quel giorno in piena estate, nella spiaggia del lungomare Nord di Messina fu rinvenuto il corpo esanime della giovane sedicenne Ilaria, vittima di un mix letale di alcool e metanfetamina. Impossibile tentare qualsivoglia accostamento tra l’occupazione de La Farina e la tragica vicenda umana e sociale della Boemi. Quest’ultima, aveva frequentato l’istituto d’arte “Basile”, dove era stata respinta per due volte di seguito. Era agosto e dunque ogni attività didattica sospesa, e comunque, come accertato dagli inquirenti, la giovane non si era certo rifornita di stupefacenti a scuola ma da un pusher nella centralissima piazza Duomo di Messina.

“Io non  devo fare la cantante, l’attrice o la politica, per cui non voglio il consenso degli altri”, ha concluso la sua intervista tv, la dott.ssa Prestipino. In verità, di recente, la dirigente aveva tentato più di una volta di misurarsi – con scarso successo - con l’agone politico-elettorale. La Prestipino si era candidata infatti con Italia dei Valori alle elezioni regionali del 28 ottobre 2012 e con il Centro Democratico di Tabacci a quelle per il rinnovo del Senato nel 2013. Il 14 aprile 2013, la dirigente, con il sostegno dell’allora presidente del Consiglio comunale Pippo Previti e dell’on. Carmelo Lo Monte, partecipava alle primarie della coalizione di centrosinistra per la scelta del candidato a Sindaco di Messina, giungendo quarta con 905 voti, contro le 4.875 preferenze dell’avvocato Felice Calabrò, poi sconfitto alle amministrative da Renato Accorinti. “Secondo voi, è lecito che un candidato a sindaco, per quanto a delle consultazioni primarie, distribuisca volantini ai bambini nella scuola di cui è direttore, servendosi del personale docente e non docente della sua scuola?”, domandò allora su Facebook, l’ex assessore ai servizi sociali Dario Caroniti, esponente del Pdl. “Ho chiesto l’autorizzazione ai genitori e ho ricevuto l’ok per la distribuzione dei volantini; probabilmente è successo qualcosa che non doveva succedere”, replicò pubblicamente la dirigente.

“Siamo stati prepotentemente minacciati di immediata denuncia e sgombero da parte di chi, dall’alto della propria posizione, abusa della sua professione per generare terrore psicologico e caos tra gli studenti, specie tra le classi del ginnasio”, denunciano i promotori della protesta duramente repressa dalle forze dell’ordine. “Rivendichiamo il diritto all’occupazione, da alcuni definita una pessima abitudine, come forma di protesta a nostro parere più adatta contro un sistema iniquo che da anni non fa altro che tagliare i fondi all’istruzione per investire in grandi opere superflue (TAV), ordigni guerreschi (F35) e operazioni belliche. Ci schieriamo contro la riforma buona scuola che favorisce la privatizzazione delle scuole pubbliche e l’alternanza scuola-lavoro, ottima soluzione per fornire manodopera gratuita alle grandi aziende, cosa che sottrae ogni possibilità di impiego a molti lavoratori attualmente disoccupati”.

Disapprovazione per l’operato della dirigente è stata espressa con una lettera aperta dai genitori di molti degli studenti identificati e denunciati dalla Digos. “Non era mai successo a Messina, a nostra memoria, che un dirigente scolastico autorizzasse le forze dell’ordine ad intervenire in un istituto scolastico e consentisse loro d’interferire così pesantemente  nelle  dinamiche interne, prima per intimorire i rappresentanti degli studenti, a cui venivano chiesti i documenti di riconoscimento sol perché proponevano l’occupazione dell’istituto, e poi sollecitando con forza lo sgombero”, scrivono i genitori. “Non è stato gradevole sentire le dichiarazioni della dirigente agli organi di stampa, persino ricordando la tragica fine di Ilaria a giustificazione morale della richiesta di sgombero, quando invece proprio quel tragico episodio dovrebbe dimostrare che bisogna stare vicino ai nostri ragazzi, sempre, senza criminalizzarli e senza allontanarli anche quando si ritiene possano sbagliare. Ci riserviamo, pertanto, di ricorrere a qualsiasi azione per tutelare i nostri ragazzi e di valutare con loro l’opportunità di non rinnovare l’iscrizione presso questo istituto che considera normale ricorrere alle forze dell’ordine per affrontare problematiche inerenti la scuola ed il dialogo educativo.
Piena solidarietà agli (ex) occupanti è stata manifestata da ex rappresentanti degli studenti del liceo “La Farina” (Giuseppe Ialacqua, Guglielmo Sidoti, Alessio Gugliotta, Simone Coletta, Simone Millimaggi, Francesco Greco e Davide Costa). “Abbiamo sentito sulla nostra pelle la voglia delle giovani generazioni che sono passate da questo liceo e che volevano cambiare il mondo”, riportano in un documento, sottoscritto poi dal portavoce del sindaco Accorinti, Giampiero Neri, dal sociologo Pietro Saitta, dai giornalisti Tonino Cafeo e Riccardo Orioles, dalla consigliere comunale Ivana Risitano, dai consiglieri di quartiere Santino Bonfiglio, Paolo Barbera e Francesco Mucciardi, dal portavoce di Cambiamo Messina dal Basso Federico Alagna, dalla coordinatrice provinciale de l’Altra Europa Olga Nassis, da Teatro Pinelli Occupato, Comitato Giovani No Muos, Sel, PRC, Giovani Comunisti, Grilli dello Stretto M5S, Codacons Messina, PCL. “Una tradizione di libertà a cui oggi i ragazzi del La Farina non vogliono rinunciare e che, anzi, rilanciano. In tanti anni non abbiamo mai visto un’ondata repressiva come questa. Mai c’è stata l’intenzione di denunciarci; quello strano legame tra professori e presidenza, territorio e comunità, ci ha sempre detto che ribellarsi è giusto, che la nostra società marcia va cambiata, rivoltata, che i soprusi non si possono accettare, che i nostri occhi sarebbero dovuti essere sempre vergini all’ingiustizia, che dovevamo sentire la nostra indignazione rinnovata come se fosse la prima volta. L’unica Buona Scuola che vogliamo è solidale, rivoluzionaria, comunitaria, pacifica e, in una sola parola, libera”.

giovedì 26 novembre 2015

Al regime liberticida del Bahrain cooperazione e armi italiane


Dopo Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, il complesso militare industriale italiano trova un nuovo partner tra i sovrani e gli emiri del Golfo. L’azienda Selex ES (Finmeccanica), produttrice di sistemi di puntamento, componenti elettroniche e radar, ha firmato un contratto di oltre 50 milioni di euro con la Royal Bahrain Naval Force, la marina militare del Regno del Bahrain, per l’ammodernamento di sei unità navali. Il programma di aggiornamento avrà una durata di cinque anni; Selex ES fornirà inoltre i servizi di formazione e di supporto post vendita.

Le basi per l’accordo tra la Marina militare del Bahrain e l’azienda del gruppo Finmeccanica erano state poste in occasione della sosta nel complesso portuale di Mina Khalifa - dal 5 al 9 dicembre 2013 - del 30° Gruppo navale italiano, durante il suo lungo tour promozionale in Africa e Medio oriente dei sistemi d’arma made in Italy. In quell’occasione, il direttore marketing di Selex Es, Gianpiero Lorandi, ebbe modo di presentare i più recenti sistemi di guerra dell’azienda al Capo di stato maggiore della marina del Bahrain, durante un ricevimento ufficiale a bordo della portaerei “Cavour”. Il 26 febbraio 2014, una delegazione di sei ufficiali del piccolo regno del Golfo si recò poi in visita nella base navale di Augusta (Siracusa), nell’ambito di un programma di collaborazione nel campo della difesa tra Italia e Bahrein, finalizzato alla fornitura di alcuni sistemi già imbarcati sulle unità italiane. In particolare, la delegazione straniera ebbe modo di assistere a bordo del pattugliatore “Comandante Cigala Fulgosi” ad una dimostrazione sul funzionamento del radar del tiro NA 25 X prodotto e installato da Selex Es, effettuando il tracciamento e l’acquisizione di bersagli navali ed aerei.

In Bahrain, l’azienda del gruppo Finmeccanica ha già firmato contratti con l’aviazione civile e l’aeronautica militare per la fornitura di sofisticati sistemi radar di sorveglianza primari e secondari. Nel gennaio 2015, Selex ES ha pure partecipo al Bahrein International Airshow, il salone aerospaziale che si tiene annualmente nella capitale Manama, per promuovere un’ampia gamma di prodotti per la “difesa” aerea, sistemi navali e di sicurezza interna, i radar multiruolo Kronos Land per la sorveglianza delle coste e dei cieli, la scoperta del fuoco nemico e il controllo anti-missile e i radar tridimensionali Rat31Dl con una copertura di oltre 500km. Al Bahrein Airshow 2015, Finmeccanica era presente anche con la controllata AgustaWestland e gli elicotteri di nuova generazione AW-169 e AW-189 e quelli già affermatisi nel mercato mondiale militare, come gli AW-109LUH, AW-159, NH-90, AW-101 e AW-139. “Siamo a Manama perché quella del Golfo rappresenta una regione molto importante, dove Finmeccanica e le sue aziende vantano una presenza di oltre trent’anni, che in termini di ricavi, ha un valore tra il 20 ed il 25% del business del Gruppo”, spiegavano i dirigenti della holding nazionale. “Finmeccanica è impegnata ad incrementare le proprie attività in molti settori attraverso partnership tecnologiche con l’industria locale, la creazione di joint-venture ed il trasferimento tecnologico per più alti corsi di formazione con lo scopo di supportare fortemente lo sviluppo di questi Paesi ed i loro ambiziosi piani per il futuro”.

Nel gennaio 2015, in un’intervista al Gulf Daily News, il manager del gruppo britannico Bae Systems, Alan Garwood, ha inoltre rivelato che il consorzio Eurofighter era pronto a chiudere una trattativa con il regime di Manama per la fornitura di 12 caccia multiruolo “Typhoon”. La struttura societaria del consorzio Eurofighter GmbH con sede a Monaco di Baviera è controllata per il 46% dal Gruppo Eads-Casa, per un altro 33% da Bae Systems e per il restante 21% da Alenia Aeronautica (Finmeccanica). Il cacciabombardiere di produzione europea è già stato venduto all’Arabia Saudita (i 32 velivoli consegnati tra il 2008 ed il 2013 sono utilizzati in particolare per i devastanti bombardamenti in Yemen); altri 12 esemplari sono stati ordinati dall’Oman mentre 28 “Eurofighter Typhoon” prodotti direttamente da Alenia-Finmeccanica saranno presto consegnati alle forze armate del Kuwait.

Le relazioni militari tra Italia e Bahrain sono regolate in base all’accordo firmato lo scorso 22 aprile dai ministri della difesa Roberta Pinotti e Yusuf bin Ahmed Al Jalahma. “Italia e Regno del Bahrain sono accomunati da una concordanza di vedute su molti temi e scenari dell’attualità internazionale”, riporta il comunicato emesso dal Ministero della difesa. “Con l’accordo siglato dal Ministro Pinotti e dal suo omologo Al Jalahma, è stata definita la cornice necessaria a inquadrare le diverse iniziative che coinvolgeranno le Forze armate con l’obiettivo di incrementare la cooperazione bilaterale, consolidare le rispettive capacità difensive e migliorare la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza”. I settori per concretizzare la partnership bilaterale spaziano dalle “attività di carattere formativo e addestrativo e sulla sicurezza marittima e di contrasto alla pirateria” alle “operazioni umanitarie e di mantenimento della pace”.

Nessun timore da parte italiana invece per l’ambiguo ruolo giocato dal Bahrain negli scenari di guerra internazionali (e in particolare nella crociata occidentale contro il califfato) o, peggio ancora, per le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dalle autorità nazionali. Il 25 novembre, un reportage del giornalista Sayed Ahmed Al Wadaeinov, pubblicato sul New York Times, ha stigmatizzato i legami di ampi settori dell’establishment governativo con l’Isis e alcuni gruppi jihadisti. “Uno dei maggiori membri dello Stato islamico giunti dal Bahrain, il predicatore Turki al-Binali, proviene da una famiglia strettamente alleata con la famiglia reale dei Khalifa”, scrive Al Wadaeinov. “Altri combattenti provengono direttamente dalle forze di sicurezza del Bahrain. Un altro membro della famiglia Binali che ha raggiunto lo Stato islamico, Mohamed Isa al-Binali, è un ex ufficiale del Ministero dell’interno. Egli lavorava nel centro penitenziario di Jaw, tristemente noto per il sovraffollamento e la sua durezza. Una persona che è stata detenuta in questa prigione ha raccontato di aver visto Binali partecipare alle torture contro un giovane scita, non molto prima che l’ufficiale sparisse nel 2014 per raggiungere lo Stato islamico”.

Il regime degli al-Khalifa ha scatenato una violenta offensiva contro le opposizioni in risposta alle manifestazioni anti-regime che nel febbraio 2011 videro protagoniste migliaia di cittadini di confessione scita. Il re Hamad bin Isa al-Khalifa dichiarò lo stato di emergenza e il 14 marzo 2011, le truppe dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti invasero il Bahrain per sostenere il governo nelle azioni repressive contro i manifestanti. Durante gli scontri furono assassinati più di un centinaio di persone e, secondo una coalizione di organizzazioni non governative locali, ad oggi sarebbero stati più di 4.000 gli oppositori incarcerati dal regime, in buona parte intellettuali, insegnanti, studenti e giornalisti. Meno di una settimana fa, il fotoreporter Sayed al-Mousawi è stato condannato a dieci anni di reclusione e alla revoca della cittadinanza per aver ripreso con un cellulare le violente cariche contro i manifestanti. Per le sue denunce sui presunti legami tra i militari del Bahrain e lo Stato islamico, l’avvocato Nabeel Rajab, noto per le sue campagne in difesa dei diritti umani, è stato incarcerato invece per sei mesi.

“Quattro anni dopo la rivolta del 2011, la repressione resta diffusa e le violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza - tra cui torture, detenzioni arbitrarie e l’uso eccessivo della forza - proseguono senza sosta”, scrive Amnesty International nel suo ultimo rapporto sul Bahrain. “Le autorità del paese hanno continuato a esercitare il potere attraverso una crudele repressione nei confronti del dissenso; attivisti pacifici e oppositori del governo continuano a essere arrestati e condotti nelle prigioni. Nella capitale Manama, tutte le proteste in pubblico sono proibite da circa due anni. Quelle organizzate fuori dalla capitale sono regolarmente interrotte dalla polizia con l’uso di gas lacrimogeni e fucili caricati con pallini da caccia, e terminano con feriti gravi o morti tra i manifestanti. Altri manifestanti hanno denunciato di essere stati picchiati con brutalità, torturati e minacciati fino a confessare presunti reati con la forza”. Amnesty ha inoltre rilevato come siano state introdotte di recente leggi particolarmente restrittive sulle associazioni politiche “per permettere alle autorità di sospenderne le attività, chiuderle o partecipare ai loro incontri con organizzazioni straniere o rappresentanti del governo”. Per impedire il monitoraggio sulla situazione dei diritti umani, sono stati drasticamente ridotti i visti d’ingresso nel paese per gli operatori di Ong e per i giornalisti stranieri.

Forte preoccupazione per la situazione interna è stata espressa pure dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. In una dichiarazione del 18 settembre 2015, il suo portavoce, l’ambasciatore svizzero Alexandre Fasel, ha rilevato come “nonostante alcune piccole migliorie introdotte di recente come la nomina di un difensore civico o la creazione di una commissione per i diritti dei detenuti”, in Bahrain esiste un “grave deficit di tutela per quanto riguarda i diritti fondamentali: violazioni sistematiche della libertà di opinione e di associazione; mancata garanzia di giusto processo; condizioni di detenzione inadeguate; detenzione di minori per reati di opinione o di piazza; segnalazione di casi di tortura e di trattamenti degradanti non penalmente perseguiti”.
Ciononostante, un mese fa ha presentato la propria candidatura alla guida della FIFA, la federazione calcistica internazionale, lo sceicco Salman Bin Ebrahim al-Khalifa, capo del governo del Bahrain e presidente dell’Asian Football Confederation dal 2 maggio 2013. Salman al Khalifa ha ricoperto un ruolo chiave nell’organizzazione della brutale repressione avviata dopo le manifestazioni popolari del febbraio 2011. In una lettera aperta alla FIFA, il Bahrain Institute for Rights and Democracy ha denunciato come lo sceicco, in particolare, abbia “sistematicamente colpito e perseguitato gli atleti che hanno preso parte alle proteste contro il governo”. Secondo l’Associated Press, nel 2011 più di 150 tra atleti, allenatori e arbitri sono stati incarcerati dopo che una speciale commissione della federazione calcio del Bahrain, presieduta da Salman al Khalifa, li aveva identificati nelle foto tra i manifestanti.

sabato 21 novembre 2015

Francia in guerra anche grazie alle aziende italiane


Venerdì 13 novembre, Parigi è teatro di un sanguinoso attacco terroristico di matrice islamico-radicale. Neanche il tempo di commemorare le numerosissime vittime e il governo Hollande annuncia una controffensiva in vasta scala contro l’Isis e il Califfato. Le parole d’ordine sono guerra totale e permanente, il conflitto globale sul fronte interno e internazionale. L’appello all’uso incondizionato delle armi condizionerà pesantemente la società francese per i prossimi anni: alla produzione delle armi ci penserà l’onnipotente complesso militare industriale nazionale, magari in partnership con i maggiori alleati europei, Italia in testa.

Quel maledetto venerdì 13 novembre, poche ore prima del bagno di sangue nelle strade della capitale transalpina, l’ammiraglio Donato Marzano, comandante logistico della Marina militare italiana, l’ingegnere Roberto Cortesi, amministratore delegato di Oto Melara (gruppo Finmeccanica) e l’ammiraglio François Pintart, direttore della centrale servizi logistici della Marina francese, s’incontravano per siglare un protocollo d’intesa per trasferire alla Spezia le attività di manutenzione dei cannoni da 76/62 SR “Super Rapido” installati a bordo delle unità da guerra francesi Chevalier Paul e Forbin.

L’accordo rientra nell’ambito del programma “Orizzonte” con cui Italia e Francia hanno realizzato una nuova generazione di fregate-cacciatorpediniere (Horizon Common New Generation Frigate - CNGF). “Oltre a consolidare e indirizzare le principali iniziative italo-francesi per il supporto in servizio delle navi classe Orizzonte, l’intesa rappresenta un primo passo verso un accordo più ampio che potrebbe includere i sistemi da 76/62 installati a bordo delle nuove fregate multi missioni FREMM francesi”, hanno dichiarato i manager di Oto Melara. “Si tratta, inoltre, di un importante segnale nell’ottica di future collaborazioni tra le forze armate europee oltre a generare significative ricadute industriali per l’area della Spezia. La commessa prevede, inoltre, le calibrazioni degli impianti, a terra e a bordo, a cura dal Centro per il Supporto e la Sperimentazione Navale (CSSN) spezino”.

Al programma di sviluppo delle unità della classe “Orizzonte” hanno partecipato le holding Fincantieri e Finmeccanica e le aziende francesi DCN e Thales. Quattro le imbarcazioni sino ad oggi realizzate: le cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria e Caio Duilio per la Marina militare italiana e le fregate Chevalier Paul e Forbin per la marina francese. Varate rispettivamente nel 2010 e nel 2011, le due unità francesi hanno come missione principale la protezione anti-aerea della flotta navale. “In particolare – spiega il Comando navale francese – le fregate della classe Orizzonte devono assicurare la difesa contro le minacce aeree di un gruppo aeronavale guidato da un portaerei, delle altre unità da guerra, delle forze anfibie e delle imbarcazioni civili destinate al traffico commerciale; devono intervenire in un contesto operativo di blocco marittimo, faccia a faccia con le unità nemiche, in caso d’evacuazione di cittadini francesi, ricerca di informazioni, controllo del traffico aereo in zone di crisi, ecc.”.

Con un dislocamento di 7.000 tonnellate e una lunghezza di 153 metri circa, le fregate “Orizzonte” sono caratterizzate da una bassissima visibilità ai tracciati radar. Le unità francesi e italiane differiscono solo per alcuni sistemi d’arma imbarcati: le fregate Chevalier Paul e Forbin hanno 48 missili antiaerei PAAMS Aster 15 a corto raggio e Aster 30 a medio raggio (prodotti da MBDA, holding europea del mercato missilistico, controllata per il 25% dal Finmeccanica), 8 missili anti-nave  Exocet MM40, 2 lanciasiluri per i MU 90 (coprodotti da WASS - Whitehead Alenia Sistemi Subacquei, Finmeccanica), 2 cannoni Oto Melara 76/62 Super Rapido e artiglieria da piccolo calibro (mitragliere mod. F2 da 20mm). Le cacciatorpediniere Andrea Doria e Caio Duilio, a differenza delle cugine transalpine, ospitano un terzo sistema “Super Rapido”, il radar di ricerca di superficie Selex RAN 30X/I, alcuni sofisticati apparati di guerra elettronica e i missili S/S Teseo Mk2/A al posto degli Exocet MM40. Il sistema informatico di comando, controllo e combattimento delle unità “Orizzonte” è gestito dal CMS (Combat Management System) sviluppato da EuroSysNav, una società italo-francese creata appositamente da DCN e Alenia (Finmeccanica). Le imbarcazioni  sono dotate infine di un ponte di volo per i decolli di un elicottero EH-101 o NH-90.

La partnership tra le industrie e le forze armate italiane e francesi si è consolidata grazie all’accordo per lo sviluppo del programma FREMM (Fregate Europee Multi Missione), la nuova generazione di fregate denominate in Francia Classe Aquitaine ed in Italia Classe Bergamini. Le nuove unità sono progettate e realizzate dalla società d’ingegneria Orizzonte Sistemi Navali (una joint venture tra Fincantieri e Finmeccanica, prime contractor della Marina militare italiana) e da Armaris, azienda di proprietà dei gruppi francesi DCNS e Thales. “Il programma italo-francese per le nuove Fregate Europee Multi Missione (FREMM) è il più importante programma militare in ambito navale mai realizzato a livello europeo”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Finmeccanica, Mauro Moretti. Le nuove unità sono lunghe 140,4 metri, larghe 19,7 e hanno un dislocamento a pieno carico di 6.000 tonnellate circa. Come nel caso della classe “Orizzonte”, le FREMM dispongono dei più moderni sistemi di scoperta e d’arma: il sistema missilistico antiaereo SAAM IT a 16 celle per missili MBDA Aster 15 e Aster 30, i missili anti-nave Exocet MM40, i cannoni Oto Melara 76/62 “Super Rapido”, i siluri MU 90. Inoltre, le fregate destinate alla marina francese sono armate con missili da crociera a lancio verticale MBDA “Scalp Naval” con una gittata che può superare i 1.000 km. Originariamente le fregate erano state programmate per imbarcare 165 membri d’equipaggio, ma grazie ad alcune modifiche dello scafo i posti sono stati ampliati fino a 200, 23 dei quali destinati al personale che gestisce i due elicotteri NH-90 ospitati sul ponte.

Le FREMM sono state realizzate in tre versioni: una per la lotta antisommergibile (ASW); una multiruolo per l’attacco al suolo in profondità e il bombardamento controcosta in appoggio alle forze da sbarco; una terza, solo per i francesi, per le operazioni anti-aeree. I cantieri Armaris hanno ricevuto dal governo francese l’ordine per otto fregate multi missione; inoltre, nel gennaio 2014, hanno consegnato una FREMM alla marina militare del Marocco e, nel giugno 2015, un’unità della stessa classe all’Egitto del generale-presidente al-Sisi.

Le aziende italiane hanno poi ottenuto negli ultimi anni importanti commesse da parte delle autorità transalpine. Nel febbraio 2013, ad esempio, la Direction Géneral de l’Armement (DGA) del ministero della difesa francese ha ordinato a Selex ES (Finmeccanica) sei radar PAR2090 in versione fissa, per un valore di circa 22 milioni di euro, compreso il supporto logistico post vendita. I PAR sono radar in banda X che permettono atterraggi di precisione anche in condizioni meteo avverse, con la capacità di gestire fino a 32 velivoli contemporaneamente. Altri 15 sistemi PAR erano stati consegnati in precedenza da Selex ES all’Armée de l’Air. Nel luglio 2014, i manager di Finmeccanica hanno invece sottoscritto un accordo di collaborazione con Thales, della durata di non meno di due anni, per la realizzazione della suite sensoristica multifunzione e del sub-sistema di comunicazione del futuro velivolo senza pilota da combattimento (FCAS) destinato alle aeronautiche militari di Francia e Gran Bretagna. Lo scorso mese di marzo, infine, la Direction Générale de l’Armement ha affidato alle aziende Airbus Defence and Space e Thales la produzione di tre nuovi satelliti spia CERES (costo complessivo 450 milioni di euro) per l’intercettazione delle comunicazioni radio e dei segnali radar, che dovrebbero entrare in funzione entro il 2020. Alla piattaforma satellitare lavorerà in qualità di sub contractor l’azienda Thales Alenia Space, di proprietà al 66% della francese Thales e per il restante 34% del gruppo Finmeccanica.
Per “approfondire le prospettive di cooperazione nel quadro della difesa europea, analizzare temi di collaborazione tecnico-militare bilaterale e valutare le evoluzioni dei teatri di crisi che minacciano la sicurezza dell’Europa”, nel dicembre 2012 i ministri della difesa di Italia e Francia hanno dato vita al Consiglio di Difesa e Sicurezza (CFIDS). L’ultimo vertice bilaterale si è tenuto a Caen il 21 marzo 2015 e ha avuto all’ordine del giorno la “forte instabilità che interessa Libia, Sahel, Siria, Iraq/Daesh e l’arco di crisi apertosi nell’est Europa tra Ucraina e Russia”. Quattro mesi prima, si erano incontrati a Roma i rispettivi Capi di Stato maggiore della difesa, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli e il generale Pierre de Villiers. Anche allora il confronto ha avuto come oggetto il conflitto in Siria e Iraq contro l’Isis e le “forti tensioni” in alcune aree del continente africano (Niger, Mali, Repubblica Centrafricana e Libia). “A seguire – riporta una nota del ministero della difesa italiano - i Capi di Stato Maggiore hanno discusso sulla cooperazione bilaterale tra cui il futuro impiego operativo del Comando Brigata da montagna italo-francese per missioni in ambito Nazioni Unite, Nato ed Unione Europea e il mantenimento in vita dei sistemi navali, la cooperazione nel settore del rifornimento in volo - Air to Air Refuelling (AAR). Altri accordi sono, inoltre, attivi nel campo della formazione, come il reciproco scambio di frequentatori presso i principali Istituti Superiori delle due Difese. I Capi di SMD hanno infine sottolineato l’importanza di incentivare, in ambito europeo, la Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), promuovendola sul piano politico ed operativo, nonché in quello dell’industria e del mercato della Difesa”.

giovedì 19 novembre 2015

Emiri e sovrani d’Arabia, il terrorismo “islamico” e il Ponte di Messina


Proclami di guerra contro il “terrorismo islamico”; Ue, Usa, Russia e Nato tutti insieme contro il Califfato in partnership con Arabia Saudita. Emirati, Qatar e Kuwait. Tutti insieme, come già in Afghanistan e Iraq: le “vittime” dell’Occidente e i sostenitori-finanziatori dei “carnefici” del Medio oriente. In attesa dei bombardamenti italiani, utile riportare alla memoria quanto scrivevo sull’Arabian Connection, più di 5 anni fa nel volume “I Padrini del Ponte”.    

Avrebbe avuto legami con le organizzazioni dell’estremismo religioso Sheikh Kalifa Bin Zayed Al Nahyan, l’emiro di Abu Dhabi (morto nel 2006). Affascinato dal misticismo islamico e credente nel destino divino della propria famiglia, negli anni Sessanta Sheikh Kalifa Bin Zayed visitò il Beluchistan pakistano sotto la protezione di un anziano funzionario dei servizi segreti di quel paese, tale “Awan”, che lo mise in contatto con molti dervisci e mistici locali. Fu proprio grazie a questi contatti che l’emiro di Abu Dhabi incontrò in Pakistan l’uomo d’affari Agha Hassan Abedi, divenendone grande amico e collaboratore finanziario. Abedi è il fondatore della Bcci, la Bank of Credit and Commerce International, più nota come Criminal Bank, per diversi anni il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata dalla Cia per la conduzione di operazioni clandestine a favore dell’ex alleato Saddam Hussein, del dittatore pakistano Mohammed Zia, della Contra nicaraguese e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Grazie all’amicizia con il potente emiro Zayed Al Nahyan, che la Bcci ebbe la possibilità di aprire tre filiali negli Emirati Arabi Uniti, una delle quali proprio ad Abu Dhabi.

Il pakistano Agha Hasan Abedi è, a sua volta, uno dei più importanti soci del miliardario saudita Adnan Khashoggi, noto mercante d’armi e, nei primi anni Ottanta, intermediario per conto dell’amministrazione Usa del trasferimento di strumenti di guerra a favore del governo “nemico” di Khomeiny. Il rapporto del Senato sull’affaire Bcci, lo definisce letteralmente come “uno dei contatti chiave per l’intelligence degli Stati Uniti in Medio Oriente”. Oliver North, il tenente colonnello dei marines che coordinava le forniture d’armi clandestine, si avvalse nel 1986 di Khashoggi per far giungere componenti missilistiche alle forze armate iraniane. Determinante fu il ruolo del saudita nelle vendite di armi all’Argentina, orchestrate negli anni della dittatura militare dal cosiddetto “Comitato di Montecarlo”, vera e propria filiale internazionale della loggia P2. Ma Adnan Khashoggi è stato pure ritenuto dall’Interpol come uno dei principali terminali internazionali delle organizzazioni che gestiscono i traffici di droga, l’investimento delle tangenti e delle estorsioni, lo spionaggio. Nella sua inchiesta su armi e droga, il giudice Carlo Palermo aveva ricostruito i legami affaristici tra il miliardario saudita, il faccendiere piduista Francesco Pazienza, il finanziere socialista Ferdinando Mach di Palmstein e l’imprenditore palermitano Maurizio Mazzotta, poi implicato nella vicenda Calvi-Banco Ambrosiano.

Dati i legami con l’entourage della famiglia reale saudita, gli affari migliori di Khashoggi sono consistiti nel trasferimento di tecnologie militari occidentali agli Stati arabi del Golfo. Vicini a lui erano il cognato di re Faisal d’Arabia, Kamal Adham, ex direttore della Bcci ed uomo di vertice dei servizi segreti sauditi, e Gaith Pharaon, consigliere del sovrano e fondatore con Assan Abedi della Criminal Bank. Anche Gaith Pharaon è un personaggio noto in Italia: a fine anni Ottanta, dopo essere stato implicato in un presunto trasferimento di componenti nucleari alla Libia, acquisì una consistente quota del pacchetto azionario dell’allora Montedison diretta dal socialista Mario Schimberni. Quest’ultimo aveva accumulato fondi neri per un valore di mille miliardi di lire presso società con sede a Curaçao, Antille olandesi.

Importante partner del regime dell’Arabia Saudita, perlomeno sino agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, era il Saudi Binladin Group (Sbg), il colosso finanziario della famiglia bin Laden operante nei settori delle costruzioni, della distribuzione, delle telecomunicazioni e dell’editoria. Fu grazie all’amicizia personale con il re Abdulaziz Al Saud, fondatore del regno saudita, che fu accumulato un immenso patrimonio finanziario da Mohammad bin Laden, il patriarca della famiglia morto negli Stati Uniti in uno strano incidente aereo. Amico personale di re Fahd (recentemente scomparso) era pure il primogenito Salem bin Laden, succeduto al padre nella conduzione della holding, ed anch’egli vittima nel 1988 di un incidente aereo in Texas, dove si era recato per trattare affari con George Bush senior.

Amministrato da Bakr bin Laden, fratello del più noto Osama, il Saudi Binladin Group è stato per lungo tempo il principale cliente della famiglia regnante dell’Arabia Saudita per la costruzione e l’amministrazione dei luoghi santi del mondo islamico. La controversa famiglia bin Laden ha aderito al “wahhabismo”, il movimento rigorista sunnita diffusosi in Medio oriente nel XVIII secolo e rilanciato dai regnanti sauditi nel Novecento. A partire dagli anni Settanta, l’Arabia Saudita ha investito somme notevoli per l’esportazione del pensiero wahhabita, dando vita a una pluralità di movimenti islamisti radicali nell’area afghano-pakistana, in Caucaso ed Asia centrale e nel Sud-est asiatico.

I bin Laden sono stati tra i principali investitori della Al-Shamal Islamic Bank, utilizzata dal principe Mohamed Al-Faisal Al-Saud per finanziare i principali movimenti wahhabiti internazionali. I bin Laden sono pure azionisti di un altro istituto bancario filoradicale, la Dubai Islamic Bank di Mohamed Khalfan ben Kharbarsh, ministro delle finanze saudita.

Nonostante la forte connotazione pro-islamica, il Saudi Binladin Group si è affermato nei maggiori mercati azionari mondiali, conseguendo partecipazioni in imprese statunitensi, canadesi ed europee, come ad esempio General Electric, Motorola, Nortel Networks, Iridium, Unilever, Quaker e Cadbury Schweppes. La holding dei bin Laden ha ottenuto il controllo della Forship Ltd, una delle maggiori società mondiali per i trasporti a nolo, operativa in Gran Bretagna, Francia, Egitto e Canada.

Rilevanti infine i vincoli con alcuni dei maggiori gruppi finanziari transnazionali: il Saudi Binladin Group ha infatti operato congiuntamente con Goldman & Sachs, Citigroup, Deutsche Bank ed Abn Amro. Goldman & Sachs, a seguito dell’uscita di Gemina da Impregilo, ha acquisito il 2,84% della società di Sesto San Giovanni; inoltre controlla l’8% circa dell’holding finanziaria Sintonia Sa, il cui azionista principale è Edizione Srl della famiglia Benetton, tra gli azionisti di rilievo della società general contractor del Ponte sullo Stretto. Abn Amro, dopo essersi offerta di finanziare la realizzazione del Ponte, nel gennaio 2008 ha accettato la richiesta di Igli (la finanziaria di controllo d’Impregilo, formata dai gruppi Benetton, Gavio e Ligresti) di rastrellare sul mercato il 3% delle azioni della società di costruzioni. Igli si è riservata l’opzione di acquisire questo pacchetto; in caso contrario Abn Amro deciderà se restare nella società oppure trasferire a terzi le azioni. La banca olandese, proprietà di una holding che vede la partecipazione, tra gli altri, del Banco Santander Central Hispano S.A. e della Royal Bank of Scotland, è pure azionista di Unicredit (1,9%), che detiene, a sua volta, poco meno del 2% del pacchetto azionario di Impregilo. Coincidenza vuole che nel luglio 1993 la filiale Abn Amro in Italia sia finita sotto i riflettori degli ispettori della Banca d’Italia per una serie di finanziamenti “non corretti sotto il profilo degli adempimenti previsti dalla normativa antiriciclaggio e bancaria italiana”. I finanziamenti erano finalizzati alla copertura assicurativa delle attività imprenditoriali estere di Rosario Spadaro e Vincenzo Bertucci, prima fra tutte la sfortunata realizzazione dell’aeroporto di Sint Maarten.

Kabul-Messina la rotta dei capi dei servizi segreti

Ci sono però ben altre vicende in cui gli interessi dei congiunti dell’uomo più ricercato del pianeta s’incrociano con le operazioni speculative dei signori del Ponte. Yeslam bin Laden, altro fratello di Osama, compare alla guida della Saudi Investment Company (Sico), società finanziaria creata nel maggio 1980 a Zurigo con lo scopo di amministrare una parte dei profitti del Saudi Binladin Group. Grazie alla Sico i bin Laden hanno eseguito i lavori di ristrutturazione delle moschee della Mecca e Medina, e costruito aeroporti, autostrade, centrali elettriche e palazzi in Arabia Saudita, Cipro, Giordania e l’immancabile Canada. Una sezione periferica della Sico ha sede a Curaçao, isola delle Antille olandesi dove Saro Spadaro e il socio italoamericano Edward Goffredo Cellini si sono occupati della gestione di alcuni hotel con annessi casinò.

La Saudi Investment Company è pure una delle società sospettate di essere stata utilizzata dalla Cia per finanziare la resistenza afghana, quando l’ancora giovane Osama bin Laden era il fedele alleato di Washington nella lotta contro gli occupanti sovietici. Da comandante dei mujahidin in Afghanistan, bin Laden aveva ottenuto ingenti finanziamenti da re Fahd e dai servizi segreti pakistani. Il suo diretto referente era al tempo il principe Turki bin Faisal al-Saud (uno dei figli di re Faisal nonché nipote dello stesso re Fahd), per oltre vent’anni a capo dei servizi segreti sauditi, da cui venne misteriosamente esautorato il 31 agosto 2001, undici giorni prima cioè dell’offensiva terroristica contro l’America. Sarebbe stato proprio il suo antico e solido legame di amicizia con Osama bin Laden la causa dell’improvvisa uscita di scena di Turki bin Faisal, su pressione degli Stati Uniti. Eppure il principe si era costruito una solida reputazione di professionalità ed efficienza nella conduzione dell’intelligence saudita. Considerato uno dei più brillanti strateghi politico-militari della famiglia regnante, dal 1977 era stato il principale anello di congiunzione tra i servizi segreti arabi filo-occidentali e gli omologhi di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Fu così che Turki bin Faisal divenne “l’uomo di contatto” per le operazioni saudite (e statunitensi) in Afghanistan e nell’Asia Centrale dopo l’invasione sovietica del 1979. Nel corso degli anni Ottanta, il capo dei servizi segreti incontrò più volte Osama bin Laden per convincerlo a sostenere la lotta contro l’occupazione sovietica. Nel 1993 il principe Turki fece persino da mediatore tra le differenti fazioni in guerra in Afghanistan.

Stando a Turki bin Faisal, le sue relazioni con Osama bin Laden si sarebbero interrotte nel momento in cui quest’ultimo fu dichiarato “nemico pubblico” di Riyadh e gli fu cancellata la cittadinanza saudita. Sembra invece che il principe Turki visitasse regolarmente il quartier generale di Kandahar dove vivevano Mullah Mohammed Omar e Osama bin Laden almeno fino al 1996, anno in cui i Talibani conquistarono Kabul. Secondo il periodico francese Paris Match, i servizi segreti sauditi sarebbero però rimasti in contatto con i leader di Al Qaeda sino al fatidico 11 settembre 2001. Presso l’ambasciata saudita a Kabul funzionava infatti un servizio di logistica destinato ai combattenti di Al Qaeda. A occuparsene, la fondazione al-Haramain, promossa e finanziata da ambienti wahhabiti e dalla famiglia reale saudita. Per tutto questo i familiari delle vittime dell’attentato alle Torri Gemelle hanno promosso una causa civile contro Turki bin Faisal ed il principe Sultan bin Abdul Aziz al-Saud, ministro della difesa saudita, richiedendo un risarcimento multimilionario per aver “finanziato direttamente, con banche e associazioni caritative, i terroristi coinvolti negli attacchi”. Nonostante i suoi discutibili trascorsi, l’ex capo dei servizi è stato nominato nel 2005 ambasciatore dell’Arabia Saudita a Washington.

Ancora più incredibile invece la storia dell’uomo chiamato a sostituire Turki bin Feisal ai vertici dell’intelligence saudita, undici giorni prima, ripetiamo, dell’attacco aereo ai grattacieli di New York. Si tratta del principe Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud, zio del suo precedessore, figlio di re Abd al-Aziz e fratello del principe Abdullah, oggi sovrano d’Arabia. Fresco di nomina, Nawaf bin Abdul Aziz partecipava il 19 settembre 2001, in compagnia di Abdullah, ad un summit a Riyadh con i vertici dei servizi segreti pakistani rientrati da una missione in Afghanistan finalizzata a “neutralizzare” Osama bin Laden e “disfarsi” del regime dei Talibani. Il summit seguiva una misteriosa visita lampo che il principe Abdullah aveva effettuato in Pakistan il 22 agosto 2001. Secondo l’accreditato periodico Asia Times, il saudita, in compagnia dei capi dei servizi segreti pakistani, si sarebbe incontrato con il leader Mullah Omar per “tentare di convincerlo che gli Stati Uniti erano prossimi a sferrare un attacco in Afghanistan”; era pertanto opportuno che bin Laden raggiungesse l’Arabia Saudita “dove sarebbe stato tenuto in custodia senza possibilità di essere consegnato a paesi terzi”. Sempre secondo Asia Times, Abdullah, definito un “segreto supporter di bin Laden”, si sarebbe mosso proprio con l’obiettivo di salvare il leader di Al Qaeda. La proposta sarebbe stata tuttavia rifiutata da Mullah Omar.

L’epilogo è noto. Dopo aver sostituito il pluridecennale capo dei servizi segreti con un congiunto senza alcuna esperienza d’intelligence, l’Arabia Saudita è divenuta una fedele partner degli Stati Uniti nella lotta a bin Laden e nella caccia agli estremisti islamici. Un ruolo pagato caro, dato che il Paese si è trasformato in uno dei bersagli privilegiati del terrorismo di marca islamica. Nel solo biennio 2003-2004 l’Arabia Saudita è stata vittima di ventidue attentati nei quali sono stati uccisi novanta civili e trentanove poliziotti.

Ricordate gli “amici” arabi che dovevano intervenire a soccorso di mister Zappia per contribuire al finanziamento del Ponte sullo Stretto di Messina? Interrogato dai magistrati romani, l’ingegnere italo canadese ha fatto riferimento ad un misterioso principe saudita. Per Il Giornale si tratterebbe di Bin Nawaf bin Abdulaziz Al Saud, uno dei nipoti di re Fahd d’Arabia. Se non fosse per un bin di troppo e una leggera difformità nella trascrizione del nome, si potrebbe giurare che si tratti dello stesso Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud assunto a capo dei servizi segreti sauditi alla vigilia dell’11 settembre. O, eventualmente, di uno dei suoi più stretti congiunti. Un altro strettissimo familiare del “principe”, Mohammed bin Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud, ha ricoperto dal 1995 al 2005 l’incarico di ambasciatore dell’Arabia Saudita in Italia e Malta. Nel settembre 1997 Mohammed bin Nawaf coordinò la visita ufficiale in Italia dell’allora vice primo ministro e capo del dicastero della difesa e dell’aviazione saudita, principe Sultan bin Abdul Aziz Al Saud. Premier Romano Prodi, l’Arabia Saudita si affermò in quell’anno come il principale destinatario dell’export di armi “made in Italy”. Successivamente il diplomatico è stato destinato a rappresentare il regime arabo in Gran Bretagna ed Irlanda, sostituendo proprio l’ex capo dei servizi segreti Turki ben Al Feisal.
Da “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo Stretto di Messina”, Alegre edizioni, Roma, 2010

Le missioni anti-migranti di Frontex ed EUNAVFOR MED nel Mediterraneo


 


C’è una foto che descrive bene la sporca guerra che l’Europa ha scatenato nel Mediterraneo contro decine di migliaia di rifugiati in fuga da altre guerre guerreggiate in Africa e Medio oriente. L’ha scattata il fotoreporter Enrico Di Giacomo nel porto di Messina il 22 settembre 2015. Sulla nave della guardia costiera britannica “Protector”, missione Triton di Frontex, due marines della Royal Navy, il volto occultato da maschere anti-epidemia ed occhialoni neri, indossano tute bianche contro le contaminazioni da guerra nucleare, batteriologica e chimica NBC. Pistole ai fianchi, imbracciano, entrambi, fucili mitragliatori. Freddi, terribili, anonimi cani da guardia di un gruppo di giovani migranti subsahariani seduti stretti, uno accanto all’altro. Volti stanchi, tirati. Solo un senso d’incertezza generale per quello che adesso potrà accadere. La precarietà di vite sospese, l’assenza di empatia e di ogni forma di comunicazione con l’altro, il marine senza volto, l’invisibile armato. Immagini identiche ai selfie nelle prigioni-lager per presunti “terroristi” in Iraq o Afghanistan o nelle navi-prigioni per i “pirati” del Corno d’Africa e del Golfo di Guinea. A bordo della “Protector”, quel giorno, c’erano però 122 persone soccorse su un gommone alla deriva delle coste libiche, tra essi anche tre giovani donne in avanzato stato di gravidanza e cinque bambini. Moderni criminali contro cui spianare le armi, clandestini – terroristi – pirati –scafisti – schiavi, bottini della guerra globale. Non persone da recludere, deportare, annientare.

L’Europa fortezza dei diritti violati

La stazione di Budapest come Auschwitz, i treni dei rifugiati bloccati, sequestrati e piombati dai poliziotti e dall’esercito in tenuta antisommossa. Un nuovo filo spinato costato 21 milioni di euro, lungo 175 km e alto 4 metri, al confine con la Serbia, protetto da tank, cingolati, carri armati e dalle truppe d’élite addestrate per i conflitti Nato del Terzo millennio. La costruzione di un altro muro d’acciaio è stato annunciato dal primo ministro ungherese Viktor Orban, stavolta al confine con la Romania, “contro l’immigrazione di massa dal Medio Oriente che rappresenta una minaccia alle radici cristiane del Vecchio continente”.

Chi fugge attraverso i Balcani dagli inferni di guerra mediorientali e africani non deve arrivare in Austria o in Germania. Così, altri treni sono stati bloccati dalle forze armate della Repubblica Ceca, mentre gli avambracci dei profughi, bambini compresi, sono stati marchiati con numeri indelebili. Le autorità di Praga hanno ordinato il trasferimento di 2.600 militari ai valichi di frontiera sud-orientali oltre ai 1.500 schierati in estate. Anche Vienna ha deciso di affidare all’esercito il controllo delle frontiere con Italia e Ungheria, mentre il 20 ottobre il parlamento sloveno ha approvato una legge che dà poteri straordinari alle forze armate – per tre mesi, rinnovabili - per la gestione dell’emergenza rifugiati, compresa la possibilità di “limitare temporaneamente” la libertà di movimento ai confini. Qualche giorno dopo, il governo di Lubiana ha ordinato il dispiegamento dei carri armati sul valico doganale di Harmica, al confine con la Croazia. Anche in Macedonia è stato decretato lo stato d’emergenza: agenti di polizia ed esercito sono autorizzati a utilizzare armi pesanti per disperdere i migranti ed ogni straniero sospettato di essere entrato illegalmente nel paese può essere arrestato o deportato. Pugno di ferro anche in Bulgaria, dove il 15 ottobre le Guardie di frontiera hanno sparato contro un gruppo di rifugiati, uccidendo un cittadino afgano. I cingolati dell’esercito sono stati schierati ai valichi con Macedonia, Grecia e Turchia, e altri muri elettronici e barriere di filo spinato sono stati innalzati in tempi record a presidio dell’Europa lager-fortezza.

Cariche, idranti, pallottole di gomma e gas per i migranti che tentano di attraversare il Canale della Manica violando le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, dove dal 2005 Madrid ha speso più di 72 milioni di euro in sofisticati sistemi elettronici d’allarme. Manganelli e idranti anche per i disobbedienti a Ventimiglia, per i richiedenti asilo reclusi nei centri di Berlino, Parigi e del sud Italia e per migliaia di rifugiati approdati nell’isola greca di Kos o nelle coste meridionali della Turchia. Il mare Egeo è divenuto teatro di spericolati inseguimenti, speronamenti e abbordaggi delle imbarcazioni di migranti da parte di unità veloci della marina militare ellenica e turca e perfino di misteriosi commandos di mercenari e/o paramilitari in tuta mimetica e superarmati.

Alla guerra con Sophia

L’Unione europea conferma sempre di più il suo fallimento politico-istituzionale ma condivide unanimemente le pratiche di guerra xenofoba-razzista, respingimenti e reclusioni. Le cancellerie sono divise su tutto, ma c’è un accordo generale sui tagli alla spesa sociale e sulla necessità di rafforzare l’offensiva militare contro il flusso di migranti. A partire da quest’estate, decine di unità navali, aerei da guerra, elicotteri, velivoli senza pilota pattugliano le acque del Mediterraneo con l’obiettivo di proiettare ancora più a sud le frontiere dell’Unione. Per poi occupare militarmente le città costiere di Libia, Tunisia ed Algeria e trasferire in Africa centri d’identificazione e “prima accoglienza” e strutture detentive per rifugiati e richiedenti asilo.

L’urgenza e la necessità di creare una missione militare anti-migranti erano state manifestate dal Consiglio straordinario dei Capi di Stato e di Governo Ue del 23 aprile 2015, convocato il giorno dopo l’ennesima strage di migranti nel Mediterraneo centrale. Qualcosa di simile era accaduto nell’ottobre 2013, quando il governo italiano, dopo il tragico naufragio di un’imbarcazione a largo di Lampedusa (366 i morti accertati), diede vita alla controversa e dispendiosa operazione Mare Nostrum. Allora l’intervento manu militari fu ipocritamente giustificato dalla necessità d’impedire altre stragi in mare. Due anni dopo, la crociata europea è sferrata invece, ufficialmente, contro le reti di trafficanti e scafisti in nord Africa, enfatizzando a dismisura un fenomeno, quello del traffico illegale di migranti nel Mediterraneo, che secondo lo stesso Robert Crepinko, direttore di Europol, vede operare in quest’area geografica 3.000 “trafficanti di essere umani” contro i 27.000 che “coprono  le rotte balcaniche, quelle asiatiche ed africane”.

Ecco allora che a giugno ha preso il via la missione navale EUNAVFOR Med (denominata poi missione Sophia per ricordare la bambina somala nata a bordo di una nave militare giunta in soccorso di un’imbarcazione di migranti a largo delle coste libiche). Sono 14 i paesi europei che hanno aderito all’iniziativa (Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Slovenia, Grecia, Lussemburgo, Belgio, Finlandia, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi e Svezia). Il comando ha sede presso l’Operational Headquarter Ue di Centocelle-Roma, mentre alle operazioni contribuiscono fattivamente 1.318 uomini, la portaerei italiana “Cavour” (con a bordo più di 600 militari e uno staff multinazionale di 70 uomini provenienti da Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Romania e Spagna); la fregata tedesca “Schleswig-Holstein”; la fregata britannica “Richmond” con un elicottero Lynx, un drone da sorveglianza ScanEagle e un contingente dei Royal Marines; la rifornitrice tedesca “Werra”; la nave ausiliaria “Enterprise” e un elicottero AW101 MK2 Merlin britannici; un velivolo per la sorveglianza Falcon 50 della marina francese; un pattugliatore marittimo lussemburghese Seagull Merlin III. Da fine ottobre sono assegnati ad EUNAVFOR Med anche la fregata belga “Leopoldo I”, la fregata spagnola “Canarias”, il pattugliatore sloveno “Triglav” e un aereo per il pattugliamento marittimo P-3C “Orion” spagnolo. Le forze armate italiane contribuiscono alla missione Ue pure con due elicotteri, un sommergibile, due velivoli a pilotaggio remoto “Predator” MQ-1 e MQ-9 e con le risorse logistiche offerte dalle basi di Augusta, Sigonella e Pantelleria. Inoltre per le operazioni di sbarco dei migranti vengono periodicamente utilizzati i porti siciliani di Catania, Messina, Palermo, Porto Empedocle, Pozzallo, Lampedusa e Trapani e quello sardo di Cagliari.

Il piano d’intervento militare di EUNAVFOR Med – Sophia è stato approvato a Bruxelles il 18 maggio e dovrebbe articolarsi in tre fasi. La prima di esse si è concentrata nella raccolta dei dati d’intelligence sui traffici e nel pattugliamento di dieci aree a largo delle coste della Libia (quattro lungo la frontiera marittima di 12 miglia che separa le acque internazionali da quelle libiche, le altre sei in mare aperto). “La nuova forza navale deve procedere con l’identificazione e il monitoraggio dei network dei trafficanti attraverso la raccolta delle informazioni e la sorveglianza delle acque internazionali”, hanno dichiarato i ministri Ue. Alle unità navali è stato attribuito in particolare il compito di procedere all’identificazione dei migranti fermati (o soccorsi) in mare, raccogliendo tutti i dati personali (cognome, cognome da nubile, nomi ed eventuali pseudonimi o appellativi correnti; data e luogo di nascita, cittadinanza, sesso; luogo di residenza, professione e luogo in cui si trovano; dati relativi alle patenti di guida, ai documenti di identificazione e al passaporto), compreso il prelievo delle impronte digitali. “EUNAVFOR Med può trasmettere tali dati e i dati relativi alle imbarcazioni e alle attrezzature utilizzate da dette persone alle pertinenti autorità incaricate dell’applicazione della legge degli Stati membri e/o agli organismi competenti dell’Unione”, aggiunge la direttiva n. 778 approvata il 18 maggio 2015 dal Consiglio dei ministri degli esteri e della difesa dell’Unione europea. Secondo quanto dichiarato dall’ammiraglio Enrico Credendino, comandante della missione europea, i primi 108 giorni di attività di Sophia hanno consentito “l’arresto di 16 scafisti, la neutralizzazione di 16 imbarcazioni e il salvataggio di 3.076 migranti”. Alla data del 4 novembre, i migranti “assistiti” in mare, secondo il comando di EUNAVFOR Med, sarebbero stati già 5.000.

Puntare, colpire, affondare   

Il 7 ottobre ha preso il via la seconda fase della missione navale: le unità e i reparti d’élite europei sono stati autorizzati a effettuare abbordaggi, perquisizioni, sequestri e dirottamenti in alto mare delle imbarcazioni che trasportano migranti. Le operazioni hanno ricevuto il beneplacito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 2240/2015/S: oggi, pertanto, l’Unione europea e i singoli Stati possono intervenire contro i barconi che si trovano in acque internazionali al largo delle coste libiche “quando vi siano fondati motivi di credere che sono o saranno utilizzati per il traffico di migranti”. “Ulteriori azioni nei confronti delle navi ispezionate, compresa l’eliminazione – prosegue la risoluzione del Consiglio di sicurezza – saranno prese in conformità con il diritto internazionale e con la dovuta considerazione degli interessi dei terzi che hanno agito in buona fede”. Intervenendo in un’audizione presso il Comitato parlamentare di controllo e vigilanza su Schengen, Europol e immigrazione, la ministra della difesa Roberta Pinotti ha dichiarato che nelle prime tre settimane della seconda fase della missione Sophia “sono stati neutralizzati 21 natanti e arrestati 18 scafisti”.

Con la terza fase operativa di EUNAVFOR Med, l’Unione europea punta a gestire in prima persona vere e proprie operazioni belliche nel Mediterraneo centrale e in nord Africa. “Prevediamo che le operazioni vengano estese in acque territoriali libiche e possibilmente all’interno del paese stesso, ma ciò potrà essere fatto soltanto con una nuova risoluzione delle Nazioni unite che, realisticamente, potrà giungere dopo una richiesta ufficiale da parte delle autorità della Libia”, ha spiegato la ministra Pinotti. Se passasse la risoluzione auspicata da Roma e Bruxelles, le unità navali ed aeree europee potranno intercettare e abbordare le imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo già in acque libiche e, finanche, di bombardarle in rada. L’escalation militare potrebbe preludere ad una vera e propria occupazione del territorio libico da parte dei paesi membri dell’Unione europea, su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma, ancora una volta, sotto la guida degli Stati Uniti d’America e/o della Nato e a fianco dei principali partner nordafricani e mediorientali. Un epilogo della guerra ai migranti e alle migrazioni dagli esiti certamente infausti.

Intanto gli interventi Ue nel Mediterraneo sono coordinati direttamente con la Nato e con le forze armate statunitensi. Il Segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, ha fatto sapere che la Nato è pronta a intervenire contro gli scafisti nordafricani, con la giustificazione che sui barconi dei migranti “potrebbero imbarcarsi anche terroristi o miliziani ISIS”. In realtà è perlomeno dal 2010 che il comando alleato di stanza in Campania (Aftsouth Napoli) condivide alcune delle informazioni raccolte dalle imbarcazioni e dai velivoli Nato con l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex e con l’Ufficio di polizia europeo Europol. Ed è perlomeno dal 2005-2006 che la Nato fornisce assistenza alle diverse agenzie nazionali anti-migranti dei paesi partner del Mediterraneo. Proprio in vista di una più stretta cooperazione Ue-Usa-Nato nel contrasto delle migrazioni, il 28 e 29 luglio scorso il comandante in capo di EUNAVFOR Med, Enrico Credendino, si è recato in visita a Washington per incontrare i responsabili del Dipartimento di Stato e della Difesa e quelli della US Coast Guard. La risposta del Pentagono è arrivata in tempi record per bocca del Capo di Stato maggiore degli Stati Uniti d’America, generale Martin Dempsey. “Dobbiamo affrontare unilateralmente con i nostri partner questa questione come un problema generazionale, e organizzarci e preparare le risorse ad un livello sostenibile per gestire la crisi dei migranti per i prossimi 20 anni”, ha dichiarato Dempsey all’emittente televisiva ABC il 3 settembre. È stato però il primo ministro britannico David Cameron a spiegare le modalità con cui l’Occidente pensa d’intervenire per ostacolare i flussi migratori nel Mediterraneo. “Per risolvere il problema alla radice inizieremo una campagna di raid aerei contro le postazioni dell’ISIS e lanceremo un’azione di intelligence contro i trafficanti di esseri umani in Siria e in Iraq”, ha dichiarato il premier al Sunday Times. Autorevoli strateghi militari ritengono che un incremento dei bombardamenti contro il Califfato potrebbe aiutare a rallentare il flusso dei migranti, specie se affiancato da un dispositivo aeronavale che si faccia carico nel Mediterraneo dei cosiddetti ‘’respingimenti assistiti” (o dei “migranti riaccompagnati’’), espressione sullo stile del politicamente corretto come quella sulla “guerra umanitaria” di famigerata memoria.

Droni e Tritoni per un Mare Sicuro

La missione EUNAVFOR Med si è aggiunta ad un’altra operazione di “sorveglianza” nel canale di Sicilia, Mare Sicuro, avviata il 12 marzo 2015 dal solo governo italiano. Il compito ufficiale di Mare Sicuro è quello di svolgere attività di “presenza, sorveglianza e sicurezza marittima nel Mediterraneo centrale, protezione delle linee di comunicazione, dei natanti commerciali e delle piattaforme energetiche off-shore nazionali, e contrasto al traffico di esseri umani”. Attualmente in questa missione sono impegnati oltre 500 uomini e un dispositivo aeronavale composto da quattro navi d’altura con elicotteri imbarcati e team di pronto intervento di fucilieri ed incursori della Marina,  aeromobili e velivoli a pilotaggio remoto e da ricognizione elettronica, i pattugliatori Breguet Atlantic in dotazione al 41° Stormo dell’Aeronautica di stanza a Sigonella. Per l’intercettamento e la sorveglianza dei natanti “sospetti” sono utilizzati periodicamente anche i sommergibili di base ad Augusta. “Ancorché Mare Sicuro sia un’operazione militare di sicurezza marittima, non espressamente mirata alla salvaguardia della vita umana in mare, le unità partecipanti possono essere chiamate ad intervenire in operazioni di ricerca e soccorso di naufraghi, in ottemperanza al già citato obbligo di soccorso previsto dalla vigente normativa internazionale”, ha dichiarato la ministra Pinotti durante un’audizione in Commissione difesa al Senato, il 21 luglio 2015. Sempre secondo il ministero della difesa, a fine ottobre, le unità navali di Mare Sicuro avevano “soccorso” 200 barconi e 461 gommoni ed erano stati arrestati 470 presunti scafisti.

Apprezzamento per quanto fatto dall’Italia nel campo dell’immigrazione e del contributo alla sicurezza nel Mediterraneo è stato espresso dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Ashton Carter, in occasione del suo incontro con la ministra Pinotti, il 6 ottobre scorso a Sigonella. Alla vigilia del viaggio di Carter in Italia, era stata la sua assistente alla sicurezza internazionale Elissa Sloatkin, a ribadire la “piena disponibilità” degli Stati Uniti ad aiutare il nostro paese nel condurre le operazioni sul fronte migrazione e della “stabilizzazione” mediterranea. “Gli asset che gli americani potrebbero fornire non sono specificati, ma è noto che i loro droni già partono dalla Sicilia per condurre missioni quotidiane di sorveglianza, la loro intelligence elettronica è senza pari, le unità della US Navy incrociano nel Mediterraneo e la base di Sigonella è attrezzata per qualunque emergenza”, ha scritto Paolo Mastrolilli sul quotidiano La Stampa.

A seguito della decisione del governo Renzi di porre termine alla missione Mare Nostrum, il 1° novembre 2014 Frontex ha dato vita all’Operazione Triton, prioritariamente con finalità di sorveglianza marittima e, solo sussidiariamente, di “salvataggio” dei migranti e richiedenti asilo a rischio di naufragio. Inizialmente Frontex aveva destinato alle attività di pattugliamento un budget mensile di 2,83 milioni di euro, 65 “agenti” e 12 mezzi militari, limitando l’area operativa alle acque territoriali italiane e solo parzialmente alle zone SAR (search and rescue) di Italia e Malta, per un raggio di appena 30 miglia nautiche. Nella primavera 2015 la Commissione europea ha però deciso di prorogare sino alla fine dell’anno il programma Triton, stanziando una dotazione aggiuntiva di 18 milioni di euro ed estendendo il raggio d’azione delle unità a 138 miglia nautiche a sud della Sicilia. Attualmente il dispositivo di Frontex nel Mediterraneo centrale conta su tre aerei, sei navi d’altura, dodici pattugliatori e due elicotteri. Inizialmente l’Italia ha contribuito a Triton con un pattugliatore d’altura della Marina militare e dopo con diverse unità veloci appartenenti alla Guardia di finanza e alla Capitaneria di porto. Bruxelles ha espresso l’intenzione di finanziare anche per il prossimo anno le operazioni aeronavali di Frontex e di rafforzare la missione anti-migranti Poseidon avviata da tempo nell’Egeo e in territorio greco (le previsioni di spesa per le due operazioni si assesterebbero nel 2016 intorno ai 45 milioni di euro).

Al recente meeting sul flusso di rifugiati lungo la rotta dei Balcani occidentali, presenti i Capi di stato e di governo di Albania, Austria, Bulgaria, Croazia, Germania, Grecia, Macedonia, Romania, Serbia, Slovenia e Ungheria, è stato proposto altresì un “significativo rafforzamento” dell’azione di Frontex nelle attività di identificazione, registrazione e prelievo delle impronte digitali dei migranti che giungono in Grecia; il “potenziamento” del supporto di Frontex alla frontiera tra Bulgaria e Turchia e ai checkpoint tra Croazia e Serbia; il trasferimento in Slovenia di un team di 400 poliziotti europei e di equipaggiamento “essenziale” per contribuire alle operazioni di vigilanza delle frontiere nazionali. Nella seduta del 9 settembre, il Consiglio d’Europa ha invece chiesto a Frontex di inviare in tempi brevi “squadre RABIT (Rapid Border Intervention Team)” ai confini più sensibili dell’Unione Europea, in particolare in Ungheria, Grecia e Italia. Le squadre di intervento rapido alle frontiere sono operative dal 2007 e intervengono su richiesta di uno Stato membro che si trovi ad affrontare “sollecitazioni urgenti ed eccezionali derivanti da un afflusso massiccio di immigrati clandestini”.

L’8 ottobre, a conclusione di un vertice in Lussemburgo, i ministri dell’interno dell’Unione europea hanno deciso di dar vita a una polizia di frontiera comune - marittima e terrestre - che sotto le insegne Ue aiuti le forze dell’ordine nazionali nella gestione dei flussi migratori. Anche stavolta sarà chiamata l’agenzia Frontex a predisporre e gestire il nuovo sistema di controllo “comune” sicuritario delle frontiere. Sei giorni prima del meeting dei ministri dell’interno Ue, Fontex aveva pubblicato sul proprio sito un bando per assumere 775 guardie di frontiera da inviare alle frontiere esterne dell’Unione, principalmente in Italia e Grecia, per concorrere alla registrazione e all’identificazione dei migranti provenienti da Libia e Turchia. Nello specifico, le nuove guardie assumeranno il ruolo di screeners (per individuare la nazionalità dei migranti in arrivo), debriefers (per raccogliere informazioni sulle attività delle reti di trafficanti) ed interpreti.

L’isola degli hotspot

La Sicilia è stata assunta a laboratorio sperimentale del nuovo corso delle politiche europee anti-migranti: dall’estate, in particolare, è stata istituita a Catania una centrale mediterranea dell’agenzia Frontex. “Questa base regionale costituirà un progetto pilota che potrà essere replicato anche in altri Stati membri e riguarderà i cosiddetti hotspot, i centri proposti dalla Commissione dell’Unione europea nella sua Agenda per l’immigrazione dove concentrare gli sbarchi dei migranti e sottoporre questi ultimi a un primo screening”, ha dichiarato il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri. Bruxelles ha già identificato come primi hotspot i porti di Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani e Lampedusa, a cui si aggiungeranno entro la fine dell’anno Augusta e Taranto. “In ciascuno di questi Hotspots vi sono strutture di prima accoglienza che possono ospitare complessivamente circa 1.500 persone ai fini dell’identificazione, della registrazione e del rilevamento delle impronte digitali dei migranti in arrivo”, riferisce il portavoce della Commissione europea. “Il metodo basato sui Hotspots contribuirà anche all’attuazione dei meccanismi temporanei di ricollocazione proposti dalla Commissione europea il 27 maggio e il 9 settembre: le persone che hanno evidente bisogno di protezione internazionale saranno individuate negli Stati membri in prima linea e trasferite verso altri Stati membri dell’UE nei quali sarà trattata la loro domanda d’asilo”. Per tutti gli altri, ovviamente, non resteranno che i rimpatri forzati e le deportazioni.

Si profila così, oltre ad un rafforzamento dei dispositivi militari in Sicilia e nelle isole minori, l’ampliamento del numero e delle azioni di confinamento forzato in veri e propri hub detentivi dei potenziali richiedenti asilo e di tutti i migranti, replicando il modello criminale e criminogeno del CARA di Mineo. In una lettera inviata il 7 settembre al direttore generale Ue per gli Affari interni e immigrazione Matthias Ruete, il capo della Polizia Alessandro Pansa ha ammesso che le autorità di pubblica sicurezza stanno studiando nuove norme per allungare i tempi di trattenimento nei centri di identificazione fino a 7 giorni e per imporre il rilevamento delle impronte digitali a tutti, pena il trattenimento fino a 30 giorni per coloro che rifiutino di sottoporsi a questa aberrante pratica di controllo e schedatura poliziesca.

Il ministero della difesa ha pubblicato intanto un primo elenco di caserme dismesse o in via di dismissione che potrebbero essere convertite a centri di identificazione-reclusione. “La Difesa collabora strettamente con le altre articolazioni dello Stato rendendo disponibili infrastrutture e siti militari non più utilizzati a fini istituzionali per l’accoglienza dei migranti”, ha dichiarato la ministra Pinotti. Tra gli immobili già individuati ci sono cinque edifici in Friuli per “ospitare” complessivamente 300 persone (le caserme Cavarzerani, Prepotto e Fusine in provincia di Udine; la caserma di Muggia a Trieste e quella di Cordovado in provincia di Pordenone); la (ex) caserma di Montichiari in provincia di Brescia per altri 300 cittadini stranieri; la caserma dell’esercito di Civitavecchia per 500 “ospiti” e quella dell’Aeronautica militare presso l’aeroscalo “G. Allegri” di Padova, già sede fino al 2009 della 1^ Brigata Aerea ed ora in carico al 2° Reparto Manutenzione Missili. In Sicilia si pensa invece a realizzare un hub per 800 persone nella ex caserma “Gasparro” di Bisconte, Messina, dove oggi, negli unici tre stanzoni non dichiarati inagibili, vivono in condizioni disumane oltre duecento richiedenti asilo. Militarizzazioni che si sommano alle già asfissianti militarizzazioni imposte alle popolazioni che risiedono in prossimità delle grandi basi di morte, delle stazioni radar, dei CIE e dei CARA sorti come funghi in tutto il territorio nazionale.

“Dei 6.600 militari impegnati nell’operazione Strade Sicure - ammonisce il ministero della difesa - 870 sono impegnati in Italia nella sorveglianza di 14 Centri che ospitano i rifugiati e richiedenti asilo, così come gli stranieri in attesa di identificazione”. E la guerra continua…

 
Relazione al Convegno  “Pace e Diritti nel Mediterraneo. Conflitti e resistenze nelle politiche europee, negli ordinamenti interni e nelle prassi operative”, promosso da Primalepersone e ADIF (Associazione Diritti e frontiere) con la collaborazione dell’Università degli Studi di Palermo e del Comune di Palermo, 12 e 13 novembre 2015.