I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 21 novembre 2013

“Ai siciliani è impedito sapere ciò che succede sul proprio territorio”


Intervista del Quotidiano di Sicilia al peace researcher in prima linea nei comitati No Muos. Antonio Mazzeo: “Mauro gioca a scaricabarile, Crocetta un voltagabbana”

NISCEMI (CL) – Mentre gru e operai sono all’opera in contrada Sughereta, il dibattito sulla base militare di Niscemi del Mobile User Objective System (Muos) si è rinfocolato nell’ultimo fine settimana. Al centro ci sono una dichiarazione del ministro della Difesa Mario Mauro, il pronunciamento del Tar (che rimanda al 27 marzo un’udienza in cui vaglierà tutte le istanze avverse ai lavori), e l’inchiesta di David Vine su Internazionale (in cui si parla della “flessibilità operativa” delle autorità italiane che ha permesso lo spostamento delle operazioni dell’esercito statunitense sul territorio nazionale). Niente di nuovo per Antonio Mazzeo, giornalista e ricercatore, che è in prima linea nei comitati No Muos.
“Diversi peace researcher italiani – spiega Mazzeo al QdS – hanno commentato l’inchiesta di David Vine sostenendo che è paradossale che per anni la stampa italiana abbia boicottato le denunce da loro fatte sul ruolo geopolitico delle basi Usa in Italia. È stupefacente che bisogni attendere le informazioni dagli Stati Uniti: solo da oltre oceano abbiamo appreso ciò che succede a Sigonella, con il Muos o con Global Hawk, mai dal Governo o dalla stampa italiana. Agli italiani è impedito sapere ciò che succede sul proprio territorio”.
Come si stanno muovendo i comitati No Muos dopo l’ultimo pronunciamento del Tar?

“Il Tar ha riconosciuto la legittimità di richiesta della sospensiva, pur non concedendola. Le motivazioni sono per me inaccettabili: sono legittime le richieste di Legambiente, ma i giudici non si assumono la responsabilità della sospensione dei lavori con la scusa di organizzare l’udienza a marzo. I lavori intanto continuano e i comitati No Muos stanno riflettendo se tornare a metterci i corpi e bloccarli fisicamente”.

Come giudica la manifestazione del 30 novembre?

“Non è del comitato No Muos, mi pare politicamente strumentale: è una manifestazione fatta ad hoc per dividere e per mettere in condizione i comitati di non aderire, perché chi organizza è vicino ad aree di estrema destra. Il comitato No Muos s’è caratterizzato, oltre che per l’aspetto ambientale, anche per le denunce sull’uso del Muos come strumento di guerra. L’antirazzismo e l’antifascismo sono tra le discriminanti fondamentali dei comitati, perché non si può lottare la militarizzazione senza lottare contro il razzismo. Per me è fondamentale prendere le distanze da iniziative che non sono No Muos, ma che servono solo a una legittimazione politica”.

Cosa ne pensa delle parole del ministro Mauro, che ha affermato che sul Muos “la competenza rimane delle autorità siciliane”?


“Le dichiarazioni di Mauro sono da una parte un classico scaricabarile: la scelta del Muos è politica e sono il Governo e il Parlamento che l’assumono, senza delegare il presidente della Regione. È pur vero che senza quel voltagabbana di Crocetta, con il tradimento degli impegni che aveva assunto, a quest’ora i lavori non sarebbero iniziati”.


Intanto gli attivisti del No occupano gli uffici dell’assessorato Ambiente

 PALERMO - Una cinquantina di attivisti del movimento No Muos ha occupato gli uffici dell’assessorato regionale all’Ambiente e al territorio, in via Ugo La Malfa, a Palermo. Gli attivisti hanno srotolato uno striscione dalla una finestra: “Stop alla devastazione del territorio. No Muos in assedio”
I No Muos protestano contro l’installazione delle 46 antenne Nrtf e la costruzione dell’impianto di comunicazione satellitare a Niscemi. “Il sistema economico-politico - spiegano - ha reso volutamente un’intera popolazione prigioniera dell’austerity e vittima di un sempre maggiore impoverimento”. “Le uniche grandi opere che vogliamo nei nostri territori - afferma Ivan Lupo, attivista No Muos - sono case e reddito per tutti. Diritti fondamentali di cui i governi e le amministrazioni locali di qualsiasi colore politico ci hanno privato e continuano a privarci. Si deve ripartire per un autunno denso di stravolgimenti e risultati”.

Intervista di Roberto Quartarone pubblicata in Quotidiano di Sicilia, il 16 novembre 2013, http://www.qds.it/14255-ai-siciliani-e-impedito-sapere-cio-che-succede-sul-proprio-territorio.htm

martedì 19 novembre 2013

Niscemi, la mafia e il MUOS


L’Annesso al Memorandum d’intesa Italia - Stati Uniti del 2 febbraio 2005, relativo alle installazioni concesse in uso alle forze armate USA, al capitolo XI riporta che nel caso di acquisti di beni o servizi in Italia, i Comandi militari statunitensi esaminino la possibilità di adottare «procedure simili a quelle adottate dalle forze armate italiane, comprese quelle previste dalla normativa antimafia». La contorta formulazione non obbliga purtroppo il Dipartimento della Difesa a uniformarsi alla legislazione nazionale contro l’infiltrazione criminale negli appalti e nei subappalti. Il processo di militarizzazione e la proliferazione di basi USA e NATO in Sicilia hanno contribuito così a rafforzare il potere economico e politico delle organizzazioni criminali, propostesi sin dallo Sbarco Alleato del 1943 come un partner credibile di Washington per il controllo sociale dell’Isola. La costruzione della base missilistica nucleare a Comiso o i programmi “Mega” a Sigonella per consolidare il suo ruolo strategico nel Mediterraneo hanno assicurato affari milionari alle aziende contigue a Cosa Nostra. Processi analoghi si sono sviluppati anche a Niscemi con l’insediamento della stazione di radio-telecomunicazione della Marina USA tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ’90 e, con evidenza maggiore, nel corso dei lavori di sbancamento e realizzazione delle piattaforme del MUOS.

Qui comanda la mafia!

Da tempi remoti la città di Niscemi è soggetta al dominio di potenti e sanguinarie organizzazioni mafiose. «Per la posizione geografica che la colloca al confine fra le province di Caltanissetta e Ragusa e per la sua notevole vicinanza alla città di Gela, Niscemi funge da idoneo crocevia di affari criminali, nel quale vengono a convergere i sodali delle varie associazioni mafiose, operanti prevalentemente nella parte meridionale della provincia nissena», rilevano i magistrati del Tribunale di Catania nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nella primavera del 2013 contro alcuni boss locali. L’importanza della mafia niscemese nel panorama criminale dell’Isola e le sue capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico sono note però da oltre vent’anni. «La mafia di Niscemi è affidata ad una potente organizzazione che conta un centinaio di affiliati, con rilevanti presenze nella vita politico-amministrativa dell’ente locale», si legge nella relazione della Commissione Parlamentare Antimafia in visita nella provincia di Caltanissetta nel dicembre 1994. «Le presenze più significative - si riconoscono nella cosca di Bartolo Spatola, collegata con le organizzazioni operanti nel catanese e nella cosca di Salvatore Russo con collegamenti a Scoglitti, Gela, Milano, Bollate e Venegono Superiore, oltre che in Germania (Metzinge) e in Belgio».

I clan si sono fatti la guerra sempre e con ogni mezzo, alleati gli uni con Cosa Nostra, gli altri con la cosiddetta “stidda” sorta a Gela a seguito della fuoriuscita di alcuni esponenti dalle cosche storiche locali. Una guerra efferata per il controllo degli appalti pubblici, del traffico degli stupefacenti e delle estorsioni, pagata con un incomparabile tributo di sangue: dal 1987 al 1992 nella provincia di Caltanissetta si registrarono 235 omicidi e circa 200 tentati omicidi, 27 i morti ammazzati nella sola Niscemi. «In quegli anni la cittadina nissena era vittima di un’inaudita ferocia omicida», scrive il giornalista Sebastiano Gulisano nel volume La morte e la speranza. Niscemi, una storia siciliana, pubblicato nel dicembre 1997. «Si moriva al bar e dal barbiere, nei vicoli bui e isolati o tra la folla durante i festeggiamenti della Patrona. Una guerra che ha scandito gli anni ‘80 ed i primi del decennio ‘90, investendo anche regioni lontane dalla Sicilia come Lombardia, Emilia Romagna e Liguria». L’ecatombe non risparmiò neppure i bambini: il pomeriggio del 27 agosto 1987, durante un conflitto a fuoco tra killer di mafia, furono falcidiati mentre giocavano in strada Giuseppe Cutroneo e Rosario Montalto, rispettivamente di nove e undici anni d’età.

A fronteggiarsi al tempo c’erano le “famiglie” degli Arcerito, degli Spatola e dei Paternò (Cosa Nostra) e quelle dei Russo, dei Vacirca e dei Campione alleate degli “stiddari”. Come ricorda ancora Sebastiano Gulisano, la guerra di mafia scoppiò il 30 aprile 1983 con l’omicidio di Salvatore “Totò” Arcerito, boss legato ai vecchi capimafia del dopoguerra in provincia di Caltanissetta: don Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo e Giuseppe Di Cristina. La morte del patriarca determinò una frattura all’interno della “famiglia” niscemese: il clan si divise in due tronconi che si fronteggiarono militarmente, quello rimasto fedele agli Arcerito e agli Spatola e quello che fu diretto da Giuseppe Di Modica e Giuseppe Carcica, l’uomo accusato dell’uccisione di Totò Arcerito. Caddero via via sotto il fuoco nemico alcuni personaggi “eccellenti”: Vittorio Scifo, ad esempio, noto come il “mago di Tobruk”, assassinato l’11 luglio 1983 davanti all’ingresso del suo bar nella centralissima piazza Vittorio Emanuele, o il boss Giuseppe Spatola, morto il 15 ottobre dello stesso anno in un agguato che causò il ferimento accidentale di uno studente e due ragazze di passaggio.

Dopo un’effimera tregua tra le parti, il conflitto riesplose più violento nell’estate del 1990: in meno di cinque mesi furono assassinate a Niscemi sette persone, Giuseppe Vacirca, Giuseppe Trainito, Carmelo Valenti, Gaetano Campione, Giuseppe Falcone, Roberto Bennici, e Gaetano Bartoluccio, mentre scamparono miracolosamente alla morte Giuseppe Pepi e Giuseppe Amedeo Arcerito. Per la loro efficienza militare, i killer niscemesi furono impiegati dagli “stiddari” nell’azione stragista verificatasi a Gela il 27 novembre 1990, quando furono eseguiti quattro agguati in luoghi differenti, tra cui una sala giochi del Corso Vittorio Emanuele, con la morte di otto persone e il ferimento di altre undici.

La ricomposizione dei clan, vide emergere come dominus incontrastato della “famiglia” di Niscemi fedele a Cosa Nostra il pregiudicato Giancarlo Giugno, il cui nome compare persino nell’istruttoria sui telefonini usati per la strage di Capaci del maggio 1992, quando morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Il suo curriculum criminis si apre con un arresto il 23 dicembre 1984 su ordine della Procura di Caltagirone per l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. Il 12 gennaio 1986 Giancarlo Giugno ricevette un provvedimento di diffida dalla Questura di Caltanissetta; cinque anni più tardi fu nuovamente arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia “Leopardo” scaturita a seguito delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Leonardo Messina. A Giugno che all’epoca ricopriva l’incarico di consigliere comunale della Democrazia cristiana, fu contestato il reato di favoreggiamento personale perché sorpreso in compagnia del latitante Alessandro Barberi di Gela, personaggio di rilievo della mafia nissena. Il 15 aprile 1999, Giancarlo Giugno fu condannato a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa con sentenza della Corte d’Appello di Caltanissetta. Una condanna ancora più pesante (10 anni di reclusione per costituzione, direzione e finanziamento di associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti) giunse invece il 13 maggio 2004, ancora una volta dalla Corte di Caltanissetta. Al pregiudicato fu inflitto infine il soggiorno obbligato nelle Marche.

Rientrato qualche tempo dopo a Niscemi, Giugno riprese il suo ruolo guida del clan di mafia, godendo di un’illimitata libertà di movimento nella cittadina e nei comuni limitrofi. Lo si poteva incontrare quotidianamente al bar o in piazza, solo o in compagnia di noti pregiudicati o di stimati e incensurati professionisti locali. Nelle fasi più calde della protesta contro l’installazione del MUOS, il boss era lì a intimidire con la sua ingombrante presenza i giovani attivisti del Comitato No MUOS. Sono ancora in molti che lo ricordano assistere ai flash mob di controinformazione tra le vie del paese e, nel gennaio 2013, aggirarsi impunemente all’interno del presidio di contrada Ulmo da dove partivano le azioni di blocco dei mezzi impiegati nei lavori alla base militare USA. Inaspettatamente, il 16 febbraio 2013 Giancarlo Giugno è stato arrestato dalla Squadra mobile di Caltanissetta con l’accusa di essere stato tra i mandanti dell’assassinio di Roberto Bennici e del tentato omicidio di Francesco Nanfaro, due affiliati alla “stidda” raggiunti dai killer il 23 ottobre 1990. Due mesi più tardi Giugno è stato raggiunto in carcere da un altro mandato di custodia cautelare emesso su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania nell’ambito dell’inchiesta su un altro grave fatto di sangue accaduto durante le feste patronali dell’agosto 1991: il duplice omicidio di Paolo Nicastro e Salvatore Campione, esponenti locali della “stidda”. Dopo il provvedimento, i funzionari del Ministero della Giustizia hanno decretato il regime del carcere duro (41bis) nei confronti di Giancarlo Giugno; nel luglio 2013, la Questura di Caltanissetta ha invece ordinato il sequestro dei beni intestati. La parabola criminale del mafioso di Niscemi è forse finita a metà settembre: secondo quando trapelato sulla stampa, Giugno avrebbe avviato una collaborazione con gli inquirenti delle Procure di Catania e Caltanissetta, rivelando particolari inediti sulla lunga guerra di mafia nel triangolo Gela-Niscemi-Vittoria e sulle collusioni di politici e imprenditori locali con la criminalità organizzata.

L’infiltrazione criminale nei cantieri del MUOS

A Niscemi sono in tanti ad augurarsi che il pregiudicato apra uno squarcio sulle oscure vicende legate all’assegnazione dei subappalti per i lavori all’interno della stazione NRTF o alla fornitura di beni e servizi alle forze armate statunitense in questi ultimi vent’anni. Alle opere del MUOS, in qualità di subappaltatrice, ha partecipato ad esempio la “Calcestruzzi Piazza S.r.l.”, società sotto osservazione degli inquirenti per presunte contiguità criminali. L’azienda si è aggiudicata la movimentazione terra, la fornitura di cemento e la costruzione dei basamenti per le maxi antenne. A riferirlo per primo, il giornalista Giovanni Tizian in un articolo pubblicato il 2 novembre 2011 su l’Espresso. «La Calcestruzzi Piazza S.r.l. è riconducibile all’imprenditore Vincenzo Piazza, persona associata al boss Giancarlo Giugno», scrisse Tizian. Nel 2009 Piazza aveva però trasferito la carica di amministratore unico dell’azienda alla moglie Concetta Valenti.

Il 14 febbraio 2012, il senatore Giuseppe Lumia ha presentato un’interrogazione ai ministri della Difesa e dell’Interno, riferendo in particolare che la Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta e «altri elementi info-investigativi» avevano documentato i legami di Vincenzo Piazza con il boss Giancarlo Giugno. «Nel corso dell’indagine Atlantide-Mercurio della Procura di Caltanissetta (gennaio 2009), sono emersi contatti del Piazza con esponenti mafiosi che evidenziano ingerenze e condizionamenti di Cosa Nostra nell’appalto per i lavori di recupero, consolidamento e sistemazione a verde dell’area sottostante il Belvedere, commissionati dal Comune di Niscemi», ha evidenziato Lumia. Vincenzo Piazza fu poi denunciato con Giancarlo Giugno per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione Triskelion, eseguita nel febbraio 2010 dalla DDA e dal GICO della Guardia di finanza di Caltanissetta contro una “cellula” mafiosa della provincia di Enna che operava in Lombardia e Belgio.

Il 7 novembre 2011, tre mesi prima che l’azienda di Vincenzo Piazza fosse presa di mira dall’interrogazione del sen. Lumia, la Prefettura di Caltanissetta comunicò che dopo le verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia erano «emersi elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della sopracitata società». Alla base del pronunciamento, i contenuti di due rapporti della Questura di Caltanissetta, rispettivamente del dicembre 2010 e dell’ottobre 2011. A seguito dell’intervento prefettizio, il 25 novembre 2011 il dirigente dell’Area servizi tecnici della Provincia regionale di Caltanissetta decretò la sospensione della “Calcestruzzi Piazza” dall’albo delle imprese per le procedure di cottimo-appalto. Venti giorni dopo anche il Capo ripartizione per gli Affari generali del Comune di Niscemi dispose l’esclusione della società dall’elenco dei fornitori e dall’albo delle imprese di fiducia. Contro i provvedimenti, la famiglia Piazza presentò ricorso al TAR. «La conoscenza o la frequentazione di Giancarlo Giugno da parte di Vincenzo Piazza non ha influenzato le scelte personali del secondo, che invece sono state di segno esattamente opposto rispetto alla vicinanza ad un comportamento mafioso», hanno scritto i legali della “Calcestruzzi”. «Non si comprende, dunque, secondo quale passaggio logico il primo avrebbe sul secondo un’influenza così profonda ed estesa, da fare ritenere probabile l’intromissione nella gestione della società, di cui peraltro il secondo non è socio né amministratore». Le dichiarazioni degli avvocati produssero comunque l’effetto di tranquillizzare il Dipartimento della Difesa, il Comando USA di Sigonella, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma e il Consorzio Team MUOS Niscemi: nessuno intervenne, infatti, per imporre il rispetto della legislazione antimafia e di quanto previsto in tema di fornitura di beni e servizi dall’Accordo bilaterale Italia-USA del 2005. Il 23 maggio 2013 i diplomatici di via Veneto pubblicarono invece una nota auto-assolutoria. «Gli Stati Uniti sono un grande alleato delle forze dell’ordine italiane nella lotta alla criminalità organizzata in tutto il mondo. Ci siamo assicurati che tutti gli appaltatori e sub-appaltatori coinvolti nella costruzione del MUOS avessero le appropriate certificazioni “anti-mafia” e che non fossero legati al crimine organizzato. Queste certificazioni sono state convalidate dalla Regione Sicilia prima che il Ministero della Difesa italiano ricevesse i necessari permessi per costruire».

Il 7 novembre 2012, il TAR di Palermo esaminò il ricorso contro il provvedimento della Prefettura che aveva privato della certificazione antimafia l’azienda dei Piazza. «Atteso che nell’informativa prefettizia – misura cautelare preventiva, che prescinde dagli accertamenti penali – è stata espressa una valutazione in linea con i riscontri istruttori, riferibili al contesto familiare di riferimento, agli intrecci aziendali tra gli stessi componenti il nucleo familiare, e alle frequentazioni e cointeressenze economiche con soggetti controindicati», il TAR respinse la domanda di sospensione presentata dai legali degli imprenditori.

Tra politica, affari e militarizzazione

Le illegalità all’interno dei cantieri del MUOS e l’arroganza dei potentati criminali hanno sensibilmente ridotto l’agibilità democratica nella città di Niscemi: il clima politico e sociale è tornato a farsi pesante come al tempo delle guerre di mafia, quando i boss criminali condizionavano pesantemente le istituzioni locali. Presenze talmente ingombranti da soffocare la vita amministrativa e costringere il Governo a decretare lo scioglimento del Comune di Niscemi due volte in meno di dodici anni, la prima il 18 luglio 1992, il giorno prima dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, la seconda il 27 aprile 2004. «La situazione amministrativa risulta caratterizzata da rilevanti fenomeni di instabilità politica, determinati dalla grave situazione dell’ordine pubblico, che hanno determinato il susseguirsi di tre giunte comunali, la prima delle quali è stata presieduta dal sindaco dott. Rizzo Paolo, legato da vincoli di parentela con esponenti della criminalità locale», riportò il primo decreto di scioglimento a firma dell’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino. Uno stato di soggezione, intimidazione e connivenza degli amministratori locali registrato soprattutto nel settore degli appalti di opere pubbliche e servizi.

Dello stesso tenore le motivazioni del secondo scioglimento per infiltrazione mafiosa. «Le indagini svolte hanno palesato la capacità di influenzare l’attività del Comune di Niscemi e nonostante l’antecedente scioglimento, la permanenza di soggetti riconducibili in via diretta o indiretta ad ambienti malavitosi, che già al tempo avevano orientato le scelte dell’ente», si legge nel decreto firmato nel 2004 dal ministro Giuseppe Pisanu. «Nel quadro complessivo, caratterizzato da un atteggiamento silente ed inattivo manifestato dagli amministratori, riconducibile alla rinuncia a contrastare il pericolo di tentativi di infiltrazione, rileva la figura dell’ex sindaco di Niscemi, cui viene ricondotta la direzione ed organizzazione del sodalizio criminoso, nonché il pieno controllo dell’attività amministrativa comunale, con l’intento di privare dei poteri l’attuale sindaco». L’influente politico accusato di tenere le fila del crimine era ancora il medico Paolo Rizzo, dirigente Dc di corrente andreottiana (dal 2004 all’Udc), ma soprattutto cognato del boss Giancarlo Giugno e di Salvatore Paternò, figlio del “patriarca” Angelo Paternò, denunciato il 18 dicembre 1984 alla Procura di Caltagirone per associazione mafiosa. Matrimoni celebrati alla presenza di ospiti “eccellenti”. Come attestato in un’udienza del processo “Iblis” su mafia e politica nell’area del calatino, alle nozze di Salvatore Paternò e Renata Rizzo parteciparono nel 1983 come testimoni il rappresentante di Cosa Nostra nissena don Giuseppe “Piddu” Madonia e il futuro governatore “autonomista” della Sicilia, Raffaele Lombardo.

Come per i due cognati, anche la fedina penale di Paolo Rizzo è macchiata da pesanti procedimenti giudiziari. L’ex sindaco fu arrestato con l’accusa di associazione mafiosa nell’ottobre del 2004 nell’ambito dell’operazione Apogeo con altri quattro tra ex assessori e consiglieri comunali di Niscemi. In seguito alle indagini, il Ministero dell’Internò firmò il secondo scioglimento del Comune di Niscemi; il processo si concluse però con l’assoluzione degli imputati per un vizio procedurale: i giudici ritennero inutilizzabili le intercettazioni perché eseguite «in modo non conforme alla legge».

L’affaire Olmo S.p.A.

Paolo Rizzo guidò il Comune di Niscemi ininterrottamente dal 1985 al settembre 1991 (prima come assessore e dal giugno 1988 come sindaco), periodo in cui furono avviati in contrada Ulmo i lavori di realizzazione della stazione NRTF della Marina USA. Ma in quegli anni altri importanti incarichi nell’amministrazione comunale furono ricoperti dai congiunti di personaggi ritenuti vicini a Cosa Nostra. «L’appropriazione della cosa pubblica è più stretta ed organica», scrisse la Commissione Parlamentare Antimafia dopo la sua visita a Niscemi nel 1994. «I boss più noti della zona, nomi come Salvatore Arcerito e Angelo Paternò, con una sorta di nepotismo e grazie alla loro forte influenza sulla vita politica ed amministrativa, hanno piazzato nei posti chiave della burocrazia comunale loro parenti. I vertici dell’ufficio tecnico e della ragioneria e lo stesso ex segretario comunale ed ex sindaco avevano rapporti di parentela con personaggi legati alla mafia. Al controllo del territorio si è aggiunto, quindi, anche il controllo dell’amministrazione».

Dalla lettura degli atti catastali risulta che i terreni destinati a ospitare le antenne militari USA furono venduti nel settembre 1988 al Ministero della Difesa dall’Olmo S.p.A. di Acireale (poi trasferita a Catania), società con oggetto la trasformazione industriale di prodotti alimentari che fece però da vera e propria agenzia di compravendita immobiliare. Indicativa l’origine etimologica del nome della società per azioni. Niscemi deriva, infatti, dall’arabo nasciam che significa “olmo”. Creata il 5 ottobre 1973 con un capitale deliberato e sottoscritto di 120 milioni di vecchie lire, l’Olmo S.p.A. era amministrata dall’imprenditore Antonino Patti, originario di Belpasso. L’anno seguente alla costituzione, la società acquisì 440 ettari di terreni in buona parte boschivi, rilevandoli dal Consorzio nazionale per il credito agrario di miglioramento con sede a Roma e dalla famiglia niscemese dei Masaracchio, di antiche origini nobiliari (a vendere, nello specifico, fu Gioacchino Masaracchio). Alcune particelle furono acquistate infine dalla Società Industriale Zootecnica Agricola S.p.A. di Catania. Conclusa la vendita delle proprietà immobiliari al Ministero della Difesa, l’Olmo S.p.A. fu messa in liquidazione (liquidatore fu nominato tale Agatino Catania). La costruzione delle prime infrastrutture all’interno della base NRTF risale al 1990: i lavori furono affidati dall’US Navy alla CEAP dei Fratelli Costanzo di Catania, azienda nella titolarità di uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa, come il giornalista Giuseppe Fava soleva indicare l’establishment imprenditoriale-criminale che dalla fine degli anni ’70 ai primi anni ’90 esercitò il controllo su buona parte dell’economia siciliana. Le opere comportarono una modifica della morfologia del territorio attraverso il taglio di tutte le specie vegetali, comprese le grandi querce plurisecolari della “Sughereta”. Un processo di desertificazione e annientamento dei corridoi ecologici che non incontrò ostacoli amministrativi-burocratici né fu oggetto di denunce o proteste. Non poteva essere diversamente anche perché la militarizzazione della vasta area destinata a riserva naturale si svolse sotto la “protezione” dei potentati mafiosi locali. Da allora le élite politico-criminali sono state un partner affidabile dei militari USA per esercitare il pieno dominio di un territorio convertito in avamposto di guerra e di morte. Perlomeno sino all’avvento del MUOS, quando centinaia di giovani e donne di Niscemi hanno potuto riscoprire, attraverso la lotta ai nuovi piani di egemonia globale degli Stati Uniti d’America, una propria identità comunitaria.
Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 17, ottobre-novembre 2013.

sabato 16 novembre 2013

Mare Monstrum, guerra ai migranti nel Mediterraneo


Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra indubbiamente si tratta. Perché le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti.

Qualcuno ha storto il muso per il nome,Il nome, Operazione Mare Nostrum. Si è detto che c’era una caduta di stile, un voler scimmiottare i fausti dell’impero romano. In verità esso risponde perfettamente al senso e agli obiettivi della messinscena ipermuscolare delle forze armate italiane. Il Mediterraneo, per la Fortezza Europa, non è né deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dei contatti, delle contaminazioni, delle solidarietà, delle trasformazioni. Né un ponte di intercultura e pace. È invece il lago-frontiera, noi qua, loro là, un muro d’acqua invalicabile, dove vige la regola del più forte e del più armato. Un’area marittima di conflitti, stragi, naufragi causati, respingimenti, riconsegne e deportazioni manu militari. A chi scampa ai marosi e ai mitragliamenti delle unità navali nordafricane (pagate con i soldi italiani) spetta l’umiliazione delle schedature, delle foto segnalazioni e degli interrogatori a bordo di fregate lanciamissili e navi anfibie e da sbarco. Poi un trasbordo, un altro trasbordo ancora, le soste interminabili su una banchina di un porto siciliano, il tragitto su bus e pulmini super scortati da poliziotti e carabinieri sino alla detenzione illimitata in un centrodiprimaccoglienza-CIE-CARA, un non luogo per non persone, dove annientare identità, memoria, speranze.

L’Operazione Mare Mostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del 3 ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono 364 tra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. Anche stavolta però l’incidente fu un mero casus belli. La nuova crociata contro chi fugge dalle ingiustizie, lo sfruttamento, gli ecocidi, era stata preparata infatti da mesi in tutti i suoi dettagli. Governo e Stato maggiore hanno rispolverato ad hoc l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono mai essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica e la Costituzione. “Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato ad incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori”, recita il comunicato ufficiale di Letta & ministri bipartisan. Un contorto giro di parole per mescolare intenti solidaristici a logiche sicuritarie e repressive, dove volutamente restano vaghi i compiti e le istruzioni date ai militari. Niente regole d’ingaggio, perché si possa di volta in volta sperimentare in mare se e come intervenire, se e come soccorrere, se e come allontanare, respingere o scortare a quei “porti sicuri” che il ministro Alfano ritiene esistano pure nella Libia dilaniata dalla guerra civile.

In compenso però, in nome del Sistema Italia, non si contano le veline per descrivere in tutti i loro dettagli i dispositivi e le capacità tecniche dei mezzi impiegati per pattugliare il Mediterraneo. Anche perché, Mare Mostrum, è la migliore vetrina del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra: aerei, elicotteri, missili, unità navali, sommergibili, cannoni che aspiriamo a vendere ai paesi NATO e ai regimi partner della sponda sud mediterranea. Sistemi d’arma che nulla hanno a che fare con quello che in linguaggio militare si chiama “SAR – Search and Rescue”, ricerca e soccorso in mare, ma che invece delineano un modello di proiezione avanzata, aggressiva, di vera e propria penetrazione sino a dentro i confini degli stati nordafricani. Se si vogliono “arrestare i flussi migratori”, come spiegano generali, ammiragli, politici di governo e opinion maker embedded, bisogna impedire infatti a profughi e migranti di raggiungere le coste e le città portuali. Bloccarli nel deserto, detenerli nei lager del deserto e far fare il gioco sporco alle nuove polizie di frontiera che i Carabinieri armano e addestrano in Libia e nelle caserme in Veneto, Lazio, Toscana. Per intercettare e inseguire i rifugiati e  i migranti in transito nel Sahara abbiamo attivato i famigerati “Predator”, aerei senza pilota in grado di volare per decine di ore in qualsiasi condizione meteorologica. L’emblema della spersonalizzazione e della disumanizzazione delle guerre del XXI secolo, automi che spiano e sterminano persone senza il controllo umano. Vittime invisibili che devono restare invisibili. Non persone contro non persone.
Come tutte le guerre, quella ai migranti dilapida ingenti risorse finanziarie. Fonti di stampa filogovernative hanno previsto per l’Operazione Mare Nostrum-Mostrum un onere finanziario di circa 4 milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia. Il Sole 24 Ore ha preso a riferimento le “tabelle di onerosità” sul costo orario delle missioni delle unità navali, degli aerei e degli elicotteri impegnati nel Canale di Sicilia. Aggiungendo le indennità d’imbarco dei circa 800 marinai delle unità navali coinvolte (il personale militare destinato al “contenimento” delle migrazioni è però di non meno di 1.500 uomini), il quotidiano di Confindustria ha calcolato una spesa media giornaliera di 300 mila euro, cioè 9 milioni al mese a cui vanno aggiunti 1,5 milioni di euro per le unità costiere già in azione da tempo: totale 10,5 milioni. La rivista specializzata Analisi Difesa ritiene invece che la spesa complessiva sfiorerà i 12 milioni al mese. Dato che il governo non ha previsto stanziamenti aggiuntivi sul capitolo “difesa”, è presumibile che il denaro per alimentare la macchina militare anti-migranti sarà prelevato dal fondo straordinario di 190 milioni di euro messo a disposizione per far fronte alla nuova emergenza immigrazione. Come dire che da qui alla fine dell’anno bruceremo in gasolio e pattugliamenti aeronavali il 20% di quanto è stato destinato per “sostenere”, “soccorrere” ed “accogliere”. In perfetto stile shock economy, dopo le armi e le guerre arriva la ricostruzione: lager e tendopoli dove stipare corpi a cui abbiamo rubato l’anima, la cui malagestione è affidata alla misericordia di cooperative, Onlus e associazioni del privato sociale. A loro va l’altra metà del business migranti: un affaire di milioni e milioni di euro dove la dignità dell’uomo vale meno di nulla.