I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

martedì 30 settembre 2014

Sicilia-Usa: storia di una relazione armata


Dall’Iraq alla Siria, passando per la Libia, fino ad arrivare in Mali, la Sicilia è diventata, ormai da anni, il principale avamposto degli Stati Uniti nella 'Guerra al Terrorismo Globale'. Basi militari, ordigni nucleari, droni, avanzatissimi sistemi radar e, recentemente, anche il MUOS (Mobile User Objective System) di Niscemi, hanno, infatti, trasformato l’Isola in una vera e propria 'portaerei' statunitense, capace di proiettare la potenza di fuoco di Washington in tutto il Medioriente ed Africa. Nella sola stazione aeronavale di Sigonella, pochi chilometri da Catania, il Pentagono ha speso a partire dal 2001 oltre 300 milioni di euro per potenziare la base, trasformando lo scalo siciliano non solo nella seconda più trafficata stazione aeronavale in Europa, ma anche nel principale Comando operativo (su scala planetaria) dei Droni Global Hawk, da cui oggi partono tutte le missioni di ricognizione e attacco contro gli estremisti islamici in nord Africa e nella zona sub-sahariana. A Niscemi, 72 chilometri a sud di Sigonella, con le sue 41 antenne radio a bassa frequenza per la comunicazione navale e sottomarina, si trova, invece, la più grande stazione di telecomunicazioni radio della Marina militare statunitense che, con l’ulteriore installazione di tre grandi antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri e di due trasmettitori elicoidali di 149 metri d’altezza, è diventata anche una delle quattro stazioni terrestri del Sistema Mobile User Objective System.
Ma come si è modificato nel corso del tempo il ruolo strategico della Sicilia? Quali sono le conseguenze principali di tale processi di militarizzazione? Potrebbero esserci delle ripercussioni per la popolazione e per il territorio in generale? Di tutto questo ne parliamo con Antonio Mazzeo, tra gli attivisti tra gli attivisti No MUOS e autore del libro il 'MUOStro di Niscemi. Per le guerre globali del XXI secolo', con cui approfondiremo il fenomeno di militarizzazione dell’isola vista dall'ottica dei movimenti che sono impegnati a contrastarla.
 
Come si è evoluta la presenza statunitense in Sicilia? C’è una data particolare da ricordare?
Io fisserei il momento chiave nel 1973, quando, durante la guerra dello Yom Kippur, la base di Sigonella è diventata una delle principali basi militari per il transito delle truppe statunitensi che andavano a sostenere l’intervento di Israele contro i paesi arabi. Infatti, da quel momento in poi, parallelamente alla contrapposizione Est-Ovest, assume sempre più rilevanza anche il cosiddetto “fianco Sud della NATO”, soprattutto alla luce della crescente competizione per il controllo delle risorse petrolifere in Medioriente e, successivamente, nel continente africano. Da allora, ed in particolare dall’inizio degli anni ottanta con la crisi libica, si è assistito ad una progressiva militarizzazione della Sicilia. In quegli anni, uno dei principali programmi nucleari statunitensi, viene localizzato in un ex base militare di Cosimo, in provincia di Ragusa, dove vengono installate 112 testate nucleari del sistema Cruise di missili a medio raggio. Con la guerra nei Balcani e la prima guerra del Golfo, ma soprattutto con la seconda campagna irachena del 2003, si assiste poi ad una repentina accelerazione nella militarizzazione della Sicilia e il conseguente ampliamento della basi statunitensi, in particolare quella di Sigonella.
Come e quanto è aumentata l’importanza delle basi siciliane per gli Stati Uniti a partire dal 2011, ossia dalla rivoluzioni popolari nel mondo arabo comunemente conosciute come 'Primavere arabe'?
In realtà, già prima del 2011 gli Stati Uniti avevano l’intenzione di creare un comando militare dedicato all’area africana e mediorientale. Nel 2008 nasce infatti AFRICOM, responsabile per le relazioni e le operazioni militari statunitensi che si svolgono in tutto il continente africano, con quartier generale in Germania e i vari sottocomandi localizzati in Italia: tra questi in particolare c’è quello dei Marines della squadra di Pronto intervento di stanza a Sigonella, pronti ad intervenire in qualsiasi momento ed in qualsiasi teatro operativo. Parallelamente, soprattutto dopo l’instabilità causata dalle primavere arabe, Washington ha deciso di utilizzare Sigonella anche come la capitale mondiale dei Droni, concentrando nella struttura buona parte della propria flotta di droni spia, ma anche dei cosiddetti “droni killer”, ossia droni armati di bombe. Gli stessi utilizzati in Libia contro Gheddafi, contro le organizzazioni islamico-militari che si muovono in tutto il Nordafrica, ma anche in Somalia contro gli Shabaab.
Parallelamente ai droni c’è anche il Sistema MUOS di Niscemi. Potrebbe approfondire la questione?
Ovviamente, in una logica di guerra globale e planetaria, in cui è fondamentale far viaggiare in tempi strettissimi una mole immensa di dati, le forze armate statunitensi hanno pensato di potenziare i propri sistemi di telecomunicazioni satellitare. In questo senso hanno deciso di costituire un progetto multimilionario denominato Muos (Mobile User Objective System), ossia un sistema capace di inserire in rete ed interconnettere gli utenti mobili a livello globale ed in tempo reale (dove per utenti intendo i cacciabombardieri, i sottomarini a propulsione nucleare, ma soprattutto la nuova generazione di armi First Strike come i droni). Il MUOS è organizzato con 5 satelliti geostazionari e 4 stazioni terrestri, divise a livello planetario, per poter coprire l’intero sistema di radio-telecomunicazione delle proprie Forze Armate. Inizialmente, le autorità statunitensi avevano deciso di localizzare il nuovo sistema a Sigonella ma, per problemi tecnici (questo sistema poteva disturbare le radiofrequenze degli aerei o provocare l’implosione dei sistemi missilistici e delle testate nucleari) decisero di trasferire il tutto a Niscemi, che già ospita la più grande stazione di telecomunicazioni radio della Marina militare americana, con il compito di inviare informazioni ai sottomarini nucleari schierati in tutto il mondo. Oltre all’installazione del MUOS, in tempi recentissimi, c’è stato anche un rafforzamento di tutti i sistemi radar sparsi in Sicilia e nelle isole minori. Si è assistito ad un enorme potenziamento della base NATO di Trapani, che è stata fondamentale nelle operazioni contro Gheddafi in Libia durante il 2011. Oltretutto, anche attraverso l’operazione Mare Nostrum, tutto l’assetto aeronavale italiano si è ulteriormente spostato verso il fianco sud, ampliando ulteriormente la militarizzazione della Sicilia.

Quali sono le principali conseguenze per il territorio e la popolazione siciliana?
La prima conseguenza è quella di proiettare sempre di più la Sicilia negli scacchieri di guerra planetari e farne, di fatto, la principale piattaforma di guerra e di attacco in tutta l’area Mediterranea, con il rischio di esporre il territorio siciliano a ritorsioni, anche militari. Bisogna infatti ricordare come le guerre si conducono ormai in maniera asimmetrica: oggi è molto più facile che qualsiasi organizzazione militare e terroristica possa attaccare facilmente le basi o i territori intorno alle installazioni militari. Questo sovraespone enormemente la popolazione siciliana a qualsiasi attacco terroristico ritorsivo. Anche sotto il punto di vista ambientale e sull’impatto del territorio il fenomeno di militarizzazione ha delle conseguenze devastanti. Penso a quello che è ormai è stato documentato, da numerosi scienziati e ricercatori, riguardo i fenomeni dell’elettromagnetismo, ma anche quel che riguarda la contaminazione dell’ambiente a seguito delle esercitazioni militari o dalle perdite dagli oleodotti (incidenti già documentati avvenuti a Sigonella e Niscemi). Anche a livello socio-economico ci sono delle conseguenze, in quanto si accelerano i processi di impoverimento dei territori, nonchè limitazioni enormi agli aeroporti civili e di conseguenza al turismo (l’aeroporto Fontanarossa di Catania subisce continue restrizioni a causa dell’attività della vicina base aeronautica di Sigonella). Vorrei anche sottolineare come la militarizzazione acceleri anche i processi di concentrazione e accumulazione criminale (ci sono state parecchie sentenze in cui si sono evidenziate connessioni mafiose di alcune aziende che operavano intorno e all’interno delle basi statunitensi).

La posizione del Governo italiano e delle Amministrazioni locali riguardo il processo di militarizzazione della Sicilia è stata sempre così 'accomodante' o è cambiato qualcosa negli ultimi tempi?
No, direi che non si è verificato nessun cambiamento durante questi decenni. Al contrario, la stessa progressività nei processi di militarizzazione dell’Isola, che aumentano giorno per giorno, dimostrano non solo che non c’è stato nessun atteggiamento avverso, ma al contrario, c’è stata la creazione, in termini sociologici, di una vera e propria borghesia-mafiosa-militare che ha tutti gli interessi a fare della Sicilia una zona franca dove, sia i Paesi Nato che quelli extra-Nato, siano sostanzialmente liberi di fare ciò che vogliono. Questo, di fatto, ha accelerato una serie di progetti devastanti dal punto di vista socio-economico, criminogeno ed ambientale, in cui la vittima principale rimane sempre la popolazione siciliana.
Intervista a cura di Nino Orto, pubblicata il 30 settembre 2014 in L'Indro,


Droni USA Triton per la base siciliana di Sigonella


Dopo i Global Hawk e i Predator dell’Aeronautica militare Usa e i velivoli senza pilota del sistema di sorveglianza e intelligence AGS della Nato, a partire del 2017 la grande stazione aeronavale di Sigonella ospiterà pure i nuovi droni MQ-4C “Triton” della Marina da guerra statunitense. Secondo quanto annunciato dal Pentagono, con l’entrata in servizio dei grandi aerei-spia, saranno utilizzate come basi avanzate le stazioni aeronavali Usa dove oggi operano i pattugliatori marittimi P-3C “Orion”: oltre a Sigonella, le basi US Navy nelle isole Hawaii, Jacksonville (Florida), Kadena (Giappone), Point Mugu (California) e Andersen (Guam, Oceano Indiano).

Il Triton è un velivolo a lungo raggio a pilotaggio remoto, basato sulla piattaforma dell’RQ-4 Global Hawk, versione “Block 20”, prodotto dall’industria aerospaziale Nortrop Grumman. In particolare, rispetto alla versione precedente (quella già operativa a Sigonella con l’US Air Force), nel nuovo drone sono state rinforzate la cellula anteriore e la struttura alare per consentirgli di operare in condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio. Il 18 settembre scorso, il Dipartimento della difesa ha annunciato di aver condotto “con successo” un primo importante test di volo del Triton: il velivolo ha navigato a 15.000 metri d’altitudine per undici ore consecutive dallo stabilimento Northrop Grumman di Palmdale, California sino alla stazione aeronavale di Patuxent River, Maryland, distante 6.090 km, seguendo una rotta prefissata sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Nei prossimi mesi, US Navy conta di far svolgere all’MQ-4C una prima missione transoceanica.

L’ultima generazione dei droni made in USA avrà un costo superiore ai 190 milioni di dollari per ogni unità. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, il Triton potrà operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. Il velivolo godrà di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive.

L’MQ-4C è stato sviluppato nell’ambito del cosiddetto programma BAMS (Broad Area Maritime Surveillance) con cui US Navy punta a rafforzare la propria superiorità strategica nello svolgimento di missioni prolungate d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) su vaste regioni oceaniche e costiere, per localizzare e intercettare unità navali di superficie e sottomarini potenzialmente ostili. Più specificatamente, il sistema BAMS è stato concepito per sviluppare le capacità di raccolta e trasmissione delle informazioni a utenti operativi e tattici (sottomarini a capacità e propulsione nucleare, portaerei, gruppi di volo, ecc.), operando in stretto collegamento con il Global Information Grid (GIG), il network informativo del Pentagono.

L’MQ-4C sarà in grado di operare in modo autonomo e a grande distanza per attività ISR, grazie a una serie nuovi e sofisticatissimi apparati elettronici e sensori radar; tra essi, in particolare, i multi-sensori elettro-ottici all’infrarosso (EO/IR); il sistema ESM (Electronic Support Measures) “LR-100” di Northrop Grumman; un sistema automatico per l’identificazione del traffico navale AIS (Automatic Identification System); il sistema L-3 Communications CDL (Common Data Link) per la trasmissione in banda larga entro l’orizzonte radar in banda Ku e X; un sistema per le comunicazioni satellitari commerciali INMARSAT. Ad essi si aggiunge pure un radar per la scoperta di bersagli aerei denominato AARSS (Air-to-Air Radar Subsystem), fornito da ITT, con antenna a scansione elettronica operante in banda Ku. Il Triton sarà equipaggiato infine con un sensore attivo multi-funzione (MFAS) progettato specificatamente per individuare qualsiasi oggetto si muova nell’oceano. Grazie ai nuovi sensori, il Triton assicurerà una copertura del raggio di ricerca a 360°, ottenendo importanti vantaggi rispetto ai “Global Hawk” nel controllo in tempo reale del traffico marittimo e nell’individuazione dei target nemici.   

Il Pentagono ha avviato il programma per la flotta UAV Triton nel 2008 con lo stanziamento di 1,16 miliardi di dollari. Ad oggi, Northrop Grumman ha completato la costruzione dei primi due dimostratori, mentre un terzo sarà consegnato a breve. Originariamente si prevedeva di fare entrare in funzione i 60 velivoli ordinati entro la fine del 2015. Si sono però registrati alcuni ritardi nelle consegne anche per il cattivo funzionamento di alcuni sistemi a bordo e nel 2012 un drone sperimentale BAMS-D è precipitato al suolo durante un  test di volo vicino all’isola di Bloodsworth, nella contea di Dorchester (Maryland), dopo essere decollato dalla vicina base aeronavale di Patuxent River. Nell’aprile 2013, il Pentagono ha annunciato che la produzione del nuovo drone sarebbe slittata dall’anno fiscale 2014 al 2015 “onde effettuare ulteriori test di volo, acquisire i requisiti tecnici per lo stabilizzatore di coda e il timone verticale e completare l’integrazione del software per i sensori marittimi”. Secondo il Naval Air Systems Command (NAVAIR) degli Stati Uniti d’America, la capacità operativa iniziale del sistema a pilotaggio remoto MQ-4C sarà raggiunta nel 2017. Recentemente sono stati aggiudicati due contratti, il primo per la costruzione del complesso che controllerà le missioni mondiali del Triton all’interno della base navale di Jacksonville; il secondo per realizzare la facility per la manutenzione e le attività d’addestramento dei piloti che teleguideranno i Triton nella base navale di Point Mugu, a nord di Los Angeles.
L’MQ-4C BAMS opererà congiuntamente al pattugliatore marittimo a lungo raggio Boeing “P-8A Poseidon” che sostituirà a breve i vecchi P-3C “Orion” di Lockheed Martin nelle attività di sorveglianza marittima e guerra ai sottomarini e al naviglio di superficie. Dopo avre individuato gli obiettivi da colpire, Triton e Poseidon forniranno le necessarie informazioni ai gruppi di volo, alle forze di pronto intervento aeronavale, ai gruppi di portaerei e alle altre forze d’attacco di US Navy.
Il Boeing “P-8 Poseidon” (conosciuto in origine come Multimission Maritime Aircraft o MMA) ha un’architettura simile a quella del velivolo Boeing 737, utilizzato per il traffico civile. Con una lunghezza di 39,47 metri, un’apertura alare di 35,72 e un equipaggio di nove unità, il Poseidon può raggiungere una velocità massima di 907 km/h, e un’altitudine di 12,500 m. Il nuovo velivolo avrà la massima interoperabilità nei futuri campi di battaglia marittimi e litoranei, grazie a un dispositivo bellico polivalente comprendente sistemi di sono-boe e siluri, cariche di profondità, mine, missili antinave “Harpoon”, e Slam-ER, AGM-84H/K e AGM-65F “Maverick” per colpire obiettivi terrestri. La Marina Usa ha in programma di acquisire 117 P-8A; la  costruzione dei primi sei velivoli fu affidata nel gennaio 2011 a un consorzio d’imprese statunitensi guidato dal colosso Boeing e formato da Cfm International, Northrop Grumman, Raytheon, Spirit AeroSystems, Bae Systems e Ge Aviation (valore della commessa 1,6 miliardi dollari). Altri due lotti per 31 Poseidon sono stati commissionati tra il 2012 e il 2013; nel febbraio 2014, US Navy ha ordinato 16 ulteriori velivoli (costo 2,4 miliardi di dollari). Con quest’ultimo contratto gli ordini complessivi sono saliti a 53 pattugliatori, 13 dei quali già consegnati e operativi negli Stati Uniti e nello scalo giapponese di Kadena. Nei prossimi mesi i Poseidon inizieranno ad essere schierati nell’immancabile base siciliana di Sigonella.

giovedì 25 settembre 2014

Lampedusa sentinella Nato del Mediterraneo


Lampedusa torna a fare da avamposto delle forze armate italiane e Nato nel Mediterraneo. A dare nuova linfa ai processi di militarizzazione della piccola isola a sud della Sicilia, l’installazione di due potenti impianti di sorveglianza radar. Come rivelato dal settimanale L’Espresso, gli impianti di Lampedusa hanno ricevuto il primo via libera con la conferenza di servizio del 15 luglio scorso. Il primo di essi sarà predisposto dalla Marina militare nell’ambito del programma pluriennale di ammodernamento e potenziamento delle infrastrutture nazionali (in tutto undici), facenti parte della Rete radar costiera (RRC) e della Centrale di Sorveglianza Marittima Associata (CSMA), la piattaforma fondamentale per la cosiddetta Consapevolezza della Situazione Marittima che consente di avere sotto controllo tutte le attività navali in corso nel Mediterraneo. Avviato dal ministro della Difesa nel maggio 2009, il programma prevede l’acquisizione di radar di nuova generazione per la sorveglianza Over the Horizon (cioè per l’individuazione di grandi obiettivi “nemici” oltre l’orizzonte ottico), prodotti da aziende del gruppo Finmeccanica. I nuovi impianti saranno dotati di sensore di scoperta a compressione digitale d’impulsi con capacità ISAR (Inverse Synthetic Aperture Radar) e avranno un costo complessivo non inferiore agli 83 milioni di euro.

Nella versione più soft fornita dai comandi della Marina, il programma di ammodernamento della Rete radar costiera “è stato voluto per incrementare la capacità di protezione e sorveglianza dei traffici mercantili; il controllo dei flussi migratori via mare; la lotta ai traffici illeciti quali narcotraffico, traffico d’armi e di esseri umani; la vigilanza sulla pesca; la ricerca e il soccorso; il controllo dell’inquinamento marino”. Ma più di tutto, i nuovi radar rispondono alle esigenze degli strateghi di guerra di potenziare le azioni di contrasto di “qualsiasi tipo di minaccia”, comprese quelle di “natura asimmetrica caratterizzanti lo scenario internazionale, come le eventuali attività svolte da organizzazioni terroristiche internazionali”.

L’impianto di Lampedusa assicurerà la copertura in profondità fino a 100 miglia nautiche dalla costa; le informazioni raccolte saranno riportate alle due centrali di controllo della Rete di Taranto e Augusta, che trasmettono la situazione complessiva dell’area di pertinenza al Comando in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) di Santa Rosa-Roma, per un’integrazione finale nel sistema di supporto al comando della Marina militare (il Marittime Command and Control Information System – MCCIS). Oltre ai dati forniti dalle diverse stazioni della Rete radar costiera, alla potenziata Centrale operativa di Sorveglianza Marittima convergeranno le informazioni raccolte dal Centro virtuale regionale del traffico marittimo VRMTC (il programma avviato su iniziativa della Marina militare italiana nel 2005 che prevede lo scambio di informazioni con una trentina di paesi Nato e della sponda Sud del Mediterraneo); dai sensori delle unità in navigazione e dei velivoli da pattugliamento e degli elicotteri imbarcati o impiegati da basi avanzate a terra; dai sistemi in dotazione della Guardia di Finanza (proprio a Lampedusa la Gdf ha installato il radar anti-migranti EL/M-2226 ACSR, acquistato in Israele dalla Elta Systems Ltd grazie al Fondi per le frontiere esterne Ue 2007-13), della Guardia Costiera, delle forze di polizia e degli alleati Nato e Ue. “La Centrale Nazionale di Sorveglianza Marittima dovrà interfacciarsi con i sistemi di sorveglianza marittima di altre Nazioni e/o Organizzazioni internazionali”, aggiunge il ministero della Difesa. In particolare, i nuovi radar costieri funzioneranno in rete con gli impianti previsti dal Project Team MARSUR (WG1 o Maritime Surveillance Networking), il programma promosso dall’European Defence Agency con le Marine militari di Cipro, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia e la collaborazione di Frontex (l’agenzia europea d’intelligence anti-immigrazione), con lo scopo d’individuare “una soluzione comune per lo scambio d’informazioni sulla sorveglianza marittima”.

Il secondo radar previsto nell’isola di Lampedusa sarà messo a disposizione della 134^ Squadriglia Radar Remota dell’Aeronautica italiana, il primo avamposto della Nato nel Mediterraneo meridionale, come spiega il portavoce della Difesa. In una nuova torre di alloggiamento a Cala Ponente, l’impianto ospiterà il Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL, acquistato dall’Aeronautica per la sorveglianza aerea a lunga portata e il potenziamento della rete operativa integrata nella catena di comando, controllo, comunicazione ed intelligence dell’Alleanza Atlantica.

Con un contratto del valore di 260 milioni di euro sottoscritto con Selex Es (Finmeccanica), la Difesa ha ordinato dodici impianti radar FADR per altrettanti siti italiani (oltre a Lampedusa, le stazioni siciliane di Noto-Mezzogregorio e Perino-Marsala; Mortara, Pavia; Borgo Sabotino, Latina; Capo Mele, Savona; Crotone, Jacotenente, Foggia; Lame di Concordia, Venezia; Otranto; Poggio Renatico, Ferrara; Potenza Picena, Massa Carrara), più due sistemi configurati nella versione mobile (DADR - Deployable Air Defence Radar).

Il FADR può essere controllato anche da centri posti a notevole distanza e la configurazione meccanica con cui è stato disegnato consente facilità di assemblaggio e smontaggio nei campi di battaglia. “Il RAT31-DL è stato sviluppato per rispondere ai futuri bisogni della difesa, dove la superiorità delle informazioni e dei comandi giocherà un ruolo sempre maggiore”, spiegano i manager di Selex-Finmeccanica. “Il sistema ha eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili, può supportare diverse funzioni come la difesa da missili anti-radiazione e da contromisure elettroniche. In Italia il FADR consentirà di controllare anche la presenza di missili balistici e comunicherà con gli altri punti di controllo nazionali e della Nato”. Grazie alla nuova rete radar, l’Aeronautica militare potrà pure avviare la sostituzione dei propri sistemi di sorveglianza aerea e rendere disponibili le frequenze necessarie all’introduzione della nuova tecnologia Wi-MAX (Worldwide Interoperability for Microwave Access) di accesso internet ad alta velocità in modalità wireless.

Il ministero della Difesa non ha inteso fornire i dati relativi alle emissioni elettromagnetiche del nuovo impianto radar di Lampedusa, affermando che “il programma è sottoposto a secretazione”. Scarne pure le informazioni sulle caratteristiche tecniche e di funzionamento del sistema FADR rese dall’azienda produttrice. La brochure di Selex ES rivela solo che il Fixed Air Defence Radar opererà in banda D e avrà una portata sino a 470 km di distanza e 30 km in altezza, una potenza media irradiante di 2,5 kW  e una potenza dell’impulso irradiato di 84 kW. L’antenna opererà in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band), all’interno dello spettro delle cosiddette “microonde”.

Il 10 gennaio 2012, rispondendo a un’interrogazione parlamentare che stigmatizzava i rischi per l’uomo e l’ambiente delle emissioni elettromagnetiche del radar RAT31-DL di Marsala-Perino, l’allora ministro della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, affermava che “il nuovo radar, grazie al tipo di realizzazione e ad una tecnologia molto avanzata, presenta caratteristiche migliori rispetto al radar già esistente e sito nella medesima area, sia in termini di efficienza che di livelli di emissione elettromagnetica, riducendo la potenza di picco di trasmissione del 50% circa”. I dati, sempre insufficienti o incompleti, sulle emissioni riscontrate nel territorio marsalese erano in verità tutt’altro che tranquillizzanti. Sempre per Di Paola, “il valore massimo (picco) del campo elettrico prodotto dal radar attualmente in uso e riscontrato lungo la contrada Bufalata (a circa 1 chilometro dall’installazione militare) è di circa un quarto del limite previsto di 1952 V/m, mentre il valore massimo (medio) del campo elettrico (sempre a circa 1 chilometro dall’installazione militare), è di circa 7 millesimi del limite previsto di 61 V/m.”. Nessun rischio in futuro, dunque, per gli abitanti di Lampedusa? A Borgo Sabotino (Latina), dopo l’entrata in funzione del FADR RAT31-DL presso il locale centro radar dell’Aeronautica militare, i residenti hanno denunciato l’insorgenza di anomale interferenze che impediscono il buon funzionamento degli strumenti elettronici d’utilizzo quotidiano. Con un’interrogazione parlamentare, alcuni senatori del Movimento 5 Stelle hanno chiesto ai ministri della Difesa e della Salute “se siano a conoscenza dei problemi registrati a Borgo Sabotino e del corretto svolgimento degli atti e fatti che abbiano portato all’istallazione di antenne e apparecchiature simili, sia del grado dell’affidabilità di tale procedimento e dell’impianto funzionante per la salute dei cittadini residenti”. Ad oggi, però, il governo non ha voluto rispondere.

Con il nuovo impianto radar, l’Aeronautica militare rafforzerà ulteriormente il proprio dispositivo a Lampedusa. L’Ami è presente sull’isola dal 1958 con il “Teleposto Telecomunicazioni” e la “Stazione di Meteorologia”. Tale presenza si è ulteriormente evoluta negli anni successivi; nel 1986, con lo scoppio della crisi Usa-Libia e l’ancora misteriosa vicenda relativa al (presunto) lancio di due missili “Scud” contro la stazione trasmittente Loran C, gestita dal 1972 a Lampedusa da personale del Servizio Guardia Coste Usa, fu costituita la 134^ Squadriglia Radar, dotata prima del Sistema AN-FPS-8 e, nel 1989, del sistema MRCS (Mobile Radar Combat System), allo scopo di “garantire la sorveglianza e il controllo dello spazio aereo nazionale e Nato da eventuali minacce provenienti dall’aerea del Nord Africa”, come riporta il sito ufficiale dell’Aeronautica italiana. Sempre a Lampedusa, nel 1993, fu costituito il “Distaccamento Aeronautico” adiacente all’aeroporto (scalo classificato come “civile” pur se utilizzato spesso da aerei ed elicotteri militari), con la funzione di fornire il supporto logistico, tecnico e amministrativo a tutti gli enti dell’Aeronautica militare presenti sull’isola. A fine 1994, la 134^ Squadriglia prese possesso della stazione Loran C, dismessa dagli Stati Uniti d’America; quattro anni più tardi il reparto assunse la configurazione di “sensore remoto” con riporto dati al sito master di Noto-Mezzogregorio, sede del 34° Gruppo Radar. Nel 2004 venne installato nella ex base Loran il sistema radar a lungo raggio RAT-31 SL di Slex-Finmeccanica. A partire del 5 agosto 2008, con l’entrata in vigore del cosiddetto “decreto sicurezza” volto a contrastare la criminalità e l’immigrazione clandestina, il contingente dell’Aeronautica militare fu destinato alle attività di vigilanza interna ed esterna del Centro di identificazione ed espulsione / Centro di primo soccorso ed accoglienza migranti di Lampedusa. Gli avieri sono stati poi utilizzati a supporto degli interventi del personale dell’Esercito, della Polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera, giunto in massa nell’isola con le crescenti “emergenze-sbarchi” di migranti e richiedenti asilo.

Gli uomini della 134^ Squadriglia Radar e del Distaccamento Aeronautico hanno pure fornito l’assistenza ai velivoli militari C-130J “Hercules”, utilizzati per trasferire i migranti in altri centri italiani, e agli automezzi della Protezione civile adibiti a Lampedusa al trasporto tende, bagni chimici, letti e derrate alimentari. Nel gennaio 2008, dopo la decisione del governo di allestire un nuovo CIE nei locali della ex base statunitense Loran C, gli avieri hanno curato i lavori di allestimento del centro-lager di 200 posti letto e le relative “operazioni minime di messa in sicurezza”. L’infrastruttura, carente di servizi medico-sanitari e spazi di socializzazione e del tutto isolata dal contesto isolano, è stata poi classificata eufemisticamente come “Centro di prima accoglienza migranti” e utilizzata dopo il 2011 anche per la detenzione di donne e minori non accompagnati.
Nei mesi scorsi, le autorità governative hanno decretato la fine della missione del personale dell’Esercito italiano, presente stabilmente a Lampedusa dalla primavera del 1986. “L’operazione Strade Sicure che garantirà la vigilanza del Centro di Soccorso e Prima Accoglienza continuerà comunque sull’isola sotto il comando del Raggruppamento Sicilia Occidentale (Reggimento Lancieri d’Aosta con sede a Palermo) e verrà condotta da un plotone di venti uomini dell’Aeronautica Militare”, ha chiarito il ministero della Difesa. La componente terrestre utilizzò originariamente come base operativa una struttura a Contrada Imbriacola, passata al demanio nel 2006 e successivamente divenuta sede del CIE/Centro migranti. “I compiti principali dell’Esercito sono stati quelli della vigilanza in concorso alle forze dell’ordine del Centro di soccorso e prima accoglienza e la vigilanza del deposito di barconi impiegati dagli scafisti”, ricorda la Difesa. “L’Esercito ha impiegato sull’isola anche alcuni militari di origini africane, con compiti di mediazione culturale, per facilitare i rapporti tra Istituzioni e migranti e interpretarne le esigenze utilizzando la loro lingua madre”. La migliore narrazione per trasformare agenti e 007 in samaritani…

venerdì 19 settembre 2014

Aerei made in Italy al Ciad dei diritti umani violati


Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, sta per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.

Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.

Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.

Secondo quanto rivelato da alcuni dispacci inviati a Washington dal corpo diplomatico Usa residente a ‘Ndiamena, il governo del Ciad avviò le procedure d’acquisto con l’azienda italiana a fine 2008, dopo aver preferito lo “Spartan” al C-130J “Super Hercules” prodotto negli Stati Uniti da Lockheed Martin. “Scegliere i C-27J sarebbe più economico per le autorità del Ciad che acquistare i C-130J e non dovrebbe essere più costoso che comprare C-130H riadattati”, si legge nel cable Usa. “I C-27J possono atterrare in molti più aeroporti del Ciad dei più grossi C-130, sia nella versione J o H, così da complementare gli sforzi del Governo degli Stati Uniti a rendere i militari del Ciad pronti a combattere il terrorismo nelle vaste, remoti, scarsamente popolate e non governate regioni settentrionali del Sahara e del Sahel”. Il Dipartimento di Stato ha investito importanti risorse umane e finanziare per consolidare la partnership con le autorità del Ciad. A fine maggio, l’amministrazione Obama ha autorizzato l’invio a N’Djamena di un  contingente militare di 80 unità e di un velivolo-spia a pilotaggio remoto “Predator” per concorrere alle attività d’intelligence e “antiterrorismo” e operare nell’individuazione delle fazioni islamiche radicali accusate del rapimento in Nigeria di 275 giovani studentesse. “La task force resterà in Ciad fino a quando non sarà risolta la vicenda del sequestro”, ha spiegato il presidente Obama in una nota inviata al portavoce della Camera dei Rappresentanti, John Boehner. A metà aprile un team della Special-Purpose Marine Air-Ground Task Force Africa 14, la forza di pronto intervento del Corpo dei Marines istituita di recente nella base siciliana di Sigonella per intervenire negli scacchieri più critici del continente africano, è intervenuta nello Zakouma National Park, per addestrare un centinaio di ranger ciadiani in “piccole operazioni tattiche, pattugliamento, tiro, mobilità terrestre e contrasto ai traffici illeciti”. Sempre dall’Italia sono partiti a giugno i reparti di US Army Africa, il Comando delle forze terrestri statunitensi per il continente africano di stanza a Vicenza, che insieme alla 2^ Brigata di fanteria Usa di Fort Riley, Kansas, hanno svolto un intenso ciclo addestrativo nel deserto a favore di più di 4.000 militari di Ciad, Guinea e Malawi. Sempre nel 2014, US Army Africa Vicenza e un team di medici dell’esercito provenienti dagli Stati Uniti d’America hanno condotto una lunga esercitazione di “pronto intervento sanitario” presso l’Ospedale militare di N’Djamena.

L’alleanza tra le autorità governative del Ciad, l’amministrazione Obama e il complesso militare industriale occidentale si rafforza nonostante aumentino a livello internazionale le denunce sulle gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate nel paese africano. “In Ciad, sindacalisti, giornalisti e difensori dei diritti umani hanno subito arresti arbitrari, minacce, vessazioni, intimidazioni e il sistema di giustizia penale è stato usato per vessare oppositori politici”, riporta l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International. Le libertà d’espressione sono negate anche ai diversi leader religiosi. Il 14 ottobre 2013, il governo ha ordinato l’espulsione dal paese del vescovo cattolico di Doba, monsignor Michele Russo, a seguito di un’omelia pronunciata durante una messa, in cui si denunciava la malversazione delle autorità e l’iniqua distribuzione delle ricchezze derivanti dai proventi petroliferi nella regione.

“Nel corso del 2013 sono proseguiti gli arresti arbitrari e le detenzioni preprocessuali per lunghi periodi”, aggiunge Amnesty. “Si sono succedute notizie secondo cui nelle file dell’esercito nazionale del Ciad venivano reclutati minori, anche in numeri massicci. È proseguito anche il reclutamento e l’impiego di minori da parte di gruppi armati ciadiani e sudanesi”. In particolare, sempre secondo l’organizzazione non governativa, molti bambini nei dipartimenti di Assoungha e Kimiti, nella regione orientale del Ciad, si sarebbero recati in Sudan per prestare servizio in diversi gruppi armati.Le forze di sicurezza e le guardie carcerarie hanno continuato a infliggere punizioni crudeli, disumane e degradanti, comprese percosse, nella pressoché totale impunità”. Penitenziari come gironi infernali, superaffollati, senza assistenza medica, dove il cibo e l’acqua sono insufficienti e i rischi di contagio delle malattie come la tubercolosi sono altissimi. “Nella maggior parte delle carceri, uomini, donne e minori venivano tenuti indiscriminatamente assieme, mentre ad Abéché, Sarh e Doba, i reclusi spesso venivano incatenati”, denuncia Amnesty.
Ancora più gravi le condizioni di vita dei sempre più numerosi rifugiati che riescono a raggiungere il Ciad dai paesi confinanti. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), al 31 dicembre 2013, 281.000 cittadini sudanesi erano “ospiti” in dodici campi profughi nella regione orientale del Ciad, mentre 79.000 rifugiati provenienti dalla Repubblica Centrafricana risiedevano nel sud del paese. In quasi tutti i casi si tratta d’insediamenti “informali”, dove i rifugiati arrivano stremati e denutriti, alcuni con evidenti segni di ferite d’arma da fuoco o affetti da dissenteria, scabbia e malattie infettive. Come rileva ancora l’UNHCR, “gli scarsi aiuti e le condizioni d’insicurezza generale che regnano nei campi rifugiati alla frontiera con la Repubblica Centrafricana rischiano di generare una seconda crisi umanitaria in Ciad, oltre quella che si vive oggi nel vicino paese”. Ciononostante, l’11 maggio 2014 il presidente ciadiano Idriss Déby ha annunciato la chiusura dei 1.000 chilometri di frontiera con la Repubblica Centrafricana, decisione che secondo Amnesty International “avrà un impatto devastante su uomini, donne e bambini in fuga da un conflitto in cui la violenza peggiora di giorno in giorno”. Un mese prima, le forze armate del Ciad avevano formalizzato il ritiro del contingente di 850 soldati dalla forza di peacekeeping dell’Unione africana nella Repubblica Centrafricana, dopo che alcuni militari ciadiani erano stati accusati, sulla base di prove credibili, di aver aperto il fuoco in modo indiscriminato contro i civili.

martedì 16 settembre 2014

Maxi unità da guerra Fincantieri all’Algeria


Entro la fine dell’anno la Marina militare della Repubblica d’Algeria potrà estendere il suo raggio d’azione a tutto il bacino mediterraneo e all’Africa occidentale. Nei giorni scorsi, presso lo stabilimento Fincantieri di Muggiano (La Spezia), si è svolta la cerimonia di consegna di una grande unità da guerra anfibia, la “Kalaat Beni-Abbes” che farà da nuova ammiraglia della flotta della Marina algerina. L’imbarcazione è nata dall’evoluzione tecnologica delle unità da sbarco e supporto logistico della classe “San Giusto”, in dotazione della Marina militare italiana; ha una lunghezza di 143 metri, una larghezza di 21,5 metri e un dislocamento a pieno carico di 8.800 tonnellate. A una velocità di crociera superiore ai 20 nodi, la nuova nave ammiraglia potrà trasportare oltre 600 persone (152 membri d’equipaggio, 12 addetti al servizio volo e 430 marines), 15 carri armati o 30 tank blindati leggeri e 5 elicotteri da combattimento di medie dimensioni. La “Kalaat Beni-Abbes” dispone di un ponte di volo con due punti di atterraggio per elicotteri, a prua e a poppa, ed è attrezzata con un ospedale da 60 posti letto e diverse sale operatorie, per operare come supporto sanitario alle truppe. All’interno dell’unità è presente un bacino allagabile che può alloggiare un mezzo da sbarco di pronto intervento lungo 20 metri e pesante 30 tonnellate, su cui possono essere imbarcati 140 uomini o un carro armato pesante; altre due imbarcazioni di pari dimensioni possono viaggiare fissate sul ponte garage, ed essere movimentate attraverso un carroponte. Il sistema d’armamento, prodotto anch’esso in Italia da aziende del gruppo Finmeccanica, include i missili antiaerei a corto raggio Aster 15 (MBDA-Thales-Finmeccanica) e i cannoni OTO Melara da 25 e 76 mm. Le apparecchiature elettroniche includono il radar EMPAR prodotto da Selex ES (altra impresa italiana del gruppo Finmeccanica), il sistema di rilevamento e guerra elettronica SCLAR-H (OTO Melara) e il sistema di gestione combattimento “Athena-C” (Selex ES).

L’unità da guerra è stata commissionata nel 2011 dal Ministero della difesa algerino a Orizzonte Sistemi Navali (società controllata da Fincantieri e partecipata da Selex ES) ed è stata realizzata per un buon 90% negli stabilimenti Fincantieri di Muggiano e Riva Trigoso (Sestri Levante). Responsabile dell’integrazione dei sistemi di bordo è stata la Seastema SpA, società con sede a Genova operante nella progettazione, sviluppo e realizzazione di sistemi di automazione integrata in ambito navale, creata nell’ambito di una joint venture paritetica tra Fincantieri e la holding svizzera ABB. Oltre alla costruzione della “Kalaat Beni-Abbes”, Fincantieri ha coordinato la produzione nel cantiere navale algerino di Mers El Kebir (città del nord-ovest nei pressi di Orano) delle tre unità da sbarco minori Landing Craft Vehicle Personnel – LCVP, trasportabili dalla nave ammiraglia. Il valore della commessa è stato stimato in 400 milioni di euro circa, più il costo dei cinque elicotteri AW101 che la Marina militare algerina ha ordinato ad AgustaWestland  (Finmeccanica).

La decisione algerina di commissionare all’Italia la costruzione della grande unità da guerra è il frutto di un sapiente e spregiudicato pressing promozionale orchestrato congiuntamente dai manager di Fincantieri, dal governo italiano guidato al tempo da Romano Prodi e dai massimi vertici della Marina militare. Nel novembre del 2007, il complesso militare-politico-industriale italiano organizzò una trasferta in Algeria della nave da sbarco “San Giusto”, con a bordo assetti anfibi del Reggimento San Marco ed elicotteri da guerra antisommergibile “Sikorsky SH-3D”; in tale occasione fu organizzata, a favore degli osservatori delle forze armate algerine, una dimostrazione delle capacità anfibie dell’unità navale, degli elicotteri e dei veicoli dei marò imbarcati. A guidare la delegazione italiana ad Algeri, c’era il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, senatore ligure eletto nelle liste dei Democratici di sinistra-Ulivo, poi presidente Pd dell’Autorità portuale di La Spezia.

La Marina militare ha offerto il suo importante contribuito all’affaire, fornendo il supporto logistico e l’addestramento dell’equipaggio algerino. “Questo progetto ha visto la luce nell’ambito di un ampio e innovativo  programma di cooperazione italo-algerina che attribuisce, alla Marina Militare Italiana, un pieno e diretto coinvolgimento nell’addestramento del primo equipaggio”, riporta il comunicato stampa emesso dal Ministero della Difesa il 17 gennaio 2014, in occasione del varo dell’unità da sbarco, evento che era stato posticipato di un mese a causa di un incidente mortale accaduto nello stabilimento Fincantieri di Riva Trigoso a un ufficiale della società di rimorchiatori incaricata di assistere la “Kalaat Beni-Abbes”.

Dall’ottobre 2013 ad oggi, la Marina italiana ha gestito intensi cicli addestrativi a favore di 190 militari algerini. Le attività sono state svolte presso il Centro di Addestramento Aeronavale della Marina Militare (MARICENTADD) di Taranto e presso l’Ufficio Allestimento e Collaudo Nuove Navi (MARINALLES) di La Spezia. A fine novembre, l’unità da guerra algerina sarà trasferita a sud di Taranto per svolgere una prima missione in mare aperto e le esercitazioni a fuoco con i cannoni OTO Melara da 76 mm. Nel primo semestre 2015 alcuni ufficiali algerini saranno ospiti a Taranto del Centro di simulazione al combattimento della Marina militare, mentre un altro gruppo di militari algerini sarà addestrato presso la base navale di La Spezia. Nella città ligure ci si avvarrà inoltre delle strutture disponibili presso la “Fincantieri Training Academy”, un progetto nato per iniziativa della holding italiana della cantieristica e della Marina militare, destinato alla formazione del personale di bordo delle unità in via di consegna. “Il crescente impegno nell’assistenza tecnica ed addestrativa alla Marina Algerina presso l’industria nazionale si aggiunge alle attività già supportate da MARINALLES La Spezia nell’ambito delle cooperazioni internazionali (Iraq, Kenya, Russia, India, Finlandia, Emirati Arabi Uniti)”, spiega il Ministero della Difesa. “L’impegno della Marina Militare ha per molti aspetti un carattere innovativo nel mondo delle costruzioni navali, rappresentando un esempio prima unico e vincente delle sinergie che Industria e amministrazione della Difesa possono mettere a disposizione del Sistema Paese italiano. Il settore addestramento marine estere costituisce una preziosa risorsa, poiché l’aggiunta di un pacchetto addestrativo rende l’offerta di costruzioni di nuove navi molto più appetibile, accrescendo notevolmente la competitività della cantieristica nazionale”.
Le autorità militari algerine hanno fatto sapere di voler ordinare anche un’unità cacciamine ai cantieri Intermarine di Sarzana (La Spezia), affidando ancora una volta l’addestramento dell’equipaggio alla Marina italiana. Algeri si conferma un ottimo cliente anche per Finmeccanica. Oltre agli AW101 che saranno imbarcati sulla “Kalaat Beni-Abbes”, nell’agosto 2012 la Marina algerina ha ordinato ad AgustaWestland sei elicotteri Super Lynx 300 da destinare alle due fregate lanciamissili della classe “Meko A200” acquistate in Germania. I Super Lynx non saranno però prodotti in Italia, bensì a Yeovil (Gran Bretagna). Altri quattro elicotteri Super Lynx Mk 130 e sei AW101 Mk 610 Merlin sono stati consegnati alle forze armate algerine tra la fine del 2010 e l’inizio 2011. Secondo quanto pubblicato recentemente dal periodico Air Forces Monthly, le autorità algerine sarebbero intenzionate ad affidare ad AgustaWestland la produzione di un’ottantina di elicotteri AW101 e AW109 da destinare ai reparti militari, di polizia e della Gendarmeria nazionale.

domenica 14 settembre 2014

Paracadutisti italiani nell’inferno centrafricano


Nuovo intervento delle forze armate italiane in terra africana. Nei giorni scorsi si è concluso a Bangui, capitale della martoriata Repubblica Centrafricana, lo schieramento di una cinquantina di militari dell’Esercito che saranno integrati nella forza multinazionale dell’Unione Europea, attivata in loco lo scorso giugno (EUFOR RCA). Il personale italiano proviene dall’8° Reggimento genio guastatori della Brigata paracadutisti “Folgore” di Legnago (Verona) ed è stato schierato presso la base “Ucatex” di Bangui, mentre due ufficiali saranno impiegati presso il Comando generale operativo di Larissa (Grecia). La missione italiana nella Repubblica Centrafricana non si concluderà prima del 15 dicembre 2014 ed è stata finanziata con 2.987.065 euro grazie al decreto legge n. 109 dell’1 agosto scorso che ha prorogato sino alla fine dell’anno le sempre più numerose missioni internazionali delle forze armate e di polizia.

Secondo quanto comunicato dal Ministero della difesa, i parà avranno il compito di “garantire il supporto della mobilità delle forze europee, la ricognizione e il mantenimento degli assi di comunicazione, la bonifica di residuati bellici e la realizzazione di lavori infrastrutturali di base in favore di EUFOR, della popolazione e del governo locale”. Ai militari sarà affidato inoltre il monitoraggio delle attività di ricostruzione di un ponte, progetto finanziato dall’Ue e affidato a imprese locali. Il contingente italiano disporrà di un importante parco macchine operatrici del genio e di un congruo numero di veicoli blindati multiruolo “Lince” (Iveco), dotati di torretta remotizzata “Hitrole”.

La Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri del continente africano, è vittima da due anni di una sanguinosa guerra civile che ha già causato migliaia di vittime e più di un milione e trecentomila sfollati. Nel marzo 2013, una coalizione di forze a prevalenza islamica, denominata “Séléka”, che accusava il governo di non aver rispettato gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011, occupava Bangui e costringeva alla fuga il presidente (ex golpista) Francois Bozizé. Da allora il conflitto tra le diverse fazioni si è esteso a tutto il paese, mentre il nuovo governo di transizione guidato da Catherine Samba-Panza evidenzia fragilità e divisioni interne.

La componente militare dell’Unione Europea nella Repubblica Centrafricana è costituita attualmente da 750 unità di diverse nazioni e comprende anche una forza di polizia. Le attività di EUFOR RCA vengono svolte nel quadro della risoluzione Onu n. 2134 del 28 gennaio 2014 e della decisione del Consiglio Europeo del 10 febbraio, che hanno autorizzato un’operazione militare transitoria di “stabilizzazione interna” in vista del pieno dispiegamento della missione MISCA (Mission internationale de soutien à la Centrafrique), varata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel dicembre 2013 e posta sotto l’autorità dell’Unione Africana. Entro la fine di quest’anno MISCA conterà su un contingente di circa 4.000 militari e 150 membri civili, provenienti principalmente da Burundi, Camerun, Ciad, Gabon e Repubblica del Congo. Secondo gli accordi assunti internazionalmente, il governo di transizione dovrebbe fissare lo svolgimento di nuove elezioni politiche entro il febbraio 2015, mentre la missione Onu-Ua dovrebbe assicurare lo stazionamento nella Repubblica Centrafricana di 12.000 effettivi entro la fine del prossimo anno.

Questo, almeno, sulla carta. In realtà è possibile che Bruxelles decida di estendere EUFOR RCA a buona parte del 2015, rafforzando il numero dei reparti impiegati. Come ammesso dall’ex Alta rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza dell’Unione europea Catherine Ashton, “EUFOR RCA è stata voluta per sostenere lo sforzo politico-militare del governo francese, che ha inviato prontamente a Bangui più di 1.600 militari nell’ambito dell’Operazione Sangaris. Un intervento, quello francese, che ha il merito di non occultare le sue reali finalità neocoloniali mentre invece l’Ue ha scelto l’ipocrita formula della “missione umanitaria”. La task force francese ha infatti come obiettivo chiave la protezione dei giacimenti di uranio di Bakouma (prefettura di Mbomou), di proprietà della transnazionale parigina Areva e della China Guandong Nuclear Power Company. Si tratta della principale miniera mondiale per l’estrazione del prezioso minerale, utilizzato in Francia per la produzione di energia e testate nucleari.

L’Unione Europea sta pure rafforzando gli aiuti economici-finanziari a favore delle autorità di governo di Bangui. Ad agosto, a conclusione del meeting dei ministri Ue della Cooperazione allo sviluppo di Firenze, è stato approvato un fondo pro-Repubblica Centrafricana di 64 milioni di euro che si aggiungono agli 84 milioni stanziati in precedenza dalla Commissione europea. Altri “aiuti” giungeranno da Stati Uniti (43 milioni di dollari), Banca Mondiale (100 milioni di dollari) e African Development Bank (75 milioni di dollari). Nel corso del 2014, l’Italia ha destinato complessivamente 2 milioni di euro per far fronte all’emergenza umanitaria nel paese centrafricano e finanziare due progetti, il primo nel settore della “protezione dell’infanzia e dell’istruzione” affidato all’UNICEF, e il secondo nel campo della “sanità e della sicurezza alimentare”, che sarà realizzato dalle ONG italiane già attive nella Repubblica Centroafricana. A febbraio, inoltre, il Dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri ha inviato a Bangui un aereo cargo contenente kit sanitari per un valore complessivo di centomila euro, da destinare agli sfollati dai combattimenti.
Buona parte delle attrezzature e degli “aiuti” a favore delle missioni Onu e Ue nella Repubblica Centrafricana, sono stati inviati dallo scalo aeroportuale di Brindisi, dove è ospitato dal 1994 il Centro Servizi Globale delle Nazioni Unite (UNGSC) che supporta le operazioni di “peacekeeping” e, dal 2000, la Base di pronto intervento umanitario (UNHRD), che opera a favore del World Food Program. Nello specifico, l’Aeronautica militare italiana, grazie al proprio distaccamento di Brindisi, ha fornito appoggio tecnico ai velivoli cargo “Boeing 747” della compagnia saudita Saudia Airlines e agli “Antonov 12” della compagnia Ukraine Air Alliance, che hanno fatto la spola tra l’aeroporto pugliese e quello di Bangui. Dopo i farmaci e il cibo, per l’Italia e l’Ue arriva l’ora d’intervenire nell’inferno centrafricano con i blindati e i parà.

giovedì 11 settembre 2014

Nuovi droni della Marina per l’Operazione Mare Nostrum


L’Operazione Mare Nostrum si conferma come dispendioso poligono aeronavale per sperimentare i sistemi a pilotaggio remoto acquistati dalle forze armate italiane. Per intercettare le imbarcazioni dei migranti, ai Predator dell’Aeronautica militare sono stati affiancati nuovi droni schierati sulle navi da guerra che pattugliano il Canale di Sicilia. “La Marina Militare, nell’ambito dell’Operazione Mare Nostrum, può contare su di un’ulteriore importante capacità operativa”, annuncia il Ministero della difesa. “Si tratta dell’aeromobile a pilotaggio remoto Camcopter S-100, dal mese di agosto imbarcato sulla nave anfibia San Giusto e giornalmente impiegato”.

Nello specifico, sulla grande unità da sbarco e pronto intervento della Marina, sono operativi due mini droni-elicotteri prodotti dall’azienda austriaca Schiebel Elektronische Gerate GmbH. Con un costo unitario stimato di 4,2 milioni di euro, i Camcopter S-100, lunghi 3,4 metri e pesanti 200 kg, hanno un’autonomia sino a 6 ore e possono raggiungere la distanza massima dalla nave di 40 miglia nautiche a una velocità di 130 kmh, volando sino a 12.000 piedi d’altezza. I velivoli sono equipaggiati con sensori elettrottici, scanner IR, radar ad apertura sintetica che consentono la raccolta dati e l’identificazione in tempo reale dei natanti di interesse. I mini elicotteri e le apparecchiature di telerilevamento vengono controllati in volo tramite due stazioni installate all’interno della centrale operativa della San Giusto. “Tali immagini possono essere a loro volta inoltrate ai Comandi Operativi a terra favorendo i processi decisionali di chi detiene il comando e il coordinamento delle operazioni in mare”, spiega il Ministero della difesa. “Il Camcopter, grazie ai propri sensori, una rilevante autonomia, un favorevole rapporto costo-efficacia e l’assenza di rischio per il personale coinvolto, migliora e potenzia sensibilmente le capacità operative del dispositivo navale. Il progetto di introduzione in servizio di aeromobili a pilotaggio remoto sulle unità navali, fortemente voluto dalla Marina, è destinato ad acquisire una sempre maggior rilevanza operativa nei prossimi anni”.

Il programma del Campcopter S-100 prese il via nell’aprile 2012, quando dal pattugliatore lanciamissili “Bersagliere”, in rada a La Spezia, fu fatto decollare un prototipo sperimentale del mini elicottero. Successivamente, lo Stato Maggiore della Marina formalizzò l’acquisizione in leasing di due velivoli a pilotaggio remoto “per le esigenze di Intelligence, Surveillance and Reconnaissance (ISR) delle unità navali, sia in attività prettamente militari che civili, quali la Ricerca e Soccorso (SAR) o il soccorso in caso di calamità naturali”. I droni sono stati consegnati dalla Schiebel nel febbraio di quest’anno e a maggio la Marina ha intrapreso una serie di test a bordo della San Giusto per valutare l’interoperabilità del Camcopter con i sistemi elettronici imbarcati, le sue capacità di decollo e atterraggio, la rumorosità e altri parametri operativi. Alle prove hanno preso parte tecnici e ingegneri dell’azienda austriaca produttrice, piloti del 4° Gruppo Elicotteri della Marina di stanza a Grottaglie-Taranto e il personale del Centro Sperimentazione Aeromarittimo (CSA – Air-Land Test Center) di Luni, La Spezia. L’uso del mini-elicottero è uno dei punti chiave della collaborazione tecnico-operativa tra la Marina militare italiana e quella francese. “La cooperazione tra i due Paesi ha una forte tradizione”, ha esordito il comandante delle forze aeree della Marina, contrammiraglio Giorgio Gomma, durante la sua recente visita alla stazione aeronavale francese di Hyerès. “L’entrata in servizio di nuovi velivoli tecnologicamente all’avanguardia quali l’elicottero NH90 e il Camcopter rappresentano un’opportunità per rafforzare sempre di più questa collaborazione tra la Marina Militare e la Marine Nationale, e in particolare, tra le due Aviazioni Navali”.
Oltre che negli stabilimenti austriaci della Schiebel, il velivolo a pilotaggio remoto è prodotto su licenza dalla Schiebel Aircraft in Russia. Il Gruppo Schiebel, fondato a Vienna nel 1951, è un importante produttore di sistemi bellici, in particolare robot e velivoli senza pilota (UAV). Dell’aeromobile ceduto in leasing alla Marina italiana, esistono due versioni, una per fini di ricognizione e l’altra per operazioni di attacco, con Camcopter S-100 amati di missili leggeri multiruolo. Il drone-elicottero è utilizzato attualmente delle Marine militari di Cina, Emirati Arabi, Germania, Giordania, Libia, Pakistan e Stati Uniti e dalla Guardia costiera russa.
Sulle unità da guerra italiane, verrà schierato presto un altro modello di velivolo a pilotaggio remoto. Il 18 settembre 2013, l’azienda statunitense Insitu (sussidiaria di Boeing) ha annunciato di essersi aggiudicata un contratto con la Marina militare italiana per la consegna di due sistemi completi ScanEagle e dei relativi servizi di addestramento. Il velivolo, con un’autonomia di 20 ore e una velocità di crociera di 140 km/h, non necessita di pista per il decollo o l’atterraggio. Il lancio avviene tramite una catapulta pneumatica che può essere facilmente localizzata a bordo di unità navali. Lo ScanEagle è utilizzato per fini di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr): è dotato di sofisticati sistemi di rilevamento elettro-ottici, telecamere all’infrarosso e sistemi integrati di comunicazione. A partire del 2005, la piattaforma è stata schierata ripetutamente in alcuni degli scacchieri di guerra più sanguinosi (Afghanistan Iraq, Libia, ecc.). I principali operatori sono l’US Navy, la Guardia coste e il Corpo dei marines degli Stati Uniti, le Marine di Australia, Canada, Colombia, Giappone, Gran Bretagna, Malesia, Paesi Bassi, Polonia, Singapore, Spagna e Tunisia. Ogni sistema ScanEagle ha un costo di circa 3,5 milioni di dollari e comprende quattro velivoli aerei a pilotaggio remoto, una stazione di controllo a terra, un terminale video remoto e le relative attrezzature di lancio e ricovero.

mercoledì 10 settembre 2014

Pattugliatori italiani alla Tunisia per fare la guerra ai migranti


Senza eccessivi clamori, il governo italiano sta per concludere la consegna di dodici pattugliatori alle forze armate della Tunisia, nel quadro dell’accordo intergovernativo “per la sicurezza del Mediterraneo e la prevenzione dei traffici illeciti”, sottoscritto dai due Paesi nell’aprile 2011. Secondo il testo dell’accordo, le unità saranno impiegate nel controllo delle acque territoriali tunisine e per “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina proveniente dal nord Africa”.

I pattugliatori, realizzati dal Cantiere Navale “Vittoria” di Adria (Veneto), sono destinati alla Guardia Nazionale e alla Marina militare tunisina. Secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato dell’azienda produttrice, Luigi Duò, dal luglio 2013 sono già stati consegnati al paese nordafricano cinque unità modello P350TN e tre pattugliatori P270TN. Altri due P270 giungeranno in Tunisia a ottobre, mentre nel febbraio 2015 si completerà la consegna delle restanti unità. I pattugliatori operano dal porto di Tunisi, La Goulette.

I P270 e P350 sono unità navali specializzate in compiti di sorveglianza marittima, pattugliamento delle coste e oceanico, “intercettazione e combattimento a fuoco”. La motovedetta P270TN è lunga 27 metri, larga 7,20 e ha un dislocamento di 90 tonnellate; il sistema di propulsione assicura una velocità massima di 35 nodi e un range di 500 miglia marittime. L’unità ha in dotazione un radar “Simrad” in banda X da 25 kW e uno solid-state “Spery Marine” da 100 kW; un apparato elettro-ottico; un sistema a copertura mondiale per il soccorso e la sicurezza in mare (GMDSS) per distanze fino a 20/30 miglia dalla costa. Gli apparati sono stati realizzati dalla società AlmavivA. L’equipaggio autorizzato è di 14 membri, mentre il costo di ogni singolo pattugliatore P270TN è di 8 milioni di euro circa.

I sei P350TN destinati alla Marina militare sono una variante più aggiornata dei due pattugliatori consegnati tempo fa alla Guardia costiera libica. Il dislocamento è di 140 tonnellate, la lunghezza di 35 metri e la larghezza di 7,20; il sistema di propulsione consente un range di 600 miglia e una velocità massima di 38 nodi. I sistemi di telecomunicazione e gli apparati sono gli stessi utilizzati per il P270TN, mentre i membri di equipaggio sono 16. Le unità sono consegnate dal Cantiere “Vittoria” prive di armamento, ma vengono poi equipaggiate in Tunisia con cannoni da 20-30 mm. Il costo stimato della versione P350 è di 16,5 milioni a imbarcazione.

Nell’ambito dell’accordo bilaterale con la Tunisia, nel maggio 2011, l’Italia ha fornito alla Guardia Nazionale del paese nordafricano quattro motovedette Classe 700 “Carabinieri”, prodotte a Gaeta dai Cantieri Navali del Golfo, di 18 tonnellate di dislocamento. Altre due imbarcazioni Classe 500, 13 sistemi radar di pattugliamento e 38 motori marini sono stati consegnati alla Tunisia tra il 2009 e il 2011. Nello stesso periodo, l’Italia ha infine sostenuto finanziariamente la manutenzione di sette pattugliatori da 17 metri e di 8 motovedette classe “Squalo”/P58. Come ricorda la ricercatrice Martina Tazzioli di Storie Migranti, nell’aprile 2013, tramite l’allora ministra dell’Interno Cancellieri, l’Italia consegnò alla Tunisia anche alcuni fuoristrada da impiegare per contrastare e bloccare le partenze dei migranti.

“L’Italia intende sostenere il processo di transizione democratica intrapreso dalla Tunisia, sancita dalla Dichiarazione di Partenariato strategico del maggio 2012”, ha dichiarato il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova, nel corso della sua recente visita a Tunisi per affrontare i temi dell’immigrazione e della cooperazione economica. “Per l’Italia, la Tunisia è un partner strategico”, ha aggiunto Della Vedova. “Siamo il secondo partner commerciale della Tunisia e uno dei principali investitori nel Paese negli ultimi anni. La nascita di un modello tunisino, può rappresentare una sfida seria e credibile anche rispetto a quei gruppi violenti che nel mondo islamico, strumentalizzando la religione, vorrebbero riportare l’orologio della storia indietro di secoli”.

Il 12 giugno 2014, era stata la ministra Roberta Pinotti a raggiungere Tunisi per un vertice con il Primo ministro Mehdi Jomaa e il ministro della Difesa Ghazi Jribi. “Il consolidamento dei rapporti di cooperazione bilaterale tra Italia e Tunisia e il rafforzamento del controllo dei flussi migratori e della stabilità e della sicurezza nel Mediterraneo sono stati i temi al centro dell’incontro”, riporta il comunicato emesso dal Ministero della Difesa italiano. “L’incontro è servito anche a sensibilizzare la controparte circa l’urgenza di sottoscrivere un MoU Difesa rinnovato (la cui negoziazione è già stata avviata all’inizio dell’anno) che andrà a sostituire la Convenzione del 1991 non più adatta alle rinnovate ed incrementate forme di cooperazione. Sono state pianificate infine una serie di iniziative di formazione e previste esercitazioni congiunte in diversi ambiti”.

Le forze armate tunisine stanno perseguendo un articolato programma di potenziamento dei propri arsenali. A fine agosto, nel corso di una cerimonia alla base navale di La Goulette, il corpo diplomatico statunitense ha consegnato alla Marina militare tunisina due pattugliatori di 13.5 metri, a cui si aggiungeranno entro il febbraio 2015 altre sette motovedette di 7,6 metri. “Le due unità veloci, del costo di più di 2 milioni di dollari, fanno parte di un nuovo programma di assistenza alla Marina tunisina per rafforzare la sicurezza marittima contro il terrorismo che colpisce la regione mediterranea”, ha dichiarato l’ambasciatore Usa, Jake Walles. “Le imbarcazioni consentiranno alla Tunisia di controllare meglio la sua zona economica esclusiva e il flusso del traffico marittimo tra il Nord Africa e l’Europa. Il Comando delle forze armate Usa per il continente africano US AFRICOM, sta inoltre sviluppando una serie di mezzi per assistere le forze armate tunisine, compresa la condivisione delle informazioni, l’espansione delle attività di addestramento e la fornitura di equipaggiamento avanzato”.

Un paio di mesi fa, il Pentagono ha annunciato la consegna a titolo gratuito di una decina di tonnellate di “equipaggiamento difensivo”, tra cui caschi protettivi e giubbotti antiproiettile, alle unità speciali anti-terrorismo delle forze armate e di polizia tunisine. Washington ha poi autorizzato l’invio di sistemi militari per 60 milioni di dollari per “aiutare la Tunisia a combattere i militanti islamici che stanno minacciando la nascente democrazia nel paese”. A conclusione di un incontro con il Primo ministro Jomaa, il Comandante di US AFRICOM, generale David Rodriguez, ha specificato che gli aiuti comprendono “attrezzature per l’individuazione di materiale esplosivo, nuove imbarcazioni e addestramento”.
Il Dipartimento di Stato ha approvato inoltre la vendita alla Tunisia di dodici elicotteri da combattimento Sikorsky UH-60M “Black Hawk”, più apparecchiature e supporto tecnico-logistico, per un valore complessivo di 700 milioni di dollari. I velivoli saranno armati con razzi a guida laser, missili “Hellfire” e cannoni da 7.62 mm. “Il trasferimento di questi elicotteri rafforzerà la capacità delle forze armate tunisine a contrastare le minacce regionali, consentendo migliori capacità di pattugliamento delle frontiere e rapidità di reazione e intervento alle unità aeree e terrestri nelle operazioni anti-terrorismo”, ha spiegato il portavoce del governo Usa. L’aeronautica militare tunisina ha pure ordinato due aerei da trasporto C-130J-30 “Super Hercules”, di produzione Lockheed Martin. Ad oggi, nessuno Stato africano è in possesso di questo velivolo da guerra.