I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 29 ottobre 2015

Il business della malaccoglienza rifugiati nella città di Messina


Messina città della malaccoglienza. Centinaia di rifugiati semireclusi nella tendopoli del PalaNebiolo, ex campo di baseball di contrada Conca d’Oro, Annunziata, di proprietà dell’Università degli Studi. Quaranta gradi all’ombra in estate, il freddo che sfiora lo zero d’inverno. Quando piove, però, è ancora peggio: senza drenaggio, il terreno è invaso dalle acque e il centro di prima accoglienza sprofonda nella palude. Nella (ex) caserma “Gasparro” di Bisconte, nell’unica palazzina generosamente non dichiarata inagibile, in più di duecento vengono stipati in tre angusti saloni, 550 metri quadrati di superficie, con i letti a castello uno appiccicato all’altro e le interminabili file per consumare i pasti o fare una doccia. Strutture indegne, maledettamente schifose, vergogna e onta di istituzioni statali e amministratori locali che non sembrano vedere e ascoltare e che hanno scelto, sempre, di non parlare.

A Messina, come per il CARA di Mineo, i CIE di Trapani e i campi lager per migranti e richiedenti asilo di mezza Italia, l’accoglienza è diritto-dovere vilipeso, negato, violato. Ma è contestualmente occasione di ingenti profitti per quei soggetti, i soliti noti, pseudo cooperative, aziende, azienducole e onlus a mero scopo di lucro, che esercitano arrogantemente l’oligopolio nella gestione dell’affaire dell’emergenza sbarchi, creata artificialmente dall’Europa fortezza, dal complesso militare industriale e sicuritario transnazionale e dagli opinion leader xenofobi e razzisti. Dopo la pubblicazione da parte della Prefettura di Messina del data base sulle spese effettuate nel biennio 2013- 2014, c’è la prova provata che la malaccoglienza nella città dello Stretto ha consentito fatturazioni milionarie per un manipolo di privilegiati imprenditori della solidarietà. Dai primi arrivi nel porto sicuro di Messina, nell’ottobre 2013, sino al 31 dicembre 2014, la Prefettura ha erogato più di 3 milioni e 225.000 euro per la gestione profughi. Il fallimento politico-umanitario degli interventi messi in campo traspare dalle statistiche ufficiali della Questura di Messina: dei 6.880 potenziali richiedenti asilo identificati nel 2014 in occasione dei trasferimenti presso i centri dell’Annunziata e di Bisconte, solo 283 hanno visto definite le loro istanze di protezione internazionale, cioè meno di tre donne e uomini ogni cento sbarcati, schedati e internati.

Il trio dei soliti noti

Buona parte delle risorse finanziarie “investite” dallo Stato a Messina per l’affaire migranti è andata all’associazione temporanea d’imprese con capofila la Senis Hospes di Potenza, compartecipi la Cascina Global Service Srl e il Consorzio Sol.Co. - Società cooperativa sociale onlus. Secondo i dati spesa della Prefettura, nel biennio 2013-2014 all’Ati sono stati liquidati complessivamente 2.654.633,19 euro (l’importo aggiudicato dichiarato era invece di 873.536 euro). Nello specifico, all’associazione guidata da Senis Hospes è stata affidata con procedura aperta la “gestione del servizio accoglienza” nel periodo compreso tra l’1 gennaio e il 31 marzo 2014 (importo liquidato 431.395,23 euro), gestione poi prorogata una prima volta dall’1 aprile al 30 giugno 2014 (539.225,79 euro) e una seconda volta per tutto il successivo mese di luglio (169.044,84 euro). Stando al capitolato d’appalto, al trio Senis – Cascina – Consorzio Sol.Co., competeva la fornitura ad ogni migrante del vitto, di un pocket money di 2,50 euro al giorno e di un kit d’igiene, più l’assistenza sanitaria. In cambio, esso ha ricevuto 24 euro e 33 centesimi al giorno per ogni persona “ospitata” alla tendopoli e nell’ex caserma di Bisconte.

Quando il 17 luglio 2014 la Prefettura espletò una nuova gara per individuare un “nuovo” ente gestore a cui affidare l’assistenza dei richiedenti asilo (dall’1 agosto al 31 dicembre 2014), fu ancora l’associazione capitanata da Senis Hospes a sbaragliare gli avversari e ottenere a fine servizio la liquidazione di 1.391.217,33 euro. L’“accoglienza” è stata poi prorogata sino allo scorso mese di maggio, quando il gruppo Senis Hospes, Cascina e Sol.Co. ha dovuto cedere i centri del PalaNebiolo e di Bisconte alle semisconosciute “cooperativa sociali” Arca e Medical di Trapani che alla nuova gara bandita hanno presentato un’offerta più vantaggiosa di 23,98 euro al giorno per migrante.

Nell’elenco spese della Prefettura peloritana compare inoltre la voce “Proroga servizi accoglienza migranti c/o Centro Conca d’Oro e Caserma Gasparro-Masotto - 31 dicembre 2014” con un importo di 39.500 euro aggiudicato ancora alla stessa associazione d’imprese a guida Senis, ma presumibilmente liquidato l’anno successivo. Al 31 dicembre 2014 non erano stati pagati al trio Senis-Cascina-Sol.Co. anche i servizi relativi all’accoglienza minori non accompagnati presso la struttura ex Ipab – Fondazione Conservatori Riuniti nella centrale via S. Sebastiano di Messina, inaugurata il 25 novembre 2014. Inizialmente, l’ex Ipab era stato destinato a fare da centro di primissima accoglienza dei cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale in vista dell’auspicata chiusura della tendopoli dell’Annunziata. A seguito però di una denuncia sulla presenza di numerosi minori stranieri non accompagnati al PalaNebiolo, in situazioni di promiscuità con gli adulti, la Prefettura, con provvedimento straordinario del 31 ottobre 2014 ordinava il trasferimento di 93 minori presso i locali di via S. Sebastiano che Senis & socie si erano incaricate nel frattempo a ristrutturare per i richiedenti asilo adulti. Da allora, l’ex Ipab, rinominato “Centro Ahmed”, nonostante non rispetti i parametri e gli standard strutturali previsti dalle normative regionali, opera come centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati, con più di duecento giovani “ospiti” fuggiti dai conflitti in corso in Medio oriente e nel continente africano. Per la cronaca, a Senis Hospes & C. la Prefettura di Messina ha affidato il servizio accoglienza migranti presso una struttura sita nel comune di Fondachelli Fantina con una spesa di 123.750 euro per il periodo compreso tra il 27 agosto e il 31 dicembre 2014.

I tabulati spese dell’autorità di governo rivelano poi come un’ulteriore e consistente tranche delle risorse pro migranti sia finita in mano alla sola Cascina Global Service, società romana fondata nel 1978 da un gruppo di studenti universitari aderenti a Comunione e Liberazione, attiva nel settore della ristorazione e della preparazione pasti per scuole, ospedali, ecc., e rappresentata a Messina dall’imprenditore Benny Bonaffini. Si tratta complessivamente di 253.626,22 euro: una parte (145.763,9 euro) è stata liquidata per l’affidamento “temporaneo” con cottimo fiduciario per il servizio prestato ai profughi tra il 9 ottobre 2013 e il 7 febbraio 2014; la seconda parte (107.862,32 euro) corrisponde al compenso per il ruolo di ente gestore del centro-tendopoli dell’Annunziata dal 28 novembre 2013 al 27 marzo 2014, previo affidamento con procedura aperta della Prefettura.

Quelle ombre in cronaca

Veri e propri colossi nazionali nella gestione dei servizi del terzo settore e del volontariato le coop-aziende che hanno fatto da asso pigliatutto (o quasi) del business migranti nello Stretto. Il Consorzio Sol.Co. riunisce una lunga lista di cooperative sociali presenti in tutta la Sicilia, la più nota fra tutte è il Consorzio Sol. Calatino S.C.S., costituito nel febbraio 2003 da coop operanti tra Caltagirone e Catania e che nel settore immigrazione vanta un curriculum di tutto rispetto: dall’esecuzione nel 2011 di un progetto di “consulenza legale e psicologica” a favore dei minori stranieri non accompagnati in partenariato con il Comune di Messina; alla gestione degli SPRAR nei comuni di Caltagirone, Gela, Bronte, Vizzini, Mineo, Licodia Eubea, San Cono, San Michele di Ganzaria, Palagonia, Grammichele, Mirabella Imbaccari e Scordia; a quello del centro di primissima accoglienza dei cittadini stranieri di Caltanissetta; sino alla cogestione dal lontano 18 ottobre 2011 del “Villaggio degli aranci” di Mineo, convertito d’imperio da ex residence dei militari Usa di Sigonella nel più grande Centro per richiedenti asilo (CARA) d’Europa.

Anche Senis Hospes si è affermata come uno dei più accreditati enti gestori di CARA, centri di prima accoglienza e SPRAR in Italia. Alla società cooperativa di Potenza la giornalista Raffaella Cosentino ha dedicato alcuni passaggi di un’inchiesta su Il grande business dei centri d’accoglienza, pubblicata su Repubblica.it il 16  ottobre 2013. “Senis Hospes di Senise (Pz) ha come presidente Camillo Aceto, che quando era vicepresidente di Cascina è stato imputato in un processo a Bari sul servizio pasti delle mense ospedaliere e scolastiche per i reati di falso e frode nelle forniture pubbliche”, scriveva Cosentino.“Il gestore del CARA di Bari Palese, costruito nel 2008 all’interno della base dell’aeronautica militare con dei prefabbricati, è lo stesso da quando esiste il centro, la cooperativa lucana Auxilium dei fratelli Pietro e Angelo Chiorazzo. Anch’essa con sede a Senise, Auxilium è storicamente vicina alla Cascina, con cui si trova in Ati nel centro. Da vicepresidente della Cascina, Angelo Chiorazzo è stato coinvolto nella stessa indagine della magistratura di Bari in cui era imputato Camillo Aceto, a sua volta ex membro del consiglio di amministrazione di Auxilium. Anche Chiorazzo ha avuto la prescrizione in primo grado per i reati di falso e frode nei confronti della pubblica amministrazione…”. Il caso vuole che il 22 gennaio 2013, la prefettura di Caltanissetta ha aggiudicato proprio ad un raggruppamento temporaneo d’imprese con in testa Auxilium l’appalto della durata di tre anni per la gestione di tutti i centri-lager realizzati in contrada Pian del Lago. L’aggiudicazione è avvenuta però dopo l’annullamento della gara vinta inizialmente dal raggruppamento guidato dalla società cooperativa Domus Caritatis e comprendente Senis Hospes, la Cascina Global Service e il Consorzio Sol. Calatino, per carenza dei requisiti prescritti.

Il trio d’imprese si è però rifatto - abbondantemente – con il discusso e discutibile bando d’appalto da 97 milioni di euro per la gestione del mega CARA di Mineo, espletato il 24 aprile 2014 dal Consorzio Calatino “Terra d’Accoglienza”. La gara, infatti, è stata vinta dall’associazione temporanea che vedeva insieme a Senis, Cascina e Sol.Co., il consorzio di cooperative sociali Sisifo di Palermo (LegaCoop), la società di costruzioni Pizzarotti & C Spa di Parma (proprietaria del residence di Mineo) e il comitato provinciale della Croce Rossa Italiana di Catania. “Il bando per la gestione del CARA di Mineo ha alterato la fisionomia dell’accordo pubblicistico delineato dall’art. 15 della Legge n. 241/1990”, ha denunciato in una relazione la Corte dei Conti. Ancora più duro il giudizio dell’Associazione nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, secondo cui a Mineo sarebbero stati violati i principi di “concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialità ed economicità”. La gestione del CARA è stata stigmatizzata pure dagli inquirenti che indagano su politica e affari nella città di Roma. Nella seconda ordinanza emessa dal Gip capitolino, relativamente all’affaire Mineo, si parla espressamente di “collusioni preventive, consistenti in accordi finalizzati alla predeterminazione dei soggetti economici che si sarebbero aggiudicati le gare”, nonché di “condotte fraudolente, consistenti nel concordare i contenuti dei bandi di gara in modo da favorire il raggruppamento di imprese al quale partecipavano imprese del gruppo La Cascina”. Come annota Linkiesta.it, nell’ordinanza di custodia cautelare Mafia Capitale Bis emessa lo scorso mese di giugno, la Cascina Global Service viene citata ben 167 volte. Le indagini, in particolare, hanno condotto all’arresto di quattro suoi manager: l’amministratore delegato Salvatore Menolascina; il vicepresidente Francesco Ferrara; Carmelo Parabita, componente del consiglio d’amministrazione del gruppo; l’ad della cooperativa “La Cascina” Domenico Cammisa. Secondo il Gip, i quattro dirigenti avrebbero commesso “plurimi episodi di corruzione e di turbativa d’asta spalmati nell’arco di tre anni, dal 2011 al 2014, e ciò rivela una spiccata attitudine a delinquere”. In particolare, sotto indagine sono finiti i rapporti intessuti dai manager con Luca Odevaine, membro del Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale e membro di tutte le commissioni che a partire dal 2011 hanno aggiudicato gli appalti del CARA di Mineo. “Con la Cascina, Odevaine ha un solido e antico legame di natura illecita”, scrivono gli inquirenti, ipotizzando l’elargizione a favore del potente consulente di un “premio” mensile di 10.000 euro, poi aumentato a 20.000, per i presunti favori resi per l’aggiudicazione dell’appalto. A seguito del terremoto giudiziario che ha colpito il colosso della ristorazione, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma, con decreto n.102 del 27 luglio 2015 ha disposto l’amministrazione giudiziaria per la Cascina Global Service.

E ai trasporti dei migranti ci penso solo io

Tornando a Messina, c’è poi da sottolineare come il 15% del valore totale degli affidamenti per i servizi pro migranti (462.992 euro) è avvenuto nel biennio 2013-14 mediante il cosiddetto cottimo fiduciario, una modalità di acquisizione semplificata di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione consentita dall’ordinamento italiano “in relazione al modesto valore del contratto” e “all’urgenza di provvedere”. Le norme, in particolare, prescrivono che nel caso in cui l’importo per le forniture di beni e servizi non superi i 40.000 euro, il responsabile del procedimento possa affidarle direttamente ad un operatore economico da lui scelto in modo discrezionale, evitando ovviamente artificiosi frazionamenti delle prestazioni. Per importi maggiori, invece, l’affidamento può avvenire solo nel rispetto dei principi di “trasparenza, rotazione e parità di trattamento”, previa consultazione di almeno cinque operatori economici individuati dopo la predisposizione di specifici elenchi da parte della stazione appaltante.

Come abbiamo già visto, la Prefettura ha utilizzato il cottimo fiduciario per affidare alla Cascina Global Service la prima fase dell’emergenza accoglienza a Messina. Poi, invece, esso è divenuto il sistema modello per attribuire solo e sempre allo stesso soggetto le operazioni di trasporto dei profughi da Messina verso altri centri di prima o seconda accoglienza in Sicilia e in altre regioni d’Italia. La lettura del data base alla voce trasporti offre la fotografia reale di quello che è il sistema di deportazione disumanizzante adottato per migranti e richiedenti asilo dai diversi governi che si sono alternati alla guida del paese. Dalla città dello Stretto, donne e uomini in fuga dagli orrori di guerre e crimini globali sono condotti in bus sino in Piemonte, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, altri ai CARA e ai CIE in Lazio, Campania, Puglie e nelle Marche. Il 22 novembre 2013, gli “ospiti” di Messina venivano sballottati per un faticoso tour siciliano, ad Agrigento, Favara, Castelvetrano e Caltagirone. Il 12 settembre 2014, dopo le interminabili operazioni di sbarco, i migranti erano dirottati invece prima ai centri dell’Annunziata e di Bisconte, poi a Fondachelli Fantina e infine ad Aragona (Ag).

Attore monopolista dei trasferimenti forzati dei migranti, la ditta di trasporti Michele Cucinotta & C. SAS, con sede nel villaggio di Larderia, Messina. A favore di essa, in soli 13 mesi, sono state liquidate ben 92 fatture per un importo complessivo di 299.266 euro (quello aggiudicato era per 291.706 euro). Nel sito della Prefettura non ci sono specifiche indicazioni sul numero dei bus impiegati o di quello dei “passeggeri” di ogni singola tratta, ma compaiono solo le date e i tragitti utilizzati. I trasporti più onerosi riguardano quelli effettuati subito dopo il Natale 2013 per Roma-Alba Adriatica, Teramo, San Bendetto del Tronto, Perugia e Bresso (Mi) costati complessivamente 36.400 euro; quello del 28 luglio 2014 per Settimo Torinese (15.525 euro); per Gorizia (14.000 euro), il 18 febbraio; quelli del 7 dicembre per la Caserma della Guardia di finanza di Napoli e l’aeroporto di Palermo Punta Raisi e dal porto di Augusta a Messina (11.400); per Napoli e Pescara il 20 settembre (9.250); da Pozzallo per l’aeroporto di Comiso e Messina il 2 agosto (7.100).

Per i trasferimenti al centro-lager di Pozzallo, l’1 giugno 2014, la Michele Cucinotta & C. SAS riceve 6.500 euro; 6.300 per raggiungere Napoli il 24 marzo; 5.875 per Palermo il 4 luglio. Al porto di Augusta si va il 4 gennaio, il 22 maggio e il 7 giugno 2014, fatturando per il primo viaggio 4.250 euro, 3.600 per il secondo e 4.500 per il terzo. Il successivo 16 luglio, per attraversare lo Stretto, dal porto di Reggio Calabria al centro di contrada Conca d’Oro-Annunziata, viene spesa la “modica” cifra di 2.400 euro. Fortunatamente meno dispendioso il transfert di migranti dal porto di Messina al PalaNebiolo: 880 euro il 5 maggio; 800 il 17 aprile, il 20 e 22 settembre.
Cottimi fiduciari, infine, per l’affidamento del noleggio dei bagni chimici in occasione di alcuni sbarchi al molo Colapesce (11.100 euro liquidati complessivamente a favore della Milae Medical S.N.C. di La Rosa Ferdinando); delle operazioni di scarico e montaggio arredi presso la caserma Gasparro di Bisconte (1.500 euro a favore della ditta Tecnoimpianti di Minissale Cosimo); per l’acquisto dei materassi per il PalaNebiolo (1.995 euro alla ditta Gitto Antonio); per l’installazione dell’impianto elettrico nella scandalo-tendopoli (3.172 euro alla Mastronardo Placido Impianti Elettrici).

martedì 27 ottobre 2015

La guerra dell’Unione Europea ai migranti


L’estate 2015 passerà alla storia come la stagione in cui l’Europa delle banche e dei diritti negati ha lanciato una dispendiosa (e disperata) offensiva militare per impedire il flusso di migranti dall’Africa o dal Medio oriente verso le coste dell’Italia e della Grecia. Unità navali, aerei da guerra, elicotteri, velivoli senza pilota pattugliano giorno e notte le acque del Mediterraneo: l’obiettivo a medio termine è quello di proiettare ancora più a sud le frontiere dell’Unione europea, occupando militarmente le città costiere di Libia, Tunisia ed Algeria e trasferendo in Africa centri d’identificazione e “prima accoglienza” e strutture detentive per migranti, rifugiati e richiedenti asilo.

Dal 27 luglio è pienamente operativa la missione navale EuNavFor Med “contro le reti di trafficanti e scafisti in nord Africa”. Il comando ha sede presso l’Operational Headquarter Ue di Centocelle-Roma, mentre alle operazioni contribuiscono fattivamente con uomini e mezzi 14 paesi europei, anche se oggi la forza navale ha in dotazione solo 4 unità navali (la portaerei italiana “Cavour”, la fregata tedesca “Schleswig-Holstein”, la rifornitrice tedesca “Werra” e la nave ausiliaria britannica “Enterprise”) e 5 tra elicotteri ed aerei (due italiani, uno francese, uno inglese e un pattugliatore marittimo lussemburghese Seagull Merlin III schierato nella base siciliana di Sigonella). Il contributo italiano include pure un sommergibile e due velivoli a pilotaggio remoto “Predator” per un totale di circa 800 uomini.

Bruxelles ha stabilito che la nuova forza navale dovrà procedere con l’identificazione e il monitoraggio dei network dei trafficanti attraverso la raccolta delle informazioni e la sorveglianza delle acque internazionali. In verità, l’Unione europea si prepara a gestire in prima persona vere e proprie operazioni belliche nel Mediterraneo centrale e in nord Africa. Alle unità di EuNavFor Med sarà assegnato infatti a medio termine il compito di intercettare e abbordare le imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo già in acque libiche e, finanche, di bombardarle in rada. Lo scorso 19 giugno, l’Unione europea ha approvato un piano che struttura l’intervento militare in tre fasi. La prima riguarda la raccolta di dati d’intelligence sui traffici e il pattugliamento in mare aperto, a cui seguirà una seconda fase con l’intervento diretto dei reparti militari d’élite Ue a bordo delle imbarcazioni che trasportano migranti “per disabilitarle e arrestare i trafficanti”. La terza fase prevede che queste operazioni vengano estese in acque territoriali libiche e “possibilmente all’interno del paese stesso”. Le operazioni saranno coordinate direttamente con la NATO e con le forze armate statunitensi di stanza in Europa. Il Segretario generale dell’Alleanza Atlantica, gen. Jens Stoltenberg, ha fatto sapere che la Nato è pronta a intervenire nelle operazioni di guerra contro gli scafisti nordafricani, con la giustificazione che “sui barconi dei migranti potrebbero imbarcarsi anche terroristi o miliziani ISIS”. In realtà è perlomeno dal 2010 che il comando alleato di stanza in Campania (Aftsouth Napoli) condivide alcune delle informazioni raccolte dalle imbarcazioni e dai velivoli Nato con l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex e con l’Ufficio di polizia europeo Europol. Ed è perlomeno dal 2005-2006 che la Nato fornisce assistenza alle diverse agenzie nazionali anti-migranti dei Paesi partner del Mediterraneo. Proprio in vista di una più stretta cooperazione Ue-Usa-Nato nel contrasto delle migrazioni, il 28 e 20 luglio scorso il comandante in capo di EuNavFor Med, l’ammiraglio italiano Enrico Credendino, si è recato in visita a Washington per incontrare i responsabili del Dipartimento di Stato e della Difesa e della US Coast Guard.

A seguito della decisione del governo Renzi di porre termine alla controversa operazione militare Mare Nostrum, troppo dispendiosa e comunque incapace a contenere il flusso d’imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo verso il sud Italia, il 1° novembre 2014 Frontex ha dato vita all’Operazione Triton, prioritariamente con finalità di sorveglianza marittima e, solo sussidiariamente, di “salvataggio”. Inizialmente Frontex aveva destinato alle attività di pattugliamento 2,83 milioni al mese, 65 “agenti” e 12 mezzi militari, limitando l’area operativa alle acque territoriali italiane e solo parzialmente alle zone SAR (search and rescue) di Italia e Malta, per un raggio di appena 30 miglia nautiche. In primavera però la Commissione europea ha deciso di prorogare sino alla fine del 2015 il programma Triton, stanziando una dotazione aggiuntiva di 18 milioni di euro ed estendendo a 138 miglia nautiche a sud della Sicilia il raggio d’azione militare anti-migranti. Attualmente il dispositivo militare di Frontex nel Mediterraneo centrale conta su tre aerei, sei navi d’altura, dodici pattugliatori e due elicotteri. Bruxelles tuttavia intende finanziare le operazioni aeronavali dell’agenzia anche per il prossimo anno. Sarebbero pronti infatti altri 45 milioni circa da destinare a Triton 2016 e alla missione antimigranti Poseidon avviata da tempo nell’Egeo e in territorio greco.

 
Articolo pubblicato in Unponteper.it, n. 2, ottobre 2015.

venerdì 23 ottobre 2015

Imbarazzante visita del Presidente dell’antimafia siciliana al Comune di Falcone


Tappa nel messinese del Presidente della Commissione regionale antimafia Nello Musumeci per incontrare vecchi e nuovi sostenitori di destra ed estrema destra in vista dell’imminente campagna elettorale per conquistare, finalmente, la Presidenza della Regione siciliana. Lo scorso 19 ottobre, l’ex europarlamentare Musumeci (prima Msi-Dn, poi An-La destra), già presidente della Provincia di Catania dal 1994 al 2003 e sottosegretario di Stato al lavoro e alle politiche sociali nell’ultimo governo Berlusconi, ha partecipato a Floresta a un convegno sui prodotti tipici in agricoltura; ha incontrato a Tripi il sindaco Giuseppe Aveni, assessori e consiglieri comunali; ha visitato il locale museo con i preziosi reperti dell’antica Abacena; è stato ricevuto in Municipio dagli amministratori del comune di Falcone; ha posato per i selfie di rito in un noto locale falconese con il sindaco Santi Cirella, l’ex parlamentare di An-Pdl Carmelo Briguglio (già assessore regionale alla formazione dal 1996 al 1998) e Francesco “Ciccio” Gatto, presidente del Consiglio comunale di Tripi. Per gli onorevoli Musumeci e Briguglio, il frenetico tour pre-elettorale si è concluso a Messina con un incontro-pizza serale con gli amici e i simpatizzanti impegnati localmente in impresa, università, precariato, sport e sanità. Tra i temi discussi Il non governo di Messina metafora del non governo della Regione Siciliana, come riporta sul suo profilo facebook il rifondatore di An, Carmelo Briguglio.

Perlomeno imbarazzanti gli incontri di vertice del Presidente regionale antimafia nei comuni di Tripi e di Falcone. Sul sindaco Giuseppe Aveni pende infatti una richiesta di rinvio a giudizio della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto relativamente all’inchiesta sulla discarica sub-comprensoriale di contrada Formaggiara di Tripi, realizzata a partire del maggio 2002 in violazione delle normative ambientali vigenti. “A mio giudizio, quella di Tripi è veramente una bomba ecologica, molto più della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea”, ha dichiarato il 14 luglio 2015 il sostituto procuratore di Barcellona Giorgio Nicola, durante un’audizione in Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Oltre al sindaco Aveni, nell’indagine sono stati coinvolti l’ex sindaco di Tripi Giuseppe Carmelo Sottile e una ventina circa tra tecnici, geologi, funzionari comunali e imprenditori dell’affaire spazzatura, tra cui il barcellonese Michele Rotella, esecutore materiale delle opere di realizzazione della discarica, condannato a otto anni nel processo di secondo grado scaturito dall’operazione “Vivaio” della Procura Distrettuale Antimafia di Messina contro gli appartenenti alle “famiglie” di Barcellona Pozzo di Gotto e dei cosiddetti Mazzarroti.

“Al Comune di Falcone, con il sindaco avvocato Cirella abbiamo incontrato il nostro gruppo guidato da Nuccio Calabrese”, scrive ancora su facebook l’on. Briguglio. Sebastiano “Nuccio” Calabrese, già assessore comunale nella precedente legislatura (guidata anche allora da Santi Cirella), è stato condannato a sei mesi di reclusione (con sospensione condizionale della pena), con sentenza irrevocabile del 10 novembre 2000 emessa dal Tribunale di Patti, per i reati di falsità materiale in atti pubblici e tentata truffa, commessi a Falcone nel 1996. Calabrese e lo stesso sindaco Cirella risultano poi indagati congiuntamente per abuso d’ufficio dal Tribunale di Patti a seguito dell’affidamento di parte dei lavori per la rimozione dei fanghi causati dall’alluvione che colpì il territorio di Falcone l’11 dicembre 2008 al noto pregiudicato di Terme Vigliatore, Carmelo Salvatore Trifirò, al tempo sottoposto a misura della custodia cautelare in carcere, a seguito anch’egli, dell’operazione antimafia “Vivaio”. Il 24 dicembre 2014, il Pubblico ministero dott.ssa Francesca Bonanzinga, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Patti, ha presentato richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’avvocato Cirella, Sebastiano Calabrese, di altri tre ex assessori comunali di Falcone (Pasquale Bucolo, Francesco Giuseppe Cannistraci e Mariano Antonino Gitto), dell’odierno sindaco del Comune di Oliveri Michele Pino e dell’imprenditore Carmelo Salvatore Trifirò. L’udienza preliminare per accogliere o no la richiesta è stata fissata dal Tribunale di Patti per il prossimo 18 novembre.

“Abbiamo informato personalmente il Presidente on. Nello Musumeci del procedimento penale nei confronti del sindaco e degli ex amministratori di Falcone nel corso di un incontro che tenemmo con lui a Palermo il 17 giugno 2015, negli uffici all’Assemblea regionale siciliana”, raccontano alcuni consiglieri del gruppo d’opposizione Falcone Città Futura. “In quell’occasione denunciammo pure i gravi rischi d’infiltrazione mafiosa nella vita politica e amministrativa del Comune e l’on. Musumeci c’invitò a presentare un esposto scritto da indirizzare alla Presidenza della Commissione parlamentare regionale antimafia. Abbiamo inviato l’esposto il mese successivo ma sino ad oggi non abbiamo ottenuto alcun riscontro dalla Commissione antimafia né siamo stati convocati dal Presidente Musumeci”.      

Nell’esposto, i consiglieri di Falcone Città Futura documentavano che il Tribunale di Patti ha contestato agli indagati il reato di cui agli artt. 81, 110 323 c.p. “perché, in concorso tra loro con più atti esecutrici di un medesimo disegno criminoso, Cirella Santi nella qualità di sindaco pro tempore di Falcone, Bucolo Pasquale, Calabrese Sebastiano, Cannistraci Francesco Giuseppe e Gitto Mariano Antonino nella qualità di Assessori e Trifirò Carmelo Salvatore, quale extraneus e titolare della omonima ditta che, tramite procuratore (delegato da Trifirò in data 29.4.2008 presso la Casa Circondariale di Messina Gazzi), faceva istanza per realizzare i lavori di cui sotto, in violazione di quanto previsto dagli artt. 10 e 12 del D.P.R. 252/1998 che prescrive il divieto della P.A. di contrarre allorquando emergono elementi di infiltrazione mafiosa all’interno delle imprese/società interessate indipendentemente dal valore dei lavori e delle opere, con ordinanza del 14.12.2008 n. 30 a firma di Cirella e con delibere di approvazione dei lavori della Giunta Municipale n. 203 del 31.12.2008 (presenti Sindaco e i quattro Assessori) e n. 59 dell’8.5.2009 (presenti Sindaco e Bucolo Pasquale, Calabrese Sebastiano e Gitto Mariano Antonino), precettando, quale ditta esecutrice dei lavori di intervento di trasporto di pietre con pala gommata e autocarri a seguito dell’alluvione verificatasi in Falcone l’11 dicembre 2008, la ditta individuale di Trifirò Carmelo Salvatore, nonostante quest’ultimo risultasse gravato da precedenti penali e all’epoca sottoposto a misura della custodia cautelare in carcere (…), intenzionalmente procuravano a questi un ingiusto vantaggio consistito nell’affidamento di lavori per un ammontare pari a 70.660 euro”.

Il 25 settembre scorso, i deputati del Movimento 5 Stelle Francesco D’Uva (membro della Commissione Parlamentare Antimafia), Villarosa, Lorefice, Mannino, Dadone, Lupo, Sarti, Rizzo e Cancelleri hanno presentato un’interrogazione a risposta scritta al Ministro dell’Interno, chiedendo l’invio di una commissione d’accesso agli atti al Comune di Falcone. “È necessario rilevare come nel territorio falconese sia emerso, nel corso degli anni, un preoccupante quadro di legami tra politica e criminalità organizzata, a seguito di numerose indagini e alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia, i quali, deponendo in sede di alcuni procedimenti giudiziari denominati Gotha e riguardanti il sistema mafioso di gestione degli appalti nel territorio barcellonese, avrebbero denunciato un sistema illecito attraverso il quale garantire l’affidamento dei lavori ad aziende legate alla criminalità organizzata”, scrivono i parlamentari di M5S. “In seguito alle numerose indagini portate avanti in questi anni dalle varie procure siciliane dal 2008 a oggi, tali dichiarazioni hanno potuto trovare effettivo riscontro nei numerosi arresti per associazione mafiosa a danno di imprenditori titolari di alcune delle ditte risultate vincitrici degli appalti; tra questi avvenimenti particolare rilievo assume proprio l'affidamento di parte dei lavori per la rimozione dal territorio dei fanghi causati dall’alluvione del 2008 a un imprenditore ritenuto legato ad ambienti di tipo malavitoso, che ha condotto la magistratura all’emissione di otto avvisi di garanzia nei confronti di alcuni esponenti politici del comune di Falcone per i quali si ipotizza il reato di abuso d’ufficio in concorso…”.
Sempre relativamente ai rischi d’infiltrazione criminale nel territorio falconese, altre due dettagliate interrogazioni parlamentari erano state presentate al Governo durante la scorsa legislatura: la prima il 12 novembre 2012 da parte dell’on. Antonio Di Pietro (Italia dei Valori); la seconda il 24 ottobre 2013 dal sen. Domenico Scilipoti (Forza Italia). “Appare grave – scriveva l’on. Di Pietro nell’atto ispettivo – l’intreccio di responsabilità tra amministratori locali, funzionari e personaggi in odor di mafia che, predisponendo in apparente sinergia atti amministrativi, hanno concorso ad azionare un meccanismo che ha stravolto la buona amministrazione del Comune di Falcone e, contestualmente, consentito di liberare fiumi di denaro attraverso la realizzazione di opere non soggette ad alcun sistema di gara d’appalto e finanziabili con la pratica della discrezionalità”.

mercoledì 21 ottobre 2015

Benvenuti a Lampedusa


Una ex caserma dell’esercito edificata in spregio alle norme urbanistiche funge da centro d’identificazione e smistamento dei rifugiati di mezzo mondo, sopravvissuti ai bombardamenti e ai naufragi. Un mostro di cemento che ricorda carceri speciali. Guardie armate dentro e fuori e i carabinieri che fotografano o filmano tutto ciò che intorno si muove. Fuori i bambini con la maglia di Messi e di Ronaldo che inseguono un pallone all’ombra di rari e spogli eucalipti o le bambine a farsi le treccine sedute su un gradone all’ingresso della mensacontainer. Accanto, i bidoni di spazzatura. E ancora, nell’“isola con tanto vento ma con pochissima aria” hotspot, hub, detenzione, deportazione, radar militari, ponti radio, antenne satellitari, centri di spionaggio… Ma Lampedusa non è solo questo. È Zona Protezione Speciale, Sito Importanza Comunitaria, Riserva Naturale Orientata, e i mille occhi che ogni giorno incontri. Benvenuti a Lampedusa.

 

“Un’isola con tanto vento ma con pochissima aria”. Sono parole del poeta e scrittore maltese Antoine Cassar, ospite del LampedusaInFestival organizzato anche quest’estate dall’Associazione culturale “Askavusa”. Faticoso respirare libertà a Lampedusa. Ancora più faticoso tentare di vivere da turista le straordinarie bellezze naturali e paesaggistiche dell’isola. L’oppressione di un territorio dove vige 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno lo stato d’emergenza; i cartelli, ovunque, con la scritta Zona militare Divieto di Accesso Sorveglianza armata; i furgoni e gli autoblindo dell’esercito, dell’aeronautica, della marina, della guardia costiera e di finanza, della polizia e dei carabinieri; le divise del Sovrano militare ordine di Malta e quelle paramilitari della Croce rossa e dei volontari dell’affaire della falsa accoglienza. Il porto zeppo d’imbarcazioni da guerra, l’aeroporto dove atterrano aerei ed elicotteri delle forze armate italiane e dell’agenzia europea di controllo armato delle frontiere Frontex. Agibilità negate, spazi off limits, i sempre più asfissianti fermi delle forze dell’ordine per identificarti e schedarti. Passo dopo passo. Strada dopo strada. Piazza dopo piazza. Spiaggia dopo spiaggia.

Si soffre a cogliere gli odori e i sapori del mare perché non ti abbandonano mai i fantasmi delle tragedie che si ripetono in quel mare. Le guerre ai migranti e alle migrazioni scatenate da Roma, Washington e Bruxelles; gli invalicabili muri di cemento e filo spinato innalzati a Sud e ad Est; la frontiera, sempre più avanzata, tra qui e là, che divide i popoli del Mediterraneo e perpetua disuguaglianze, brutalità e ingiustizie. Solo due anni sono trascorsi dalla più funerea tragedia del Mare Mostrum, impossibile dimenticare che gli affondamenti voluti o causati, i naufragi, gli affogamenti continuano nonostante i pattugliamenti “umanitari” di portaerei, fregate, sottomarini e droni. I 366 morti accertati dell’imbarcazione scomparsa la notte del 3 ottobre del 2013 ad appena mezzo miglio dalle coste di Lampedusa, invisibile ai radar della Marina e della Guardia costiera. Nomi, corpi, volti, storie di sofferenza e di speranze, cancellati dalle onde e dall’ipocrita e volontaria inefficienza dello stato-polizia, bottino di guerra per il complesso militare-industriale sicuritario dell’Europa fortezza. “Pochi giorni dopo quella tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo Eurosur, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue”, ricordano gli attivisti di Askavusa. “Veniva lanciata inoltre la missione militare Mare Nostrum, alla quale ha fatto seguito Triton di Frontex. Ancora una volta, le migrazioni hanno fornito un pretesto per aumentare il livello di militarizzazione del Mediterraneo e di Lampedusa”.

Occultata in un arido e desolato vallone dell’isola, in contrada Imbriacola, una ex caserma dell’esercito edificata in spregio alle norme urbanistiche funge da centro d’identificazione e smistamento dei rifugiati di mezzo mondo, sopravvissuti ai bombardamenti e ai naufragi. Un mostro di cemento che ricorda quei carceri speciali che infestarono l’Italia e la Germania in lotta al terrorismo rosso; guardie armate dentro e fuori e i carabinieri che fotografano o filmano tutto ciò che intorno si muove. Poco in realtà, perché gli ospiti-detenuti adulti lasciano di rado i loro cupi alloggi. Fuori ci sono solo i bambini con la maglia di Messi e di Ronaldo che inseguono un pallone all’ombra di rari e spogli eucalipti o le bambine a farsi le treccine sedute su un gradone all’ingresso della mensa-container. Accanto, i bidoni di spazzatura ricolmi di latte di pomodoro e di cartoni di pescado dell’Oceano Atlantico meridionale, surgelato e imballato a Mar del Plata, Argentina.

Nel corso degli anni, la struttura di contrada Imbriacola è stata tutto e il contrario di tutto. Prigione, CPT, CIE per l’identificazione e l’espulsione dei migranti, CARA per l’“accoglienza” dei richiedenti asilo, CSPA (centro di primo soccorso e accoglienza per il tempo strettamente occorrente al loro trasferimento presso altri centri, non più di 24-48 ore secondo le norme, per settimane se non per mesi nei fatti). Dall’1 ottobre 2014, il centro di Lampedusa è gestito dalla potente Confederazione nazionale delle Misericordie, con il supporto delle Misericordie siciliane e della filiale-azienda calabrese di Isola Capo Rizzuto. Le Misericordie - che dal 2007 al 2009 avevano già operato presso l’allora CPT lampedusano - sono subentrate al vecchio gestore, il consorzio Sisifo aderente alla Lega delle Cooperative, “invitato” ad abbandonare l’isola dopo che il Tg2 aveva trasmesso un video sulle famigerate docce antiscabbia praticate da alcuni dipendenti del consorzio.

Il cambio della guardia non ha però prodotto un miglioramento dei servizi e delle stesse condizioni di vita dei rifugiati. Sovraffollamento, status giuridico indefinito, denunce di violazioni e violenze continuano a segnare la triste quotidianità di questo non luogo pensato e realizzato per cancellare sogni e identità. Il 17 febbraio scorso, dopo l’ennesimo sbarco-deportazione di centinaia di cittadini eritrei, al CSPA è scoppiata una violenta rissa tra i nuovi arrivati e un gruppo di somali “ospiti” già da troppo tempo a Lampedusa. Non poteva andare diversamente: in una struttura attrezzata per 250 posti letto, c’erano stipati allora quasi un migliaio di persone. Tre mesi dopo, una delegazione di deputati nazionali e regionali del Movimento 5 Stelle ha censito nel CSPA più di 800 migranti, ridotti d’urgenza a 630 dopo il loro blitz. “Il centro è in condizioni veramente disastrose e sovraffollato”, dichiaravano i parlamentari. “Ogni giorno è un continuo andirivieni, con la costante del sovrannumero di persone che restano e che sono costrette a dormire all’aperto, in rifugi di fortuna, praticamene dei loculi costruiti con materassini di gommapiuma. In mezzo agli alberi ci sono cavi elettrici volanti ed è ancora aperto il cantiere dei lavori di ammodernamento”. Intanto a Strasburgo gli europarlamentari Barbara Spinelli, Eleonora Forenza e Curzio Maltese (GUE), Elly Schlein (S&D), Laura Ferrara (EFDD) e Ignazio Corrao (EFDD) presentavano un’interrogazione denunciando “l’uso illegale della forza nei centri di accoglienza di Pozzallo e Lampedusa per l’acquisizione delle impronte digitali dei migranti, comprese quelle dei minori, a fini di identificazione”. Sempre secondo gli europarlamentari, “il 28 aprile 2015 una settantina di minori stranieri non accompagnati venivano rinchiusi per oltre due settimane nel CPSA di Lampedusa”. Il 2 ottobre scorso l’ennesima azione di protesta dei confinati al centro contro i sempre più numerosi rimpatri imposti dalle forze dell’ordine in assenza di qualsivoglia valutazione dei requisiti per la richiesta d’asilo in Italia.

L’escalation repressiva anti-rifugiati a Lampedusa ha una ragione oggettiva. Dal 17 settembre, infatti, il centro ha perso lo status di CSPA per trasformarsi in hotspot, il primo di tutta Europa. “Il sostegno operativo fornito con il metodo basato sugli hotspots si concentrerà su registrazione, identificazione e rilevamento delle impronte digitali e debriefing dei richiedenti asilo, e sulle operazioni di rimpatrio”, spiega il portavoce della Commissione europea. Ancora una volta sarà la Sicilia ad assumere il ruolo di laboratorio delle nuove strategie politico-militari Ue anti-migrazioni. Al quartier generale di Frontex, aperto da poco a Catania, è stato affidato il coordinamento delle operazioni dei quattro porti siciliani identificati come hotspots (Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle e Trapani). “In ciascuno di questi hotspots – aggiunge la Commissione europea - vi sono strutture di prima accoglienza che possono ospitare complessivamente circa 1.500 persone ai fini dell’identificazione, della registrazione e del rilevamento delle impronte digitali. Altre due strutture di accoglienza saranno pronte ad Augusta e Taranto entro la fine del 2015”. Nei piani Ue, sarà proprio il punto caldo di Lampedusa a dover “accogliere” il maggior numero di persone in attesa d’espulsione: 500, il doppio cioè dei posti-letto sino ad oggi ricavati all’interno dell’ex caserma di contrada Imbriacola.

Negli hub chiusi e negli hotspot previsti dalle decisioni europee, l’accoglienza si trasformerà in detenzione e si inaspriranno le pratiche di deportazione sulla base del paese di origine e degli accordi di riammissione che rendono possibile l’accompagnamento forzato in frontiera dopo il riconoscimento da parte dell’autorità consolare”, spiega il prof. Fulvio Vassallo Paleologo, uno dei massimi esperti in tema di studi giuridici sull’immigrazione. “La pratica della detenzione informale subito dopo lo sbarco, in assenza di qualsiasi controllo giurisdizionale, anche per settimane o mesi, si verifica da tempo, a Lampedusa come a Pozzallo, a Siracusa ed a Catania, a Crotone come a Bari. In questi casi si è già verificata l’assenza di un esercizio effettivo dei diritti di difesa, previsto dall’art. 24 della Costituzione Italiana e 13 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo in favore di tutti, senza distinzioni tra migranti economici e richiedenti asilo”.

Ma Lampedusa non è solo uno dei principali teatri mediterranei dove è di scena la tragica guerra dell’Unione europea alle migrazioni: l’isola si è affermata infatti come avamposto e trampolino per le altre guerre - ancora più sanguinose, asimmetriche e unilaterali - scatenate nel continente africano e in Medio oriente da Nato, Ue e governo italiano. A Lampedusa sono stati installati radar militari, ponti radio, postazioni d’ascolto e telecomunicazione, antenne satellitari, centri di spionaggio, raccolta ed elaborazione dati, sistemi elettronici top secret. Tra le infrastrutture di rilevanza strategica c’è certamente la Stazione del 9º Nucleo Controllo e Ricerca (N.C.R.) dell’Aeronautica militare (località Albero Sole), preposta alla guerra elettronica e all’individuazione di tutte le emissioni elettromagnetiche e all’analisi delle frequenze, delle caratteristiche e delle procedure delle trasmissioni radio, vocali e radar nemiche. A poche centinaia di metri in linea d’area, a Capo Ponente, l’Aeronautica ha avviato i lavori per installare il radar di sorveglianza FADR (Fixed Air Defence Radar) RAT 31-DL, nell’ambito di un programma di ammodernamento della rete di telerilevamento nazionale e Nato. “Altri due radar per la sorveglianza costiera si trovano nel vicino sito della Marina militare”, spiega il fisico sardo Massimo Coraddu, che per conto dell’Associazione Askavusa ha effettuato un primo censimento delle sorgenti elettromagnetiche di Lampedusa. “Le caratteristiche tecniche di questi dispositivi non sono note ma nel 2014 la Marina ne ha proposto la sostituzione con i modelli Gabbiano T200C e RASS CI (Radar di Scoperta di Superficie), entrambi prodotti da Selex ES, Finmeccanica”.

Oltre ad essere pericolosissimi per l’uomo e l’ambiente naturale, le antenne radar e gli impianti di radio telecomunicazione hanno l’aggravante di sorgere all’interno di aree naturali protette dalle normative europee, nazionali e  regionali. Per il suo notevole interesse naturalistico-ambientale, la rarità e rilevanza di alcune delle specie vegetali e animali ospitate, l’intero territorio delle isole di Lampedusa e Linosa è stato classificato nel 2005 come ZPS - Zona a protezione Speciale. Due terzi del territorio dell’isola di Lampedusa (comprese le aree più densamente militarizzate di Capo Ponente – Albero Sole e Capo Grecale) è classificato invece come SIC - Sito d’importanza comunitaria. Le infrastrutture militari nella parte più occidentale dell’isola sorgono poi a meno di 400 metri di distanza dalla Riserva naturale orientata istituita nel maggio 1995 dall’Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Sicilia. Con un’estensione di circa 320 ettari, la Riserva protegge buona parte della costa meridionale di Lampedusa, dall’incomparabile bellezza e ricca di grotte e calette (tra le più note Cala Pulcino e l’Isola dei Conigli, quest’ultima zona di deposizione delle uova della tartaruga Caretta caretta).

Legambiente Sicilia, ente gestore della Riserva naturale, ha rilevato numerose criticità nei progetti dei nuovi dispositivi radar e nel novembre 2004 ha espresso formalmente parere negativo alla loro installazione. “Capo Ponente è un’area ad inedificabilità assoluta”, scrive l’associazione. “Quelli presentati dal ministero della difesa e dall’azienda costruttrice del radar RAT 31-DL sono inoltre documenti tecnici che si limitano agli aspetti costruttivi ed impiantistici senza alcun elaborato in materia ambientale e di inquinamento elettromagnetico. Nel progetto non si fa alcun riferimento ai contenuti del Piano di Gestione Isole Pelagie, approvato con decreti regionali n. 590/2009 e n. 861/2010, mentre non esiste alcun dato conoscitivo e relazione di impatto per gli aspetti connessi all’emissione di radiazioni elettromagnetiche e nulla si dice della presenza in aree contigue di altri radar, disattendendo l’obbligo di una valutazione degli impatti cumulativi sui Siti Natura 2000”.

Ancora più duro il giudizio sul progetto relativo ai radar costieri proposti dalla Marina militare. “L’intervento prevede un ampliamento dell’attuale piattaforma in cui è collocato il radar Rass-C esistente e soprattutto una significativa variante al progetto originario consistente in rilevanti nuove opere all’esterno della stazione della Marina al fine di mantenere in funzione l’attuale radar GEM fino all’entrata in funzione del nuovo sistema radar Rass-CL e Gabbiano, di cui tra l’altro non vengono forniti dati sulle caratteristiche tecniche”, spiega Legambiente. “Le opere previste comportano la distruzione di circa 700 mq di habitat naturali di interesse comunitario, di cui 180 mq per l’ampliamento del piazzale esistente ed oltre 650 mq per le opere relative alla fase transitoria. Dall’elaborato sulla produzione di terre e rocce da scavo emerge inoltre la contaminazione da idrocarburi e addirittura si propone l’impiego delle stesse per la costituzione di rilevati in aree di altissima valenza naturalistica del SIC/ZPS”. Ovviamente il ministero della difesa si è guardato bene a rispondere ai pesanti rilievi di Legambiente e gli stessi dirigenti dell’Assessorato regionale alla Sanità sono stati costretti a inviare in data 22 giugno 2015 una nota alle autorità militari per chiedere “di conoscere quali iniziative intendono adottare al fine di rimuovere le carenze segnalate sul progetto radar per la difesa aera presso la base Loran di Lampedusa”.

Contro i nuovi dispositivi di guerra si è mobilitata una parte della popolazione dell’isola, anche perché queste sorgenti elettromagnetiche si sommeranno ad altri pericolosi dispositivi “civili”, come ripetitori radiotelevisivi e per la telefonia cellulare, trasmettitori VHF per le comunicazioni in mare e per quelle aeroportuali. Il timore per la portata e gli effetti dell’inquinamento elettromagnetico è più che giustificato dagli studi scientifici sull’incidenza di alcune gravi patologie tra gli abitanti dell’isola. Secondo l’Osservatorio Epidemiologico Regionale che ha elaborato nel 2013 l’Atlante Sanitario sulla Epidemiologia dei Tumori in Sicilia nel periodo 2004-2012, il distretto sanitario di Lampedusa e Linosa ha riscontrato la “maggiore mortalità per tumori, nei maschi”, subito dopo la città di Catania (248 contro 251). Anche l’analisi dei ricoveri ospedalieri ordinari per patologie tumorali registrati dalla Regione siciliana nel triennio 2009-2011 ha evidenziato “alti livelli di ospedalizzazione per cause tumorali nel solo genere maschile a Lampedusa e Linosa”. Mentre il valore di riferimento regionale dei ricoveri ordinari è di 7,5 per 1.000 abitanti, il tasso standardizzato nelle due isole è di 10,2 per 1.000 abitanti. In particolare, nelle Pelagie sono stati evidenziati “tassi più elevati” del valore medio regionale per i tumori maligni dello stomaco, del fegato e della vescica tra i soli uomini e della trachea, dei bronchi e dei polmoni in entrambi i sessi.

Le proteste hanno convinto le autorità regionali ad avviare le prime rilevazioni dell’inquinamento elettromagnetico. “Le metodologie e le tecniche utilizzate dai tecnici dell’ARPA, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, sono risultate in verità assai carenti e sono state completamente trascurate tutte le sorgenti radar e di trasmissione militare presenti nell’isola”, spiegano gli attivisti di Askavusa. “Una serie di misure aggiuntive, effettuate a Lampedusa a metà aprile, che hanno riguardato esclusivamente una emittente FM e i ripetitori per telefonia cellulare presenti nell’abitato, hanno tuttavia evidenziato nel terrazzo di un’abitazione nella centrale via Ariosto valori massimi di campo elettrico medio su sei minuti di 6,83 V/m, ben al di sopra cioè dei limiti di legge di 6 V/m”. Per questo, a partire del 17 agosto 2015, l’ARPA Sicilia ha imposto alle società Telecom e Vodafone di ridurre del 50% la potenza delle emissioni dei loro ripetitori.

“Non lo dovete dire, oggi nell’isola, che gli uccelli magari sbagliano rotta o si perdono o restano impigliati ad una nuvola e quando piove cadono a terra come proiettili di piume”, commenta amaramente il musicista-cantautore Giacomo Sferlazzo, cofondatore dell’Associazione Askavusa. “Non dite neanche che ci ammaliamo di tumore se no qui non viene più nessuno. Bisogna fare finta di niente e non dirlo ai turisti, nascondere tutto, lavorare, guadagnare e poi curarsi il cancro, mandare i figli a studiare fuori perché per fottere gli altri bisogna essere preparati. Bisogna nascondere i radar, le decine di discariche abusive in giro per l’isola, la merda, nascondere tutto. Bisogna divertirci, stare allegri, essere ottimisti. Ora bisogna allestire il piano bar e servire coppe di gelato e pesce fresco e lettini e ombrelloni”.

“Solo le nuvole di Lampedusa mi consolano e le stelle e il mare se lo guardo in lontananza, ma il resto comincia a farmi schifo”, aggiunge Giacomo Sferlazzo. “Un vecchio documentario dell’Archivio Storico locale che abbiamo proiettato al LampedusaInFestival ci mostra l’isola negli anni ottanta e sembra non sia cambiato niente: speculatori, cantanti famosi con case sul mare e lampedusani che avrebbero preferito il cemento armato alla pietra, l’acciaio al legno, la plastica alla tela. Lampedusa è cosi: se vi piace bene, se no potete sempre andarvene. Ogni tanto uno ci pensa e ci prova ma quest’isola ha il cielo e il mare più bello del mondo e quando vai via, il cielo e il mare che hai dentro si rivoltano. Poi ci sono i mille occhi che ogni giorno incontri, in cui ti puoi riconoscere e in cui puoi capire le differenze tra te e il resto del mondo. Questi occhi, nonostante tutto, ci sono solo qui e quando li cerchi in altri occhi non li trovi…”.

 

Articolo pubblicato in Casablanca. Le Siciliane, n. 41, settembre-ottobre 2015

martedì 20 ottobre 2015

Il MUOS di Niscemi: una storia infinita

Una storia infinita quella del terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare USA, in via d’installazione a Niscemi (Caltanissetta), all’interno della riserva naturale orientata “Sughereta”, sito d’importanza comunitaria SIC. Una storia, purtroppo, caratterizzata da incredibili soprusi ai danni della popolazione prossima agli impianti militari, camaleontismi di politici e governatori regionali, illeciti e omissioni di amministratori e funzionari pubblici, gravi violazioni delle normative urbanistiche ambientali, disapplicazione delle leggi antimafia per impedire l’infiltrazione criminale nelle opere pubbliche. L’ultimo capitolo di questa storia infinita risale allo scorso 3 settembre quando il CGA – Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha depositato la sentenza non definitiva con la quale ha accolto parzialmente i motivi d’appello del Ministero della Difesa contro la sentenza emessa dal TAR di Palermo il 23 febbraio 2015 che aveva invece stigmatizzato la pericolosità delle emissioni prodotte dagli impianti del MUOS di Niscemi per la salute umana e il traffico aereo di mezza Sicilia, riconoscendo le ragioni di Legambiente, dei Comitati No MUOS e del Comune di Niscemi. In estrema sintesi, il CGA, pur riconoscendo l’invalidità della cosiddetta “revoca delle revoche” del governo Crocetta (l’atto amministrativo del 24 luglio 2013 con cui la giunta regionale aveva revocato lo stop alla costruzione del megaimpianto militare da lei stessa ordinato il 29 marzo 2013), ha annullato il precedente provvedimento di blocco dei lavori all’interno della riserva naturale di Niscemi, sulla scorta della considerazione che il governo regionale non avesse compiuto una sufficiente istruttoria sull’effettiva carenza degli studi sugli effetti del MUOS sulla salute umana e sull’ambiente, tale da giustificare gli atti di annullamento.
Dopo il duplice colpo di spugna relativo ai provvedimenti di revoca e di “revoca della revoca” della giunta Crocetta, per il CGA restano da esaminare le questioni riguardanti i vizi delle autorizzazioni originarie della Regione del giugno 2011, emesse sulla base di un parere favorevole di due docenti della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo, nominati dall’allora governatore Raffaele Lombardo. Nonostante i due “esperti” abbiano poi ammesso di fronte all’Assemblea regionale siciliana di essersi avvalsi esclusivamente di uno studio sull’impatto elettromagnetico del MUOS prodotto dalla Marina militare USA, il CGA ha ritenuto “non esauriente” la verificazione eseguita in primo grado dal professore Marcello D’Amore dell’Università “La Sapienza” di Roma, esperto super partes su nomina del Tribunale amministrativo si Palermo, che aveva dimostrato l’erroneità e l’inattendibilità del parere scientifico dei due docenti palermitani posto a base delle autorizzazioni della Regione, accertando di contro le gravi problematicità delle emissioni MUOS per la salute umana, l’ambiente e il traffico aereo civile e militare negli scali di Catania-Fontanarossa, Sigonella e Comiso. Di conseguenza, con la sentenza del 3 settembre 2015, il CGA ha disposto un ulteriore approfondimento scientifico mediante un collegio ad hoc di cinque verificatori, la cui nomina è stata demandata per due di essi al Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) e al Presidente del Consiglio universitario nazionale (CUN), mentre per i restanti tre direttamente ai ministri della Salute, dell’Ambiente e – per i profili attinenti alla navigazione aerea – delle Infrastrutture e dei trasporti. Nello specifico, il collegio dei cinque verificatori dovrà valutare l’effettiva consistenza e gli effetti, anche sulla salute umana, delle emissioni elettromagnetiche generate dal MUOS, se tali emissioni siano conformi, o no, alle normative in materia di tutela ambientale delle aree SIC e di prevenzione antisismica e, infine, se esse possano mettere in pericolo la sicurezza del traffico aereo civile. Il Consiglio deciderà a maggioranza con il voto favorevole di almeno due terzi dei componenti.
“La sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa può essere definita come un’ulteriore picconata ai più sacrosanti principi costituzionali e un gravissimo attacco al diritto alla salute di migliaia di siciliani”, è stato il commento a caldo degli esponenti dei Comitati siciliani No MUOS. “Non appare in alcun modo condivisibile la considerazione del CGA per cui l’annullamento delle autorizzazioni, fatto dalla Regione Siciliana nel marzo 2013, non sia legittima. Quell’atto fu conseguente alla lunga lista di carenze istruttorie relative all’iter delle autorizzazioni, emerse durante due sedute delle Commissioni regionali Ambiente e territorio e Sanità e accertate anche dalla Procura della Repubblica di Caltagirone, che ha posto sotto sequestro i cantieri MUOS. Ma ciò che stupisce di più è la decisione di predisporre una nuova verificazione da parte di un collegio di cui tre membri su cinque sono ministri della Repubblica e che tra l’altro dovrà rispondere a quesiti che nulla hanno a vedere con la materia del contendere in sede amministrativa. L’unico ricorso rimasto in piedi è quello iniziato dal Comune di Niscemi nel 2011 ed ha ad oggetto l’irregolarità delle autorizzazioni ai lavori concesse allora dalla Giunta regionale e pertanto non può essere oggetto del contendere l’eventuale nocività del MUOS”.
I No MUOS lamentano altresì che il CGA non abbia fatto alcun accenno alle misurazioni delle emissioni elettromagnetiche già esistenti nell’area di Niscemi, ben al di sopra dei parametri di legge e senza che sia ancora entrato in funzione il MUOS, effettuate dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa Sicilia), dal Politecnico di Torino e dall’equipe scientifica che ha collaborato con i No MUOS, costituita dai maggiori esperti in campo nazionale ed internazionale sui pericoli dell’elettromagnetismo. “Nella sentenza del CGA è stata omessa la valutazione di prove fondamentali, mentre si travisano palesemente alcuni dati di fatto”, affermano gli avvocati Sebastiano Papandrea e Paola Ottaviano, legali del Coordinamento dei Comitati No MUOS. “Viene travisato ad esempio che l’area di sedime del MUOS ricada dal 2009 interamente in zona A della riserva naturale Sughereta e non da data successiva alle autorizzazioni. Il CGA si è spinto perfino nell’affermare, testualmente, che non è stata offerta dimostrazione della asserita idoneità dell’impianto a coordinare gli apparati militari statunitensi dislocati in altre parti del globo e per guidarne a distanza sistemi d’arma, quando proprio la funzione del MUOS (acronimo di Mobile User Objective System) è quello di mettere in rete tutti gli utenti mobili delle forze armate USA”. I due legali sono fortemente critici anche sulla decisione del CGA di affidare direttamente ai ministri la nomina di tre verificatori. “L’art. 19 del Codice del Processo Amministrativo prevede che la verificazione è affidata a un organismo pubblico, estraneo alle parti del giudizio, munito di specifiche competenze tecniche”, spiegano Paola Ottaviano e Sebastiano Papandrea. “Ovviamente, i ministri di un governo non possono essere considerati né estranei al giudizio né muniti di competenze tecniche. La sentenza sembra voler spazzare via così le corrette valutazioni di diritto effettuate dal TAR Palermo, rimettendo in mano alla politica nazionale ogni decisione”.
Per tutto questo Legambiente, l’Associazione No MUOS Sicilia, i comuni di Modica, Vittoria e Gela e alcuni cittadini niscemesi hanno chiesto la modifica dei provvedimenti istruttori resi dal CGA e in particolare la “revoca integrale” delle disposizioni riguardanti la nuova verificazione. “Il CGA avrebbe già nel fascicolo tutte le valutazioni tecniche necessarie per decidere l’appello”, scrivono i legali dei No MUOS. “La nuova verificazione, anche per il proprio oggetto e per i quesiti posti al collegio dei verificatori, sembra voler fare una sanatoria postuma delle autorizzazioni illegittime, non consentita dalla legge ed estranea al tema ed alla natura del giudizio amministrativo”. Un esposto è stato presentato invece alla Procura della Repubblica di Palermo dall’avvocato Goffredo D’Antona, legale dell’Associazione antimafie “Rita Atria”. “Il CGA ha disposto di addossare tutte le spese della nuova perizia del Comitato dei cinque esperti al Comune di Niscemi, parte in causa risultata vincitrice al primo grado di giudizio, responsabilità pesante vista la difficile situazione economica che affrontano gli enti locali in tutta la Sicilia”, annota l’associazione antimafie. “E’ un atto di profonda ingiustizia che il MUOS possa divenire legittimo, e forse legale, o che una sentenza di un Tar possa essere modificata, sol perché un Comune non può anticipare le spese di una verificazione amministrativa dai costi ingentissimi”.
Nell’esposto, vengono altresì sollevati dubbi e perplessità sulla stessa composizione del collegio di giustizia amministrativa, in particolare nei confronti del presidente Marco Lipari e del consigliere estensore, Gabriele Carlotti, i quali ricoprirebbero “importanti e prestigiosi incarichi governativi”. “Il dottore Lipari, oltre a essere membro del CGA, è stato capo dell’ufficio legislativo del ministero degli Affari esteri guidato da Franco Frattini e capo di gabinetto del ministero dei Beni culturali fino al 2013”, scrive l’avvocato D’Antona. “Gabriele Carlotti, invece, è ancora componente di un gruppo di studio al ministero dell’Ambiente, nonché consigliere giuridico dell’autorità nazionale dell’energia e del gas”.
La prosecuzione del giudizio sul MUOS di Niscemi presso il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana è stata fissata intanto per il prossimo 16 dicembre.
 
Articolo pubblicato in Libertà e Giustizia il 16 ottobre 2015, http://www.libertaegiustizia.it/2015/10/16/il-muos-di-niscemi-una-storia-infinita/ 

venerdì 16 ottobre 2015

A Poggio Renatico nuovo sistema di Comando e controllo aereo NATO


È il Comando Operazione Aeree (COA) dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico, Ferrara, il centro nodale delle operazioni aeree di Trident Juncture 2015, l’imponente esercitazione militare della NATO in svolgimento in questi giorni nel Mediterraneo centrale. “Più di 180 aerei di 16 paesi NATO e di 3 paesi partner NATO operano dalle basi aeree militari di Italia, Spagna e Portogallo”, riporta il Comando generale delle attività aeree alleate (HQ AIRCOM) di Ramstein, Germania. “Il direttore del Comando integrato della componente aerea (Joint Force Air Component Command - JFACC) di Poggio Renatico è l’ufficiale responsabile della direzione e del controllo delle esercitazioni aeree. Egli viene supportato dai tre capi dei cosiddetti Controlli Operativi Locali o LOPSCON Air cells, operativi nelle basi di rischiaramento di Beja, Albacete e Trapani per la gestione dei piani addestrativi. I LOPSCON Air dirigono e controllano quotidianamente le esercitazioni locali”.

Per Trident Juncture sono impegnati a Poggio Renatico oltre 400 militari dell’Aeronautica italiana e di 15 Paesi dell’Alleanza Atlantica. La prima fase addestrativa è stata utilizzata per esercitare in modo simulato la catena di comando e controllo di tutte le forze NATO impiegate. Ciò ha consentito all’Italian Joint Force Air Component della base ferrarese di acquisire la necessaria certificazione in ambito alleato prima di essere messa a disposizione per l’anno 2016 della NATO Response Force (NRF), la forza di pronto intervento in grado d’intervenire in poche ore in qualsiasi scacchiere di guerra internazionale.

Il Comando integrato dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico ha assunto un ruolo strategico chiave nella gestione delle operazioni aeree e di controllo radar dell’Alleanza atlantica. Lo scorso 17 giugno è stato attivato a Poggio Renatico il primo sito ACCS (Air Command and Control System) che fornisce alla NATO un sistema di comando e controllo (C2) unificato per la pianificazione e l’esecuzione di tutte le operazioni di sorveglianza aerea. Altri siti ACCS diverranno operativi in altri paesi dell’Alleanza tra la fine del 2015 e il 2016. “Una volta completata l’installazione del nuovo sistema di comando e controllo aereo, la NATO si assicurerà una copertura dello spazio aereo di più di 10 milioni di km quadrati, mettendo in rete una ventina di grandi centri militari e ampliando enormemente lo spettro operativo e gli strumenti degli operatori e l’efficienza stessa delle attività aeree NATO”, riporta il comando generale dell’Alleanza. “L’ACCS è il maggior tentativo della NATO per accrescere la propria interoperabilità nel settore C2 nei cieli di tutta Europa e assicurare alle nazioni europee appartenenti alla NATO, senza interruzioni, tutte le tipologie di operazioni aeree sul loro territorio e oltre. Con l’ACSS tutti i membri NATO saranno in grado d’integrare le loro funzioni di controllo del traffico e delle missioni aeree, sorveglianza e gestione delle forze militari e dello spazio aereo”.

Il sistema ACCS sarà pure in grado di rispondere alle richieste operative del nuovo programma di “difesa” aerea e missilistica integrata della NATO (Integrated Air and Missile Defence). “Questo network sarà anche in collegamento con il comando di difesa missilistico alleato e con l’Allied Air Command di Ramstein”, ha dichiarato il generale Bernhard Fürst, vicepresidente del NATO Air and Missile Defence Committee. “Nelle nostre intenzioni, il primo sito contro i missili balistici diverrà operativo il prossimo anno in Romania e una seconda base sarà pronta in Polonia nel 2018. Queste basi lavoreranno con un tempo di reazione di 10-12 minuti”. L’ACCS potrà supportare inoltre il cosiddetto Readiness Action Plan (RAP) approvato il 5 settembre 2014 dal Summit NATO in Galles, un piano strategico che consentirà alle forze armate alleate di “rispondere velocemente e con fermezza alle nuove emergenze, ovunque esse si presentino”, dalla Russia e l’Ucraina all’area del Medio Oriente e del Nord Africa.

Il contratto per lo sviluppo e i test del software e dell’hardware del sistema ACCS, per un valore complessivo di 500 milioni di dollari, è stato firmato dalla NATO nel 1999 con l’Air Command Systems International (ACSI), una società con sede a Massy, Parigi, controllata dalla statunitense Raytheon e dalla francese Thomson-CSF (oggi Thales). Per completare il programma ACCS, i paesi NATO hanno sborsato sino ad oggi più di due miliardi di euro, a cui si devono aggiungere le spese per l’acquisto dei sensori del sistema. Nell’ambito del programma di sviluppo dell’Air Command and Control System, nel 2011 Selex Sistemi Integrati (società controllata da Finmeccanica e confluita poi in Selex ES), ha siglato un contratto del valore di 10 milioni di euro per la progettazione e la realizzazione entro il 2015 dei siti ACCS in Ungheria e Norvegia. La NATO ha pure affidato a Selex i lavori d’integrazione di 230 sensori per tutti gli undici siti di replica ACCS (valore 14,5 milioni di euro). Alla rete ACCS saranno integrati inoltre pure i radar di ultima generazione FADR Fixed Air Defence (FADR) RAT31-DL, prodotti da Selex ES ed acquistati dall’Aeronautica militare italiana e da alcuni paesi europei.
L’8 luglio 2015, ancora una volta a Poggio Renatico, la ministra della difesa Roberta Pinotti ha inaugurato l’European Personnel Recovery Center (EPRC), il polo d’eccellenza dell’European Air Group (EAG) cofinanziato da Italia, Belgio, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito. “L’European Personnel Recovery Center ha lo scopo di convogliare in un unico polo - sia in ambito dottrinale e concettuale, sia nel contesto formativo e addestrativo - tutte le conoscenze del settore personnel recovery, cioè il recupero da zone di crisi di militari e civili – tra questi ultimi diplomatici, giornalisti, volontari e cittadini – che si trovino in situazioni di difficoltà”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Pasquale Preziosa. “Il Centro di Poggio Renatico assolverà anche il compito di supportare un’eventuale operazione reale che comprenderà e coinvolgerà una serie di azioni, dal rifornimento in volo all’arrivo delle Forze Speciali, passando per la difesa aerea e al Combat SAR, ossia la ricerca e il soccorso nelle aree di combattimento”.