I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 25 gennaio 2014

Le antenne della guerra


Nella riserva naturale “Sughereta” di Niscemi è vietato installare impianti radio di qualsiasi tipologia ma da ieri l'area protetta ospita la prima antenna del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare degli Stati Uniti d'America. E nelle prossime ore, c'è da scommettere, che anche le altre due grandi parabole del MUOS saranno innalzate sui tralicci in acciaio e cemento predisposti da più di un anno da un'azienda siciliana sfornita di certificazione antimafia.

Il MUOS (Mobile User Objective System) consentirà il collegamento della rete militare USA (centri di comando, controllo e logistici e gli oltre 18.000 terminali radio esistenti, tutti gli utenti mobili come droni, cacciabombardieri, unità navali, sommergibili, reparti operativi, missili Cruise, ecc.), accrescendo esponenzialmente la velocità e il numero delle informazioni e dei dati trasmessi nell’unità di tempo. «La nuova costellazione satellitare assicurerà sino al 2030 le comunicazioni in tempo reale audio, video e dati in ultra alta frequenza (Ultra High Frequency - UHF) a tutti i sistemi di guerra mobili USA ovunque essi si trovino», spiega il Comando centrale della Marina militare degli Stati Uniti d’America.

L’architettura del MUOS si basa sulla realizzazione di un ponte terra-spazio-terra che comprende quattro satelliti geostazionari (più un quinto in orbita di riserva) e quattro terminali terrestri. I satelliti sono progettati per mantenere costante nell’arco delle 24 ore la loro posizione nello spazio a più di 36.000 Km dalla terra. I quattro terminali, oltre che in Sicilia, sorgono in Virginia, Australia e isole Hawaii. Le stazioni terrestri sono dotate di tre grandi antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri e funzionanti in banda Ka per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari e di due trasmettitori elicoidali di 149 metri d’altezza in banda UHF (tra i 240 e i 315 MHz) per il posizionamento geografico. Le maxi-parabole trasmetteranno con frequenze a microonde che raggiungeranno valori compresi tra i 30 e i 31 GHz con una potenza di 1.600 W ciascuna. I due trasmettitori elicoidali opereranno invece con una potenza di 105-200 W.

Le telecomunicazioni in UHF (comprese tra i 30 MHz e i 3 GHz) sono utilizzate da tutte le agenzie militari USA per le operazioni tattiche che coinvolgono gli aspetti C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer, Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento). Le trasmissioni satellitari in altissima frequenza supportano i dislocamenti rapidi per via terrestre, aerea e navale a livello planetario e hanno oggi un ruolo determinante e insostituibile, ad esempio, per inviare ordini e informazioni ai reparti mobili che operano nei principali scenari di guerra in Africa, Medio Oriente e sud est asiatico. Le trasmissioni in banda UHF, oltre ad essere compatibili con il maggior numero di strumenti bellici, penetrano attraverso il fogliame delle giungle e gli ambienti urbani più facilmente delle altre frequenze; grazie ad esse, i militari possono comunicare e combattere indipendentemente dalle condizioni climatiche e atmosferiche.
In origine, il Pentagono aveva programmato di lanciare i satelliti dalla fine del 2009 per ottenere la loro piena capacità operativa entro il 2013. Prima della fine del 2012 dovevano invece entrare in funzione i quattro terminali terrestri del MUOS. Il lancio in orbita del primo satellite è avvenuto in realtà solo il 24 febbraio 2002 da Cape Canaveral (Florida), ventisei mesi dopo di quanto previsto dal progetto, mentre il secondo satellite è stato lanciato solo il 19 luglio 2013. Secondo le nuove previsioni di SPAWAR gli altri tre satelliti saranno lanciati tra il 2014 e l’ottobre del 2015, mentre tutte e quattro le stazioni di terra saranno operative solo a partire dell'autunno 2014. Stando così le cose, la costellazione MUOS sarà pienamente funzionante non prima del 2016.

Articolo pubblicato in Il Manifesto, 25 gennaio 2014.

mercoledì 22 gennaio 2014

Mauro cerca partner per far la guerra ai migranti


Afghanistan, Siria, cacciabombardieri Joint Strike Fighter F-35 ma soprattutto “emergenza migranti” e sicurezza nel Mediterraneo. Sono stati questi i temi dell’incontro tenutosi a Washington il 15 gennaio scorso tra il Segretario della difesa Usa Chuck Hagel e il ministro italiano Mario Mauro. “Mr. Hagel ha espresso pieno apprezzamento per il contributo dell’Italia al rafforzamento delle democrazie emergenti in Medio oriente e Nord Africa e per l’addestramento avviato a favore delle forze di sicurezza libiche”, ha dichiarato il Capo ufficio stampa del Pentagono, ammiraglio John Kirby, a conclusione di un vertice pressoché ignorato dai media italiani. “I responsabili alla difesa dei governi d’Italia e Stati Uniti - ha aggiunto Kirby - si sono trovati d’accordo a sottoporre la questione dei rifugiati del Mediterraneo all’attenzione del prossimo meeting del Comitato militare della Nato previsto a Bruxelles a fine gennaio”.

Il pericolo migrazioni è stato enfatizzato dal ministro Mauro nel tentativo di ottenere un fattivo supporto statunitense all’operazione “Mare Nostrum”, lanciata nell’ottobre 2013 dalle forze armate italiane nel Canale di Sicilia. “Gruppi criminali con potenziali legami con il terrorismo stanno facendo profitti con le imbarcazioni che trasportano migranti attraverso il Mediterraneo sino alle sponde europee”, ha esternato il ministro ad alcuni giornalisti di Washington. “Per questo chiediamo agli Usa di fare massima attenzione al risorgente terrorismo islamico nella regione. L’Italia sta usando anche i droni e i sottomarini contro il lucroso traffico di migranti provenienti dal Nord Africa, che probabilmente sta finanziando il terrorismo”.

“I governi europei e l’opinione pubblica considerano quanto accade come un problema d’immigrazione illegale, ma non è questa la mia visione”, ha aggiunto Mauro. “Credo cioè che si tratti di un problema strettamente legato alla sicurezza internazionale. È importante che gli Stati Uniti comprendano meglio ciò che sta accadendo nel Mediterraneo”. Secondo il ministro, al “flusso” d’imbarcazioni provenienti dalla Libia si è aggiunto quello dall’Egitto, “gestito da organizzazioni criminali multinazionali”, con oltre 25.000 migranti trasportati nel 2013. “I trafficanti stanno utilizzano navi madri che rimorchiano imbarcazioni più piccole e meno idonee alla navigazione, su cui, a 200 km dalle coste italiane, vengono stipati sino a 1.000 passeggeri”, ha aggiunto. “Ognuno di essi paga circa 3.000 dollari, cioè 3 milioni di dollari per ogni viaggio, profitti che vanno nelle mani di organizzazioni criminali internazionali con possibili legami con gruppi terroristici in Siria e Somalia”. Le imbarcazioni, secondo Mauro, potrebbero essere utilizzate pure per trasferire “terroristi” in Europa. “In Libia è difficile individuare le differenze tra gruppi terroristici e gruppi criminali coinvolti nel traffico di essere umani. Ci sono 28 brigate che possiamo definire jihadiste, ma dedite al crimine. Alle frontiere meridionali della Libia regna il caos, e sono migliaia i terroristi attivi”.

Per il ministro italiano, le tensioni e i conflitti esistenti in Nord Africa e Medio oriente impongono ai partner occidentali scelte e impegni precisi. “Sono determinato nel voler convincere i nostri alleati a condividere una visione comune a medio e lungo termine”, ha dichiarato. “Probabilmente abbiamo bisogno di una nuova strategia per l’area ed elementi cruciali sono il ruolo degli Stati Uniti e una partnership più forte tra Usa ed Europa”. Mauro non nasconde tuttavia la delusione per quanto fatto sino ad oggi dall’Unione europea per contenere e contrastare l’immigrazione “illegale”. “Lampedusa è la frontiera dell’Europa e non solo dell’Italia, e siamo convinti che l’Europa possa e debba fare di più per garantire la sicurezza nel Mediterraneo”, ha dichiarato. Alle operazioni aeronavali di “Mare Nostrum” solo la piccola Slovenia ha offerto il proprio contributo con la nave multiruolo “Triglav 11” (classe Svetlyak ). L’unità, in grado di raggiungere i 30 nodi di velocità ed armata di mitragliere e cannoncini, ha lasciato il porto di Koper lo scorso 12 dicembre ed è approdata ad Augusta (Siracusa) tre giorni dopo, integrandosi nel “dispositivo attivato per incrementare il livello di sicurezza della vita umana e concorrere al controllo dei flussi migratori via mare”. La marina militare slovena, oltre all’equipaggio di 44 uomini, ha inviato anche un team di collegamento presso la sede del Comando delle forze da Pattugliamento (COMFORPAT) di Augusta. “Il compito delle forze armate slovene è quello di sorvegliare la situazione in acque internazionali”, spiga una nota del ministero della Difesa. “Il settore di sorveglianza assegnato alla nave Triglav si trova a est della costa siciliana e comprende un’area di dimensioni di 30 x 30 miglia nautiche (approssimativamente 3.100 chilometri quadrati)”. Ignote tuttavia le regole d’ingaggio e le modalità di consegna alle autorità italiane delle persone tratte in salvo in mare.

La decisione slovena di partecipare all’operazione “Mare Nostrum” è maturata durante un incontro - il 18 ottobre 2013 a Roma - tra il ministro Mario Mauro e l’omologo alla difesa, Roman Jakic. Il 22 gennaio, il Primo ministro della Repubblica Slovena, Alenka Bratusek, ha raggiunto Augusta per visitare il contingente delle forze armate impiegato nella vigilanza del Canale di Sicilia. Ad attenderlo, l’instancabile Mauro, che ha accompagnato Bratusek pure per un sopralluogo al “centro di prima accoglienza” Umberto I di Siracusa, uno dei tanti non luoghi dell’Isola dove sono stipati in condizioni igienico-sanitarie sempre più critiche centinaia di migranti e richiedenti asilo “salvati” in mare dalle unità da guerra.
In attesa che Usa e Ue accolgano l’appello a condividere nel Mediterraneo l’intervento militare di contrasto all’immigrazione, al vertice italo-russo di Trieste del 27 novembre 2013, il governo Letta ha chiesto al presidente Vladimir Putin un “impegno comune” per affrontare l’emergenza umanitaria dei rifugiati siriani. “Abbiamo discusso anche di Libia ed abbiamo messo in comune le nostre preoccupazioni per la situazione di instabilità che investe l’area a sud e a est del Mediterraneo”, ha spiegato Letta a conclusione del summit.

mercoledì 15 gennaio 2014

Navi libiche anti-migranti. Paga l’Italia


Sei milioni e mezzo di euro in nove mesi per addestrare gli uomini della Guardia costiera libica a contrastare le imbarcazioni di migranti in fuga dal continente africano. È quanto è stato stanziato dal governo Letta con i due decreti approvati, rispettivamente, il 5 dicembre 2013 e il 10 gennaio 2014, e che hanno consentito di prorogare la partecipazione delle forze armate e di polizia italiane in missioni operative all’estero. Nello specifico, con il primo decreto, sono stati destinati 2.895.192 euro per la copertura del periodo compreso dal primo ottobre al 31 dicembre 2013, mentre il secondo atto estende l’addestramento italiano anti-migranti sino al prossimo 30 giugno, con una spesa di 3.604.700 euro. A operare in Libia è stato chiamato il personale della Guardia di finanza, che dovrà assicurare pure la manutenzione ordinaria delle unità navali cedute dall’Italia al governo libico in esecuzione degli accordi di cooperazione sottoscritti per “fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta degli esseri umani”.

Il 29 dicembre 2007, Roma e Tripoli firmarono in particolare due protocolli anti-migrazione che prevedevano il pattugliamento marittimo congiunto delle acque del Mediterraneo e la “cessione in uso” di sei motovedette della Guardia di finanza alla Guardia costiera libica. Le unità militari avrebbero dovuto imbarcare “equipaggi misti” con personale libico e agenti di polizia italiani per attività di addestramento, formazione, assistenza e manutenzione. La cessione in via “temporanea” riguardava nello specifico tre guardacoste della classe “Bigliani” e tre vedette veloci della classe “V.5000”. Le unità “Bigliani”, realizzate dalla società Intermarine, erano omologate per imbarcare sino a 12 militari: fornite di un radar “Gemant 2(V)1” e di uno “Scancoverter SC 1410”, furono armate con una mitragliera “Breda” cal. 30/70 e due “MG” cal. 7,62 Nato. Le vedette in vetroresina della classe “V.5000” erano state costruite dalla “Moschini S.p.A.” di Fano: in grado di superare i 50 nodi di velocità, esse potevano ospitare sino a cinque persone a bordo e furono armate, ognuna, con una mitragliera “MG” da 7,62 e quattro “M/12” calibro “parabellum”. “Dette unità navali – fu specificato nei protocolli di cooperazione anti-immigrazione - effettueranno le operazioni di controllo, ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporti di immigrati clandestini, sia in acque territoriali libiche che internazionali”.

Le prime tre motovedette della Guardia di finanza furono consegnate ai libici il 14 maggio del 2009 a Gaeta (Lt), durante una cerimonia a cui parteciparono l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni e l’ambasciatore libico a Roma, Hafid Gaddur. Sempre a Gaeta, il 10 febbraio 2010, furono consegnate le altre tre motovedette, tutte dotate di “moderni sistemi di scoperta e telecomunicazioni e di due potenti propulsori diesel”, come riferì il governo italiano. Due imbarcazioni furono distrutte a Tripoli e Zuwarah nel 2001 durante i bombardamenti aeronavali scatenati contro il regime di Gheddafi dalla coalizione internazionale a guida Nato. Le altre quattro unità furono seriamente danneggiate e nell’agosto 2013 furono trasferite a Napoli per essere sottoposte a lavori di riparazione. Il mese successivo fecero ritorno in Italia anche i trenta finanzieri destinati a funzioni addestrative della Guardia costiera libica. Secondo Analisi Difesa, le imbarcazioni saranno riconsegnate nel maggio di quest’anno; nel frattempo, una quarantina di sottufficiali della marina militare libica saranno addestrati in Italia dalla Guardia di finanza.

Con i protocolli  del dicembre 2007, l’Italia s’impegnò pure a cooperare con l’Unione Europea per la “fornitura, con finanziamento a carico del bilancio comunitario, di un sistema di controllo per le frontiere terrestri e marittime libiche, al fine di fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, da realizzare secondo le esigenze rappresentate dalla parte libica alla delegazione della missione Frontex”. Il Trattato di Cooperazione Italia-Libia firmato a Roma il 30 agosto 2008, definì all’art. 19 che nell’ambito della mutua collaborazione nella lotta all’immigrazione clandestina, la realizzazione del sistema di controllo delle frontiere terrestri sarebbe stata affidata a società italiane “in possesso delle necessarie competenze tecnologiche” (cioè Selex ES, gruppo Finmeccanica). I costi del programma sarebbero stati coperti per metà dal governo italiano, mentre per il restante 50%, “le due Parti chiederanno all’Unione Europea di farsene carico, tenuto conto delle Intese a suo tempo intervenute tra la Grande Giamahiria e la Commissione Europea”. Fu convenuto infine d’istituire, “presso una idonea struttura” in territorio libico, un Comando operativo interforze, costituito da personale italiano e libico, con il compito di disporre l’attuazione delle crociere addestrative e di pattugliamento, “raccogliere le informazioni operative acquisite dalle unità operative” e “impartire le direttive di servizio necessarie in caso di avvistamento e/o fermo di natanti con clandestini a bordo”. Per svolgere le sue funzioni, il Comando interforze poteva “richiedere l’intervento e/o l’ausilio delle unità navali italiane ordinariamente rischierate presso l’isola di Lampedusa per le attività anti immigrazione”. Le nuove autorità libiche e il goveno Letta hanno fatto sapere di essere intenzionate a rafforzare la partnership militare in funzione anti-migranti. Secondo quanto dichiarato dal ministro della difesa Mauro a conclusione del vertice bilaterale tenutosi a Roma il 28 novembre 2013, “è emersa tra le Parti anche la possibilità di imbarcare ufficiali libici a bordo delle unità navali italiane impegnate nell’Operazione Mare Nostrum”.

Il decreto legge che ha prorogato le missioni internazionali delle forze armate sino al 30 giugno 2014 ha previsto anche uno stanziamento di 5.118.845 euro a favore del personale italiano impiegato in attività supporto e formazione ai militari libici e nella missione dell’Unione europea di “assistenza” alla vigilanza delle frontiere della Libia (“European Union Border Assistance Mission” - EUBAM Libya). A favore degli agenti di Polizia di stato distaccati presso EUBAM Libya sono stati destinati invece 132.380 euro. Il governo ha infine autorizzato lo stanziamento di 100.000 euro a favore del comando del contingente militare italiano in Libia “per sopperire a esigenze di prima necessità della popolazione locale”, attraverso “interventi urgenti o acquisti e lavori da eseguire in economia, anche in deroga alle disposizioni di contabilità generale dello Stato”.
Nell’ultimo trimestre del 2013, per la formazione e l’addestramento dei militari libici i contribuenti italiani hanno speso invece 2.547.405 euro, a cui vanno aggiunti i 91.430 euro per il personale della Polizia di Stato della missione EUBAM.

domenica 12 gennaio 2014

Italia addestra militari libici contro i migranti


È già in Italia il primo contingente di militari libici che sarà addestrato principalmente in funzione di vigilanza e contrasto dei flussi migratori. Si tratta di 340 uomini che svolgeranno a Cassino (Fr), presso l’80° Reggimento addestramento volontari dell’Esercito italiano, un ciclo addestrativo di 14 settimane. L’attività è frutto dell’Accordo di cooperazione bilaterale tra Italia e Libia nel settore della Difesa, firmato a Roma il 28 maggio 2012. Secondo il portavoce del Ministero della difesa italiano, i cicli addestrativi prevedono la “formazione in Italia di più gruppi, scaglionati nel tempo, provenienti dalle regioni di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan”. Il programma addestrativo a cura del personale misto di Esercito, Marina, Aeronautica e Arma dei Carabinieri, è inoltre parte delle iniziative di “ricostruzione” delle forze armate e di sicurezza libiche, decise in occasione del vertice G8 tenutosi a Lough Erne (Irlanda del Nord), nel giugno 2013. Nello specifico, Italia e Gran Bretagna si sono impegnati ad addestrare, ognuno, 2.000 militari libici all’anno; 6.000 militari saranno addestrati dagli Stati Uniti, mentre la Francia si occuperà della formazione delle forze di polizia.

Parte delle attività saranno realizzate direttamente in Libia da un team dell’Esercito integrato nella Missione Italiana in Libia (MIL), ufficialmente lanciata il 1° ottobre 2013 quale “evoluzione” dell’Operazione “Cyrene” che prese il via dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi. La MIL prevede infatti un sensibile aumento del numero del personale impiegato (sino a un centinaio di uomini) e delle finalità operative “La Missione Italiana in Libia ha lo scopo di organizzare, condurre e coordinare le attività addestrative, di assistenza e consulenza nel settore della Difesa”, ha spiegato il Capo di Stato Maggiore, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. “Si articola in una componente core interforze a carattere permanente, e in una componente ad hoc, costituita da mobile teams formativi, addestrativi e di supporto in base alle esigenze di volta in volta individuate dalle forze armate libiche”. Il salto strategico della nuova presenza italiana in Libia è sancito dalle risorse finanziarie messe in campo dal governo Letta: mentre nei primi nove mesi del 2013, “Cyrene” è costata 7,5 milioni di euro, nel trimestre ottobre-dicembre la missione MIL ha divorato oltre 5 milioni.

Le prime significative attività addestrative in Libia hanno preso il via nel dicembre 2012, quando una ventina di ufficiali di polizia sono stati ammessi a un corso di 4 settimane organizzato dall’Arma dei carabinieri. Temi trattati: “gestione dell’ordine pubblico, tecniche di intervento operativo, check point, perquisizioni, ammanettamenti, maneggio e uso delle armi, primo soccorso, servizi di tutela e scorta, difesa personale, contrasto agli ordigni esplosivi improvvisati, ecc.”. Sono seguiti poi per tutto il 2013 altri corsi pianificati e gestiti da una training mission composta da ufficiali e sottufficiali della 2a Brigata Mobile dei carabinieri. L’Arma ha curato anche l’addestramento dei “battaglioni di ordine pubblico” libici e della Border Guard a cui è affidata la vigilanza dei confini e dei siti strategici nazionali. Una trentina di militari della neo-costituita guardia di frontiera sono stati invitati per un ciclo addestrativo di 10 settimane presso il Coespu (Centre of excellence for stability police units) di Vicenza, la scuola di formazione delle forze di polizia dei paesi africani e asiatici, di proprietà dei Carabinieri ma utilizzata pure da personale specializzato di Africom, il comando militare Usa per le operazioni in Africa. Un’altra trentina di ufficiali della Border Guard e della Gendarmeria libica hanno invece partecipato nella primavera 2013, presso la Scuola del Genio e del Comando logistico dell’Esercito di Velletri (Rm), a un corso sulle “tecniche di bonifica di ordigni esplosivi convenzionali” e a uno sulla “manutenzione” dei blindati da trasporto e combattimento “Puma”. Venti di questi velivoli prodotti dal consorzio Fiat Iveco-Oto Melara erano stati consegnati “a titolo gratuito” ai libici il 6 febbraio 2013, in occasione della visita a Tripoli dell’allora ministro della difesa, ammiraglio Di Paola. In quella data fu pure raggiunto un accordo di massima tra Italia e Libia sui futuri programmi di formazione dei reparti militari e delle forze di polizia e, come spiegato dallo stesso Di Paola, “di cooperazione, anche tecnologica, nelle attività di controllo dell’immigrazione clandestina, di supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, sorveglianza e controllo integrato delle frontiere”.

Nell’ottica del rafforzamento dei legami italo-libici , una delegazione della Marina del paese nordafricano è stata ospite nel luglio 2013 dell’Accademia Navale di Livorno, della stazione elicotteri della Marina di Luni e del Comando delle forze di contromisure mine (Comfordrag) di La Spezia. E a fine ottobre, le autorità di Tripoli hanno annunciato di voler rinnovare la collaborazione con Roma e l’industria Selex ES (Finmeccanica) per installare un sistema di sorveglianza radar e monitoraggio elettronico delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan, dal costo di 300 milioni di euro. Il contratto fu firmato il 7 ottobre 2009 all’epoca del regime di Muammar Gheddafi, ma fu interrotto nel 2011 con il completamento di solo una tranche di 150 milioni. Selex ES, con la collaborazione di GEM Elettronica, deve provvedere all’installazione di una rete radar Land Scout “in grado di individuare anche i movimenti di gruppi di persone appiedate”, e curerà la formazione degli operatori e dei manutentori libici. Secondo il sito specialistico Analisi Difesa, i libici avrebbero espresso la volontà di dotarsi pure di un non meglio precisato “monitoraggio aereo delle frontiere” che comprenderebbe l’acquisto dei droni di sorveglianza “Falco”, prodotti sempre dall’italiana Selex.

Che siano gli aerei senza pilota la nuova frontiera tecnologica per le guerre ai migranti e alle migrazioni lanciate dalle forze armate italiane e libiche lo prova l’ultimo “accordo tecnico” di cooperazione bilaterale sottoscritto a Roma il 28 novembre 2013 dai ministri della difesa Mario Mauro e Abdullah Al-Thinni. Il memorandum autorizza l’impiego di mezzi aerei italiani a pilotaggio remoto in missioni a supporto delle autorità libiche per le “attività di controllo” del confine sud del Paese. Si tratta dei droni Predator del 32° Stormo dell’Aeronautica militare di Amendola (Fg), rischierati in Sicilia a Sigonella e Trapani-Birgi nell’ambito dell’operazione “Mare Nostrum” di controllo e vigilanza del Mediterraneo. Grazie ai Predator, gli automezzi dei migranti saranno intercettati quanto attraversano il Sahara e i militari libici potranno intervenire tempestivamente per detenerli o deportarli prima che essi possano raggiungere le città costiere.
Sempre secondo quanto dichiarato dal Ministero della difesa italiano a conclusione del vertice bilaterale del 28 novembre scorso, “nell’ottica di uno sviluppo delle capacità nel settore della sorveglianza e della sicurezza marittima, è emersa anche la possibilità di imbarcare ufficiali libici a bordo delle unità navali italiane impegnate nell’Operazione “Mare Nostrum”, nonché di avviare corsi di addestramento sull’impiego del V-RMTC (Virtual Maritime Traffic Centre)”. Il governo Letta, cioè, pensa di consentire ai militari di un paese all’indice per le violazioni dei diritti umani, di partecipare a bordo della “San Marco” e delle fregate lanciamissili italiane alle (illegittime) operazioni di identificazione e agli (ancor più illegittimi) interrogatori di tutti coloro che saranno “salvati” nel Canale di Sicilia. “Con la stipula delle nuove intese tra il ministro della difesa libico e Mario Mauro viene svelato il vero senso della missione militare “Mare Nostrum”, sempre meno umanitaria”, ha commentato il giurista Fulvio Vassallo Paleologo dell’Università di Palermo. “Con i funzionari del ministero dell’interno già operativi potranno essere imbarcati agenti di polizia libici, con conseguenze devastanti per il destino dei naufraghi raccolti in mare, tutti ormai potenziali richiedenti asilo, che saranno sempre più esposti al rischio di identificazioni violente e di successivi respingimenti in Libia. Si potrà ripetere dunque quanto accaduto nel 2009, quando la Guardia di Finanza italiana riportò in Libia decine di migranti. Pratica per la quale l’Italia è stata condannata, nel 2012, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”.

venerdì 10 gennaio 2014

A cannonate a due passi dalla Valle dei Templi


Punta Bianca, uno degli ultimi paradisi paesaggistici e naturalistici della Sicilia, una decina di km ad est della città di Agrigento e la sua Valla dei Templi, patrimonio dell’umanità UNESCO. Uno sperone di roccia calcarea che degrada sul mare color verde smeraldo e le suggestive calette di sabbia bianco-corallina. Intorno, però, è un via vai di blindati e mezzi corazzati, tutti i giorni, dieci mesi l’anno. E mentre gli obici e i cannoni dell’esercito italiano e dei marines statunitensi sparano nel contiguo poligono di Drasy, la fragile falesia di Punta Bianca si sgretola nell’ignavia delle autorità civili e militari dell’Isola.

“L’8 gennaio scorso, un pezzo collinare della futura riserva naturale di Punta Bianca è franato in spiaggia”, denuncia l’associazione Mareamico di Agrigento. “Tonnellate di pietre, di creta e di terra con diverse palme nane sono scivolate giù accompagnate da un grande fragore che si è avvertito anche a distanza. La regione Sicilia, invece di tutelare questo territorio ed istituire la riserva naturale, per la quale da 17 anni è stata avanzata una richiesta, continua a rilasciare  l’autorizzazione per le esercitazioni militari che tanto danno arrecano a questo territorio. I boati e le vibrazioni causate dalle esercitazioni sono certamente una concausa di ciò che sta accadendo a questa fragile e sfortunata costa agrigentina”.

Nella vasta area interessata dalle attività militari, il terreno appare disseminato da bossoli e residui di munizioni utilizzate dai reparti. La contaminazione riguarda pure le vie di accesso alle spiagge di Punta Bianca, frequentate dai turisti nel solo periodo in cui le esercitazioni vengono sospese, da metà giugno a metà settembre. Per il resto dell’anno l’area è off limits e i cannoneggiamenti vengono avvertiti da Agrigento a Palma di Montechiaro, Favara, Porto Empedocle e Realmonte. Boati insopportabili e tremori simili al terremoto che minacciano la stessa Valle dei Templi, ad altissimo rischio idrogeologico. “Paradossalmente, l’area dei Templi fu inibita al passaggio delle bici durante i mondiali di ciclismo del 1994, mentre oggi si trova in balia delle esercitazioni militari”, commenta il presidente di Mareamico, Claudio Lombardo. Il 19 maggio 2013, gli ambientalisti organizzarono una manifestazione di protesta contro i giochi di guerra con tanto di pulizia delle spiagge di Drasy e Punta Bianca. “Qualche giorno prima - ricorda Lombardo - il Comando della Brigata Aosta inviò una squadra di 15 uomini del Genio militare con tanto di mezzi pesanti per avviare la bonifica della zona d’inestimabile valore paesistico e il recupero della strada che conduce a Punta Bianca, messa a repentaglio dal passaggio dei mezzi militari”. Per valutare l’impatto delle esercitazioni sull’ambiente giunse ad Agrigento pure il generale di Corpo d’armata Corrado Dalzini, mentre a Roma il deputato Nino Boscosi (Pdl) incontrò il sottosegretario Gioacchino Alfano, responsabile nazionale per i poligoni militari, al fine di individuare un’area alternativa al poligono dove si spara ininterrottamente da 57 anni. Poi a metà dicembre l’ennesima beffa: come denunciato da Legambiente, Marevivo e Mareamico, i carri armati del IV Reggimento Guastatori e dei Lancieri d’Aosta hanno reso “assolutamente inagibili” le stradine per la spiaggia di Drasy che il Genio aveva provveduto a sistemare sei mesi prima.

Con decreto del 13 aprile 2001, l’Assessorato regionale dei Beni Culturali e della Pubblica istruzione aveva dichiarato di notevole interesse pubblico il territorio costiero compresa tra la foce del Vallone di Sumera e il Castello di Montechiaro, per gli straordinari aspetti archeologici, etnoantropologici e naturalistici esistenti. Da allora, però, nessuno dei governi succedutisi alla guida della Regione ha firmato il decreto istituivo della riserva naturale, compreso quello odierno che vede la sindacalista agrigentina Mariella Lo Bello a capo dell’assessorato Ambiente e Territorio.

“Il paesaggio costiero, aperto verso il mare d’Africa, di eccezionale bellezza, ancora non alterato e poco compromesso da urbanizzazioni e case di villeggiatura, è caratterizzato da numerose piccole spiagge strette delimitate da scarpate di terrazzo e da balze”, riporta il decreto del 2001. “Da Monte Grande la visione spazia libera verso ponente sino al promontorio di Capo Rossello includendo la magnifica Valle dei Templi ed il panorama delle blande colline della Sicilia centro meridionale. Dal mare è possibile percepire, anche in lontananza, Punta Bianca, come un faro naturale. Il contrasto cromatico tra il blu del mare limpido ed il bianco dei trubi che protendono verso esso, quasi modellati dall’azione scultorea della natura, costituisce un segno di grande rilievo estetico-percettivo”.

All’interno dell’area che non si vuole proteggere sorge il castello di Montechiaro, costruito nel 1358 da Federico III Chiaramonte, conte di Modica. Ci sono poi due siti archeologici di particolare importanza: Piano Vento, dove è stato messo in luce un abitato neolitico, e Monte Grande con un complesso, unico al mondo, legato all’estrazione e alla lavorazione dello zolfo e il grande santuario risalente al II millennio a.C. caratterizzato da grandi recinti circolari in cui dovevano svolgersi festival religiosi. “I caratteri morfologici del territorio, combinati con le caratteristiche climatiche e con le scarse disponibilità idriche, hanno consentito nel tempo la diffusione di una macchia bassa formata da arbusti e alberelli sempreverdi dell’Oleo-Ceratonion”, si legge ancora nel decreto della Regione. “A queste formazioni sono associati siti di grande interesse floristico, in cui si registrano numerosi endemiti di particolare interesse e specie rare o espressioni biologiche insolite per la flora europea e fortemente caratterizzanti, come la Palma nana”. Tra le specie meritevoli di considerazione ai fini della salvaguardia della biodiversità locale, spiccano la Lavatera agrigentina, l’Iberis semperflorens, l’Onobrychis aequidentata, il Limonium narbonense, l’Echium arenarium, la Satureja nervosa, la Satureja fruticulosa, l’Orobanche minor, la Carlina sicula e l’Iris juncea.

Relativamente alla fauna si segnalano specie di notevole interesse sia per la loro rarità che per il ruolo svolto nell’ecosistema. Tra i mammiferi e i rettili sono stati segnalati l’istrice, la volpe, il coniglio selvatico, il colubro di esculapio, la biscia dal collare, mentre per le specie ornitiche stazionarie di particolare rilievo spiccano il falco grillaio, la coturnice, la ghiandaia marina, la poiana, il gheppio, il fratino, il piccione selvatico, il colombaccio, il barbagianni, la cappellaccia, la tottavilla, lo scricciolo, il saltimpalo, il beccamoschino, l’occhiocotto, la cinciallegra, la ghiandaia, il corvo imperiale. Nei periodi interessati dai flussi migratori (dove sono maggiori le pressioni militari nell’area di Drasy), il territorio diventa un punto di concentrazione e di sosta per numerosissime specie, come l’airone rosso, il mignattaio, il germano reale, il falco pecchiaiolo, il nibbio bruno, il falco di palude, l’albanella reale, la gru, il cavaliere d’Italia, il cuculo, l’upupa, la capinera, l’averla capirossa. Saltuariamente sono stati avvistati l’airone bianco maggiore, la cicogna bianca, il fenicottero, l’oca selvatica, il biancone, il falco pescatore, il falco cuculo, l’occhione, la pavoncella, il gabbiano corso, il gufo di palude. Niente birdwatching però, perché per politici e generali, il fragile territorio di Punta Bianca deve restare un santuario per i giochi di guerra dell’esercito italiano e dei marines in forza alla base di Sigonella, principale scalo operativo per gli interventi Usa in Africa, Medio oriente e sud-est asiatico.

Il primo luglio 2010, l’allora sottosegretario alla Difesa, on. Giuseppe Cossiga, nel rispondere a un’interrogazione di 38 parlamentari del Polo delle libertà (primo firmatario l’on. Vincenzo Fontana, agrigentino), dichiarò che il poligono di Drasy era d’interesse strategico soprattutto per i reparti della Brigata Aosta, ente gestore, tanto che un’eventuale dismissione dell’area avrebbe causato un “inaccettabile impatto negativo sull’operatività e sulla sicurezza del personale, impedendo di fatto l’impiegabilità nelle missioni internazionali e mettendo quindi a rischio la presenza stessa della Brigata nell’isola”.

“Essendo il poligono dell’agrigentino ben servito dalla rete viaria – aggiunse Cossiga - esso è l’unica risorsa presente in Sicilia ove sia possibile utilizzare munizionamento ordinario e svolgere esercitazioni a fuoco fino a livello di plotone fucilieri. L’infrastruttura è stata destinata alle funzioni di isola addestrativa di secondo livello e consente di svolgere attività di crisis response operations. Il sottosegretario spiegò pure che la presenza di un parco naturale in corrispondenza di un’area addestrativa “non deve essere considerata motivo preclusivo per un’equilibrata convivenza, tanto meno motivo per richiedere la sospensione delle esercitazioni e lo spostamento in altro sito del poligono in esame”. In Italia esistono infatti altre aree di tiro all’interno di parchi e riserve naturali: il poligono di Ponticello nel Parco di Fanes (Bolzano), quello di Carpegna nel Parco “Simone Simoncello” (Pesaro-Urbino), i poligoni “occasionali” all’interno del Parco Nazionale dell’Alta Murgia (Puglia). “La possibilità di costituire un parco naturale nell’area in argomento è una diretta conseguenza della pluriennale esistenza delle strutture militari che, con la loro presenza, hanno svolto funzione di controllo e tutela preventiva, salvaguardando l’ambiente naturale”, fu lo sfacciato commento dell’uomo di governo. “Il Ministero della difesa è sicuramente pronto ad approfondire il tema di un eventuale trasferimento del poligono in altro sito”, concluse Cossiga. “Ma naturalmente è necessario che siano le stesse autorità locali a individuare e proporre aree alternative, le quali evidentemente dovranno avere le medesime caratteristiche e consentire lo svolgimento delle stesse attività addestrative, sia in bianco sia a fuoco”. Ad oggi però, né il Comando della Brigata Aosta né le autorità regionali hanno proposto alcunché.
I tempi e le modalità di utilizzo del poligono vengono concordati ed approvati in sede di riunioni ordinarie semestrali del Comitato misto paritetico per le servitù militari, in conformità alla legge 24 dicembre 1976, n. 898. Durante le esercitazioni vengono espressamente vietati la navigazione, la pesca, l’ancoraggio e qualsiasi altra attività marittima nella zona di mare e nel tratto di costa antistante il poligono, nonché il transito di persone e veicoli di qualsiasi genere nelle spiagge tra la riva di levante del fiume Naro e Punta Bianca. Il 30 dicembre 2013, la Capitaneria di Porto Empedocle ha emesso l’ordinanza relativa alle esercitazioni a fuoco previste per il primo quadrimestre 2014: a due passi dalla Valle dei Templi, i militari potranno sparare e operare in via esclusiva tutti i giorni, da lunedì a sabato, dalle ore 8 alle 24. Per la guerra, il tempo non è mai abbastanza.

giovedì 2 gennaio 2014

Come l’Europa fortezza nega l’asilo ai rifugiati siriani


Più di 2 milioni e 300.000 rifugiati siriani registrati a dicembre, il 52% dei quali minori di età, a cui si aggiungono almeno 4 milioni e 250 mila persone sfollate nel paese. In tutto, più di 6 milioni e mezzo di uomini, donne e bambini che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni per scampare agli orrori del conflitto in Siria, quasi un terzo dell’intera popolazione. Di questi, però, solo 55.000 sono riusciti a entrare nell’Unione europea e a chiedere asilo, ma gli stati membri hanno dato disponibilità ad accoglierne appena 12.000. “Si tratta dello 0,5% dei siriani che hanno lasciato il paese, una dimostrazione che l’Ue ha miseramente mancato di fare la sua parte per fornire un riparo sicuro a coloro che non hanno più niente se non la loro vita”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, in occasione della presentazione del rapporto intitolato Un fallimento internazionale: la crisi dei rifugiati siriani. “Il numero dei reinsediamenti previsti è davvero deplorevole e i leader europei dovrebbero abbassare la testa per la vergogna”, ha aggiunto Shetty. “Le loro parole suonano banali di fronte alla realtà. L’Europa deve aprire i suoi confini, favorire ingressi sicuri e porre fine a queste gravi violazioni dei diritti umani”.

Amnesty International denuncia come solo dieci stati membri dell’Ue abbiano offerto il reinsediamento o l’ammissione umanitaria ai rifugiati provenienti dalla Siria. “Coloro che ce l’hanno fatta a passare attraverso le barricate della fortezza europea si sono diretti in buona parte in Germania e Svezia, i paesi che hanno offerto il maggiore aiuto ai richiedenti asilo”, si legge nel report. Dall’ottobre 2011 all’ottobre 2013, la Svezia ha ricevuto 20.490 nuove richieste d’asilo, mentre la Germania 16.100. Gli altri stati dell’Ue si sono impegnati a prendere soltanto 2.340 rifugiati. In Grecia, Cipro e Italia, meno di 1.000 persone hanno chiesto asilo in ciascuno dei tre paesi; la Francia ha offerto disponibilità per 500 persone, lo 0,02% del totale delle persone fuggite, mentre la Spagna si è limitata ad accogliere appena una trentina di richiedenti, ossia lo 0,001% del totale dei rifugiati.

Il 97% dei cittadini fuggiti dalla Siria si sono diretti verso i cinque paesi confinanti: Turchia, Egitto, Iraq e soprattutto Libano e Giordania, dove oggi risiedono rispettivamente 835.735 e 566.303 rifugiati. “Ciò ha comportato un aumento della popolazione residente in Libano del 20%, mentre quella della Giordania del 9%”, aggiunge Amnesty International. “In questi due paesi la maggior parte dei rifugiati siriani vive in condizioni assai precarie in campi profughi superaffollati, in centri di accoglienza comunitari o in insediamenti informali”. In Giordania circa un terzo dei rifugiati è ospitato in sei campi, il più affollato dei quali è Zaatari, il secondo campo profughi più grande al mondo, con 117.000 residenti. Il resto dei rifugiati siriani vive in villaggi e cittadine nei pressi del confine settentrionale con la Siria e nella capitale Amman. “Non ci sono invece campi profughi ufficiali in Libano, eccetto quelli che da lungo tempo ospitano rifugiati palestinesi”, riporta Amnesty International. “Così i siriani sono costretti a vivere ai margini delle città, in campi informali che loro stessi hanno realizzato”.

Il numero dei rifugiati registrati in Turchia è di 536.765 persone, ma secondo il governo locale la cifra avrebbe già superato quota 700.000. Duecentomila siriani sono “ospiti” di campi profughi gestiti dallo stato. L’organizzazione internazionale in difesa dei diritti umani denuncia tuttavia che dal marzo 2013, più di 600 rifugiati siriani sono stati espulsi dalla Turchia e deportati in Siria. “Da allora - spiega Salil Shetty - abbiamo ricevuto numerose denunce di ulteriori rimpatri forzati di persone accusate dalle autorità turche di condotte criminali o presunte violazioni di legge”.

Secondo l’UNHCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, al 30 novembre 2013, erano stati registrati in Libia 15.898 rifugiati siriani, ma la popolazione siriana ivi residente è stimata in non meno di 200.000 persone. Il diritto d’ingresso dei rifugiati in Libia è stato progressivamente ridotto a partire dal settembre 2012, dopo l’attacco terroristico contro il consolato USA di Bengasi. Ulteriori restrizioni sono state decretate nel gennaio 2013 con l’imposizione del visto d’ingresso a tutti i siriani. “Ciò ha costretto centinaia di rifugiati a fare ingresso nel paese utilizzando rotte non ufficiali, esponendosi al pericolo e allo sfruttamento di trafficanti e delle differenti milizie armate esistenti”, denuncia Amnesty. “La Libia non possiede un sistema nazionale di asilo; la maggior parte dei rifugiati che vive nel paese ha uno status migratorio irregolare, nonostante la decisione del Ministero dell’Interno di dare i permessi di residenza a coloro che si registrano presso l’Ufficio passaporti”. Come rilevato da Amnesty International durante una visita in Libia nel novembre 2013, spesso i permessi di residenza non verrebbero riconosciuti dalla autorità locali e dalle milizie armate cresciute numericamente dopo la fine del conflitto del 2011. “In alcuni casi i rifugiati siriani sono stati detenuti arbitrariamente in centri di detenzione per immigrati con l’accusa di risiedere illegalmente in Libia”, aggiunge Amnesty. “Gli intervistati hanno denunciato di essere stati vittime di aggressioni fisiche da parte di uomini armati, furti, vessazioni verbali e, in alcuni casi, di sequestri di persona. Altri hanno raccontato di essere stati sottoposti a gravi forme di sfruttamento, a lavori forzati, con salari bassissimi e, talvolta, di non aver percepito perfino alcuna forma di pagamento”.

Per 12.000 siriani a cui l’Ue ha riconosciuto il diritto al reinsediamento, altre decine di migliaia sono costretti a rischiare un viaggio pericoloso via terra o via mare per raggiungere un’Europa sembra più barricata e militarizzata. Dall’1 gennaio al 31 ottobre 2013, 10.680 rifugiati siriani hanno raggiunto le coste italiane dopo aver lasciato i porti in Egitto, Libia, Turchia e Siria. Altri hanno raggiunto la Grecia via mare attraverso l’Egeo o dal confine terrestre con la Turchia. “Abbiamo visto centinaia di cittadini siriani perdere la vita nel Mediterraneo”, ha commentato amaramente Salil Shetty. “Ed è deplorevole che chi rischia l’incolumità e la vita per arrivare qui sia respinto in modo violento dalla polizia o dalla guardia di frontiera o posto in stato di detenzione per settimane in condizioni realmente squallide, con cibo acqua e cure mediche insufficienti”.

Il viaggio verso l’Italia è sicuramente quello che ha generato le peggiori tragedie. Nei primi dieci mesi del 2013 il numero dei rifugiati e dei migranti provenienti dall’Africa del Nord annegati in mare è stato stimato in 650 persone. Nel suo rapporto sull’incapacità internazionale a dare risposte adeguate alla crisi umanitaria siriana, Amnesty International dedica un passaggio al tragico naufragio di un’imbarcazione con più di 500 persone a bordo, l’11 ottobre 2013, a largo di Lampedusa. “Molti di essi erano rifugiati siriani”, scrive l’Ong. “Secondo il racconto dei sopravvissuti, l’imbarcazione fu danneggiata mentre lasciava le acque della Libia da un’unità militare libica che aprì il fuoco contro di essa. L’imbarcazione danneggiata iniziò velocemente ad essere invasa dall’acqua e successivamente affondò portandosi con sé centinaia di uomini, donne e bambini. I sopravvissuti hanno dichiarato di essere rimasti in acqua per ore prima di essere assistiti dalle unità maltesi e italiane”.

Innumerevoli gli abusi e le violazioni compiute dalle autorità di frontiera dell’Unione europea. “Le politiche di controllo dell’Ue sono sempre più pregiudizievoli dei diritti dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei migranti”, denuncia Amnesty. “Le misure di controllo dei confini introdotte negli ultimi anni, inclusa l’esternalizzazione delle funzioni anti-migratorie e la costruzione di reticolati, hanno comportato pesanti effetti a danno dei diritti di coloro che chiedono di fare ingresso nell’Unione europea. L’Unione europea ha certo il diritto di controllare le sue frontiere, ma la maniera con cui lo fa non può comportare la violazione dei diritti umani, come sta accadendo oggi”.

Amnesty rileva, in particolare, come l’Ue abbia finanziato massicciamente i programmi di potenziamento del controllo delle frontiere esterne della Grecia. Negli ultimi due anni, la Commissione europea – nell’ambito del cosiddetto Return and External Borders Fund - ha assegnato alla Grecia 228 milioni di euro per installare sistemi elettronici di vigilanza e accrescere le capacità di detenzione delle persone entrate illegalmente nel paese. Nello stesso periodo, la Grecia ha ricevuto solo 12 milioni e 220 mila euro dal Fondo Europeo per i Rifugiati che sostiene le attività di accoglienza. Grazie ai contributi finanziari, le autorità greche hanno completato la costruzione di 10,5 km di reticolati anti-migranti lungo i 203 km di frontiera con la Turchia, attivando inoltre 2.000 nuovi vigilantes a partire dell’estate 2012. “Queste misure hanno spesso costretto i rifugiati a percorrere rotte sempre più pericolose nel mar Egeo”, aggiunge Amnesty International. “Nei loro disperati tentativi di ottenere protezione in Europa, molti rifugiati, comprese le famiglie con neonati e bambini piccoli, spendono i loro ultimi risparmi per pagare i trafficanti e navigare a bordo di piccole e superaffollate imbarcazioni, inidonee alla navigazione”. Come il Canale di Sicilia, anche il mare tra la Grecia e la Turchia è lo scenario di infinite tragedie. Dall’agosto 2012 ad oggi, perlomeno 130 rifugiati, provenienti in buona parte dalla Siria e dall’Afghanistan, hanno perso la vita mentre tentavano di approdare in Grecia, negli undici naufragi sino ad oggi accertati.

Amnesty International rileva infine come molti rifugiati giunti in Grecia e Bulgaria abbiano subito trattamenti degradanti e disumani. “Rifugiati siriani hanno raccontato di essere stati sottoposti a maltrattamenti dagli agenti di polizia o della guardia costiera della Grecia, che con armi in pugno e protetti dai caschi, li hanno pure privati di tutti i loro beni e, alla fine, li hanno respinti verso la Turchia”. Il numero delle operazioni illegali di respingimento dalla Grecia non è noto, ma l’Ong ritiene che abbia riguardato centinaia di persone. In Bulgaria, nei primi undici mesi del 2013, sono arrivati non meno di 5.000 rifugiati. La maggior parte è ospitata in centri di emergenza, il principale dei quali si trova nella città di Harmanli. “Si tratta, a tutti gli effetti, di un centro di detenzione”, denuncia Amnesty. “Il nostro staff vi ha trovato rifugiati detenuti - in alcuni casi da oltre un mese - in condizioni squallide in container, edifici in rovina e tende. Mancavano strutture igienico-sanitarie adeguate e il cibo, i medicinali e i letti scarseggiavano. Un ampio numero di detenuti, tra cui anche persone ferite durante il conflitto, necessitava di cure mediche, altre avevano contratto malattie croniche o avevano disturbi mentali”.
L’Europa fortezza armata sconosce sempre più diritti e senso d’umanità.