I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 31 dicembre 2014

Caccia italiani nel Baltico per operazioni Nato anti-Russia


Il 27 dicembre quattro caccia multiruolo Eurofigter “Typhoon” dell’Aeronautica militare italiana sono giunti nella base lituana di Siauliai per partecipare alla Baltic Air Patrol (BAP), l’operazione Nato di “pattugliamento” e “vigilanza” dei cieli del Baltico e di “difesa” aerea di Estonia, Lettonia e Lituania, partner orientali dell’Alleanza atlantica. I caccia, gli equipaggi e il personale impegnati nella missione che durerà sino all’aprile 2015 provengono dal 4° Stormo dell’Aeronautica di Grosseto, dal 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari) e dal 37° Stormo di Trapani-Birgi.

L’Italia assumerà il comando della BAP con i “Typhoon” a partire dal 1° gennaio 2015. Alla missione Nato parteciperanno anche quattro caccia Mig-29 delle forme armate polacche schierati anch’essi a Siauliai, quattro “Typhoon” spagnoli di base nell’aeroporto militare di Amari (Estonia), quattro cacciabombardieri belgi F-16 a Malbork (Polonia) e altri quattro velivoli d’attacco britannici attesi nel Baltico a gennaio. I caccia sostituiranno i 16 velivoli che erano stati assegnati sino ad oggi dal Comando Nato alla Baltic Air Patrol (caccia “Eurofighter” tedeschi, F-18  canadesi, F-16 olandesi e portoghesi).

L’Eurofigter “Typhoon” in dotazione all’Aeronautica italiana è un caccia di ultima generazione con ruolo primario di “superiorità aerea” e intercettore. Con una lunghezza di 16 metri e un’apertura alare di 11, il guerriero europeo può raggiungere la velocità massima di 2 mach (2.456 Km/h) e un’autonomia di volo di 3.700 km. Il velivolo è armato di micidiali strumenti bellici: cannoni Mauser da 27 mm; bombe a caduta libera Paveway e Mk 82, 83 e 84 da 500 a 2.000 libbre e a guida GPS JDAM; missili aria-aria, aria-superficie e antinave a guida radar e infrarossa. Con tutta probabilità, il ciclo operativo nei cieli del Baltico consentirà ai caccia italiani di testare sul campo pure il nuovo missile da crociera MBDA “Storm Shadow”, con oltre 500 chilometri di raggio d’azione, la cui integrazione come sistema d’arma del “Typhoon” è stata avviata nei mesi scorsi da Alenia-Aermacchi (Finmeccanica) nel poligono di Salto di Quirra, in Sardegna. Gli “Storm Shadow” erano stati impiegati finora solo dai cacciabombardieri “Tornado” nelle operazioni di guerra in Iraq e in Libia 2011.

La Nato garantisce le attività di “sicurezza” dei cieli delle Repubbliche baltiche dall’aprile 2004, sulla base di un accordo collettivo firmato con i governi di Estonia, Lettonia e Lituania. Nel 2010 Bruxelles ha deciso di prorogare le missioni di pattugliamento aereo sino alla fine del 2014, ma le Repubbliche baltiche hanno ottenuto un’ulteriore estensione della BAP sino al dicembre 2018, con la speranza tuttavia che essa ottenga alla fine lo status di “missione permanente della Nato”.

Ad oggi, solo 14 paesi dell’Alleanza Atlantica hanno partecipato alla Baltic Air Patrol. Con l’arrivo dei caccia di Spagna e Italia per il 37° ciclo operativo 2015, il numero degli alleati Nato raggiunge quota 16, a cui si aggiungerà presto pure l’Ungheria con i cacciabombardieri Saab “Gripen”. La grave crisi in Ucraina e l’allarme causato dalla presunta escalation delle attività dei caccia russi sul Mar Baltico, ha convinto Bruxelles a potenziare progressivamente il numero dei velivoli coinvolti nel pattugliamento del fronte orientale dell’Alleanza: dal maggio 2014 i caccia assegnati a BAP sono aumentati da quattro a sedici, mentre sempre a Siauliai sono stati trasferiti anche sei caccia F-15 ed un aerocisterna KC-135 dell’US Air Force.

La partecipazione dell’Aeronautica militare italiana alla Baltic Air Patrol era stata preparata da una missione ispettiva a Kaunas (Lituania) - luglio 2013 - di una delegazione guidata dal Capo del 3° Reparto dello Stato maggiore, gen. Gianni Candotti. I militari italiani si recarono successivamente nelle basi aeree di Siauliai ed Amari, per concordare con le aeronautiche di Lituania ed Estonia l’organizzazione nel 2014 di un mini deployment addestrativo con velivoli Eurofigther “per testare la risposta del sistema d’arma ai climi freddi”. Il tour italiano nel Baltico servì pure a rafforzare la partnership nel settore industriale-militare. Alla Lithuanian Air Force, tra il 2006 al 2008, Alenia Aeronautica (Finmeccanica) aveva consegnato tre velivoli da trasporto tattico C27J “Spartan”. “Il Comandante dell’Aeronautica lituana, gen. Edvardas Mazeikis, ha espresso il proprio apprezzamento per le capacità conseguite con questi velivoli di produzione italiana”, riportò una nota del Ministero della difesa, a conclusione della missione ispettiva nel Baltico. “Proprio tale capacità offre un’importante possibilità di concreta cooperazione, nell’immediato, nel settore dell’addestramento dei piloti lituani presso il National Training Center di Pisa ed, in prospettiva, per la condivisione di esperienze operative e manutentive”. Nell’autunno del 2012, un’altra azienda del gruppo Finmeccanica, Selex Sistemi Integrati, aveva fornito il sistema di gestione del combattimento (CMS) “Athena” e le centrali di tiro “Medusa” MK4/B per i nuovi pattugliatori della classe “Flyvefisken” della Marina militare lituana.
Con la partecipazione alla Baltic Air Patrol, l’Aeronautica militare vede crescere ulteriormente il proprio ruolo a livello internazionale. Attualmente i caccia italiani sono impegnati pure nel pattugliamento dei cieli dell’Islanda (a rotazione con altri partner Nato), della Slovenia e dell’Albania. Si tratta di un impegno finanziario assai oneroso che nessun partner europeo della Nato ha finora voluto assumersi. L’Aeronautica è impegnata pure nelle operazioni di guerra contro l’Isis, grazie a un velivolo per il rifornimento in volo KC-767, due aerei senza pilota “Predator A” e quattro cacciabombardieri “Tornado”, schierati in Kuwait e Iraq. Da Gibuti, in Corno d’Africa, decollano quotidianamente due droni “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia), contribuendo alle operazioni Ue e Nato contro la pirateria e di quelle delle forze armate somale contro le milizie islamico radicali Al Shabab.

lunedì 29 dicembre 2014

Ue e Nato in guerra contro i pirati sino alla fine del 2016


Di pirati in Corno d’Africa se ne trovano sempre meno tuttavia il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di estendere l’operazione militare anti-pirateria “Atalanta” fino al 12 dicembre 2016. La proroga per altri due anni delle attività di perlustrazione aeronavale a largo delle coste della Somalia comporterà per l’Ue una spesa di 14,7 milioni di euro. “Il sistema economico della pirateria ha subito colpi pesanti ma non è finito”, ha dichiarato il Comando delle forze navali dell’Unione europea (EU Navfor). “Nonostante i significativi progressi conseguiti dall’operazione Atalanta, sono tutti concordi nel ritenere che la minaccia della pirateria resta viva”, spiega la rappresentante Ue per gli Affari esteri e le politiche di sicurezza, Federica Mogherini. “Dobbiamo continuare a mantenere la pressione sui pirati per dare sicurezza al Corno d’Africa. Questo è nel nostro comune interesse”.

In verità, le unità militari di “Atalanta” hanno registrato nel 2014 solo cinque “incidenti” ascrivibili ad atti di pirateria in acque somale, quatto dei quali classificati come “eventi sospetti” e solo uno, a febbraio, identificato come un vero e proprio “attacco”. “L’anno peggiore è stato il 2011 quando furono registrati 166 eventi sospetti, ridottisi a 73 nel 2012 e ad appena 20 lo scorso anno”, riporta EU Navfor. La drastica riduzione degli atti di pirateria in Corno d’Africa e nel mondo è confermata dall’International Maritime Bureau (IMB). L’agenzia internazionale ha registrato nei primi nove mesi di quest’anno 178 episodi (rispetto ai 352 dello stesso periodo del 2011), con 17 imbarcazioni assaltate, 124 abbordate e 10 incendiate. Una decina gli incidenti che hanno interessato le acque della Somalia, 13 la Nigeria (29 nel 2013) e 4 il Ghana (nessuno nel 2013). “Nel corso del 2014 si è registrato tuttavia un preoccupante aumento degli attacchi contro le piccole navi cisterna di cabotaggio nel sud-est asiatico”, allerta l’IMB.

Dallo scorso 6 agosto, il comando dell’operazione “Atalanta” è stato assunto dal contrammiraglio Guido Rando. La Marina miliare italiana guida per la terza volta le attività Ue anti-pirateria in Corno d’Africa da quando, nel dicembre 2008, ha preso il via “Atalanta”. Obiettivo principale “ufficiale” della missione militare a cui partecipano 21 Stati membri dell’Ue e due paesi non Ue è la scorta alle navi mercantili del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP), incaricate di consegnare aiuti alimentari in Somalia, oltre che la deterrenza, repressione e interruzione della pirateria marittima e la sorveglianza dell’attività della pesca al largo delle coste della Somalia. Recentemente il Consiglio Ue ha aggiunto alcuni “obiettivi secondari” al mandato di “Atalanta”: in particolare, “le unità aeronavali possono contribuire con i mezzi e le capacità esistenti, a un maggiore approccio complessivo dell’Ue alla Somalia, anche a supporto del Rappresentante speciale Ue per il Corno d’Africa”. Possono essere forniti altresì, supporto logistico, esperti e addestramento in mare per altri attori Ue, “in particolare le missioni di rafforzamento delle capacità marittime regionali (come EUCAP Nestor, la missione civile dell’Unione europea impegnata nelle attività di capacity building nell’area)”. L’operazione “Atalanta” può intervenire pure a sostegno dell’EU Training Mission (EUTM) Somalia (la missione europea di formazione delle forze di polizia e dell’esercito somalo), “al fine di contribuire alla creazione delle capacità necessarie agli stati rivieraschi dell’area per svolgere efficacemente il controllo delle acque d’interesse”. Il personale Ue può essere impiegato direttamente pure nelle attività di assistenza e addestramento delle forze navali, di polizia e delle guardie costiere della regione del Corno d’Africa.

La task force 465 di “Atalanta” è composta attualmente da una fregata belga, una olandese e una spagnola, da un’unità rifornitrice di squadra tedesca, da due velivoli ad ala fissa (uno tedesco e uno spagnolo) e da uno staff internazionale formato da 34 ufficiali e sottufficiali di Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Olanda, Portogallo, Romania, Serbia e Spagna. Alle operazioni anti-pirateria la Marina militare italiana ha assegnato sino alla fine del gennaio 2015 la fregata lanciamissili “Andrea Doria”, con un equipaggio di 208 comprensivo dei team specialistici della Brigata Marina “San Marco”, del Gruppo Operativo Subacquei e della Sezione Elicotteri con un velivolo EH 101. Dallo scorso mese di settembre, il 32° Stormo dell’Aeronautica militare di stanza ad Amendola (Foggia) ha messo a disposizione dell’Ue due velivoli a pilotaggio remoto Predator “A Plus” per la “sorveglianza e il riconoscimento di attività sospette riconducibili al fenomeno della pirateria”. I droni operano dall’aeroporto di Chabelley (Gibuti) e sono utilizzati pure in funzioni d’intelligence a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie islamico-radicali di Al Shabab.

“Dall’assunzione del mio incarico di force commander della forza navale europea per l’Operazione Atalanta, non si sono verificati attacchi o incidenti riconducibili al fenomeno della pirateria”, ha dichiarato il contrammiraglio Guido Rando in un’intervista al Velino, il 10 novembre 2014. “La significativa riduzione del fenomeno della pirateria a partire dalla fine del 2011 è dovuta ai successi conseguiti negli ultimi anni e ai concomitanti effetti di diversi fattori, tra i quali lo sforzo esercitato dalla Forza Navale Europea in coordinamento con gli altri dispositivi aeronavali di coalizione (Nato e Combined Maritime Force, la forza marittima congiunta guidata dagli Stati Uniti d’America) o dei cosiddetti Indipendent Deployers (Cina, India, Russia, Giappone, Corea del Sud) e la conseguente adozione delle Best Management Practices, le misure di autoprotezione delle navi, l’assunzione di rotte e velocità più sicure, nonché da un più efficace controllo del territorio e contrasto alle organizzazioni criminali da parte delle autorità somale”.

Secondo il contrammiraglio Rando, “Atalanta” ha consentito la consegna di oltre un milione di tonnellate di aiuti del WFP alla popolazione somala, mentre “sono stati arrestati dalle unità EU Navfor e successivamente riconosciuti colpevoli del reato pirateria dall’autorità giudiziaria 128 soggetti”. “Oltre all’azione di deterrenza esercitata con la presenza di navi e aerei militari nell’area - ha aggiunto Rando - un’altra importante attività di EU Navfor è stata finalizzata alla raccolta di informazioni utili alla comprensione del pattern of life, ossia le normali attività sociali ed economiche svolte dalle popolazioni costiere”.
Il 3 giugno 2014, anche i ministri della Difesa della Nato hanno deliberato l’estensione dell’operazione militare anti-pirateria “Ocean Shield” sino alla fine del 2016. La task force 508 di “Ocean Shild” ha preso il via nell’agosto 2008 e vede oggi le unità aeronavali della Nato pattugliare una vasta superficie marittima compresa tra il Golfo Arabico a nord, le Seychelles a sud, il Golfo di Aden ad ovest e le Maldive ad est. “Ocean Shield contribuisce a proteggere una delle rotte navali più importanti al mondo e dove i pirati continuano ad attaccare le unità navali”, afferma il Comando generale dell’Alleanza Atlantica. “Nel 2013, la Banca Mondiale ha stimato che annualmente la pirateria causa danni all’economia internazionale per 18 miliardi di dollari. Gli sforzi anti-pirateria della Nato aiutano a ridurre questo costo”. Ampissimo il mandato assegnato alle unità aeree e navali impiegate con “Ocean Shield”. “La flotta Nato può perseguire attivamente le navi pirata sospette per prevenire gli attacchi”, riporta il Comando della task force 508. “I Nato boarding teams possono abbordare una nave sospetta per verificare se i pirati sono a bordo di essa. Le unità possono usare la forza per fermare i pirati. Tutti i pirati arrestati sono trasferiti il più presto possibile alle agenzie nazionali responsabili dell’applicazione delle leggi. In aggiunta a queste attività e come parte dell’Operazione Ocean Shield, la Nato sta operando con altri corpi internazionali per aiutare a sviluppare la capacità dei paesi della regione a contrastare da sé la pirateria”. Alle operazioni marittime dell’Alleanza contribuiscono periodicamente le forze navali di paesi latinoamericani e asiatici. A settembre e a novembre, si sono tenute nel Golfo di Aden una serie di esercitazioni congiunte tra le unità del Giappone e della Nato. Esse sono state condotte nel quadro dell’Individual Partnership and Co-operation Programme (IPCP), sottoscritto in primavera dal Segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen e dal Primo ministro giapponese Shinzō Abe per “rafforzare il dialogo politico e la cooperazione militare, soprattutto nel campo della lotta alla pirateria e dell’assistenza in caso di disastri”.

domenica 28 dicembre 2014

Né CARA né CIE, Messina respinga il nuovo lager per Richiedenti Asilo

NE' CARA NE' CIE, MESSINA RESPINGA IL NUOVO LAGER PER RICHIEDENTI ASILO

Alla fine il Ministero degli Interni ha deciso: la (ex) caserma Bisconte di Messina, già utilizzata per stipare in condizioni vergognose oltre 200 richiedenti asilo, sarà trasformata in filiale del CARA di Mineo, scandalo europeo dell'accoglienza negata e dei business di pseudo coop di regime e delle organizzazioni fasciomalavitose. Un triste epilogo che temevamo e denunciavamo da un anno, le cui responsabilità ricadono innanzitutto su un Governo che nonostante le inchieste su Roma-Mafia Capitale continua sulla strada delle detenzioni dei richiedenti asilo e della guerra ai migranti e alle migrazioni, ma anche, sulla Prefettura di Messina (inventrice e autrice del crimine umanitario del Palanebiolo e del centro Bisconte), dell'Università di Messina (proprietaria degli impianti sportivi del Palanebolo trasformati in osceni pantani detentivi di profughi, spesso minori), su tutte quelle forze sociali, politiche, sindacali, associazioni che hanno fatto finta di non vedere e sentire le brutali violazioni commesse a Messina nel settore "accoglienza", e purtroppo, sulla stessa Amministrazione comunale, incapace di assumersi chiare responsabilità, di tracciare percorsi alternativi alle modalità imposte dall'alto dal Governo e, di opporsi ad esse con forza come avrebbe potuto e dovuto.
Adesso no c'è più tempo per le parole. Il Governo di Renzi e Alfano stanzierà tre milioni di euro per "ristrutturare" l'ex caserma di Bisconte, ripetendo quanto fatto nel 2011 da Berlusconi e Maroni con l'ex villaggio Usa di Mineo, trasformato nel più grande ghetto d'Europa. Il CARA di Messina non avrà quelle dimensioni, certo, ma le pratiche, le logiche, gli affari e i padroni saranno gli stessi. Per questo bisogna dire subito e tutti NO!
Le reti antirazziste, l'associazionismo dei diritti, della giustizia, dell'accoglienza, le forze politiche e sociali realmente democratiche e, mi auguro, la stessa Amministrazione comunale con Renato Accorinti sindaco, dovranno dar vita a un forte movimento d'opposizione che contribuisca a imporre nuove serie politiche di accoglienza e integrazione delle sorelle e dei fratelli migranti che invocano libertà, diritti, giustizia.
No al CARA di Messina! Libertà di movimento per tutte le donne e gli uomini del pianeta!

sabato 27 dicembre 2014

Italia ed Egitto coopereranno contro terroristi e migranti



Si rafforza la partnership militare tra Italia ed Egitto. Alla vigilia di Natale la ministra Roberta Pinotti e il ministro della difesa della Repubblica Araba d’Egitto, generale Sedki Sobhi, hanno siglato a Roma una dichiarazione congiunta in materia di cooperazione tecnico-militare a cui seguirà il prossimo anno la stipula di un accordo intergovernativo generale nel campo della difesa e dell’import-export dei sistemi d’arma. La collaborazione tra le forze armate italiane ed egiziane si svilupperà a partire della formazione, dell’addestramento e del controllo delle frontiere. “L’Egitto rientra tra i Paesi di prioritario interesse strategico per l’Italia in considerazione della tradizionale forte cooperazione bilaterale ed il ruolo centrale che l’Egitto può rivestire nel processo di pacificazione dell’area medio-orientale, fondamentale negli equilibri politico-militari del bacino del Mediterraneo”, afferma il portavoce del Ministero della difesa italiano. Al vertice romano hanno preso parte anche il Capo di Stato maggiore della difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, il Segretario generale della difesa, generale Enzo Stefanini, e il Capo di Stato maggiore della Marina militare egiziana, ammiraglio Osama Rabie. Il conflitto in Libia e gli scenari delle altre crisi regionali (Siria, Iraq, ecc.) tra i temi affrontati nell’incontro.

“Le attività di cooperazione tra le forze armate italiane ed egiziane sono state individuate in occasione della visita ufficiale del Ministro Pinotti in Egitto, lo scorso mese di novembre”, spiega il Ministero. Nella capitale egiziana Pinotti aveva incontrato il Presidente Abdel al-Fattah Al-Sisi e le più alte cariche militari nazionali ed erano stati raggiunti accordi relativi allo scambio dintelligence e tecnologie” e all’organizzazione di attività addestrative comuni. “Abbiamo deciso di fare un comitato congiunto per studiare quali possano essere i sistemi migliori per evitare il terrorismo e drammi come quello recente, quando un gruppo di militari egiziani è stato attaccato in Sinai”, ha dichiarato Roberta Pinotti a conclusione del viaggio al Cairo. “L’area sensibile è la Libia, che dobbiamo mettere in sicurezza per impedire che i mercanti di morte continuino a mercificare persone in fuga”, ha aggiunto la ministra. “Sia il Presidente Al-Sisi che il ministro della Difesa Sedki Sobhi hanno dato massima disponibilità a combattere con maggiore impegno l’immigrazione clandestina ai loro confini ed a collaborare per avere un controllo più complessivo di tutta la regione”.

La lotta al terrorismo e all’immigrazione “clandestina” e la “cooperazione industriale” in campo militare erano stati i temi discussi nel vertice tenutosi a Roma il 3 febbraio 2014, tra l’allora ministro della difesa Mario Mauro e il ministro degli Affari esteri egiziano Nabil Fahmi.Inizio modulo “L’Egitto ha il forte interesse a intensificare il dialogo politico tra i due Paesi anche per meglio coordinare l’azione comune in favore della stabilizzazione dell’area mediterranea”, dichiarò il ministro Fahmy. “Con il ministro Mauro siamo concordi sulla necessità di consolidare la cooperazione anche militare tra i due Paesi, mai interrotta, a partire dagli scambi d’informazione sui fenomeni illegali che investono la sponda sud del Mediterraneo e il Medio Oriente, l’ampliamento delle esperienze formative, la possibilità di collaborazione nel settore della cyber security”.

Tappa significativa del programma di rafforzamento dei legami politico-militari tra i due Paesi, la missione in Italia a fine ottobre di una delegazione delle forze aeree egiziane, composta da ufficiali responsabili dell’istituto di formazione dei controllori del traffico aereo militare presso Il Cairo. I militari, in particolare, si sono recati in vista presso il Reparto addestramento controllo spazio aereo (RACSA) di Pratica di Mare (Roma), dipendente dalla 9^ brigata Aerea “Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance – Electronic Warfare (ISTAR – EW)”. Il RACSA è l’ente addestrativo dell’Aeronautica militare italiana che ha il compito di formare il personale ufficiale e sottufficiale preposto al controllo del traffico e della difesa aerea; le attività del Reparto sono inoltre rivolte al personale controllore delle forze aeree straniere. Nei giorni di permanenza a Pratica di Mare, la delegazione egiziana ha avuto modo di visitare gli impianti radar e la torre di controllo dell’aeroporto, la Sala operativa difesa aerea, l’ufficio preposto alla progettazione delle procedure strumentali di volo e il Centro nazionale di meteorologia e climatologia aeronautica (CNMCA).

Ma è nel settore della produzione e vendita di armi e apparecchiature belliche che si focalizzerà maggiormente la partnership tra Italia ed Egitto. Un mese fa la holding francese DCNS ha ufficializzato l’ordine di quattro sistemi di puntamento 76/62 “Super Rapid Multi Feeding (SRMF)” prodotti da Oto Melara (Gruppo Finmeccanica) per armare le nuove corvette d’attacco “Gowind 2500” acquistate dalla Marina militare egiziana. Nel 2013 è stata un’altra azienda di Finmeccanica, AgustaWestland, ad assicurarsi un contratto del valore di 17,3 milioni di dollari per fornire i servizi di manutenzione e assistenza al parco elicotteri delle forze armate egiziane. A fine 2012, sempre AgustaWestland aveva consegnato all’Egitto due elicotteri AW139 in configurazione ricerca e soccorso (SAR). Il contratto, per un valore di 37,8 milioni di dollari, era stato sottoscritto dall’azienda italiana con U.S. Army Aviation and Missile Command (AMCOM), il comando aereo e missilistico dell’esercito Usa che ha poi trasferito alle autorità egiziane i due mezzi attraverso il programma Foreign Military Sales (FMS). Il personale di AgustaWestland ha pure assicurato l’addestramento dei piloti e del personale di terra e la fornitura delle attrezzature e dei ricambi necessari per la messa in servizio dei velivoli. Nel dicembre 2010 era stata l’azienda statunitense DRS Technologies, intermante controllata dal gruppo Finmeccanica, a sottoscrivere con l’esercito Usa un contratto di 65,7 milioni di dollari per fornire alle forze armate egiziane veicoli, sistemi di sorveglianza e altre apparecchiature elettroniche.

Il “preoccupante e costante aumento” delle esportazioni militari italiane all’Egitto è stato denunciato in un rapporto pubblicato lo scorso anno dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia). “Nel 2012 il valore delle esportazioni ha raggiunto i 28 milioni di euro e ha riguardato fucili d’assalto e lanciagranate della Beretta, munizioni della Fiocchi, blindati della Iveco e apparecchiature specializzate per l’addestramento militare”, scrive Opal. Nel 2011, l’anno delle violente repressioni popolari in Egitto, il governo italiano ha autorizzato l’esportazione alle forze armate egiziane di 14.730 colpi completi per carri armati, prodotti da Simmel Difesa. Sempre nel 2011, è stata autorizzata l’esportazione di 355 componenti per la centrale di tiro “Skyguard” per missili Sparrow/Aspide a cui sono seguiti, nel 2012, altre 1.000 componenti e corsi d’addestramento per la stessa centrale di tiro prodotta dalla Rheinmetall Italia. Secondo la Rete per il Disarmo, l’allora governo Monti autorizzò nel 2012 pure l’esportazione di 55 veicoli blindati “Lizard” della Iveco, attrezzature del cannone navale “76/62 S/R” di Oto Melara e apparecchiature elettroniche e software della Selex Elsag (Finmeccanica). “Come documentato da Amnesty International, in piazza Tahrir dopo gli scontri tra manifestanti e forze armate del 2011, sono stati ritrovati dei bossoli di munizioni della Fiocchi”, ricorda Carlo Tombola, coordinatore scientifico dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia.

martedì 23 dicembre 2014

Pronto al lancio il terzo satellite MUOS


Salvo imprevisti dell’ultima ora, il 20 gennaio 2015 sarà lanciato nello spazio il terzo satellite MUOS (Mobile User Objective System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare Usa che avrà a Niscemi, Caltanissetta, uno dei suoi quattro terminali terrestri. “Il satellite sarà lanciato da Cape Canaveral, Florida, con la navicella spaziale United Launch Alliance Atlas V”, ha annunciato Iris Bombelyn, vicepresidente di Lockheed Martin, la società statunitense a cui è affidata la realizzazione del MUOS. “Grazie al lancio del terzo satellite, sarà possibile accrescere la copertura della nostra rete di telecomunicazioni a tre-quarti circa del pianeta”.

La costellazione del MUOS comprenderà complessivamente quattro satelliti geostazionari più un quinto in orbita di riserva. Ognuno di essi è progettato per funzionare attivamente per non meno di 15 anni, ma quanto accaduto nel corso dell’intera fase progettuale del sistema satellitare non lascia certamente sereni i militari Usa. A causa di una serie di “imprevisti” tecnici, test operativi falliti e l’aggiunta di soluzioni alternative per le apparecchiature terrestri e spaziali, il programma ha accumulato ritardi di oltre cinque anni. In origine, il Comando di US Navy pianificava di lanciare i satelliti a partire del 2009 per ottenere la loro piena capacità operativa entro il 2013. Il lancio in orbita del primo satellite è avvenuto in realtà solo il 24 febbraio 2012, ventisei mesi dopo di quanto previsto, mentre il secondo apparato satellitare è stato lanciato solo il 19 luglio 2013. Del tutto errate pure le previsioni per il terzo satellite, il cui lancio nello spazio era stato programmato entro il primo semestre 2014. Adesso Lockheed Martin assicura che il quarto satellite sarà in orbita entro la fine del prossimo anno. “I due satelliti MUOS in orbita stanno mostrando nuove performance, specialmente nella regione artica dove in passato non è stata possibile una copertura da parte dei satellite UHF (Ultra High Frequency), accrescendo l’interesse per i trasporti e l’esplorazione delle risorse naturali sopra i 65° di latitudine”, spiegano i manager di Lockeed Martin. “Lo scorso anno il MUOS ha consentito la connessione tra gli utenti vicino i poli artici durante i test indipendenti di Lockheed Martin e delle industrie partner (General Dynamics, Rockwell Collins ed Harris) e quelli effettuati nel 2014 con le esercitazioni ICEX della Marina militare statunitense e Arctic Shield della US Coast Guard”.

Quando sarà ultimato il programma, il MUOS consentirà il collegamento della rete militare statunitense (centri di comando, controllo e logistici e gli oltre 18.000 terminali radio esistenti, tutti gli utenti mobili come droni, cacciabombardieri, unità navali, sommergibili, reparti operativi, missili Cruise, ecc.), accrescendo esponenzialmente la velocità e il numero delle informazioni e dei dati trasmessi nell’unità di tempo (dagli odierni 2,4 kilobyte al secondo a 348 kb/s). “La nuova costellazione satellitare assicurerà le comunicazioni in tempo reale audio, video e dati in ultra alta frequenza (UHF) a tutti i sistemi di guerra mobili Usa ovunque essi si trovino e sarà pienamente interoperativo con lo Joint Tactical Radio System (JTRS), i cui terminali sono in via di sviluppo, e con i sistemi radio odierni”, spiega il Comando centrale della Marina Usa.

I satelliti MUOS sono progettati per mantenere costante nell’arco delle 24 ore la loro posizione nello spazio a più di 36.000 Km dalla terra. Ogni satellite è classificato secondo la rispettiva area di copertura: Pacific (PAC), Continental U.S. (CONUS), Atlantic (LANT), and Indian Ocean (I.O.). Secondo il Comando di US Navy, essi saranno posizionati alle seguenti longitudini: il primo a 177° Ovest, incrociando il meridiano che passe per le isole Fiji; il secondo a 100° Ovest (su un meridiano che passa a metà circa degli Stati Uniti d’America); il terzo a 15,5° Ovest (su un meridiano che passa per le isole Canarie), mentre il quarto a 72° Est (su un meridiano che passa per le Maldive e l’India). Tutti i satelliti saranno collegati tra loro mediante link intersatellitari (ISL) da 60 GHz, mentre ognuno di essi si interfaccerà con la stazione terrestre di riferimento geografico o ai ricevitori mobili come un comune telefono cellulare impiegando la banda UHF compresa tra i 300 MHz e i 3 Ghz.

La gestione e il controllo a distanza dei satelliti (incluso il loro lancio nello spazio) sono assegnati al Naval Network and Space Operations Command e al Naval Satellite Operations Center di Point Mugu, California. Le attività prettamente operative saranno invece sotto la responsabilità del MUOS Global Satellite Support Center insediatosi presso il Comando strategico delle forze armate Usa nella base aerea di Offutt (Nebraska), con la collaborazione di diversi centri regionali di comando, supporto e combattimento di US Navy. Il Centro strategico di Offutt sovrintende alle funzioni d’intelligence, ricognizione, sorveglianza e “difesa missilistica” e controlla l’intero arsenale nucleare statunitense.
Le stazioni terrestri del MUOS consentiranno le connessioni e i controlli interfaccia tra i satelliti MUOS e i network di telecomunicazione del Dipartimento della difesa con base a terra. Questi terminali sono previsti all’interno di quattro infrastrutture nella disponibilità delle forze armate Usa: oltre alla Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) di Niscemi, la stazione di Chesapeake, nei pressi di Norfolk, Virginia; la Naval Computer and Telecommunications Area Master Station Pacific di Wahiawa (isole Hawaii); l’Australian Defence Satellite Communications Ground Station (ADSCGS) di Kojarena, 30 km a est di Geraldton (Australia). Ognuna di queste stazioni è stata dotata di tre grandi antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri e funzionanti in banda Ka per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari e di due trasmettitori elicoidali di 149 metri d’altezza in banda UHF (tra i 240 e i 315 MHz) per il posizionamento geografico. Le maxi-parabole trasmetteranno con frequenze che raggiungeranno valori compresi tra i 30 e i 31 GHz con una potenza di 1.600 W ciascuna; i due trasmettitori elicoidali, modello TACO H124, opereranno invece con una potenza di 105-200 W ciascuno. Sarà generato un micidiale cocktail elettromagnetico. Numerosi esperti internazionali hanno documentato che i fasci emessi dalle parabole del MUOS costituiranno un serio pericolo per la salute delle popolazioni che vivono nei pressi delle infrastrutture militari e per la sicurezza del traffico aereo, civile e militare.

lunedì 22 dicembre 2014

Mafia imprenditrice, lo Stretto di Messina e l’affaire delle Autostrade del mare


Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva ne le tenebre eterne, in caldo e ‘n gelo. Boss nocchieri, moderni Caronte con le mani in pasta sui trasporti via terra e via mare di uomini, mezzi e merci. Ventitré arresti, una trentina di aziende poste sotto sequestro, la scoperta che le “vecchie” famiglie dei Santapaola e degli Ercolano sanno stare al passo con i tempi. Una mafia imprenditrice e intraprendente che mantiene ben saldi i legami con politici e amministratori, flessibile ad adattarsi e condizionare le trasformazioni in atto del sistema trasportistico nazionale. Le ultime indagini della Dda di Catania, sfociate nell’operazione Caronte, hanno tracciato gli ultimi processi di riorganizzazione imprenditoriale e della leadership delle organizzazioni criminali etnee. “Dall’inchiesta emerge il ruolo di vertice e grandemente significativo rivestito da Vincenzo Ercolano”, scrivono gli inquirenti. “Numerose fonti di prova dimostrano che egli ha operato con le sue imprese palesi e occulte nel mercato dei trasporti effettuando atti di concorrenza con minacce ed utilizzando l’intimidazione mafiosa”. Come per le inossidabili monarchie europee, anche a Catania lo scettro del comando si trasmette da padre a figlio o da fratello a fratello. Assolto nell’aprile 2009 dall’imputazione di associazione per delinquere di stampo mafioso contestatagli nove anni prima, Vincenzo “Enzo” Ercolano è figlio di don Giuseppe, deceduto nel luglio 2012, pluricondannato per fatti di mafia e “uomo d’onore” perlomeno dalla prima metà degli anni Settanta. Sulle sue gesta criminali hanno riferito con dovizia di particolari decine di collaboratori di giustizia, come gli ex boss ed ex killer Antonino Calderone, Giuseppe Pulvirenti ‘u Malpassotu, Giuseppe Malvagna, Carmelo Grancagnolo, Severino Samperi, Maurizio Avola. Il fratello maggiore di Vincenzo, Aldo Ercolano, già vice-rappresentante della “famiglia” mafiosa di Catania, è detenuto dal 1994 e sconta una condanna all’ergastolo unitamente a Benedetto Santapaola quale mandante dell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, direttore de I Siciliani. Per Aldo e Vincenzo, don Nitto è zio di nome e di fatto: sono figli infatti di Grazia Santapaola, sorella del capo dei capi delle cosche della Sicilia orientale.

Dal padre Giuseppe, gtitolare di imprese di trasporti di considerevoli dimensioni, alcune delle quali attualmente sotto sequestro, Vincenzo Ercolano ha ereditato la propensione a organizzare e condurre con successo molteplici affari nel settore del trasporto con camion e automezzi pesanti di beni di largo consumo e materiali di costruzione. “Ercolano, tramite la Geotrans e altre imprese a lui riconducibili, non ha operato trasporti solo di prodotti vari, come alimenti e ortofrutta, ma ha ottenuto anche commesse per trasporti industriali, partecipando ad importanti lavori di costruzione effettuati nella provincia di Catania”, spiegano gli inquirenti. Solo negli ultimi anni, il presunto “uomo di vertice” della mafia etnea ha gestito affari altamente redditizi, a partire della fornitura e il trasporto di materiali per la realizzazione del Parco commerciale “La Tenutella” - oggi denominato “Centro Sicilia” - di proprietà del gruppo sardo Cualbu. Stando alle indagini del ROS di Catania, nel biennio 2010-2011, grazie ai lavori effettuati con La Tenutella”, nelle casse dell’impresa Co.P.P. S.r.l. di Vincenzo Ercolano sono confluiti ben 1.886.056 euro. Ma alle aziende di “famiglia” sono stati affidati pure i trasporti di quanto necessario alla realizzazione dei Mercati agroalimentari (MAAS) e del Centro Commerciale “Le Porte” del gruppo Auchan. Trasporti Geotrans pure per i lavori per il Centro Commerciale “Sicily Outlet” di Agira, la nuova strada statale Caltanissetta–Agrigento, l’autostrada Catania-Siracusa, il cinema multisala (oggi posto sotto sequestro) sito nei pressi dello svincolo di San Gregorio di Catania e del parcheggio multipiano di Palermo, antistante il Palazzo di Giustizia. Con la ditta di autotrasporti Savise, gli Ercolano erano soci d’affare dei “corleonesi”. Secondo il collaboratore di giustizia palermitano Giacomo Greco, genero del boss defunto Francesco Pastoia (capo della “famiglia” di Belmonte Mezzagno e braccio destro di Bernardo Provenzano), la Savise apparteneva metà ai Pastoia e metà a Vincenzo Ercolano. Greco ha pure raccontato che poiché l’azienda aveva subito dei furti, l’Ercolano aveva fatto delle indagini personali, individuando il mandante in tale “Concetto” del clan antagonista dei Cappello. “Per tale ragione Enzo Ercolano aveva deciso che Concetto dovesse essere ucciso e, infatti, Concetto fu vittima di un attentato da cui scampò miracolosamente”, ricorda il collaboratore.

L’affaire delle Autostrade del mare

Da tempi remoti, in verità, la gestione di imprese o agenzie di trasporti è uno dei settori imprenditoriali chiave della “famiglia” catanese di Cosa nostra. Con Vincenzo Ercolano, però, la criminalità organizzata ha tentato di affermarsi come un importante attore nel campo della logistica e del trasporto merci via navi, grazie alle cosiddette autostrade del mare. “Il connubio mafia-imprenditoria nel settore della logistica – scrivono i magistrati etnei - ha favorito lo sviluppo dell’attività economica manifestandosi nella tendenziale monopolizzazione del mercato mediante il procacciamento dei clienti grazie alla spendita, implicita o esplicita, del nome e della capacità di intimidazione dell’organizzazione mafiosa, nella costituzione di ampi consorzi funzionali alla monopolizzazione del mercato, ed all’accentramento delle attività dirette alla percezione degli eco bonus”. In tal modo, l’organizzazione mafiosa dei Santapaola-Ercolano si è assicurata una parte dei cospicui guadagni correlati direttamente al noleggio delle unità navali, al trasporto delle merci o alle provvigioni per la vendita dei biglietti nelle tratte marittime a prezzi competitivi, “ottenuti grazie al numero dei consorziati o ancora alla differenza tra l’importo degli eco bonus effettivamente corrisposto dallo Stato o dalla Regione ed il prezzo inferiore pagato al vettore marittimo”.

Con sorprendente lungimiranza e una certa vocazione “ambientalista”, la mafia catanese - con Vincenzo Ercolano e, fino all’ottobre 2009 anche tramite l’allora “rappresentante provinciale” Vincenzo Aiello - ha potuto capitalizzare a proprio conto gli eco bonus, incentivi economici introdotti nel settembre 2002 al fine d’innovare e sviluppare le catene logistiche mediante la fruizione combinata di almeno due diverse modalità del trasporto merci (strada-rotaia, rotaia-mare, strada-mare, terra-aria), cioè della cosiddetta intermodalità. Un modello questo, voluto per decongestionare il traffico stradale, ridurre l’inquinamento e ottenere standard di sicurezza più elevati. Nel 2004 è stata la Regione siciliana a prevedere l’erogazione d’incentivi agli autotrasportatori che privilegiano il trasporto intermodale avvalendosi delle autostrade del mare. Tali contributi, commisurati alle dimensioni degli automezzi, sono corrisposti ai singoli autotrasportatori, ai consorzi iscritti in appositi albi regionali o agli armatori delle navi. “Si tratta, dunque, di un’importante fonte di finanziamento delle imprese di trasporto che ha indotto gli operatori del settore a modificare la propria ordinaria operatività nel senso indicato dallo Stato”, spiegano gli inquirenti.

Stando alle risultanze dell’inchiesta Caronte, Vincenzo Ercolano e Vincenzo Aiello avrebbero operato nel settore trasporti anche grazie a due noti imprenditori catanesi, Francesco Caruso e Giuseppe Scuto. Al Caruso, incensurato, Ercolano e Aiello avrebbero attribuito “fittiziamente” la titolarità della società Servizi Autostrade del Mare S.r.l. per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali. Costituita il 5 aprile 2004 da Francesco Caruso e dalla moglie Stefania Di Napoli, rispettivamente titolari del 10% e del 90 % delle quote sociali, la Servizi Autostrade del Mare aveva come oggetto la prestazione di servizi di assicurazione e, dall’ottobre 2005, l’attività nel campo dei trasporti marittimi e costieri. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Caruso, la società era stata costituita a seguito del litigio con gli imprenditori Filippo e Rosario Riela, suoi soci nel Consorzio Setra, poi condannati quali “concorrenti esterni” di Cosa nostra catanese. Il consorzio aveva in affitto le stive delle navi Caronte & Tourist, l’holding di proprietà delle famiglie Matacena e Franza che gestisce il trasporto di automezzi leggeri e pesanti nello Stretto di Messina. “Nel 2002-2003, l’affitto delle stive ci rendeva circa 150.000 euro al mese di guadagno netto senza rischi di impresa”, ha ammesso Caruso. “Poi ho costituito la società Autostrade del Mare per continuare l’attività in questo settore. Dapprima ho stipulato degli accordi con la ditta Caronte, poi con la società Amadeus S.p.A.”. Per la cronaca, dell’Amadeus era proprietario l’on. Amedeo Matacena junior, parlamentare del Polo delle Libertà; nell’agosto 2013, nei suoi confronti, la Cassazione ha confermato la condanna in appello a cinque anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per concorso esterno in associazione mafiosa.

Con la società di navigazione dell’armatore-parlamentare reggino, Francesco Caruso e Giuseppe Scuto avevano avviato una trattativa per acquistare tre navi da impiegare nella tratta Messina-Reggio Calabria per il traghettamento degli automezzi pesanti. Il 31 luglio 2006, però, a Misterbianco, lungo la strada statale 121, i due imprenditori furono vittime di un agguato mentre viaggiavano su una moto. Caruso venne ferito lievemente al torace da un colpo di pistola esploso da un soggetto che si trovava su un’altra moto guidata da un complice. Dal complesso delle intercettazioni eseguite dopo l’attentato – annotano gli inquirenti - risulta che Caruso e Scuto sembravano riconnettere senza particolari incertezze l’attentato subito al loro interesse nel settore dei vettori marittimi che si concretizzava in quel periodo sia nel noleggio delle navi di proprietà della società Amadeus S.p.A. di Amedeo Matacena, sia nell’attività svolta, mediante il consorzio CAI Service, per le prenotazioni dei transiti dei mezzi pesanti a prezzi inferiori a quelli ordinari grazie ad accordi presi con le società che gestiscono le navi traghetto, previa provvigione”. Le intercettazioni consentivano di accertare pure che le attività svolte per assicurarsi il noleggio delle navi dell’Amadeus erano seguite passo dopo passo da Vincenzo Ercolano. “Le numerose telefonate con l’Ercolano, provano che Francesco Caruso ha agito come se fosse suo socio, concordando puntualmente le iniziative e, comunque riferendo allo stesso Ercolano gli esiti delle attività compiute”, scrive la Dda di Catania. “Nella conversazione registrata il 28 giugno 2005 si evince che Caruso chiedeva a Vincenzo Ercolano di mettergli a disposizione alcuni uomini per accompagnarlo in Calabria e mettere a punto degli accordi per il traghettamento dei mezzi pesanti sullo Stretto di Messina”.

L’inchiesta Caronte ha inoltre evidenziato come gli imprenditori Caruso e Scuto abbiano intrattenuto rapporti con alcuni esponenti politici regionali, in particolare l’allora governatore della Sicilia Raffaele Lombardo e il deputato regionale Giovanni Cristaudo (Pdl). “Entrambi – annota la Dda - sono attualmente sottoposti a processo per concorso esterno nella famiglia catanese di Cosa nostra, essendo stato il primo condannato ed il secondo assolto in primo grado nell’ambito del processo Iblis e poi condannato in appello con recente sentenza”. Caruso e Scuto, addirittura, giungevano a fondare un loro partito “al fine di preservare gli interessi di cui erano portatori in conto proprio ed altrui”.

Nel giugno 2008, fu costituito infatti il Partito nazionale degli autotrasportatori (PNA): Giuseppe Scuto ne assunse la presidenza, mentre Francesco Caruso la carica di segretario politico. Anche Vincenzo Ercolano mostrò un certo interesse per le vicende relative alla nuova organizzazione politica. Il 30 giugno 2008, in una telefonata a Scuto, Ercolano chiese informazioni sull’esito della conferenza stampa di presentazione del PNA, tenutasi poche ore prima a Roma presso il prestigioso Ergife Palace Hotel. Il potenziale bacino di voti del nuovo partito venne messo a disposizione del Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, in occasione delle elezioni europee del 2009. “I primi contatti con il governatore venivano stabiliti dal Caruso nel settembre 2008 per il tramite dell’avv. Pietro Maravigna e di Carmelo Ragusa, addetto alla segreteria di Lombardo”, riporta l’ordinanza Caronte. “Caruso e Scuto riuscivano ad avere un appuntamento con il Presidente Lombardo, il 2 aprile 2009, grazie all’intesa che i due stabilivano con l’on. Giovanni Cristaudo”. Con Lombardo si discusse i termini dell’alleanza del PNA con l’MPA in vista della vicina campagna elettorale per le europee. L’accordo tra le due formazioni fu raggiunto il 21 aprile 2009 e reso pubblico con una conferenza stampa il successivo 6 maggio. “La coalizione L’Autonomia, formata da MPA, La Destra, Alleanza di centro e Partito dei pensionati, avrà alle elezioni europee del 6 e 7 giugno prossimi il sostegno del Partito nazionale degli autotrasportatori che conta 70mila iscritti su tutto il territorio nazionale”, riportò l’agenzia Adnkronos. “A sancirlo, un protocollo d'intesa siglato oggi a Roma dal leader dell’MPA Raffaele Lombardo e una delegazione del PNA guidata dal segretario Francesco Caruso. L’accordo prevede che l’MPA in Parlamento si faccia portavoce e promotore delle proposte avanzate dal PNA nel settore dell’autotrasporto, prima fra tutte quella del blocco dei Tir dalle 22 alle 5 del mattino. Una proposta di legge in tal senso sarà presentata dai parlamentari del MPA nei prossimi giorni”.

Alle europee del giugno 2009, la lista con l’MPA di Lombardo, La Destra di Francesco Storace e il PNA di Scuto e Caruso prese il nome definitivo di Polo dell’Autonomia; vi confluirono pure il Terzo Polo di Centro, Lega Italia, Lega Padana, Movimento per l’indipendenza della Sicilia, S.O.S. Italia e Lega d’Azione Meridionale. Durante la campagna elettorale vennero utilizzati i camion degli aderenti al PNA per pubblicizzare il logo del partito e l’immagine di Lombardo, previo un accordo che prevedeva il pagamento di una somma di denaro che però poi non venne pagata dall’MPA, sicché venne richiesto dal consorzio CAI Service un decreto ingiuntivo nei confronti del movimento di Raffaele Lombardo pari a 171.600 euro. Alla vigilia delle elezioni lo stesso Ercolano si adoperò per convincere un suo conoscente, Francesco Aitala, figlio dell’imprenditore Carmelo Aitala (titolare dell’IMEA Prefabbricati S.p.A. di Catania), a votare per Lombardo e per il suo partito. Il Polo dell’Autonomia ottenne 682.046 voti, insufficienti tuttavia ad eleggere un proprio candidato al Parlamento europeo.

“La diretta interlocuzione degli imprenditori Caruso e Scuto con il Presidente Lombardo e con l’on. Cristaudo, consentiva al clan di ottenere benefici concreti nella pubblica amministrazione, di fruire di una corsia privilegiata per la liquidazione degli eco bonus e di utilizzare concretamente tale influenza con possibili partner commerciali”, riportano gli inquirenti. In particolare, nel maggio 2009, Caruso ostentava il propria rapporto di conoscenza con Lombardo e Cristaudo per “risolvere” alcune limitazioni poste all’armatore napoletano Guido Grimaldi dall’Autorità portuale di Catania, relativamente alle procedure e agli orari per l’attracco delle navi in banchina ed il successivo imbarco dei mezzi sulle stesse.

Caruso e Scuto riuscirono pure a stabilire un contatto, per il tramite di tale Salvatore Favazzo, con l’on. Domenico Scilipoti, oggi senatore di Forza Italia ma al tempo parlamentare IDV. “lo con l’onorevole ci sono andato. Abbiamo discusso. Dice lui che è a disposizione sia per Roma sia per qua in Sicilia. Quando lo vogliamo chiamare è a nostra piena disposizione”, riferì Favazzo a Caruso in una telefonata intercettata dagli inquirenti il 30 agosto 2008. Il parlamentare originario di Barcellona Pozzo di Gotto, secondo gli inquirenti, avrebbe dovuto incontrare Caruso e Scuto nella prima decade di ottobre. Per discutere di cosa, forse non lo sapremo mai…

 
Inchiesta pubblicata in Casablanca, n. 37, novembre-dicembre 2014.

domenica 14 dicembre 2014

Il Comune di Falcone insiste: il giornalista Mazzeo va processato!


Il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale ordinario di Patti (Messina) ha fissato l’udienza in Camera di Consiglio, il prossimo 22 gennaio 2015, al fine di decidere sulla richiesta di archiviazione depositata dal Pubblico ministero il 7 febbraio 2013 nei confronti del giornalista Antonio Mazzeo, querelato dal Comune di Falcone per un’inchiesta pubblicata sul periodico I Siciliani giovani (n. 7 luglio-agosto 2012), dal titolo “Falcone comune di mafia fra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto”. Contro la richiesta d’archiviazione, la legale nominata dal Comune di Falcone, avv. Rosa Elena Alizzi del foro di Barcellona PG, ha presentato opposizione il 29 dicembre 2012.

L’inchiesta giornalistica si era soffermata su una serie di vicende che avevano interessato la vita politica, sociale, economica ed amministrativa della piccola cittadina della costa tirrenica del messinese (speculazioni immobiliari dalle devastanti conseguenze ambientali e paesaggistiche; lavori di somma urgenza  post alluvione del 2008 con ulteriori colate di cemento sul fragilissimo territorio; ecc.); alcuni passaggi erano stati dedicati inoltre alle origini e alla dinamica evolutiva delle organizzazioni criminali presenti nel territorio, organicamente legate alle potenti cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto.

Il 24 agosto 2012, appena una settimana dopo la pubblicazione dell’inchiesta, la Giunta comunale di Falcone si riuniva e, presenti il Sindaco avv. Santi Cirella e gli assessori Pietro Bottiglieri, Giuseppe Battaglia e Giuseppe Sofia, deliberava all’unanimità – onde tutelare l’immagine e la rispettabilità del paese – di conferire l’incarico all’avv. Alizzi per sporgere querela nei confronti del giornalista.

Nella delibera di Giunta si riportavano le seguenti dichiarazioni: “Premesso che di recente, in piena stagione turistica, è stato pubblicato un articolo che ha destato perplessità e sconcerto nella collettività per notizie denigratorie che tenderebbero a far apparire il Nostro Paese, da sempre, teatro di delitti di mafia e luogo di interessi di criminalità organizzata, gettando persino un’ombra su condizionamenti relativi all’esito delle ultime elezioni amministrative; Ritenuto che il tenore dell’intero articolo è palesemente diffamatorio e lesivo dell’immagine del Nostro Comune e della reputazione di tutti i suoi abitanti, contenendo, pure, affermazioni false e non veritiere, manipolazioni della realtà, alterazioni di fatti e circostanze, evidenti, volute, omissioni, ricostruzioni parziali e quant’altro idoneo a screditare il buon nome del Paese e dei suoi attuali amministratori; Ritenuto che la risonanza mediatica dell’articolo e il periodo di pubblicazione ha comportato e comporta anche pesanti ricadute sull’economia locale, incentrata per lo più sulle attività turistiche e ricettive, gravemente penalizzate dalla rappresentazione negativa data al Paese; Ravvisata, pertanto, la necessità di tutelare, in ogni sede, prima fra tutte quella penale, e con ogni iniziativa utile, l’immagine e la rispettabilità della Comunità Falconese, oltraggiata, offesa e deturpata dall’infamante articolo, al fine di ribadire, con forza, che il territorio e la sua precedente e attuale amministrazione sono estranei ad ogni forma di compromissione con la criminalità organizzata e non subiscono condizionamento alcuno, da chicchessia, a qualsivoglia titolo”; da qui la querela.

Senza entrare in merito sulle pesanti affermazioni dell’Amministrazione comunale, evidentemente ritenute prive di alcun fondamento se il PM del Tribunale di Patti ha ritenuto di proporre l’archiviazione del procedimento, è opportuno ricordare che in questi due anni – ovviamente esclusi Sindaco, componenti della Giunta e qualche consigliere comunale della maggioranza – nessun cittadino del Comune di Falcone ha ritenuto doverci esprimere rimostranze, critiche, dissapori, ecc. per quanto affermato e descritto nell’inchiesta giornalistica “querelata”; di contro sono stati in tanti a Falcone (o cittadini originari di Falcone ma residenti in altri Comuni d’Italia) ad esprimere sconcerto per l’operato della Giunta e solidarietà piena e incondizionata nei nostri confronti. Centinaia sono stati altresì gli attestati di solidarietà espressi da tutta Italia da semplici cittadini, giornalisti, amministratori, politici, parlamentari, ecc.

Dall’agosto 2012 ad oggi, i “sospetti” su possibili infiltrazioni criminali nella vita economica e sociale della piccola cittadina sono stati al centro di incontri pubblici e dibattiti; sono state presentate due interrogazioni parlamentari (la prima il 12 novembre 2012 da parte dell’on. Antonio Di Pietro, Idv e la seconda il 24 ottobre 2013 dal sen. Domenico Scilipoti, Forza Italia); l’ex europarlamentare on. Rita Borsellino (Pd) ha chiesto formalmente alla Prefettura di Messina di verificare l’esistenza di possibili condizionamenti sulla vita politica-amministrativa del Comune; il deputato del M5S, on. Francesco D’Uva ha posto il tema delle infiltrazioni criminali a Falcone all’attenzione della Commissione Parlamentare Antimafia che recentemente è stata in visita ispettiva nella provincia di Messina.

Altre due nostre inchieste giornalistiche sono state dedicate alla cittadina tirrenica. La prima dal titolo “Falcone. Fiumi di denaro e guai giudiziari”, pubblicata sul periodico Casablanca (n. 35, maggio-giugno 2014); la seconda, “A Falcone è di scena il miracolo della munnizza”, pubblicata su Antonio Mazzeo Blog il 18 ottobre 2014. Entrambe delineano il quadro a tinte fosche sulla gestione della cosa pubblica nel Comune di Falcone e forniscono ulteriori elementi sull’infiltrazione criminale nell’economia locale. Dispiace tanto che invece d’interrogarsi seriamente sulla gravità di quanto accaduto in questi anni nel territorio (a partire dagli interventi autorizzati dopo l’alluvione del 2008, alcuni dei quali finiti in mano ad aziende tutt’altro che estranee ad appetiti mafiosi), l’Amministrazione comunale di Falcone si sia intestardita a farla pagare” penalmente a chi esercita, senza alcun condizionamento di sorta, il proprio diritto-dovere di cronaca e di denuncia. Peccato poi che questo venga fatto a spese dei contribuenti di Falcone, che in caso di rinvio a giudizio del giornalista “reo”, oltre alle spese legali già sborsate per sporgere querela, dovranno farsi carico di quelle che ne deriveranno dal procedimento, che ovviamente sarà lungo e oneroso.

Ne prendiamo atto, consapevoli che sino a quando il sistema giudiziario italiano consentirà di poter querelare un giornalista quando e come si vuole - troppo spesso solo a scopo intimidatorio - trasferendo sullo Stato i costi e le spese di procedimenti che intasando la macchina della giustizia, nel 99,9% dei casi finiscono con proscioglimenti, assoluzioni o prescrizioni, la libertà d’espressione sarà solo una mera enunciazione in un Paese dai diritti sempre più oltraggiati e negati. Al prossimo 22 gennaio, dunque.

Per consultare gli articoli su Falcone:



sabato 13 dicembre 2014

Mare Nostrum, Triton e la militarizzazione del Mediterraneo


L'operazione Triton era nata come missione di sostegno e accompagnamento a Mare Nostrum, su esplicita richiesta dell'Italia, come ha precisato Cecilia Malmstrom in un documento ufficiale della Commissione Europea. Il governo italiano, invece, ha deciso di venire meno all'impegno assunto con Mare Nostrum relativo al soccorso in mare dei migranti da parte delle forze navali italiane, per lasciare spazio al solo Triton, che è invece una missione di 'controllo della frontiera' e che espressamente rimanda ai singoli stati membri della UE il compito di proteggere le persone in mare.

 

Voices of Lampedusa, curata dalla giornalista e fotoreporter Alessia Capasso, pubblica una serie d’interviste con alcuni esperti che hanno studiato in profondità gli effetti delle politiche europee sulla vita di una piccola isola del Mediterraneo.

Iniziamo con un’intervista con Antonio Mazzeo,  un peace-researcher e giornalista italiano che ha pubblicato numerosi saggi sui conflitti nell’area mediterranea e sulal violazione dei diritti umani. Ha ricevuto il "Premio G. Bassani - Italia Nostra 2010", premio per il giornalismo e ha iniziato a lavorare come esperto sui processi di militarizzazione con il Collettivo Askavusa di Lampedusa (Lampedusa Askavusa Collective), che è impegnato in diverse lotte nell’area. L’installazione di un nuovo radar militare nell’isola un paio di mesi fa, giustificato con la necessità di monitorare le rotte dei migranti, ha generato numerose proteste tra i cittadini. A partire da Triton, la nuova operazione di Frontex,abbiamo toccato una serie di questioni in modo da avere un quadro più chiaro della relazione tra le politiche migratorie dell’Unione europea e il processo di militarizzazione nel Mediterraneo.

 

La fine di Mare Nostrum ha già suscitato del rimpianto da parte di molte organizzazioni umanitarie, Ong e associazioni. Crede che il soccorso effettuato esclusivamente da forze militari fosse il più corretto da offrire alle persone salvate in mare?

 

Continuo a con comprendere e ovviamente a condividere i “rimpianti” e gli elogi di Mare Nostrum espressi da Ong, associazioni per i diritti umani, operatori sociali, ecc. Aldilà delle mistificazioni e della propaganda del Governo e delle forze armate, dove le mere individuazioni e le scorte delle imbarcazioni e i migranti e richiedenti asilo nel Mediterraneo si sono trasformate in “salvataggi di decine di migliaia di vite umane”, mentre si è continuato ad occultarne i costi finanziari insostenibili e quelli che erano gli scopi originari con cui l’operazione fu pensata. Non va assolutamente dimenticato, infatti, come varando l’imponete dispositivo aereonavale in quello che doveva tornare ad essere il “mare nostrum”, il governo puntava a impedire il più possibile le partenze dalle coste africane, a proiettare il più possibile a Sud la frontiera nazionale (si veda l’uso dei droni italiani sino ai confini tra la Libia, il Ciad e il Sudan), a legittimare il ruolo delle FFAA in funzioni di ordine pubblico e contenimento della “minaccia immigrazione”, a ottenere contributi finanziari dalla Unione europea come compensazione dello sforzo militare, a offrire nuove opportunità di investimento al complesso militare-industriale-finanziario, ecc.). Alla fine buona parte di questi obiettivi sono falliti, con l’ulteriore beffa che non potendo di certo sparare contro le imbarcazioni dei migranti, consegnare questi ultimi ai militari nordafricani o tanto meno tentare pericolosissime manovre di contenimento dei flussi, le grandi unità da guerra delle Marina si sono trasformate in unità di “salvataggio” e trasporto in Sicilia di coloro che si speravano di respingere o dissuadere a partire. Da qui, l’esigenza del Governo di trovare una via d’uscita la più possibile onorevole. Ed ecco il pressing su Bruxelles e Frontex e ora l’ibrido di Triton…  

 

Alcuni ritengono che Mare Nostrum fosse il tassello di un progetto più ampio, già destinato a sfociare in Triton, e nato sotto sembianze 'umanitarie' per soddisfare i malumori dell'opinione pubblica italiana ed europea a seguito della tragedia del 3 ottobre. Qual è il suo punto di vista?

 

Sì originariamente c’era anche l’intenzione di rafforzare il controllo militare internazionale nel Mediterraneo, sotto la bandiera Nato e/o Ue, in una logica di nuova guerra alle migrazione e ai migranti. Come dicevo prima, però, l’Italia dopo aver provato a fare la prima della classe si è trovata sostanzialmente sola, immagino perché le forze armate e i governi dei paesi europei partner hanno capito da subito che un’operazione simile sarebbe fallita nei suoi obiettivi oppure avrebbe prodotto l’effetto boomerang di rendere meno complicati e rischiosi gli spostamenti di migranti nel Mediterraneo. Triton non è altro che una mediazione al ribasso ottenuta a Bruxelles da Renzi, Alfano e Pinotti per ridimensionare le spese e gli “impegni” delle FF.AA. sul fronte “lotta alla migrazione”. Date le diffidenze e le divisioni esistenti in ambito europeo su Triton, la diserzione di paesi importanti dalla nuova missione (vedi Gran Bretagna, ad esempio), l’indeterminatezza degli scopi reali, delle regole “d’ingaggio” e dei centri di comandi e coordinamento, dei suoi costi e della ridistribuzione delle spese e delle funzioni in ambito internazionale, ecc. è possibile presagire tempesta all’orizzonte.

 

In base alla sua esperienza sui temi della militarizzazione, ritiene che Triton contribuisca al processo di militarizzazione del Mediterraneo? In che modo?

 

Triton è un’operazione militare, gestita in ambito militare e da attori militari. Essa necessita di contributi militari e nuove tecnologie di guerra (navi e aerei, pattugliatori, sistemi aeronavali, velivoli senza pilota, sistemi radar e satellitari, ecc.). Ne consegue che l’operazione non potrà che rafforzare i processi di militarizzazione di questa importantissima area geostrategica, dove le nuove guerre alle migrazioni si sommano ai tantissimi conflitti esistenti da decenni e alle strategie di dominio neocoloniale dell’Occidente.

 

Quale ruolo giocano Lampedusa e la Sicilia in generale nello scacchiere internazionale?

 

Lampedusa è stata per decenni uno dei più importanti “occhi” Usa e Nato puntati sul Nord Africa, una “punta avanzata” aggressivamente proiettata contro la Libia di Gheddafi, ecc. La piccola isola ha ospitato un’importante stazione di telecomunicazione (la Loran C) di proprietà e uso esclusivo della Guardia coste Usa, molto probabilmente utilizzata anche per funzioni d’intelligence e spionaggio internazionale dall’Agenzia supersegreta NSA. I vecchi e nuovi conflitti nel Mediterraneo, e la stessa Triton che rilancia il ruolo di Lampedusa come “primo porto” di sbarco e “lager-prigione” per migranti e richiedenti asilo, stanno già comportando un rafforzamento nell’isola del dispositivo militare nazionale, l’arrivo di nuovi “operatori” dell’agenzia Frontex, l’installazione di sempre più sofisticati radar e centri di telecomunicazione, alcune delle quali finanziati e integrati in ambito Nato.

 

Lei si è occupato molto dei radar utilizzati da NATO e Difesa Italiana, anche al fine del controllo delle frontiere. Quali sono le conseguenze che ha riscontrato sulle popolazioni locali che abitano nei pressi di tali radar?

 

Le prime conseguenze negative sono di tipo paesaggistico-ambientale. Si tratta sempre più spesso d’installazioni, infrastrutture di acciaio e cemento, tralicci, antenne paraboliche, ecc, realizzati in luoghi dalla straordinaria bellezza, talvolta pure inseriti all’interno di riserve naturali, siti d’interesse comunitario, ecc. Ma radar e stazioni di telecomunicazioni sono soprattutto vere e proprie bombe elettromagnetiche e sottopongono la popolazione a pericolosissimi carichi di onde inquinanti, con gravissime conseguenze in campo sanitario. Gli studi scientifici hanno provato l’alta frequenza di malattie e gravi forme tumorali tra gli abitanti di Niscemi, dove sorge la più grande stazione di telecomunicazioni della marina Usa nel Mediterraneo e dove è state già installato il terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare statunitense. Ma anche a Lampedusa e Linosa i casi di cancro tra gli abitanti hanno ormai raggiunto livelli estremamente preoccupanti se confrontati con il resto della Sicilia. C’è qualcuno che può asserire che la selva di sistemi radar e dei sistemi della telefonia cellulare non  sia una delle cause scatenanti di questa gravissima situazione sociosanitaria nelle Pelagie?    

 

Quali ritiene che siano gli attori principali a livello di Unione Europea interessati ad una presenza militare nel Mediterraneo? E perché?

 

 Francia, Spagna, Portogallo e Grecia mi sembrano gli attori chiave, ma non  dimenticherei la Gran Bretagna che se da una parte boicotta Triton dall’altra rafforza il proprio dispositivo aeronavale nel Mediterraneo o in alcune basi greche. Ma c’è pure la Germania che punta a conquistarsi una leadership anche in campo militare e aeronavale in sud Europa e che utilizza con sempre più frequenza le basi aeree e i poligoni sardi per le proprie esercitazioni ed operazioni extra-area. Poi c’è la piccola Slovenia, l’unico paese Ue che ha fornito un simbolico supporto tecnico-logistico all’Operazione Mare Nostrum. Dulcis in fundo i paesi no Ue ma a cui la Ue, Washington e  la Nato affidano da anni compiti strageci integrati nello scacchiere mediterraneo e mediorientale: Israele e la Turchia in particolar modo, due potenze locali dove sono fortissimi i legami tra il potere politico e il complesso militare-industriale.

 

Intervista a cura di Alessia Capasso, pubblicata in Cafébabel il 24 novembre 2014, http://www.cafebabel.co.uk/brussels/article/voices-of-lampedusa-part-1-interview-with-antonio-mazzeo.html

 

 


 

Article published on Nov. 24, 2014 - english

 

Voices of Lampedusa, curated by photojournalist Alessia Capasso, gathers together a series of interviews with those who are personally experiencing (or studying in depth) the consequences of European policy on life on a small island in the Mediterranean.

We'll begin Voices of Lampedusa with an interview with Antonio Mazzeo,  an Italian peace-researcher and journalist who has published several essays on conflicts in the Mediterranean area and on human rights violations. He received the "Premio G. Bassani - Italia Nostra 2010" prize for journalism and began working as a militarization expert with the Collettivo Askavusa di Lampedusa (Lampedusa Askavusa Collective), which is involved in several struggles in the area. The installation of new military radar on the island a few months ago, justified as well by the need to monitor migrant routes, has led to numerous protests among citizens. Starting with Triton, the new Frontex operation, we're back with a series of questions in order to gain a clearer picture of the relationship between EU migration policies and the process of militarization in the Mediterranean.

Cafébabel: Based on your experience with issues surrounding militarization, do you believe that Triton contributes to the militarization process in the Mediterranean? In what way?

Antonio Mazzeo: Triton is a military operation, managed by the military in a military fashion. That necessitates military contributions and new warfare technologies (ships and planes, patrol boats,  aeronautical systems, unmanned surveillance aircraft,  radar and satellite systems). From this, it follows that the operation can only reinforce the process of militarizing this incredibly important geostrategic area, where the new wars on migration are being added to so many decades-long conflicts, as well as the West's  neocolonial domination strategy.

Cafébabel: The end of Mare Nostrum is triggering regret on the part of many humanitarian organizations. Do you believe that military rescue was perhaps the correct way to help migrants?

Antonio Mazzeo: I continually do not understand nor share in the “regrets” nor the praise of Mare Nostrum expressed by NGOs, human rights associations, or social organizations. In addition to the mystification and propaganda by the Government and armed forces, the operation's unsustainable financial costs and original scope continue to be hidden. With Mare Nostrum's aereonautically powerless plan, the government aimed at preventing as many departures as possible from the coasts of Africa by projecting national boundaries as far South as possible (witness the use of Italian drones up to the borders of Libya, Chad and Sudan), legitimizing the role of the Armed Forces in terms of public order and containment of the “immigration menace."  It was also aimed at obtaining financial contributions from the European Union to compensate military forces and offer new investment opportunities for the military-industrial-financial complex. In the end, the big Navy war units were transformed into a “rescue” operation and transported to Sicily in the hope of turning back and dissuading departures. From that comes the Government's demand to find the most honourable exit strategy possible. And so pressure on Brussels and now the Triton hybrid. . .

 

Cafébabel: Is it possible that Mare Nostrum was a key step towards a larger project, created to be seemingly 'humanitarian,' but already destined to escalate into Triton?

Antonio Mazzeo: Yes, originally it was also intended to reinforce international military control in the Mediterranean under the Nato and/or EU banner, framed as a new war against migration and migrants. Italy, after trying to do that first, found itself substantially isolated. I imagine it was because the  armed forces and the governments of European partner countries understood right off that a similar operation would fail to meet their objectives or would have produced the boomerang effect of making the movement of migrants in the Mediterranean less complicated and risky. Triton is none other than a reductive compromise that Renzi, Alfano and Pinotti obtained in Brussels to curtail Armed Forces expenses and “commitments” in the “struggle against migration.”

Cafébabel: What roles in general do Lampedusa and Sicily play on the international scene?

Antonio Mazzeo: Lampedusa has for decades been one the most important “eyes” of the USA and Nato on North Africa, an “advanced point” aggressively projected against Gaddafi's Libya. The small island hosted an important telecommunications station (the Loran C), owned by and for the exclusive use of the US Coast Guard, that was probably also utilized for intelligence and international espionage operations by the NSA agency. Old and new conflicts in the Mediterranean and this very Triton are reviving Lampedusa's role as the “primary port” of disembarkment and “prison camp” for migrants and asylum seekers, are already acting to reinforce national military operations on the island, with the arrival of new Frontex agency operators and the installation of ever more sophisticated radar and telecommunications centres, some of which are financed and made up by NATO.

Cafébabel: There is a current protest on Lampedusa against the new radar installed to monitor migrant routes. In the past, you have monitored the consequences of radar on the local population. What are the risks?

Antonio Mazzeo: The first negative consequences are of the landscape-environmental type. More and more, installations (steel and cement infrastructure, transmission towers, parabolic antennae) are being built in places of extraordinary beauty, sometimes right in the middle of natural reserves and sites of community interest. In reality, radar and telecommunications stations are electromagnetic bombs that subject the population to extremely dangerous levels of toxic waves, with very serious health consequences. Scientific studies have proven the high frequency of illness and serious tumor formation among inhabitants of Niscemi, where the US Navy's largest telecommunications station in the Mediterranean is located and where the land terminal for MUOS, the new United States satellite telecommunications system, has already been installed. On Lampedusa and Linosa as well, cancer cases among inhabitants have now reached extremely worrisome levels by comparison with the rest of Sicily. Is there anyone who can assert that the jungle of radar and cellular telephone systems is not one of the causes triggering this extremely serious public health situation in the Pelagie Islands?

 

Cafébabel: Who do you believe are the principal actors in the European Union interested in a military presence in the Mediterranean? And why?

Antonio Mazzeo: France, Spain, Portugal and Greece seem to me to be the key actors, but we shouldn't forget Great Britain that on the one hand is boycotting Triton while on the other, reinforcing its own aeronautical projects in the Mediterranean or on some Greek bases. It's only Germany that aims to conquer both military and aeronautical leadership in Southern Europe and is more and more frequently using air bases in Sardinia for their own extra-area exercises and operations. And then there is little Slovenia, the only EU country that has furnished a symbolic technical-logistical support to Operation Mare Nostrum. Last but not least, the non-EU countries that the EU, Washington and Nato have for years entrusted with integrated strategic functions on the Mediterranean and Middle Eastern scene: Israel and Turkey in particular, two local powers where the links between political power and the military-industrial complex are very strong.