I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 29 giugno 2014

Il No Muos è una questione di coscienza


Le ragioni di dissenso del movimento pacifista verso la base satellitare statunitense in Sicilia. Ricostruzione storica e lettura del territorio nell’intervista ad Antonio Mazzeo, saggista e giornalista d’inchiesta

Tra orrendi fatti di cronaca e notizie sui Mondiali di calcio, l’informazione prevalente ha poco spazio per il caso delle antenne satellitari che la Marina militare Usa sta erigendo nel bosco della sughereta di Niscemi in Sicilia. Il Senato, nella seduta del 19 giugno, ha respinto ogni istanza intesa a sospendere i lavori in corso ma ha approvato la proposta del Pd che prevede «l'adozione di un sistema di monitoraggio dei campi elettromagnetici» prevedendo «misure di compensazione in caso di danni accertati alla popolazione».

Città Nuova ha già pubblicato interviste a figure di spicco del mondo del pensiero strategico militare italiano e al vescovo di Caltagirone, critico sull’intero progetto. È venuto, ora, il tempo di porre alcune domande a Antonio Mazzeo, noto giornalista d’inchiesta e attivista sociale, autore del testo “Il MUOStro di Niscemi. Per le guerre globali del XXI secolo”.

Partiamo da una premessa necessaria: sul movimento No Muos pesa il sospetto di una battaglia portata avanti da quelle forze politiche, ormai minoritarie, che riuscirono nel 1983 a portare un milione di persone in piazza contro i missili Usa a Comiso arrivati comunque su volontà di Cossiga e Craxi. In un famoso articolo del 2004 Adriano Sofri ha detto di essere tuttora lieto dell’amicizia con i pacifisti di quel tempo, “ottime persone”, anche se deve ammettere che le ragioni della pace sono state assicurate da quei governanti “realisti” che hanno contribuito al dissolvimento dell’Unione sovietica. Oggi non sta avvenendo la stessa cosa?

Cosa dire della ricostruzione di questi ultimi anni offerta da Adriano Sofri? 

Sofri ed altri intellettuali italiani non hanno mai nascosto incomprensione o il loro scarso interesse per le mobilitazioni pacifiste che milioni di italiani hanno portato avanti negli ultimi 35 anni. E non hanno mai voluto analizzarne le composizioni politiche-sociali culturali, le dinamiche interne, la profonda originalità, le complessità, ecc. Né tantomeno c’è stata la volontà di riconoscere il ruolo fondamentale assunto dai movimenti No War nella trasformazione sociale democratica di questo paese, la loro capacità di condizionare le scelte geostrategiche imposte all’Italia. Mi si consenta pure di rifiutare il termine “minoritario”. Parliamo di campagne, lotte e mobilitazioni che hanno portato in piazza e che hanno avuto il sostegno della stramaggioranza della popolazione italiana.

Come si pone in questo quadro il caso Muos?

Da una parte si pone l’ostinazione a difendere la legittimità politica e costituzionale e la sostenibilità sanitaria e ambientale di questo sistema di guerra statunitense da parte di un paio di generali e di politici di governo bipartisan. Dall’altra parte, c’è l’intera comunità siciliana, decine di comitati di base, amministrazioni comunali e provinciali, scienziati, intellettuali, esperti, le maggiori associazioni ambientaliste nazionali. Il vero problema è la crisi della democrazia formale e sostanziale che queste lotte hanno evidenziato, l’incapacità del potere e del complesso militare-industriale-finanziario nazionale e transazionale di prendere atto della sacrosanta volontà popolare.

Davanti alle conclusioni tranquillizzanti dell’Istituto superiore di sanità (Iss) ha ancora senso continuare con la questione della salute minacciata dal Muos?

Si sono registrate delle censure alle conclusioni dei docenti universitari “terzi” del tutto opposte a quelle a cui sono giunti i ricercatori interni dell’Iss. Mi sembrano prove evidenti che la verità sui pericoli alla salute e all’ambiente del MUOS è stata volutamente taciuta in nome della ragion di Stato, o forse meglio per non turbare gli enormi interessi economici in campo con il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare, vedi Lockheed Martin, azienda che sfiora annualmente i 50 miliardi di dollari di fatturato.

Ma non si rischia, in tal modo, l’ennesima conferma della sindrome Nimby (“ovunque purché non vicino a casa mia”) che squalifica ogni dissenso?

Sta avvenendo il contrario della sindrome Nimby. Le analisi, le azioni di lotta e le sue proposte sono state capaci invece di leggere i processi locali in chiave globale, di porre l’accento su come l’attacco ai territori e alla salute della popolazione di Niscemi e di buona parte dell’Isola risponda a dinamiche politiche-sociali-militari-economiche planetarie. Questi movimenti mettono profondamente in crisi i gruppi di potere transnazionali a partire dagli interventi e dalle lotte nelle periferie.

Eppure la popolazione viene descritta come preoccupata dei pericoli sanitari più che della guerra dei droni….

Gli attivisti, le mamme No Muos, i comitati di base territoriali sanno, invece, che la posta in gioco è enorme: non si sta solo tentando d’impedire il funzionamento in Sicilia di un nuovo strumento di distruzione di massa, ma di testimoniare al mondo intero che è in forse, con il Muos, i droni e l’assoluta automatizzazione dei conflitti del XXI secolo, la stessa sopravvivenza dell’umanità. Da qui l’assunzione consapevole del rischio di esprimere il dissenso ma anche la ferma convinzione che ci sono ancora ampi spazi per invertire i processi storici in atto per affermare sino in fondo i valori della pace con giustizia, del disarmo e della fratellanza universale.

Come si collega la questione Muos con il destino della “perla del Mediterraneo” come la chiama monsignor Peri?

Sarà impossibile realizzare qualsivoglia ipotesi di sviluppo se non si bloccherà il processo di militarizzazione e riarmo deciso per la Sicilia. Un disegno strategico che intende sacrificare l’Isola a mera portaerei nel cuore del Mediterraneo, da cui sferrare attacchi, anche nucleari, a suon di missili, bombardieri e velivoli senza pilota e, contestualmente, trasformandola in grande prigione a cielo aperto dove confinare le sorelle e i fratelli migranti che tentano la fuga dall’Africa e il Medio Oriente. Emigrazione forzata e marginalizzazione socioeconomica saranno gli unici effetti, accanto al rafforzamento delle borghesie parassitarie e mafiose che dominano da tempo immemorabile il territorio.

Cosa deve accadere in Sicilia per invertire la rotta verso il declino economico e sociale (sconforta leggere il testo di Rizzo/Stella “Se muore il Sud”)?

La crescita del Movimento No Muos, la sua rappresentatività e radicalità nelle pratiche di lotta e di resistenza, ha però dimostrato l’esistenza di straordinarie soggettività nella società isolana, migliaia di donne e giovani, che credono ancora che un’Altra Sicilia sia ancora possibile. I No Ponte di Messina e dello Stretto, che hanno sconfitto l’ipotesi di realizzare un mostro di acciaio e di cemento in una delle aree più belle del Mediterraneo, i comitati che nei territori si oppongono alle megadiscariche dei rifiuti, ai termovalorizzatori e agli impianti di biomasse, le associazioni che praticano l’antimafia sociale, le reti antirazziste che contrastano i sempre più numerosi centri di detenzione per migranti, sono espressione della ricchezza sociale che ancora permane nell’Isola. Se tutti questi soggetti avranno la capacità di mettersi in rete, radicandosi ancora con più forza nei territori e tra la gente, e riusciranno a costruire fattive relazioni con il mondo del lavoro, del precariato e dei disoccupati, dei senza casa e dei senza diritti, c’è più di un motivo per credere e sperare.
Intervista a cura di Carlo Cefaloni, pubblicata il 26 giugno 2014 in Città Nuova, http://www.cittanuova.it/c/439166/Mazzeo_il_No_Muos_una_questione_di_coscienza.html

Potenti e Mutanti. La scalata del gruppo Franza, dagli albori ai giorni nostri


È la DYNASTY dello Stretto. È la storia di un gruppo da 180 miliardi, interessi nella navigazione, nel turismo, nell’edilizia e nell’industria, poi il gran salto in Borsa e nella finanza, oggi la scalata ad un sostanziale pacchetto della Banca Commerciale. È la leggenda di una famiglia, quella dei Franza, anzi la leggenda di tre famiglie unite da amicizia e da matrimoni, i Franza, i Genovese e i Mondello. Neanche tanto nell’ombra la sapiente regia del Ministro buono per tutte le salse e tutte le stagioni, il “compianto” on. Gullotti, la sorella Angelina andata in sposa al sen. Luigi Genovese e nei consigli della holding. Scenografo l’ing. Pino Merlino, Sindaco ai tempi dell’irresistibile ascesa dei Franza & Soci. Intorno, le schiere dei soliti potenti, nobili e borghesi, gli Stagno d’Alcontres, i Rodriquez, i Colonna, i Russotti. Poi i principi dello scudocrociato, i Germanà, i Perrone, i Galipò, gli Astone, i Santalco e i vassalli delle Giunte dell’ultimo ventennio, Andò, Naro e Bonsignore.

I Franza, Dc Doc certamente, ma temuti e rispettati dal grande partito trasversale. E così, a tributare l’estremo saluto a Giuseppe il Grande, ecco gli uomini della prima e della seconda Repubblica, i Ricevuto, i D’Acquino, i Martino, i Ragno, i Natoli. Grande senso degli affari, sagge amicizie  e solidi legami familiari, la formula del successo. La saga inizia nella Sicilia del dopoguerra, quando a nonno Vincenzo toccano i lavori di  riforestazione. Gestione patriarcale quella di casa Franza. Sorte delle figlie il matrimonio, Katia in sposa all’illustre geriatra Vittorio Nicita Mauro, Antonella al colonnello della Forestale Giorgio Caputo. Ai figli Giuseppe e Paolo il destino d’imprenditori. È la laurea in ingegneria del primogenito a diversificare le attività economiche della famiglia. Sono gli anni della ricostruzione e a Messina c’è fame di mattoni. Poi il lampo di genio, e Giuseppe coglie la ricchezza del mare, il traghettamento. Infine il colpo di fulmine, quello per l’affascinante Olga Mondello, l’ultima rappresentante di una rispettata famiglia della borghesia locale, nota per un antico saponificio e per lo zio Mario ambasciatore d’Italia.

A fine anni settanta Giuseppe è un potente, anzi, è un pezzo di potere. Feste, banchetti, consegne di premi e borse studio, ogni occasione è buona per farsi fotografare accanto al nuovo Re Mida dello Stretto. Lo amano frequentare gli industriali alla Versaci e alla Cassiano. Gli ingegneri alla Turi Rizzo e alla Navarra Tramontana, avvocati di grido e finanche prefetti e magistrati. Giuseppe F., insignito del titolo di “consigliere” della Banca d’Italia, gode della piena fiducia degli Istituti di credito e dei suoi dirigenti: la Banca del Sud del buon Merlino, la Cassa di Risparmio dell’onorevole Stagno D’alcontres, il Banco di Sicilia di Rocco Robberto e Sigismondo Saetta. A tesserne le lodi sulla stampa le migliori firme locali. Qualche giornalista del resto è tra le note spese, magari sotto forma di pubblicità redazionale o di “mediazione vendita appartamenti”. Averlo testimone alle proprie nozze è un onore, meglio ancora se in compagnia della Messina che più conta. Così al matrimonio dei figli dei Troja e dei Pulejo, Giuseppe Franza è accanto al sen. Uberto Bonino e all’allora sindaco Antonio Andò. Amicizie tante, eppure non sempre digeste. Come quella per Tony Boemi, l’editore di Telespazio, in odor di ‘ndrangheta con i Molè-Piromalli di Gioia Tauro o quella con Italo Giacoppo, già capogruppo Psdi al Comune, arrestato nell’83 con l’accusa di estorsione.

Sembrava che l’impero dovesse crollare con le improvvise morti dell’ingegnere e di Gullotti, ma ecco scendere in campo l’energica Olga e i figli Vincenzo, Helga e Pietro e per il gruppo Franza è un’iniezione di fresca managerialità. Le risorse dei traghetti e delle società edili vengono reinvestiti  in nuove finanziarie create nella Roma Capitale. La controllata “Cofimer” arriva a rastrellare ben 4 milioni di titoli Comit e il 15% della “Marathon holding” sigla esordiente nella gestioni patrimoniali e un azionista cresciuto a fianco di Raul Gardini, quel Sergio Cragnotti indagato a Ravenna per false comunicazioni sociali e associazione a delinquere. “Ci siamo fatti da soli” amano ripetere madre e figli a tutti coloro che restano abbagliati da sì tanto splendore. “E abbiamo sempre evitato con cura gli appalti pubblici”.

I RE MIDA DEI TRAGHETTI

Da una sponda l’orribile Caronte traghettatore degli inferi, il Caronte di Amedeo Matacena, finanziatore a Reggio della rivolta nera dei “boia chi molla”. Dall’altra la Tourist Ferry Boat del quadrunvirato Franza-Genovese-Gullotti-Mondello, vera e propria gallina dalle uova d’oro con un consiglio d’amministrazione rigorosamente riservato a casalinghe, pensionati e studenti. Un patto d’acciaio per spartirsi il flusso da e verso la Sicilia, quasi tre milioni di camion e auto nel solo ’93. Vent’anni fa pubblico e privati si dividevano metà e metà oneri e profitti. Oggi alle Ferrovie dello Stato non spetta più del 10% del fatturato dello Stretto: l’assenza di regole, le unità navali “pesanti” difficilmente manovrabili e spesso “fuori uso”, le lunghe attese all’imbarco, gli “errori” nella programmazione dei manager FS, hanno nei fatti regalato ai Franza e ai Matacena il totale controllo dei traghetti.

Eppure il tutto non era cominciato nel migliore dei modi. Nel 1967 il Consiglio di Stato aveva affermato l’impossibilità della compresenza dei privati nella stessa area dell’azienda pubblica. Quattro anni più tardi, però, ministro Gioia, veniva sancita la fine del monopolio statale per i trasporti dello Stretto. Passano gli anni e arriva un altro ostacolo: c’è in programma la realizzazione dello svincolo autostradale all’Annunziata e qualcuno propone di unificare gli approdi pubblici e privati alla foce del torrente. Sarebbe una iattura per Franza e Matacena, ma un provvidenziale incontro a Roma tra il sottosegretario Dc ai Trasporti Sinesio e i messinesi Merlino, Campione, Perrone e Santalco stabiliva che delle invasature già progettate e finanziate non si sarebbe fatto più nulla.

Ottimi regali anche dall’altra parte dello Stretto: una frettolosa variante del PRG di Villa S. Giovanni convertiva una vasta area destinata a verde attrezzato in terminal per la Caronte e la Tourist. Relatore della variante l’assessore Salvatore Delfino, sindaco Antonio Aragona. Un’occhiata ai necrologi per notare che i due nomi non mancano mai nel testimoniare il cordoglio ai “fraterni amici” dei Franza. Via via che si varano le nuove unità dei privati, padrini e madrine Gullotti e Merlino e rispettive consorti, aumentano anche i bisogni di spazio all’imbarco. E così che un bel giorno l’ingegnere Giuseppe scrive al Sindaco Andò e gli propone un affare: “Dateci l’area dell’ex gasometro. In una parte facciamo un parcheggio e nell’altra realizziamo una scuola e un asilo immersi nel verde. Il tutto a nostre spese”. Il verde non si è visto, nel frattempo, però, “in via sperimentale e transitoria” il Comune dà nel 1983 l’autorizzazione al cosiddetto “Serpentone”. Qualche spicciolo in cambio dell’eterno caos dei camion che intasano il Boccetta e il Viale della Libertà.

Certo i progetti alternativi non mancano. Quasi due miliardi sarebbero stati elargiti per un progetto di approdo nella zona Sud all’equipe Carrozza-Cutrufelli. Si potrebbe vietare ai tir di circolare in città nelle ore di punta o magari di notte, ma c’è pronto l’assessore Ziino, merliniano, a stroncare le velleità degli ambientalisti. Il Serpentone è sempre lì e la città muore. Intanto c’è chi afferma di aver visto l’erede dei Franza, Vincenzo, dal dottor Providenti lo stesso giorno che il Sindaco aveva dichiarato alla stampa di voler trasferire nella Zona Falcata l’imbarcadero privato.

I GESUITI LA STANDA E IL BALLO DEL MATTONE

C’era una volta nell’is.222 di Piazza Cairoli l’istituto Sant’Ignazio dei padri gesuiti. All’istituto era annessa la piccola chiesa di S. Maria della Scala. Il meglio del primo novecento secondo urbanisti e cultori d’arte. Costruzione di “nessun valore” sentenziò invece Biagio Belfiore sulla Gazzetta del Sud. I gesuiti avevano bisogno di soldi e decisero di alienare chiesa e collegio. Offrirono il tutto per un miliardo e settecento milioni prima all’Università e poi al Comune. Il consiglio d’amministrazione dell’ateneo declinò l’invito dopo l’intervento contrario del Sindaco Merlino, membro di diritto del Cda. A Palazzo Zanca erano invece in molti a volerne evitare l’abbattimento e chiesero a Merlino di prodigarsi per acquisire il Sant’Ignazio. “Mi dispiace, è troppo caro” rispose Merlino. “Meglio ampliare l’is. 88 di proprietà dell’ente locale. C’è già il progetto pronto”. L’is.88, tanto per capire, è quello degli affitti paragratuiti a imprese e privati. Fu così allora che si fece avanti la Fra.Im, di Franza. Offrì mezzo miliardo in meno e ottenne il collegio. I lavori partirono presto. L’impresa era la Siceas, altra controllata dal gruppo. “Realizzerò un teatro ed altre strutture di utilizzazione pubblica”, promise l’ingegnere. Intanto però firmava una convenzione miliardaria con la Montedison che sceglieva l’area per trasferirvi i magazzini Standa. Franza, come i tanti costruttori rampanti degli anni settanta, aveva beneficiato di una delibera del Comune che aveva triplicato l’indice di edificabilità di buona parte della città. Addio teatro allora, e tra i ruderi del Sant’Ignazio sorsero i grandi magazzini.

Non tutto andò liscio però. Nell’affare ci mise il naso l’allora pretore Romano che ravvisò una serie di presunte irregolarità nella realizzazione dell’edificio. Romano stava combattendo una battaglia contro chi aveva messo le mani sul Piano Borzì “rivisitato” a favore dei signori del cemento. Era però un magistrato prestato transitoriamente al penale, fu così che la pratica gli fu sottratta e assegnata per “sorteggio” ad altro giudice. Il caso si chiuse favorevolmente per Franza, come furono archiviate le denunce sul parcheggio sotterraneo alla Standa, realizzato presumibilmente in violazione alle normative vigenti. Il costruttore andò poi all’assalto del vecchio albergo Reale dove realizzava il Royal e un palazzo in buona parte venduto al Ministero del Tesoro o affittato all’Università degli Studi. L’Opera Universitaria preferiva i Franza anche per i locali di via Lenzi dove “inventava” un’improbabile Casa della Studentessa. Con fidi bancari che nel ’74 erano superiori ai 4 miliardi, le società edili del gruppo non ebbero certo difficoltà ad aprire altri più redditizi cantieri. Scattò l’ora della cementificazione selvaggia delle colline, l’ora del “Park Palace”, delle ville di S. Agata e del “Residence dei laghi” a Ganzirri. Fu l’ora di un altro grande affare targato Montedison, la vendita di un supermarket a Pistunina alla Cassa pensionale del Ministero del Tesoro. Si racconta che la Cassa affittò lo stabile alla So.S.Me di Franza che poi lo rigirò alla società Sigros, proprietà fifty fifty della Montedison e della Sivad del catanese Salvatore Conservo “caro amico” dell’ingegnere.

LA MISTERIOSA SI.CA. DI GIAMMORO

“Ci siamo fatti da soli e abbiamo evitato con cura gli appalti pubblici”, è la solfa ripetuta fino alla noia dai protagonisti della Franza Dynasty. Nell’attesa di capire cosa è pubblico e cosa è privato dalla famiglia tanto a cuore all’iperliberista Antonio Martino, chiuderemo il racconto con i misteri di una società realizzata quindici anni fa a Giammoro. Era la Si.Ca. - Siciliana Cavi, voluta per operare nella produzione dei cavi elettrici telefonici. Con appena sessanta milioni Franza ottenne dall’ASI del dottor Giuseppe D’Angelo un terreno di 40,500 mq a Giammoro. Realizzato lo stabilimento e assicurata l’assunzione di una settantina di addetti, la Si.Ca. ottenne nel ’78 un contributo di oltre un miliardo e trecento milioni dalla Cassa per il Mezzogiorno. Il settore cavi è però in crisi e l’impianto non parte. È così che quattro anni più tardi il settimanale Il Soldo scopre che alla Si.Ca. sono appena tre gli addetti in busta paga. Non importa. Dio vuole che a Messina scoppi la bomba  IMSA, centinaia di operai di una società che la Rodriguez ha deciso di chiudere. Si offre l’EFIM a rilevare l’industria ma c’è bisogno di un area. L’ASI non riesce a soddisfare la richiesta. È così che qualcuno suggerisce all’EFIM l’impianto della Si.Ca.

Il tempo è poco, c’è il rischio che si superi il limite della cassa integrazione: il sindacato e l’allora ministro del Mezzogiorno Nicola Capria danno lo “sta bene” al trasferimento all’ente di Stato dello stabilimento di Franza, riassorbendo così le maestranze dell’ex IMSA. Prezzo pattuito due miliardi e settecentocinquanta milioni più una postilla in calce al contratto: “rimane inteso che sarà data precedenza alla spettante SISM spa per l’affidamento dei lavori necessari  all’ampliamento e all’adattamento dello stabilimento”. Inutile dire che amministratore unico della spett. SISM spa era l’onnipresente ingegnere Giuseppe Franza.

 
Articolo pubblicato in L’isola, 11 novembre 1994

Falcone (Me). Fiumi di denaro e di guai giudiziari


Il 3 agosto 2011 cinque consiglieri d’opposizione avevano presentato in consiglio comunale un documento che criticava e disapprovava la “partecipazione attiva” della mafia alla campagna elettorale per le amministrative. Furono denunciati per diffamazione dal sindaco rieletto Santi Cirella. Qui la mafia non esiste disse. I fatti odierni sono una smentita? Assieme ad ex assessori rischia di finire sul banco degli imputati per alcuni illeciti penali, omissione di atti di ufficio, bizzarra gestione di denaro pubblico ed altro. Un torrente che straripa e… appare la mafia.

 

Guai a nominare la mafia, peggio ancora a ipotizzare qualsivoglia tentativo d’infiltrazione criminale nella vita politica e amministrativa di Flacone, piccolo centro della costa tirrenica della provincia di Messina tra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto. Due anni fa, subito dopo ferragosto, sindaco e giunta si erano convocati d’urgenza per querelare l’incauta testata giornalistica che aveva definito la cittadina colonia di mafia. “Qui la mafia non esiste perché siamo gente onesta e laboriosa!”, fu la considerazione del primo cittadino, degli assessori e dei consiglieri comunali di maggioranza. Sino ad oggi, però, gli autori dell’inchiesta sul malaffare a Falcone non sono stati convocati dall’autorità giudiziaria. Peggio è andato ai cinque consiglieri d’opposizione che il 3 agosto 2011 avevano presentato in consiglio comunale un documento che stigmatizzava la “partecipazione attiva” alla campagna elettorale per le amministrative di alcuni esponenti della criminalità organizzata successivamente arrestati nell’ambito dell’operazione antimafia “Gotha” contro i clan dell’hinterland barcellonese. I cinque, prontamente denunciati per diffamazione dal sindaco rieletto Santi Cirella, sono stati condannati qualche mese fa dal Tribunale di Patti al pagamento di 1.200 euro.

Oggi però a Falcone le vicende politico-giudiziarie s’ingarbugliano e primo cittadino ed (ex) assessori rischiano di finire loro sul banco degli imputati. Al vaglio degli inquirenti ci sarebbero infatti le liquidazioni delle somme per gli interventi emergenziali autorizzati dopo l’alluvione e lo straripamento del torrente Feliciotto che l’11 dicembre 2008 causarono ingentissimi danni al territorio comunale. Stando alle prime risultanze delle indagini, coordinate dalla sostituta della Procura di Patti, dottoressa Francesca Bonanzinga, risulterebbero infatti alcuni illeciti penali, compreso l’affidamento di parte dei lavori di rimozione dei fanghi ad un imprenditore in odor di mafia.

L’alluvione è Cosa loro

Otto gli avvisi di garanzia emessi: i destinatari sono il sindaco di Falcone Santi Cirella (avvocato, ex Msi-An e Forza Italia, poi Mpa); gli assessori comunali in carica al tempo dell’alluvione Paquale Bucolo, Sebastiano Calabrese, Francesco Giuseppe Cannistraci e Mariano Antonino Gitto; due imprenditori, Celestino Pitì, originario di Patti e Michele Pino, al suo secondo mandato di sindaco del confinante comune di Oliveri, amministratore della “3 P società cooperativa”, accusato di aver attestato falsamente nell’atto notorio presentato al Comune di Falcone il 2 gennaio 2009, di non avere carichi giudiziari pendenti. Di rilevante peso criminale il nome dell’ottava persona raggiunta da avviso di garanzia: il “presunto” boss di Terme Vigliatore, Carmelo Salvatore Trifirò, oggi in carcere per effetto di una condanna a 9 anni al processo d’appello scaturito dalla cosiddetta operazione “Vivaio” che ha consentito di delineare gli interessi delle organizzazioni mafiose nella gestione della megadiscarica di rifiuti di Mazzarrà Sant’Andrea. Nipote di Giuseppe Trifirò, inteso “Carabedda”, il capo storico del clan dei “Mazzarroti” assassinato il 30 ottobre 1991 dopo essere transitato dalle file del boss Pino Chiofalo a quelle delle famiglie barcellonesi uscite vincenti dalla guerra di mafia di fine anni ’80-primi anni ’90, Trifirò è stato pure condannato con giudizio abbreviato alla pena di anni otto di reclusione per una serie di episodi estorsivi aggravati commessi negli anni 2007-2008 ai danni di vari imprenditori di Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto impegnati nei lavori di rifacimento del litorale tirrenico (Operazione “Ponente”). Nonostante il suo stranoto curriculum criminale, Carmelo Salvatore Trifirò ottenne dall’amministrazione falconese l’affidamento dei lavori di “trasporto di pietre con pala gommata e autocarri per il ripristino della normalità”, a seguito dei danni alluvionali del 2008. Da qui la contestazione per lui, il sindaco Santi Cirella e i quattro assessori del tempo del reato di abuso d’ufficio in concorso. Nello specifico, con ordinanza sindacale n. 30 del 14 dicembre 2008 e con due successive delibere di approvazione dei lavori adottate dalla Giunta municipale (la n. 203 del 31 dicembre del 2008 e la n. 59 dell’8 maggio 2009), alla ditta individuale di movimentazione terra del presunto boss di Terme Vigliatore, furono affidati interventi per complessivi 74.206 euro. Secondo il pm Francesca Bonanzinga, l’ordinanza con la quale fu precettava la ditta sarebbe stata adottata nonostante Carmelo Salvatore Trifirò fosse in quel momento in carcere a seguito di ordinanza del Gip del Tribunale di Messina per l’operazione antimafia “Vivaio”, nonché già gravato da precedenti penali. Agli amministratori di Falcone e allo stesso Trifirò si contesta inoltre la violazione dell’art. 10 del Dpr 252/7998 (Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia) che prescrive il divieto per la Pubblica amministrazione di “contrarre contratti allorquando emergono elementi di infiltrazione mafiosa all’interno di imprese e società”. La prima tranche dei lavori fu liquidata il 3 dicembre 2009 con determinazione del Responsabile dell’Area tecnico manutentiva e Protezione civile del Comune. Dalla certificazione prodotta da Carmela Bertolami, procuratrice generale della ditta del Trifirò, gli escavatori e gli autocarri dell’impresa avrebbero trasportato in poco meno di un mese 1.822 metri cubi di massi di cava.

Al consigliere non far sapere…

Il fascicolo d’indagine del Tribunale di Patti è stato aperto a seguito di un esposto firmato dal Franco Paratore, uno dei cinque consiglieri comunali del gruppo d’opposizione Falcone Città Futura condannati in primo grado per diffamazione del sindaco Cirella. Paratore aveva denunciato che nella fase dell’emergenza post-alluvione, a Falcone erano stati eseguiti interventi “per quasi un milione e mezzo di euro consistenti, per la gran parte, nella ricostruzione e nella protezione delle coste con la posa di massi e lo spianamento sulla spiaggia del fango rimosso dal centro urbano”. “Una quantità inimmaginabile di materiale inerte altamente inquinante – aggiunse il consigliere - a causa della presenza di solventi, benzina, acido delle batterie delle auto sommerse e quant’altro è stato trovato nel tragitto da monte a mare”. Perplessità erano state espresse infine relativamente alla gestione della rendicontazione delle spese sostenute, sulla quantità dei materiali acquistati e sulle ore effettivamente svolte dai mezzi impegnati negli interventi. “I lavori sono stati seguiti anche in date successive al termine ultimo del 23 gennaio 2009 per la rendicontazione da far rientrare nelle spese della protezione civile”, concluse Paratore.

Con istanza del 6 marzo e del 21 aprile 2009 il consigliere di “Falcone Città Futura” aveva inoltre fatto richiesta di accesso agli atti prodotti dall’amministrazione per l’affidamento degli interventi post-alluvione, ricevendo però un secco rifiuto da parte del sindaco. “La richiesta è meramente emulativa, strumentale, capziosa, finalizzata unicamente a creare disservizi e difficoltà operative”, spiegò Santi Cirella nella nota del 25 agosto 2009 indirizzata al Prefetto di Messina. Giustificazione che non ha convinto il Tribunale di Patti che contesta oggi al primo cittadino pure il reato di omissione di atti d’ufficio. Sempre al Prefetto, Cirella rivelò un fatto particolarmente inquietante. “Nel mese di dicembre 2008 sono stati trafugati dalla segreteria del Comune atti relativi all’alluvione, in corso di pubblicazione”, annotò il sindaco. “Del furto è stato tempestivamente informato il maresciallo Giuseppe Bisignani, Comandante la stazione Carabinieri di Falcone, anche se non è stata sporta formale denuncia, considerato che, previa, ristampa, i medesimi atti sarebbero stati, comunque pubblicati, qualche giorno dopo”. Informo ma non denuncio, cioè, nonostante il furto fosse avvenuto all’interno dei locali di un ente pubblico. Valutazione, quella del Cirella, difficilmente comprensibile.

Denaro a pioggia per le imprese di mafia

Per eseguire i lavori di somma urgenza post-alluvione, il Comune di Falcone ricevette dalla Regione siciliana più di un milione e quattrocentomila euro. Le ditte furono “precettate” con ordinanza sindacale del 14 dicembre 2008 a cui seguì, quattro giorni dopo, una nota integrativa che ampliò il numero delle imprese affidatarie dei lavori. La lettura dell’elenco finale riserva più di una sorpresa indigesta. Oltre a quella nella titolarità del mazzarroto Carmelo Salvatore Trifirò, compare infatti pure la Ve.Ni.Al. di Salvatore Campanino, azienda con sede in Contrada Granciotta, Terme Vigliatore, a cui sono stati liquidati con determina del 2011 lavori per complessivi 59.780 euro. Condannato anch’egli a otto anni di reclusione al processo “Vivaio”, per gli inquirenti Salvatore Campanino è imprenditore “vicino” alla mafia barcellonese “ed in particolare a soggetti come Tindaro Calabrese, Carmelo Salvatore Trifirò e Agostino Campisi”. “Salvatore Campanino è sempre stato giudicato un amico dell’organizzazione nel senso che si presta a fare cortesie per essa”, ha riferito agli inquirenti il collaboratore di giustizia Santo Gullo, un lattoniere originario di Falcone asceso in pochi anni alla guida della cosca mafiosa di Mazzarrà Sant’Andrea. “La sua impresa faceva da prestanome per conto di imprenditori vicini alla nostra organizzazione criminale. Per quanto mi consta, l’ultimo lavoro che ha realizzato Campanino è quello relativo alla realizzazione della strada che passa davanti al cimitero di Falcone e conduce a Contrada Giglione di Falcone, nel 2004-2005 circa, ma non è l’unico perché ne ha fatti anche altri”. In effetti gli inquirenti hanno potuto accertare che con ordinanza n. 87 del 7 aprile 2003, a firma del responsabile dell’ufficio tecnico comunale, alla Ve.Ni.Al del Campanino fu affidata l’esecuzione dei lavori in somma urgenza di ripristino della sede stradale della zona Passo Falcone - Giglione – Conche, per l’importo forfettario di 5.000 euro. Il Campanino è risultato essere stato pure amministratore e socio di maggioranza della Ca.Ri.Fra. S.r.l. di Terme Vigliatore, altra azienda chiamata a rimuovere con alcuni escavatori e un camion i detriti accumulatisi dopo l’alluvione dell’11 dicembre 2008. Il Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) dei Carabinieri di Messina ha accertato che il Campanino ha successivamente ricoperto la carica di liquidatore della Ca.Ri.Fra. e che l’impresa è stata messa in liquidazione il 16 gennaio 2012. La società ebbe pure in affidamento lavori di somma urgenza post-alluvione dal Comune di Mazzarrà Sant’Andrea nel periodo compreso tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009. La Ca.Ri.Fra., insieme alla ditta “Futura 2004”, riconducibile all’ex capo del clan dei Mazzarroti” Carmelo Bisognano e odierno collaboratore giustizia, eseguirono congiuntamente gli interventi di rimozione, trasporto ed utilizzo del materiale per la risagomatura dell’alveo dei torrenti Mandrì e Mazzarrà.

Nell’ambito di un’altra recente inchiesta antimafia denominata “Torrente”, gli investigatori hanno potuto accertare che con ordinanza integrativa n. 133 del 18 dicembre 2008, il Centro Operativo Comunale post-emergenza del Comune di Falcone “invitò” la ditta individuale di Furnari facente capo a Nunzio Siragusano ad “eseguire immediati interventi volti al ripristino delle condizioni di sicurezza in seguito all’alluvione”. I magistrati definiscono il Siragusano un “soggetto dai numerosi precedenti giudiziari sofferti” e dall’“acclarata contiguità alla consorteria storicamente retta da Bisognano Carmelo”. Secondo il ROS dei Carabinieri, l’assegnazione dei lavori fu “l’esito sperato” di una richiesta avanzata da parte dall’imprenditore edile Roberto Munafò “al Sindaco pro tempore del comune di Falcone, Cirella Santi”. A fornire al Munafò il contatto telefonico fu l’allora sindaco di Furnari Salvatore Lopes, defenestrato a seguito dello scioglimento per infiltrazione mafiosa del Comune e pure rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta “Torrente” insieme ad alcuni boss e gregari mafiosi locali. Anche il territorio di Furnari fu colpito da eventi alluvionali in due diverse circostanze, tra il dicembre del 2008 ed il febbraio del 2009. Per porre riparo alle devastazioni causate dalle frane e dagli smottamenti, il sindaco Lopes ordinò, in deroga alle disposizioni ordinarie, l’affidamento di lavori di somma urgenza per complessivi 374.606 euro. Tre di essi furono assegnati alla ditta di cui era titolare Nunzio Siragusano.

Nipoti del boss

Con determinazione n. 267 del 26 ottobre 2011 il Comune di Falcone liquidò una fattura per complessivi 32.936 euro, a favore della ditta individuale di Antonio Calcò Labruzzo (Contrada Arangia, Tripi), per lavori eseguiti subito dopo l’alluvione. Ma l’azienda di Antonio Calcò Labruzzo è stata chiamata anche per altri importanti interventi: con determinazioni n. 84, 85 e 86 emesse il 19 aprile 2011, il Comune di Falcone le ha liquidato tre fatture: la prima per il decespugliamento, la pulizia e la “riconfigurazione” della strada Cimitero a contrada Quattro Finaide; la seconda per la pulizia del torrente Feliciotto nel tratto a mare e a monte di Passo Falcone; la terza per la “pulizia straordinaria stradelle ed aiuole interne del depuratore comunale, alveo Torrente Arangia”. Importo complessivo, 16.950 euro.

Il titolare, estraneo ad inchieste e procedimenti giudiziari, è nipote di Salvatore Calcò Labruzzo, l’allevatore originario di Tortorici arrestato nel giugno 2011 perché indicato come il capo delle cosche criminali operanti tra Patti, Montalbano, Falcone e Oliveri. “Costui ha due figli, uno di nome Antonino, di professione veterinario, l’altro di nome Francesco, che dovrebbe svolgere la professione di ballerino”, ha raccontato l’ex boss di Mazzarrà, Carmelo Bisognano. “Anche Salvatore Calcò Labruzzo è stato organico al gruppo dei Mazzarroti dal 1989, quando era ancora in vita Giuseppe Trifirò, detto “Carebbedda”. Quando sono uscito dal carcere, mi sono accorto che anche costui era in una posizione apicale e si occupava in particolare di estorsioni, attentati, contatti con i pubblici amministratori”.

Nell’ambito dell’operazione “Gotha”, Calcò Labruzzo è stato raggiunto da provvedimento di custodia cautelare in carcere con l’accusa di aver sottoposto ad estorsione insieme ad alcuni rappresentanti delle “famiglie” barcellonesi le aziende impegnate nella realizzazione del devastante Parco Eolico dei Nebrodi, in regime di subappalto della Maltauro di Vicenza. “Fu il Calcò Labruzzo a contattare le ditte ed a chiudere la trattativa per l’estorsione”, ha raccontato l’altro collaboratore Santo Gullo. “Egli  ha anche ottenuto che uno dei suoi fratelli, Pietro, fosse assunto con la qualifica di guardiano in uno dei cantieri”. Oltre che all’affaire dell’eolico, Salvatore Calcò Labruzzo si sarebbe interessato pure al grande business dello smaltimento dei rifiuti e ai lavori di realizzazione delle grandi discariche di Mazzarrà Sant’Andrea e di contrada Formaggiara, Tripi.

Curriculum e frequentazioni del presunto padrino originario di Tortorici non hanno pregiudicato i legami familiari con fratelli e nipoti. Così, il giorno delle nozze, l’imprenditore edile Antonio Calcò Labruzzo, quello dei lavori di somma urgenza post-alluvione, volle essere accompagnato all’altare dalla moglie dello zio Salvatore. La sorella, Maria Calcò Labruzzo, avvocata con laurea alla prestigiosa Bocconi di Milano, fece invece da madrina al battesimo della figlioletta di uno dei figli dello zio. La stessa Maria Calcò Labruzzo siede oggi nel consiglio comunale di Flacone tra i banchi della maggioranza: è risultata la candidata più votata (159 preferenze) alle elezioni del 29 e 30 maggio 2011 che riconfermarono sindaco Santi Cirella.

Dirigente per l’eternità

Le determinazioni di approvazione della contabilità finale dei lavori di somma urgenza eseguiti dopo l’alluvione dell’11 dicembre 2008 portano tutte in calce la firma del geometra Antonino Fugazzotto, responsabile dell’Area tecnica e protezione civile del Comune. Nominato con procedimenti sindacali dell’1 luglio 2009 e del 31 marzo 2010, Fugazzotto è stato a capo dell’ufficio tecnico di Falcone sin dalla seconda metà degli anni ’70. Il suo nome, insieme a quello del capo ufficio tecnico del Comune di Mazzarrà Sant’Andrea, Roberto Ravidà, è stato tirato in ballo al processo “Vivaio” relativamente ad alcune gare d’appalto che le cosche mafiose del barcellonese avrebbero tentato di pilotare. “Ricordo di aver raggiunto il Fugazzotto in ufficio, intorno al 2000, per discutere dell’appalto dei lavori di canalizzazione delle acque”, ha raccontato Carmelo Bisognano. “Mi sedetti di fronte la sua scrivania e gli dissi senza mezzi termini che l’appalto doveva essere vinto dall’impresa Mastroeni Carmelo, riconducibile alla famiglia barcellonese ed a Sem Di Salvo che mi diede l’incarico di andare dal tecnico comunale. Ovviamente Fugazzotto acconsentì alla mia richiesta perché conosceva la mia fama di personaggio autorevole sul territorio”. Dello stesso tenore le dichiarazioni di Santo Gullo allegate all’ordinanza di custodia cautelare “Gotha3”. “Roberto Ravidà e Antonino Fugazzotto hanno favorito varie ditte in occasione dell’aggiudicazione di appalti di lavori pubblici nei Comuni di loro competenza”, ha esordito Gullo. “A partire dal 1999 tanto il Ravidà quanto il Fugazzotto hanno via via fatto fuori le ditte esterne non riconducibili a quelle del Di Salvo. Ciò ha favorito l’organizzazione barcellonese, permettendo di lavorare alle ditte vicine o comunque riconducibili al Di Salvo. Con il trascorrere del tempo le ditte non ricollegabili a lui iniziarono a lamentarsi in quanto rimanevano sistematicamente fuori dall’aggiudicazione dei lavori (…) Questo sistema cui partecipavano il Ravidà, il Fugazzotto e il Di Salvo finì per scontentare anche me e Salvatore Calcò Labruzzo quali referenti immediati della zona, in quanto dovevamo astenerci dal sottoporre ad estorsione le ditte vicine al Di Salvo, così come richiestoci da quest’ultimo”.  

Dopo che la stampa pubblicò stralci delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, il 3 agosto 2011 Fugazzotto indirizzò una lettera al sindaco e al presidente del Consiglio comunale di Falcone, respingendo ogni addebito. “Lo scrivente, a scanso di equivoci, non avendo mai avuto contatti, incontri e conoscenza con il pentito e/o con altri personaggi della stesse specie, ha già provveduto a comunicare alla Procura Antimafia di Messina, la propria disponibilità a essere sentito, al fine di chiarire e smentire quanto falsamente asserito”, esordì il capo dell’ufficio tecnico. “Si rassicurano, pertanto le SS.LL. che mai l’Ufficio tecnico Comunale è stato sottoposto a pressioni e/o compromessi con alcuno, ha agito sempre liberamente nel rispetto delle leggi e dei regolamenti e non ultimo nel rispetto della dignità dell’utenza”.

Il 14 novembre 2012, l’allora leader di Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, con un’interrogazione al Presidente del Consiglio e ai ministri dell’Interno e della Giustizia, chiese un accesso prefettizio presso il Comune di Falcone per verificare se le organizzazioni criminali avessero tentato d’infiltrarsi nella vita amministrativa del piccolo comune tirrenico. “Appare grave l’intreccio di responsabilità tra amministratori locali, funzionari e personaggi in odor di mafia che, predisponendo in apparente sinergia atti amministrativi, hanno concorso ad azionare un meccanismo che ha stravolto la buona amministrazione del Comune di Falcone e, contestualmente, consentito di liberare fiumi di denaro attraverso la realizzazione di opere non soggette ad alcun sistema di gara d’appalto e finanziabili con la pratica della discrezionalità”, scrisse Di Pietro.

Ai rilievi dei parlamentari e dei consiglieri comunali d’opposizione il sindaco Cirella ha replicato con un lungo documento. “Desidero precisare che il reclutamento delle ditte è avvenuto col sistema del passa parola, nel senso che chiunque avesse conosciuto ditte e/o imprese, venne invitato a contattarle ed a farle convergere sul territorio comunale per essere avviate, senza indugio alcuno, al lavoro, come richiedeva la situazione emergenziale in corso, previa l’adozione dei provvedimenti amministrativi di rito”, ha affermato il sindaco. “Da subito e nei giorni successivi molte ditte e/o imprese si recarono nella segreteria del Centro Operativo Comunale, frattanto costituito, ove vennero censite ed avviate al lavoro. Si stabilì, senza che alcuna norma di legge lo imponesse, che l’avviamento al lavoro doveva rimanere condizionato alla esibizione del certificato camerale con dicitura antimafia, pena la revoca dell’incarico, nonché all’immediata sottoscrizione da parte delle ditte di una dichiarazione attestante la regolarità della propria posizione contributiva, l’inesistenza di carichi pendenti, l’assenza di impedimenti a contrarre con la Pubblica amministrazione. Posso serenamente affermare che tutte le imprese, all’epoca operanti sul territorio, sottoscrissero la chiesta dichiarazione sostitutiva e produssero il certificato antimafia”. Il procedimento penale avviato dal Tribunale di Patti e gli otto avvisi di garanzia ad amministratori e imprenditori locali lasciano però intendere che non tutto avrebbe funzionato nel verso giusto.

Intanto c’è chi chiede a gran voce le dimissioni immediate del sindaco. “L’enorme gravità delle accuse contestate e gli sviluppi preoccupanti che le vicende giudiziarie sembrerebbero assumere, costituiscono ormai un peso insopportabile per la cittadinanza”, scrivono i consiglieri e i sostenitori di Falcone Città Futura. E l’estate nella cittadina, si prospetta più calda che mai.

 
Articolo pubblicato in Casablanca, n. 35, maggio-giugno 2014.

giovedì 12 giugno 2014

Nuove avventure militari italiane in territorio somalo


Il tricolore torna a sventolare a Mogadiscio e il governo Renzi mette a disposizione dei nuovi signori della guerra parà, istruttori e veicoli militari. Un paio di giorni fa, nel corso di una cerimonia tenutasi nella capitale della Somalia, il comando del National Support Element (IT NSE), il team italiano attivo nel paese del Corno d’Africa lacerato dalla lunga guerra civile, ha donato al locale Ministero della difesa tre veicoli minivan per consentire una “migliore mobilità” dei militari impiegati a Gashandiga, Mogadiscio. “Gli aiuti alle istituzioni somale rappresentano parte dell’impegno profuso dall’Italia nell’ambito delle iniziative internazionali a salvaguardia della pace e della stabilità del paese”, si legge nel comunicato emesso dalle forze armate italiane.

Il contingente nazionale opera nell’ambito dell’European Union Training Mission to contribute to the training of Somali National Security Forces (EUTM Somalia), la missione di formazione e addestramento delle forze armate somale che l’Unione europea ha istituito il 15 febbraio 2010 per concorrere alla “stabilizzazione del Corno d’Africa” e “rafforzare” il governo e le istituzioni somale. Condotta in collegamento con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione dell’Unione africana che vede schierati in Somalia più di 17.000 uomini di Uganda, Kenya, Burundi, Sierra Leone e Nigeria, EUTM Somalia ha come obiettivo strategico il rafforzamento del dispositivo multinazionale chiamato a contrastare in Corno d’Africa le milizie armate al-shabaab ritenute vicine ad al-Qaeda.

Schierata inizialmente a Kampala, capitale dell’Uganda, e presso il centro addestrativo di Bihanga (250 km a ovest di Kampala), EUTM Somalia avrebbe dovuto operare sino al 2013, ma nel gennaio 2013 il Consiglio Europeo ha deciso la sua estensione sino al 31 marzo 2015, ampliandone i compiti alla “consulenza politico-strategico alle autorità somale” e all’addestramento specializzato delle forze governative. Nella seconda metà del 2013 la missione Ue ha trasferito il suo quartier generale e il Mentoring Advisory Training Element (MATE) presso l’aeroporto internazionale di Mogadiscio e dal gennaio 2014 tutte le sue attività sono condotte esclusivamente in territorio somalo. Attualmente l’addestramento delle unità viene effettuato presso il Jazeera Training Camp, a circa 5 Km a sud dallo scalo aereo.

Sino ad oggi EUTM Somalia ha contribuito alla formazione di 3.600 tra ufficiali, specialisti e istruttori militari somali. La missione ha ottenuto un budget di 11,6 milioni di euro per il periodo compreso tra il febbraio 2013 e il marzo 2015 e vede schierati 125 militari di 13 paesi europei. Il team italiano è composto da 78 unità, in buona parte paracadutisti della Brigata “Folgore”, impiegate in vari ambiti, dall’addestramento delle forze armate somale alla sicurezza dei movimenti e del contingente, al supporto logistico e amministrativo. “I nostri specialisti forniscono alle reclute somale conoscenze e tecniche utili a contrastare la minaccia delle mine e degli ordigni esplosivi improvvisati (IED) unitamente a nozioni di primo soccorso tattico sul campo di battaglia, ecc.”, ha spiegato il National Support Element (IT NSE). Secondo il cronogramma operativo, nel 2014 il team italiano seguirà la formazione di 1.850 militari somali, per una spesa che solo nei primi sei mesi dell’anno è stata di 7 milioni e 62.000 euro.

Dal 15 febbraio il comando della missione Ue in Somalia è stato affidato al generale Massimo Mingiardi, vice comandante della Scuola di fanteria di Cesano ed ex comandante della brigata “Folgore”. Il colonnello Mingiardi aveva già operato a Mogadiscio nel 1993 come comandante di compagnia durante l’Operazione “Ibis”, tragicamente segnata dall’incredibile numero di violazioni dei diritti umani commesso dal contingente italiano e dalla battaglia del check-point “Pasta” che il 2 luglio 1993 provocò la morte di tre uomini e il ferimento di 33 parà italiani.
In vista del rafforzamento dei vincoli bilaterali tra l’Italia e la Somalia, il 17 settembre 2013 si è tenuto a Roma un vertice tra l’allora ministro Mario Mauro e Abdihakim Mohamed Haji Fiqi, responsabile del dicastero alla difesa del Governo federale somalo. Nel corso del meeting venne siglato un Memorandum di Cooperazione nel settore della difesa a sostegno delle nuove istituzioni politiche e militari somale.