I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

sabato 27 luglio 2013

Il No Muos si aspettava una marcia indietro, ma non così


Dopo la marcia indietro del presidente Crocetta sul Muos di Niscemi, oggi è stata una giornata di mobilitazione per i comitati “No Muos”. A Niscemi hanno occupato l’aula del Consiglio comunale mentre una delegazione, a Palermo per il pronunciamento della Cga (Consiglio giustizia amministrativa), ha dapprima organizzato un sit in sotto le finestre della Regione Sicilia e poi ha tenuto una conferenza stampa con gli avvocati Nello Papandrea e Paola Ottaviano. “Senza il parere positivo della sovrintendenza della Provincia di Caltanissetta – chiariscono i legali - i lavori non dovrebbero ripartire”. Pur tenuto conto dei gravi vizi contenuti nella revoca, ancora è presto per decidere su una eventuale impugnativa contro questo ultimo provvedimento della Regione. “In ogni caso – sottolineano - resta pendente il ricorso in primo grado davanti al Tar di Palermo, proposto nel 2011 del Comune di Niscemi”. Per Papandrea, tuttavia, nella relazione dell’Istituto superiore della Sanità, in base a cui la Regione ha di fatto dato l’avvio ai lavori, erano presenti "elementi di preoccupazione che emergevano chiaramente e che andavano tenuti in considerazione per mantenere il principio di precauzione. Sbaglia la Regione nel sostenere che quel principio non va più applicato”. 

Liberazione ha intervistato Antonio Mazzeo uno dei protagonisti del “popolo No Muos”.

Il voltafaccia di Crocetta un po’ era nell’aria no?

Non nelle modalità e nei tempi con cui è stato portato avanti. Eravamo sì rimasti scandalizzati non difesa da parte degli avvocati in sede Cga, davanti al fatto che il ministero si era appellato alla sentenza del Tar. E questo mentre gli avvocati del No Muos sbugiardavano i documenti presentati dal ministero della difesa. I nostri avvocati hanno chiarito che il Muos non è gestito in sede Nato e, soprattutto, sottolineato tutte le violazioni in campo urbanistico e negli stessi accordi tra Usa e Italia. Pensavamo che a quel punto il Cga avesse dovuto rigettare. Ma a quell’atto i giudici non sono potuti arrivare perché davanti alla ritirata di Crocetta vengono a cadere le motivazioni del contendere, almeno in questa fase.

A questo punto come pensate di andare avanti?

Non abbiamo avuto neanche il tempo di convocare un coordinamento. Avevamo sì denunciato l’atteggiamento remissivo di Crocetta ma non ci immaginavamo il colpo di scena. Ieri sera è stato occupato il comune di Niscemi a seguito della convocazione d’urgenza del Consiglio comunale. Quasi contemporaneamente, un gruppo di manifestanti che aveva già convocato il presidio davanti al Cga di Palermo lo ha trasformato in una manifestazione di protesta. Nei prossimi giorni si vede come coordinarsi. Bisognerà resuscitare il ricorso del Comune di Niscemi ma i tempi sono lunghi. Rimangono fermi gli appuntamenti già fissati per la prima decade di agosto a Niscemi con convegni, iniziative varie e sit in. Quest’anno, poi, ricade il trentesimo anniversario dei blocchi di Comiso, la lotta contro i missili americani.

Il Comune di Niscemi è al vostro fianco?

Beh, francamente la sua risposta mi sembra un po’ debole. Certo, hanno reagito. Il popolo No Muos aveva chiesto le dimissioni in blocco di giunta e consiglio, ma loro si sono rifiutati. Sarebbe stata una presa di posizione forte. Il Comune di Niscemi è stato quello che si è impegnato parecchio in questa vicenda. Forse è vittima dell’atteggiamento di Crocetta.

Crocetta come ha motivato il ritiro?

Crocetta giustifica il suo ritiro perché si sente soddisfatto di quanto dice l’Istituto superiore di sanità. Crocetta ha mostrato di essere due volte ipocrita e falso prima perché ha delegittimato i tecnici della Regione che avevano concluso un accordo con l’Iss per inserire nella relazione tutte e due le posizioni. E poi perché sapeva benissimo che il ministero della Difesa avrebbe presentato un rapporto monco. Lo sapeva anche perché aveva letto una lettera del Politecnico che denunciava le omissioni. Un altro rapporto, firmato dalla facoltà di ingegneria della Sapienza di Roma come perito di parte del Tar di Palermo, ha confermato al 150% le osservazioni del Politecnico. Questa relazione è stata determinante per il no del Tar al ministero della Difesa.
Intervista a cura di Fabio Sebastiani pubblicata in Liberazione, 25 luglio 2013

giovedì 25 luglio 2013

Muos, i cittadini contro Crocetta

Sicilia. Rivolta dopo il voltafaccia del Governatore, che replica duro: "Andate via voi!"
 
“Ribadiremo in tutte le sedi che l’atto di ritiro della revoca delle autorizzazioni ai lavori del Muos è illegittimo”. Ad affermarlo gli avvocati Paola Ottaviano e Sebastiano Papandrea dei Comitati No Muos all’uscita del Consiglio di giustizia amministrativa di Palermo chiamato a decidere sul ricorso del Ministero della difesa contro la sospensione dell’installazione del terminale a Niscemi. Un contenzioso Stato-Regione siciliana divenuto inutile dopo l’inatteso dietrofront della giunta Crocetta che il 24 luglio ha revocato la revoca al Muos firmata a fine marzo.
“È singolare – affermano Ottaviano e Papandrea - che un funzionario regionale possa dichiarare decaduto il principio di precauzione per la tutela della salute dei cittadini, ritenuto preminente sopra ogni altro aspetto dal Tar che, il 9 luglio, ha confermato la legittimità dello stop alla costruzione del sistema di guerra”. Davanti al giudice amministrativo, i legali No Muos e di Legambiente hanno poi denunciato che l’autorizzazione paesaggistica è scaduta il 18 giugno scorso. “La Marina statunitense non potrà riprendere i lavori all’interno della riserva naturale di Niscemi e sarà necessario avviare un nuovo iter autorizzativo. Un’eventuale prosecuzione delle opere sarebbe del tutto abusiva”.
Intanto centinaia di attivisti hanno manifestato di fronte la sede della Regione per chiedere le dimissioni del presidente Crocetta e della giunta regionale. “Hanno tradito i siciliani, delegittimando gli esperti che loro stessi avevano nominato e che contrariamente all’Istituto Superiore di Sanità, organizzazione governativa, hanno documentato l’insostenibilità ambientale dell’impianto satellitare e i pericoli per il traffico aereo”, ha dichiarato Nadia Furnari. Tra i manifestanti pure una delegazione delle Mamme No Muos di Niscemi e Caltagirone.
Nel pomeriggio una delegazione di niscemesi guidata dal sindaco Francesco La Rosa è stata ricevuta da Crocetta e dall’assessore all’ambiente Lo Bello. “E’ stato un incontro surreale”, racconta Concetta Gualato, portavoce delle Mamme di Niscemi. “Lo Bello si è detta convinta che il Muos non comporterà rischi per gli abitanti. Quando abbiamo contestato che la relazione dell’ISS era stata purgata dei rilievi del prof. Zucchetti del Politecnico di Torino, ci ha detto che gli esperti della Regione erano di parte mentre l’ISS è il massimo organo competente in materia”. Meno diplomatico Crocetta. “Si è infuriato perché non comprendevamo che ha evitato che i siciliani pagassero agli Usa risarcimenti per 18 milioni di euro per il blocco dei cantieri”, ha aggiunto Gualato. “Il presidente ha detto al sindaco che denunciasse lui la Marina Usa nel caso in cui l’ARPA, agenzia regionale, dovesse segnalare il superamento dei limiti di legge delle emissioni elettromagnetiche. A me, che in lacrime spiegavo che con il Muos ci costringevano ad andare via da Niscemi, ha urlato Se ne vada via allora!”.  
Dalla notte scorsa gli attivisti No MUOS occupano l’aula consiliare del Comune di Niscemi. L’occupazione è stata intrapresa a conclusione di un consiglio comunale straordinario in cui erano state richieste inutilmente le dimissioni della giunta e dei consiglieri come atto di protesta con i governi nazionale e regionale. “Le dimissioni sarebbero state un segnale di coerenza verso le lotte contro l’ecomostro Usa”, commenta Fabio d’Alessandro del Presidio di Niscemi. “Continueremo ad oltranza l’occupazione, facendo appello ai territori, alle associazioni e a tutti i siciliani perché quest’estate si uniscano a noi per impedire la ripresa dei lavori”. Cinque consiglieri comunali eletti con il Pd e il Megafono minacciano comunque di abbandonare il partito ed il movimento di Crocetta. “Siamo sgomenti per una scelta che disconosce i nostri diritti”, spiega il capogruppo dei democratici Gianluca Cutrona. Il Pd regionale continua a mantenere invece un imbarazzato silenzio. Solo l’on. Fabrizio Ferrandelli, segretario della commissione ambiente dell’Ars, ha definito “grave” l’atto del governo regionale. “Se il Pd non vuole essere censurato dai siciliani censuri Crocetta e chieda un confronto urgente in Aula”, ha aggiunto.
Sul piede di guerra il Movimento 5 Stelle. “Quella dell’Assessorato all’Ambiente è una decisone scellerata e irrispettosa del pronunciamento del Tar”, commenta l’on. Francesco Cappello. “Crocetta deve tornare indietro sui suoi passi. Il Muos non è una questione privata del suo governo con il Ministero della difesa, ma riguarda tutti. In caso contrario ne tragga le debite conseguenze”. Di “tradimento ai danni della Sicilia” parla il deputato di Sel Erasmo Palazzotto. “La vicenda del Muos ci deve interrogare sul ruolo futuro dell’Isola e sullo sviluppo della nostra economia in relazione ai paesi mediterranei. Crocetta invece regala la Sicilia a quanti vogliono trasformarla in una portaerei protesa nel Mediterraneo”. Per il Prc la “contrapposizione” al governo nazionale agitata da Crocetta si è dimostrata alla fine solo una farsa. “La lotta al Muos non finisce certo qui”, scrive Luca Cangemi. “Lo straordinario movimento che si è manifestato in questi anni saprà reagire con forza, imponendo la revoca dal basso delle autorizzazioni illegittime concesse ai militari Usa dalle giunte Lombardo e Crocetta”.
 
Articolo pubblicato in Il Manifesto del 26 luglio 2013.

mercoledì 24 luglio 2013

Carte false del Ministero della difesa nel giudizio sul MUOS


Gioca le sue ultime carte il Ministero della difesa italiano per riaprire la partita sul MUOS, il sistema di telecomunicazioni satellitari militari che le forze armate Usa intendono realizzare nella riserva naturale di Niscemi, Caltanissetta. Alla vigilia dell’udienza del 25 luglio in cui Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana dovrà decidere sull’appello del ministro Mauro contro l’ordinanza del TAR che ha confermato la legittimità degli atti di revoca delle autorizzazioni del MUOS, gli avvocati-prestigiatori dello Stato estraggono dal cilindro magico due relazioni “scientifiche” che documenterebbero l’innocuità del nuovo sistema di guerra. A ben guardare le “carte” prodotte si scoprono però provvidenziali tagli e rimaneggiamenti dei testi originali ed omissioni e stravolgimenti nelle valutazioni finali. E si confermano le impressioni che pur di completare il MUOS in Sicilia, legalità e rispetto della verità sono optional di cui militari e governo preferiscono farne piacevolmente a meno.

Il primo dei documenti è uno studio a firma dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sulle problematiche ambientali del MUOS, il suo impatto elettromagnetico e le condizioni complessive dello stato di salute della popolazione residente nel niscemese. Ma si tratta di una versione mutilata. A conclusione dei lavori della Commissione speciale composta da studiosi ISS ed esperti nominati dalla Regione siciliana (i professori Zucchetti, Sansone Santamaria e Palermo) lo scorso 11 luglio, era stato concordato che della relazione finale da trasmettere alle autorità di governo erano parte integrante le note assai critiche sulla sostenibilità ambientale del MUOS dei tecnici della Regione. Note che, invece, sono state stralciate e non prodotte in giudizio dall’Avvocatura dello Stato. “Qualunque trasmissione o riferimento parziale al lavoro succitato, privo della nostra nota, è incompleto e stravolge il senso del lavoro collegiale tenutosi presso l’ISS, dove proprio sulla pericolosità del MUOS sono emersi pareri differenti”, spiega il prof. Massimo Zucchetti, docente del Politecnico di Torino. “Ciò che oggi accade al Consiglio di Giustizia Amministrativa è ancora più grave della fuga di notizie dello scorso 18 aprile, quando fu violato l’accordo fra gentiluomini che prevedeva la non diffusione della relazione finale dell’ISS fino a quando non vi fosse stato un comunicato ufficiale da parte dei committenti. Una gola profonda ha fatto circolare una versione incompleta dello studio, censurando ad arte le conclusioni del nostro contro-rapporto di otto pagine allegato, in cui si smentiscono pesantemente le versioni pro-MUOS citate dai vari mezzi di stampa”.

Nella relazione dell’ISS prodotta dal ministero mancano pure le conclusioni dello studio pluridisciplinare del gruppo di lavoro composto dal prof. Zucchetti e da altri sette esperti (Massimo Coraddu del Politecnico di Torino, Eugenio Cottone del Consiglio nazionale dei chimici, Valerio Gennaro dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova, Angelo Levis dell’Università di Padova, Alberto Lombardo dell’Università di Palermo, Marino Miceli e Cirino Strano, medici di medicina generale di Niscemi e Vittoria). Gli studiosi, in particolare, hanno evidenziato come i campi elettromagnetici emessi fin dal 1991 dalle antenne della stazione di trasmissione radio della US Navy di Niscemi hanno raggiunto valori “di poco inferiori, prossimi o superiori ai livelli di attenzione stabiliti dalla legge italiana”. “Sia per queste antenne che per il MUOS manca tuttora un modello previsionale atto a determinare la distribuzione spaziale dei campi elettromagnetici”, aggiungono. “Valutazioni teoriche approssimate effettuate per il MUOS, seguendo la normativa italiana, indicano che il rischio dovuto agli effetti a breve e lungo termine di questo sistema di telecomunicazioni satellitari è rilevante e ne sconsigliano l’installazione a Niscemi: effetti a breve termine dovuti ad incidenti, effetti a lungo termine dovuti ad esposizione cronica, interferenza con apparati biomedicali elettrici, disturbo della navigazione aerea”.

L’Avvocatura dello Stato ha prodotto infine in giudizio uno studio inedito dell’ENAV risalente a fine giugno, che escluderebbe interferenze strumentali del MUOS con le operazioni di volo nel vicino aeroscalo di Comiso. Nelle premesse, l’ente controllato dal ministero dell’Economia e delle finanze precisa trattarsi “esclusivamente” di una valutazione della “compatibilità elettromagnetica” sugli apparati di comunicazione, navigazione e sorveglianza installati a Comiso, ma non dei potenziali effetti delle emissioni del MUOS sulla salute delle popolazioni, sull’ambiente e sulle strutture degli aeromobili. “Anche nell’eventualità in cui l’aeromobile dovesse trovarsi per qualche motivo alla quota raggiunta dal fascio di antenna in quel punto, gli effetti del MUOS nei confronti dei ricevitori di bordo potranno ritenersi del tutto trascurabili”, affermano i tecnici ENAV.

Di parere opposto il fisico sardo Massimo Coraddu, esperto dei Comitati No MUOS e del Comune di Niscemi. “Le conclusioni dello studio dell’ente nazionale contengono alcuni grossolani errori e, al di là delle apparenze e dei termini tecnici, mi sembrano tutt’altro che rassicuranti”, spiega Coraddu. “I puntamenti previsti per le antenne MUOS intercettano buona parte delle rotte previste dagli aeromobili in fase di partenze e atterraggio da Comiso. Così, l’ENAV ritiene opportuno, per evitare interferenze, la modifica di almeno due delle procedure di volo strumentalmente assistito per evitare potenziali problemi (SID OBAXU 5A ed ENEPA 5A). Nelle conclusioni si dice inoltre che il settore angolare interessato dalle emissioni ha un’ampiezza di soli 5 m. Sfugge a chi ha scritto questa relazione che, se in partenza il fascio emesso ha un diametro di 18,4 m, questo non si può certo ridurre in volo. Quindi sui cieli di Comiso il fascio emesso continuerà ad avere un diametro attorno ai 20 m, quattro volte maggiore rispetto a quanto ipotizzato”.

Sempre per Coraddu, il rapporto ENAV evidenzia alcune carenze. “Non viene fatta nessuna valutazione di quanto sia intensa l’emissione e quanta energia venga trasferita all’aeromobile per effetto dell’attraversamento del fascio, cose invece raccomandate dal prof. Marcello D’Amore dell’Università “Sapienza” di Roma, nella relazione sul progetto MUOS consegnata al TAR di Palermo”, aggiunge Coraddu. “Non si comprende inoltre perché si siano limitati gli accertamenti alle sole procedure di partenza e atterraggio da Comiso e non a tutte le rotte civili che attraversano la Sicilia orientale, visto che per quote interessate, sono tutte potenzialmente vulnerabili. Possiamo prendere quella dell’ENAV come una relazione preliminare, le cui conclusioni non sono per nulla tranquillizzanti. Come avevamo ipotizzato, l’entrata in funzione del MUOS richiede, quantomeno, un’attenta riprogettazione delle procedure di partenze e atterraggio dall’aeroporto di Comiso”.
In occasione dell’udienza del Consiglio di Giustizia Amministrativa, i Comitati No MUOS hanno indetto per la mattina del 25 luglio un presidio con conferenza stampa a Palermo. “Se è deprecabile l’ostinazione con cui il Ministero della difesa persegue, anche con carte false, la realizzazione del MUOS, è censurabile il comportamento della Regione Siciliana che si è costituita nel procedimento con appena due paginette occupate in gran parte dall’elenco delle parti in giudizio, e con la mera richiesta immotivata di rigetto dell’appello, senza la produzione di alcun documento”, affermano i No MUOS. “Si tratta dell’atteggiamento tipico delle avvocature pubbliche quando non hanno particolare interesse all’esito del giudizio. Questo fatto conferma i sospetti che abbiamo sempre avuto: c’è un preciso accordo fra la Regione e il Ministero della difesa per il quale il deposito del parere incompleto ed addomesticato dell’ISS avrebbe costituito la chiusura del cerchio per autorizzare la prosecuzione dei lavori, con buona pace dei cittadini niscemesi e del popolo siciliano”.

giovedì 18 luglio 2013

La Corleone del XXI secolo


Centro della fascia tirrenica della provincia di Messina, Barcellona Pozzo di Gotto è culla di boss mafiosi in contatto con pezzi della massoneria e dei servizi segreti deviati e anche di alcuni garanti dell’impunità e del depistaggio istituzionale. Più di un filone investigativo converge sulla città, crocevia di poteri più o meno occulti e laboratorio sperimentale per le alleanze di quella che è stata la Seconda Repubblica.

 

Sui presunti registi e intermediari della trattativa tra Stato e Antistato girano nomi eccellenti. Alcuni sono deceduti e non potranno fornire chiarimenti né difendersi. I Pm di Palermo nutrono forti sospetti sull’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. E sull’alto dirigente del Sisde, il servizio segreto civile, Bruno Contrada. Nella black list c’è pure l’ex capo dei Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde, Mario Mori. O sull’ex ministro Calogero Mannino che, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato “indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione del 41bis”.

Il mistero del 41 bis

Nel novembre ’93, fu deciso di non rinnovare il carcere duro a 326 mafiosi, 45 dei quali ai vertici di Cosa nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita.

Gli inquirenti ipotizzano che tra i consiglieri dell’ammorbidimento del regime detentivo nei confronti della criminalità organizzata c’era l’allora vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio, il magistrato tutto d’un pezzo scomparso prematuramente nel 1996, noto per l’inchiesta sulla scalata criminale di Angelo Epaminonda “il Tebano”, re delle bische e della droga di Milano, convertitosi in collaboratore di giustizia. Dopo un breve e travagliato periodo all’Alto commissariato antimafia, Di Maggio aveva preferito trasferirsi a Vienna per fare da consulente giuridico dell’agenzia antidroga delle Nazioni Unite. Poi, nel ’93, inaspettatamente, veniva chiamato a Roma per assumere l’incarico di supervisore delle carceri italiane. Ciò ha insospettito i Pm palermitani: senza alcuna competenza specifica per quel ruolo, Di Maggio non era magistrato di corte d’appello, titolo richiesto dalla legge. Per aggirare l’ostacolo fu nominato consigliere di Stato. Chi e perché lo volle alla guida del Dap? “L’ho scelto io”, ha spiegato l’ex Guardasigilli Giovanni Conso. “Era una persona che andava un po’ in televisione, un combattivo, e mi era parso molto efficace”. Di diverso parere l’allora capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Adalberto Capriotti. “Ebbi l’impressione che a Conso, a sua volta, Di Maggio gli fu imposto”, ha raccontato. E i rapporti tra il ministro e il magistrato erano tutt’altro che idilliaci. “Una volta ho assistito a una violentissima lite tra i due”, ha aggiunto. “Mi misi di mezzo perché Di Maggio, oltre a dargli del tu, insultava Conso e io non potevo permetterlo…”.    

Il 29 ottobre 1993, Capriotti aveva sottoscritto una nota inviata al ministero della Giustizia. Nel documento si suggeriva di fare scadere i termini di carcere duro (41 bis) per oltre trecento mafiosi considerati di media pericolosità e ridurre del 10% i provvedimenti di carcere duro per i boss irriducibili. Il tutto nell’ottica di “creare un clima positivo di distensione nelle carceri”, spiegava il capo del Dap. La nota fu poi consegnata a Conso dall’allora capo di gabinetto del ministero, Livia Pomodoro (attuale presidente del Tribunale di Milano), che racconta: “Il ministro mi diede la direttiva di attendere ulteriori aggiornamenti, che avrebbero dovuto essere forniti dal vicecapo Di Maggio”. A questa dichiarazione si aggiunge quella che lo stesso Capriotti rilasciò ai pm che stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia, facendo presente che, quando si insediò, il documento era già pronto, predisposto dal suo vice Di Maggio. Quello stesso Di Maggio che in un’intervista in piena stagione terroristica si era dichiarato “decisamente a favore” del carcere duro per i mafiosi. “Era ritenuto un forcaiolo al Dap perché voleva mantenere il 41bis, ma riteneva che la sua linea fosse disattesa dal Ministero degli Interni”, ha rivendicato il fratello, Salvatore Di Maggio, all’udienza del 19 ottobre 2012 del processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra dopo la mancata cattura del superboss Bernardo Provenzano nel 1995.

A rendere più fitto il mistero è spuntato un vecchio verbale d’interrogatorio di Nicola Cristella, ex caposcorta di Francesco Di Maggio. Cristella avrebbe dichiarato che nell’estate delle bombe del ’93, il magistrato era solito cenare con il giornalista Guglielmo Sasinini, poi finito sotto inchiesta per i dossier illegali di Telecom, l’immancabile generale-prefetto Mori e il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura, morto nel 2002 per arresto cardiocircolatorio. Figlio del capocentro del Sifar (Servizio informazioni forze armate) a Palermo fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, Bonaventura era stato prima membro dei nuclei antiterrorismo del generale dalla Chiesa, poi capo della 1^ divisione del Sismi, il servizio segreto militare subentrato al Sifar. Cene inopportune. Inquietanti.

A confermare la relazione privilegiata tra Mario Mori e il giudice Di Maggio un’annotazione nell’agenda personale del militare, alla data del 27 luglio 1993, vigilia della notte in cui esplosero tre autobombe: la prima a Milano e le altre due a Roma, a San Giovanni in Laterano e davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. “Per prob. detenuti mafiosi” c’è scritto in riferimento ad un appuntamento fissato quel giorno con Di Maggio. Cinque mesi prima, la mattina del 27 febbraio, presso la Sezione Anticrimine di Roma, Mori aveva incontrato il magistrato (ancora consulente dell’agenzia antidroga dell’Onu) per discutere sull’omicidio del giornalista de La Sicilia Beppe Alfano, assassinato dalla mafia l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. E da quanto accertato dal Pm di Firenze, Gabriele Chelazzi, stroncato da un infarto il 17 aprile 2003, Di Maggio e Mori s’incontrarono nuovamente il 22 ottobre, congiuntamente all’allora colonnello Giampaolo Ganzer, poi comandante del Ros, condannato il 12 luglio 2010 dal Tribunale di Milano a quattordici anni di reclusione e 65 mila euro di multa per traffico di stupefacenti, falso e peculato, ma assolto dall’accusa di associazione a delinquere. Il 24 settembre 2012 è iniziato il secondo grado di giudizio. Il sostituto procuratore di Milano Annunziato Ciaravolo, nel corso dell’udienza del 9 novembre, ha chiesto 25 anni di reclusione per l’ex generale Ganzer. Il processo è attualmente in corso.

Le contraddizioni di Barcellona

Come Beppe Alfano, anche Francesco Di Maggio era originario di Barcellona, centro della fascia tirrenica della provincia di Messina. E barcellonesi sono pure alcuni dei padrini in odor di massoneria e servizi segreti deviati entrati a pieno titolo nelle cronache nere italiane di quegli anni o certi strani garanti dell’impunità e del depistaggio istituzionale. Mere coincidenze, forse. Ma a Barcellona convergono e s’incrociano più di un filo investigativo, troppi attori, programmi eversivi, esplosivi e telecomandi. La città è crocevia di poteri più o meno occulti, laboratorio sperimentale per le alleanze della Seconda Repubblica, centro strategico di traffici di droga ed armi, eldorado delle ecomafie, ponte-cerniera tra organizzazioni criminali siciliane, ‘ndrangheta, camorra ed estrema destra. Un paradiso dorato per i latitanti di primo livello, come Bernando Provenzano, Pietro Aglieri e Benedetto Santapaola.

Una Corleone del XXI secolo dove campieri, ex vivaisti e piccoli allevatori semianalfabeti hanno imposto il proprio dominio agli eredi di una borghesia locale consociativa e parassitaria. Una colonia di cosche efferate, sanguinarie, predatrici. I vincitori e i perdenti di una guerra che negli anni ’80 ha lasciato sul campo un centinaio di morti e una decina di desaparecidos. Omicidi brutali, corpi arsi vivi nei greti dei torrenti, minorenni torturati e sgozzati, arti mozzati. Il devastante saccheggio delle risorse di un territorio unico per bellezze e tradizioni; la capacità d’infiltrazione in ogni livello delle istituzioni. Mafia finanziaria e imprenditrice, onnipresente nella gestione delle opere pubbliche e private, dai lavori ferroviari e autostradali sulla Messina-Palermo, alla discarica a cielo aperto di rifiuti di Mazzarrà Sant’Andrea, una delle più grandi del Mezzogiorno d’Italia, ai complessi turistici del golfo di Tindari e di Milazzo. E la bramosia d’impossessarsi del padre di tutte le Grandi infrastrutture, il Ponte sullo Stretto.

Ma Barcellona, come Corleone, interpreta il paradigma della complessità. Nonostante il consolidamento dello strapotere mafioso, in città è cresciuta in modo carsico una coscienza democratica e legalista tra i giovani, gli scout, il volontariato sociale, l’associazionismo culturale, qualche imprenditore di frontiera. Così come è cresciuto il bisogno di cambiamento, di rottura con l’immobilismo e l’ancien régime, con i vecchi patriarchi della politica e del potere. Per alcuni di essi è cominciato il declino. Alle elezioni amministrative della primavera 2012, a sorpresa, la candidata della società civile, Maria Teresa Collica, giovane ricercatrice universitaria, ha surclassato il candidato del centrodestra imposto da Domenico “Mimmo” Nania, barcellonese doc, vicepresidente Pdl del Senato nella scorsa legislatura (ma non candidato alle ultime elezioni), ex Giovane Italia, ex Msi, ex Alleanza nazionale, uno dei quattro “saggi” che hanno redatto il testo della nuova Costituzione votata in parlamento nel 2005 ma respinta referendariamente dal popolo italiano. Una sconfitta imprevedibile, in un Comune ritenuto blindato, inespugnabile, scampato due volte miracolosamente allo scioglimento per infiltrazione mafiosa. Amministrato per dieci anni dal sindaco Candeloro Nania, cugino di primo grado dell’ex senatore.

Altro dominus storico-istituzionale di Barcellona è il magistrato Antonio Franco Cassata – che alla fine di marzo ha lasciato l’incarico di Procuratore generale di Messina chiedendo il prepensionamento -, condannato il 24 gennaio 2013 dal Tribunale di Reggio Calabria a pagare una multa di 800 euro ritenendolo reo di “diffamazione” attraverso la diffusione di un dossier contro il docente universitario Adolfo Parmaliana, morto suicida l’1 ottobre 2008 dopo aver inutilmente lottato contro l’illegalità nella vita politico-amministrativa del Comune di Terme Vigliatore. “Anni prima, Parmaliana aveva inutilmente denunciato Cassata al Consiglio superiore della magistratura”, spiega Fabio Repici, legale della famiglia Parmaliana e grande conoscitore dello strapotere della borghesia mafiosa del Longano. “Non si è mai visto in Italia un processo a un alto magistrato per un dossier ai danni di una persona defunta, per di più con lo scopo di tentare di ostacolare la pubblicazione di un libro, Io che da morto vi parlo di Alfio Caruso, la storia di Adolfo, delle sue battaglie spesso solitarie, delle sue sconfitte, della sua morte e delle nefandezze compiute ai suoi danni”.

Lo scivolone giudiziario del Procuratore non sembra aver turbato le coscienze della Barcellona che conta. Cassata è uomo colto, affabile. Piace ascoltarlo e averlo come ospite ad un ricevimento, ad un incontro, ad un dibattito. È il perno di una fittissima rete di relazioni trasversali, sviluppatesi attorno al Circolo culturale “Corda Fratres”, l’officina che ha forgiato l’élite politica, sociale, economica e amministrativa locale. Della Fédération Internazionale des Etudiants Corda Fratres Consulat de Barcellona (questo il nome ufficiale) sono stati soci e dirigenti giudici, avvocati, insigni giuristi, poeti, scrittori, artisti, giornalisti, diplomatici, militari, liberi professionisti, parlamentari, sindaci, consiglieri provinciali e comunali. E un buon numero di frammassoni. Su 36 fratelli risultati iscritti nel 1994 alla loggia Fratelli Bandiera del Grande Oriente d’Italia, ben 14 erano soci Corda Fratres; altri due, avvocati, nella loggia La Ragione di Messina.

Cassata è anche riuscito ad annoverare tra i cordafratrini onorari, due uomini di vertice dei Carabinieri, i generali Sergio Siracusa (già direttore del Sismi ed ex comandante dell’Arma) e Giuseppe Siracusano (tessera n. 1607 della P2), indicato dalla relazione di minoranza dell’on. Massimo Teodori sulla superloggia atlantica come “un fedelissimo di Gelli da antica data”. Stelle di prima grandezza del panorama politico e culturale nazionale i partecipanti ai convegni della Corda. Compreso il vicecapo Dap Francesco Di Maggio, relatore all’incontro su Principio di legalità e carcerazione preventiva, anno 1994.

Mafia e potere

Nel circolo di Barcellona non sono mancate tuttavia le presenze e le frequentazioni imbarazzanti. Come quella del mafioso Giuseppe Gullotti, condannato in via definitiva quale mandante dell’omicidio di Beppe Alfano. Gullotti è stato membro del direttivo di Corda Fratres nel 1989 e socio fino all’autunno del 1993, quando fu “allontanato” a seguito dei pesanti rilievi fatti dalla Commissione parlamentare antimafia in visita nella città del Longano. “Venne ordinato uomo d’onore nel 1991, per intercessione del vecchio boss di San Mauro Castelverde, Giuseppe Farinella”, ha raccontato Giovanni Brusca. “Sempre il Gullotti si sarebbe dovuto occupare di reperire l’esplosivo necessario per l’attentato che venne progettato tra il ’92 e il ’93 contro il leader del Partito socialista Claudio Martelli, attraverso l’interessamento e la mediazione del clan di Nitto Santapaola”. Deponendo al processo Mare Nostrum contro le cosche della provincia di Messina, lo stesso Brusca ha dichiarato che il telecomando da lui adoperato per la realizzazione della strage di Capaci, gli era stato materialmente consegnato proprio da Gullotti. L’assegnazione al barcellonese di tale incarico, secondo Brusca, fu patrocinata dal mafioso Pietro Rampulla (originario di Mistretta), l’artificiere del tragico attentato del 23 maggio ‘92 contro il giudice Falcone. “Anch’io avevo rapporti con Gullotti”, ha raccontato nel giugno del 1999 il controverso collaboratore Luigi Sparacio, già a capo della criminalità messinese. “Mi era stato presentato da Michelangelo Alfano come persona vicina a Cosa nostra, e in tale ambito fornii al predetto uno-due telecomandi da utilizzare per attentati e che erano stati per me realizzati su commissione, da un dipendente dell’Arsenale militare di Messina…”.

Nome ancora più indigesto dell’albo-soci di Corda Frates, quello di Rosario Pio Cattafi, professione avvocato, ritenuto il capo dei capi della mafia barcellonese. “Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca Santapaola, le famiglie Carollo, Fidanzati, Ciulla e Bono”, hanno scritto i giudici di Messina nell’ordinanza del 21 luglio 2000 che ha imposto al Cattafi l’obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di cinque anni.

Da giovanissimo aveva militato nelle file della destra eversiva rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente all’allora ordinovista Pietro Rampulla), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi. Trasferitosi in Lombardia a metà degli anni ’70, Cattafi fu sospettato di essere stato a capo di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle famiglie mafiose siciliane. Nel maggio 1984, i presunti appartenenti all’organizzazione malavitosa furono raggiunti da un mandato di cattura firmato dal Pm Francesco Di Maggio. Cattafi, residente in Svizzera, sfuggì alla cattura. Pochi giorni dopo fu però l’autorità giudiziaria del canton Ticino ad ottenerne l’arresto nell’ambito di un’inchiesta per traffico di stupefacenti. E il 30 maggio dell’84, Di Maggio raggiunse Cattafi in cella a Bellinzona per un interrogatorio i cui verbali furono trattenuti dalle autorità elvetiche.

Di Maggio e Cattafi si sarebbero poi incrociati nel corso delle indagini sull’efferato omicidio del Procuratore capo di Torino, Bruno Caccia. Lo ha raccontato al Corriere della sera (8 giugno 1995), l’allora sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, recentemente condannato il 14 maggio 2012 in primo grado a due anni per falsa testimonianza commessa nel corso del processo Mare Nostrum contro le organizzazioni mafiose barcellonesi. “Fu Di Maggio ad arrestare Cattafi nell’85 per l’inchiesta sull’omicidio Caccia. Fu il giudice istruttore ad assolverlo, ma rimase dentro per un anno”. Cattafi, in verità, non venne arrestato a seguito dell’assassinio del magistrato, ma fu interrogato in carcere dai pubblici ministeri milanesi titolari dell’inchiesta. Olindo Canali conosceva da lungo tempo Di Maggio. Con il magistrato barcellonese, egli aveva fatto un periodo di tirocinio da uditore a Milano. “Sempre Di Maggio, il cui padre era stato maresciallo dei Carabinieri a Pozzo di Gotto, m’informò, in generale, sulla situazione barcellonese prima di trasferirmi in Sicilia”, ha spiegato Canali.

Un oscuro passaggio sui rapporti tra Di Maggio e Cattafi fu riportato in quegli stessi anni in uno dei dossier anonimi fatti circolare ad arte per screditare la figura del giudice Antonio Di Pietro e finiti nelle mani del leader Psi Bettino Craxi, latitante ad Hammamet. “Cattafi - vi si legge - a Milano, dove aveva iniziato un’attività nel campo dei farmaceutici e sanitari, rivede e frequenta il giudice Francesco Di Maggio, che ha passato la sua giovinezza fra Milazzo e Barcellona, dove ha frequentato le scuole, compreso il liceo, e dove ha conosciuto Cattafi, di cui è coetaneo. Di Maggio introduce Cattafi nell’ambiente dei magistrati, dove pare Cattafi abbia conosciuto Di Pietro (allora sconosciuto) e la sua donna, poi divenuta sua moglie”. Quella su Di Pietro era una bufala, quella su Di Maggio, vedremo, una mezza verità.

Bisogna attendere l’8 ottobre del ‘93 perché Rosario Cattafi venga tratto in arresto in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla DDA di Firenze, nell’ambito dell’inchiesta sull’autoparco della mafia di via Salomone a Milano. Dopo una condanna in primo grado a 11 anni e 8 mesi per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti (4 anni scontati nel carcere di Opera), la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco. Del barcellonese si occupò poi la Procura di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta su un grosso traffico di armi delle società Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. È una nota informativa del Gico della Guardia di Finanza di Firenze del 3 aprile 1996 a dare avvio alle indagini. Un paragrafo è dedicato ai suoi rapporti con il giudice Cassata: “Cattafi frequentava circoli e club sia a Milano che a Barcellona, potendo così incrementare il numero delle conoscenze utili. A Barcellona risultava interessato all’attività della Corda Fratres, il cui rappresentante, Antonio Franco Cassata, risulta rappresentante anche della Ouverture–Associazione Italia-Benelux e del Comitato Organizzativo Premio Letterario Nazionale Bartolo Cattafi”. Il Gico segnalava infine che nelle agende del barcellonese comparivano il numero telefonico dell’abitazione privata del magistrato, quello degli uffici giudiziari di Messina dove operava e quello dell’associazione “di cui risulta rappresentante legale…”.

Nel 1998 Cattafi fu sottoposto ad indagini (anch’esse archiviate) da parte delle Procure di Caltanissetta e Palermo sui cosiddetti “mandanti occulti” delle stragi del 1992-93. Nel procedimento (Sistemi Criminali), il nome di Cattafi comparve accanto ai boss mafiosi Salvatore Riina e Nitto Santapaola, al patron della P2 Licio Gelli e all’ordinovista Stefano Delle Chiaie. Sugli indagati, il sospetto di “avere, con condotte causali diverse ma convergenti, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un’associazione avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo - tra l’altro - di determinare le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia…”.

Nel luglio 2012, il controverso avvocato barcellonese è stato arrestato nell’ambito dell’operazione “Gotha 3” poiché ritenuto uno degli uomini di vertice delle organizzazioni mafiose siciliane. Da allora ha interpretato il ruolo di dichiarante, riempiendo pagine di verbali relativamente ai suoi presunti rapporti con il giudice Di Maggio. Al centro, ancora una volta, la trattativa Stato-mafia. Il racconto di Cattafi parte da quando venne arrestato in Canton Ticino e fu sentito in carcere dal magistrato barcellonese. “Quando già Di Maggio si stava convincendo della mia estraneità alla vicenda del sequestro Agrati, costui mi chiese se ero disposto a rilasciare dichiarazioni sul conto di Salvatore Cuscunà detto Turi Buatta, indicandolo come uomo di Santapaola”, ha esordito. “Nel maggio del ’93 rividi il giudice in un bar a Messina. Di Maggio mi disse che era stato nominato vicedirettore del Dap. C’erano state le stragi Falcone e Borsellino e da pochi giorni l’attentato a Maurizio Costanzo. Dobbiamo bloccarli questi porci, mi disse. Dobbiamo prendere la cosa in mano e portare avanti una trattativa, il concetto era quello, ma non so se usò questa parola. In particolare Di Maggio mi chiese se, attraverso il boss Cuscunà che avevo frequentato a Milano nell’Autoparco, potevo cercare un contatto con Santapaola per tentare di aprire un dialogo. Dovevo contattare l’avvocato di Cuscunà promettendogli qualunque cosa, tutti i benefici possibili per il suo cliente, pur di riuscire a parlare con Santapaola per riuscire a trovare nuove strade per disinnescare la violenza di Cosa nostra…”. Le dichiarazioni del boss, in verità, appaiono poco convincenti. “Da decenni, Cattafi era in rapporti diretti con Santapaola e non si comprende perché lo avrebbe dovuto contattare tramite una terza persona”, evidenzia l’avvocato Repici. “E perché poi incontrare il giudice a Messina quando Cattafi poteva incontrarlo più comodamente in qualche ufficio romano?”

“Il romanzo criminale continua”

Nelle carte della Procura palermitana sulla trattativa Stato-mafia si ripete, troppo spesso, il nome del senatore Marcello dell’Utri, una condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa annullata con rinvio dalla Cassazione. Dell’Utri, per gli inquirenti, potrebbe essere stato uno dei maggiori “intermediari” con Cosa nostra che cercava d’imporre gli obiettivi del papello minacciando altro sangue dopo Capaci e via d’Amelio. Nel biennio 92-93, secondo alcuni collaboratori di giustizia, il manager di Publitalia sarebbe stato un visitatore abitudinario del messinese. L’ex killer catanese Maurizio Avola ha riferito di avere accompagnato nel 1992 a Barcellona Pozzo di Gotto il boss Marcello D’Agata per un appuntamento con Dell’Utri. Nel corso di un interrogatorio davanti ai pm di Catania e Caltanissetta, Avola ha pure accennato ad un incontro avvenuto - sempre a Barcellona - tra Marcello Dell’Utri e i boss catanesi Aldo Ercolano, Nino Pulvirenti e Benedetto Santapaola.

Gli inquirenti hanno potuto accertare che nel periodo compreso tra il 1990 e il 1993, Marcello Dell’Utri ha realizzato 58 viaggi aerei tra Roma e la Sicilia, di cui ben 34 da e per Catania nel solo 1992. Nella loro requisitoria al processo contro il braccio destro di Berlusconi, i pubblici ministeri di Palermo rilevano che il Santapaola era stato ospite del gruppo Gullotti nel primo semestre del ’93. “Da una verifica dei tabulati telefonici relativi all’utenza in uso a Gullotti Giuseppe sono risultati contatti con Cattafi Rosario”, proseguono i pm. “E non deve sfuggire che lo stesso Cattafi è stato identificato come soggetto più volte chiamato da persone appartenenti al circuito del Dell’Utri, cioè da persone entrate con lui in contatto telefonico od esistenti nelle sue agende”. Ancora Cattafi, dunque. E ancora una volta Barcellona.

Meno di due anni fa, il Tribunale di Messina ha ordinato il sequestro dei beni del valore di sette milioni di euro di proprietà dei più stretti congiunti del boss barcellonese, compresi i terreni destinati ad ospitare un megaparco commerciale di 18,4 ettari. Il progetto, presentato dalla società Di.Be.Ca. sas, prevede una devastante colata di cemento che non ha uguali nel panorama siciliano: infrastrutture per la grande distribuzione, alberghi, ristoranti e locali di dubbio divertimento per 398.414 metri cubi, contro un volume esistente di appena 23.165. Nell’estate 2010, il piano insediativo fu approvato all’unanimità (e un’astensione) dal consiglio comunale di Barcellona ma un’indagine della Procura ne ha bloccato fortunatamente l’iter. L’azione degli inquirenti è scaturita a seguito di un esposto a firma dell’associazione antimafie “Rita Atria” e “Città Aperta” di Barcellona ed un’interrogazione del parlamentare Pd, Giuseppe Lumia.

Le associazioni avevano pure chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta della Prefettura per verificare l’esistenza di forme di condizionamento della criminalità organizzata sulla vita amministrativa del Comune. Gli accertamenti, espletati solo tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, hanno convinto i commissari prefettizi a richiedere al Governo lo scioglimento per mafia del consiglio comunale di Barcellona. Il provvedimento adottato dalla ministra Cancellieri è stato tardivo e differente. Con un decreto firmato il 22 maggio 2012, esattamente un giorno dopo il voto che ha sancito l’elezione a sindaco di Maria Teresa Collica, la Cancellieri ha disposto solo la sospensione e per 30 giorni di sei funzionari comunali, compreso il segretario generale. “Le condotte poste in essere dai suddetti funzionari – si legge nel decreto - hanno compromesso il regolare funzionamento di alcuni servizi in contrasto con i principi di buon andamento ed imparzialità arrecando altresì grave nocumento all’amministrazione comunale”. Nel febbraio 2013 l’ultimo colpo di scena. Il sostituto procuratore di Barcellona, Francesco Massara, ha notificato 17 avvisi di garanzia per il reato di “abuso d’ufficio in concorso determinato dall’altrui inganno”, relativamente alle procedure amministrative che hanno condotto all’approvazione finale del Piano particolareggiato per il megaparco commerciale in odor di mafia. Tra gli avvisati, oltre al boss Rosario Cattafi e ai suoi congiunti, compaiono l’ingegnere capo del Comune Orazio Mazzeo, i cinque componenti della commissione edilizia urbanistica, gli estensori del progetto Mario e Santino Nastasi. “Nonostante i pesanti rilievi della commissione prefettizia e dei magistrati barcellonesi, il consiglio comunale del Longano non ha ancora annullato in autotutela il piano insediativo del parco Cattafi”, denuncia Santo Laganà dell’associazione “Rita Atria”. “A Barcellona c’è tanta voglia di voltare pagina ma i vecchi padrini e i gattopardi sono sempre in agguato. E il vecchio e il nuovo possono tornare a confondersi e annullarsi…”.

Articolo pubblicato in Narcomafie, n. 3, marzo 2013

sabato 13 luglio 2013

“Armare la pace”. Parola di ministro


I danni del MUOS? Non ci sono dati certi! La Sicilia al centro del Mediterraneo ce l’ha messa il buon Dio, ma per la pace in questo Sud del mondo non ci deve pensare Lui, ma il MUOS. Questo in soldoni quello che ha dichiarato il nostro ministro della guerra. Inoltre, il ministro chiede ai siciliani di assumersi la “responsabilità” morale di condividere i crimini contro l’umanità e la pace dei sistemi di morte Usa e Nato installati e da installare nell’Isola. E poi diciamolo del MUOS “potranno servirsi anche le forze armate italiane”. Intanto nel territorio di Siracusa, a Punta Castellazzo-Marza i Predator si preparano per intervenire “selettivamente” in Medio Oriente, Somalia e Nord Africa.

Sproloqui. Bugie. Nel nome di dio e a difesa della cristianità dell’Occidente. O per difendersi dalle barbarie del Sud del mondo. Il ministro della guerra ciellino Mario Mauro (ex europarlamentare Pdl, poi senatore montiano), coautore del Piccolo dizionario delle radici cristiane d’Europa, dal vertice Nato di Bruxelles spezza la sua lancia a favore del MUOS di Niscemi. E invita i siciliani ad assumersi responsabilmente il peso di nuovi carichi bellici e a convivere con le basi di morte e migliaia di marines Usa.

Se ci sono problemi di salute legati all’installazione del Muos, accerteremo e ci regoleremo di conseguenza”, esordisce Mauro. “Se il presunto danno è più nelle dimensioni di una leggenda metropolitana, penso sia un atto di grande responsabilità prendere coscienza del fatto che l’Italia, in particolare, è al centro del Mediterraneo, e non ce l’ho collocata io, ma il buon Dio. Il 90% dei guai è nell’area Sud di questo bacino e le condizioni di pace in un settore strategico del globo sono sotto la giurisdizione di un’installazione come il Muos”.

La Sicilia portaerei del Mediterraneo perché così vuole il Padreterno per garantire il sonno dei giusti e preservare l’Europa dalle invasioni di milioni di disperati. “Quelle del ministro Mauro sono parole vergognose ed inaccettabili”, commenta il parlamentare di Sel, Erasmo Palazzotto. E insieme ai Comitati No Muos avverte che se l’idea del governo Letta è quella di trasformare la Sicilia in piattaforma per le guerre del nuovo millennio è “meglio che si sappia che, come con il sistema satellitare di Niscemi, ci sarà l’opposizione delle comunità locali e di tutti i siciliani”.

In verità, il neotitolare della difesa aveva già fatto sapere che sull’installazione del Muos in Sicilia non ci sono margini di discussione o trattativa. Rispondendo in Parlamento ad un’interrogazione dell’on. Palazzotto, Mauro ha spiegato che vi è un “interesse strategico diretto” alla realizzazione degli impianti e che di essi potranno servirsi anche le forze armate italiane. “Qualora tale realizzazione fosse impedita da provvedimenti di revoca potenzialmente censurabili sul piano della legittimità, il ministero della Difesa potrebbe essere chiamato, sotto un profilo civilistico, a ristorare spese sostenute dalla controparte che, fidando sull’impegno assunto, ha appaltato i lavori”, ha aggiunto Mauro. Da qui la giustificazione di richiedere un megarisarcimento danni alla Regione siciliana che ha firmato il decreto di revoca delle autorizzazioni ai cantieri del Muos (25.000 euro al giorno a partire dal 29 marzo 2013, ossia più di 2 milioni e mezzo di euro sino a quando non si pronuncerà il Tar di Palermo). “Questa richiesta rientra nella linea di strategia processuale definita dall’Avvocatura dello Stato, che ha proceduto alla quantificazione tenendo conto delle somme dovute alle ditte appaltatrici nel periodo in cui i lavori devono restare fermi”, ha concluso il ministro.

“Quelle di Mauro sono le ennesime bugie dette sul Muos”, commentano i portavoce del Coordinamento siciliano dei comitati che si oppongono al nuovo sistema militare. “In nessun accordo tra Italia e Stati Uniti e in nessun documento relativo al sistema satellitare e al  suo utilizzo, vi è minimamente traccia di un possibile uso del Muos da parte delle forze armate italiane, trattandosi di un sistema ad uso esclusivo della marina militare Usa.  Mai il parlamento italiano è stato investito della questione e quindi c’e da chiedersi quale possa essere quest’interesse strategico nazionale. Il ministero della difesa non ha poi la legittimazione giuridica per ricorrere al Tar e chiedere somme di denaro da restituire alle ditte appaltatrici, alcune senza certificazione antimafia. Per non dimenticare che il blocco dei lavori era stato concordato dal governo Monti con la Regione siciliana”.

Qualche perplessità sulla veridicità delle affermazioni di Mario Mauro le hanno comunque manifestate i componenti del Tribunale amministrativo di Palermo. Nel rinviare al prossimo 9 luglio ogni decisione, i magistrati hanno richiesto la produzione di documenti che provino la “dichiarata legittimazione ad agire del Ministero della difesa” e “la riferibilità dell’attività infrastrutturale in questione alle esigenze realmente manifestate dall’organizzazione del Trattato Nord Atlantico ovvero l’esposizione di altro titolo giuridico derivate da diversi obblighi internazionali assunti dall’Italia e gestiti dalla stessa Amministrazione ricorrente”.

Mauro e l’Avvocatura riusciranno a trovare uno straccio di documento che provi l’interesse Nato al Muos? Improbabile, visto che sino ad oggi a Bruxelles del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della marina militare Usa non se né mai parlato. Di contro, il segretario generale dell’Alleanza Atlantica Fogh Rasmussen, ha invece ringraziato Mauro per il sostegno italiano alle operazioni in Afghanistan e alla Smart Defense, la cosiddetta “difesa intelligente” che avrà proprio in Sicilia uno degli asset strategici. Si tratta del progetto AGS (Alliance Ground Surveillance) che entro il 2017 farà della stazione aereonavale di Sigonella la più grande base di sorveglianza e di riconoscimento per la sicurezza del globo. “I mezzi impiegati dai 15 dei 28 paesi Nato che condividono il progetto saranno prevalentemente gli Uav, velivoli inanimati di ultimissima generazione che non sono droni perché altrimenti si confondono con i droni killer e che dovranno portare in giro per il pianeta soltanto dati tecnici e informazioni”, ha aggiunto il segretario Nato. Anche qui la sincerità è un optional. La componente aerea a controllo remoto dell’AGS è rappresentata da cinque RQ-4 “Global Hawk”, velivoli-spia privi di munizionamento bellico. Ma comunque tecnologicamente e militarmente sempre di droni si tratta, con l’aggravante di avere compiti d’intelligence e conduzione al bersaglio degli Uav cugini-killer e di altre macchine d’attacco infernali.

Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 40, i “Global Hawk” possono volare in qualsiasi condizione meteorologica per 32 ore sino a 18,3 km d’altezza e a migliaia di km dalla loro base operativa. “I potentissimi sistemi radar installati a bordo saranno in grado di scansionare ampie porzioni di terreno fissando i potenziali target con un’affidabilità inferiore al metro”, affermano gli alti comandi alleati di Bruxelles. Con l’AGS verrà inoltre reso più incisivo l’intervento della Forza di Risposta della Nato (NRF), operativa dal giugno 2006.

A Sigonella, dove nei prossimi mesi giungeranno 800 militari dei paesi dell’Alleanza, opererà il centro di coordinamento dell’AGS a supporto dell’intero spettro delle operazioni alleate nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Il sistema di sorveglianza funzionerà in stretto coordinamento con la flotta dei “Global Hawk” che l’US Air Force ha schierato nella base siciliana sin dall’autunno del 2010. Ad essi si aggiungeranno infine non meno di 5 droni-spia di nuova generazione in via di acquisizione da parte della marina militare Usa.

Nei piani delle forze armate statunitensi e Nato Sigonella è destinata a fare da capitale mondiale dei droni, cioè in centro d’eccellenza per il comando, il controllo, la manutenzione delle flotte di velivoli senza pilota chiamati a condurre i futuri conflitti globali. Conti alla mano, entro un quinquennio i grandi aerei-spia in Sicilia saranno non meno di una ventina a cui si aggiungeranno “stormi” di Predator armati di missili aria-terra e aria-nave.

In verità i famigerati droni killer che il buon Fogh Rasmussen finge di non amare, fanno bella mostra di sé negli hangar di Sigonella perlomeno dallo scorso autunno. “La presenza temporanea di sei MQ-1 Predator è stata autorizzata dal Ministero della difesa italiano e ha fondamentalmente lo scopo di permettere alle autorità americane il loro dispiegamento qualora si presentassero delle situazioni di crisi nell’area nordafricana e del Sahel”, spiega l’Osservatorio di Politica Internazionale, un progetto di collaborazione tra il CeSI (Centro Studi Internazionali), il Senato della Repubblica, la Camera dei Deputati e il Ministero degli Affari Esteri.

In vista degli interventi “selettivi” in Medio oriente, Somalia e nord Africa, i “Predator” si addestrano utilizzando un poligono marittimo a poche miglia di distanza da Punta Castellazzo-Marza (Pachino-Siracusa), nella parte più sud-orientale della Sicilia. Con il nome in codice di Pachino range target, il poligono viene utilizzato da tempi remoti per le esercitazioni aeronavali della VI Flotta e per lo sganciamento di bombe, missili e mine da parte dei velivoli di stanza a Sigonella e finanche dei grandi bombardieri strategici a capacità nucleare provenienti direttamente dagli Stati Uniti d’America.

“Con l’uso dei droni vengono messi a rischio cinquant’anni di diritto internazionale”, ha dichiarato mesi fa l’avvocato sudafricano Christof Heyns, relatore speciale Onu sui temi del controterrorismo e delle esecuzioni extragiudiziali. Le Nazioni Unite hanno dato vita ad una commissione d’inchiesta per documentare come i velivoli teleguidati siano stati realmente utilizzati nelle guerre globali e permanenti degli Stati Uniti d’America, dai militari britannici in Afghanistan e dagli israeliani a Gaza. Una interminabile sequela di “incidenti” e “danni collaterali” che hanno causato la morte di centinaia di vittime innocenti: donne, bambini e uomini non combattenti.

Intanto però il ministro Mauro chiede ai siciliani di assumersi la “responsabilità” morale di sostenere e condividere i crimini contro l’umanità e la pace dei sistemi di morte Usa e Nato installati o da installare nell’Isola.

 
Articolo pubblicato in Casablanca, n. 30, giugno-luglio 2013.

giovedì 11 luglio 2013

Abusivismi USA per il MUOS di Niscemi


La Marina militare statunitense avviò i lavori di realizzazione del MUOS tre anni prima della firma delle autorizzazioni da parte della Regione siciliana. La prova inconfutabile della grave violazione delle norme in materia urbanistica ed ambientale e degli impegni formalmente assunti da Washington con il governo italiano è stata individuata in un rapporto ufficiale del Program Executive Office (PMW-146), l’organismo dello Space and Naval Warfare Systems Command (con sede a San Diego, Califonia) che dirige il programma del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della US Navy.

Il rapporto dal titolo Mobile User Objective System (MUOS) Communications-on-the-Move (COTM) è stato pubblicato il 28 aprile 2009 ma desecretato solo l’1 aprile 2010 (http://www.public.navy.mil/spawar/PEOSpaceSystems/Press/Documents/Mobile%20User%20Objective%20System%20Overview%20Brief%204.1.10-S.pdf ). Esso descrive analiticamente le caratteristiche tecniche del MUOS e dei suoi elementi chiave (satelliti geostazionari e stazioni di terra). Nel capitolo relativo allo stato di avanzamento dei lavori nei terminali terrestri del sistema, alla pag. 14 vengono riportate le foto dei quattro siti prescelti: Wahiawa (isole Hawaii), Australia, Virginia e Niscemi. L’immagine dell’infrastruttura siciliana è eloquente: in un ampio spiazzo ricavato dopo aver rimosso un’intera collina sono già stati completati gli scavi per le tre piattaforme in cemento armato destinate ad ospitare le mega-antenne del MUOS. Attorno al cantiere, perimetrato da una rete metallica, sono ben visibili i sentieri tracciati per gli accessi dei camion e dei mezzi pesanti.

Lo stato dei luoghi lascia presupporre che la foto sia stata scattata nell’inverno 2009, ma la valutazione d’incidenza che autorizza i lavori nella stazione terrestre di Niscemi è stata rilasciata l’1 giugno 2011 dall’allora dirigente generale dell’Assessorato regionale Territorio ed Ambiente, Giovanni Arnone, e notificata al Dipartimento di US Navy solo il successivo 28 giugno. Per quasi tre anni cioè i militari statunitensi e le imprese contractor avrebbero operato a Niscemi nel più assoluto abusivismo, con l’aggravante che le opere del MUOS sono state realizzate all’interno della riserva naturale orientata Sughereta di Niscemi, inserita nella rete ecologica Natura 2000 come Sito di Importanza Comunitaria (SIC) contrassegnato dal n. ITA050007.

La richiesta del Comando US Navy di Napoli-Capodichino per l’uso e la costruzione del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari fu approvata  il 31 ottobre 2006 dalla Direzione generale del demanio e dall’Agenzia per la gestione delle radiofrequenze del Ministero della difesa italiano. Fu tuttavia specificato dai autorità militari che “prima della messa in funzione del MUOS deve essere garantito e certificato che le emissioni rientrino nei parametri stabiliti dalle vigenti leggi italiane e che non interferiscano con emissioni di servizi già operativi in loco”. Dato poi che il nuovo impianto doveva ricadere in un’area di 2.509 m2  della riserva naturale Sughereta, il 24 gennaio 2007 il comando dell’Aeronautica militare di Sigonella inoltrò specifica richiesta di autorizzazione all’Assessorato regionale all’ambiente, diretto al tempo dalla niscemese Rossana Interlandi, esponente dell’Mpa del governatore Raffaele Lombardo.

Dopo il rilascio di un’autorizzazione di massima da parte del Servizio per i beni paesaggistici naturali ed urbanistici della Regione con un’istruttoria record di appena 15 giorni, in attesa del progetto esecutivo e della relazione paesaggistica, il 14 giugno 2007 l’Assessorato inviò al Comune di Niscemi una prima scarna documentazione sul MUOS. L’iter approvativo entrò in stand by almeno sino al successivo 3 aprile 2008, quando la Regione trasmise al sindaco di Niscemi il progetto del nuovo sistema satellitare. Un mese e mezzo più tardi, il Comune ricevette dall’Aeronautica militare la relazione paesaggistica e la valutazione di incidenza ambientale predisposta dalla Marina Usa. Il 9 settembre 2008 fu convocata a Palermo una conferenza di servizi, a cui parteciparono l’Assessorato regionale territorio e ambiente, la Soprintendenza dei beni culturali, l’Ispettorato forestale di Caltanissetta (ente gestore della riserva), il Comune di Niscemi e i rappresentanti di US Navy e del 41° Stormo dell’Aeronautica. In quella sede fu espresso all’unanimità parere favorevole sulla compatibilità ambientale del MUOS.

Dopo le prime massicce manifestazioni di protesta da parte della popolazione locale, il governatore Lombardo e il nuovo assessore all’ambiente Sorbello decisero di soprassedere alla firma delle autorizzazioni. Come già scritto, esse giunsero solo l’1 giugno del 2011, accompagnate tuttavia da una serie di prescrizioni ai lavori: la salvaguardia dei nuclei di vegetazione arbustiva ed arborea; la protezione delle scarpate dell’impianto con alcune specie arbustive specifiche; il rispetto delle esigenze riproduttive degli uccelli migratori abituali “evitando le opere di maggiore impatto tra aprile e giugno”; il contenimento delle polveri e la riduzione dell’impatto acustico, ecc.. A ben osservare la fotocriminis nel rapporto 2009 del Program Executive Office (PMW-146) della Marina Usa è assai difficile credere che i contractor abbiano pensato di rispettare le (post) prescrizioni atte a proteggere il fragile habitat della Sughereta di Niscemi.

In verità, i No MUOS avevano già denunciato da tempo che i lavori di realizzazione del terminale terrestre erano iniziati molto prima che si perfezionasse l’iter autorizzativo. In un dossier pubblicato nel marzo 2009, la Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella scriveva che “le opere di movimentazione terra e predisposizione delle piattaforme per le antenne e le torri radio del MUOS hanno preso il via il 19 febbraio 2008, dopo una breve cerimonia a cui partecipò, tra gli altri, il direttore del Mobile User Obiective Program della US Navy, Wayne Curls”. Era stato il settimanale della base di Sigonella Signature, nel numero del 29 febbraio 2008, a descrivere nei particolari la cerimonia di apertura dei cantieri. “Quando il sistema sarà pienamente implementato, i sistemi di Guerra avranno la completa capacità di comunicazione per rispondere a tutte le richieste di missione in qualsiasi parte del mondo”, dichiarò allora Wayne Curls. “Il terminale MUOS comporterà un piccolo aumento a Niscemi del personale della Marina Usa. La realizzazione della stazione è prevista entro i prossimi tre anni…”.

Sempre secondo gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, la costruzione dell’impianto fu affidata nella primavera del 2008 dal Comando US Navy di Sigonella ad un consorzio d’imprese denominato “Team MUOS Niscemi”, costituito dalla Gemmo S.p.A. di Arcugnano (Vicenza), società leader nella costruzione d’impianti elettrici e dalla Lageco (Lavori Generali Costruzioni) di Catania.

“La scoperta dell’inizio dei lavori per l’installazione del MUOS ancora prima che le autorizzazioni venissero rilasciate dalla Regione, è l’ennesima gravissima violazione di legge commessa dalla Marina militare Usa in questa vicenda”, commentano gli avvocati del Coordinamento dei comitati No MUOS, Paola Ottaviano e Sebastiano Papandrea. “Il TAR di Palermo, nell’ordinanza del 9 luglio 2013 con cui rigetta la richiesta di sospensiva del Ministero della difesa, sottolinea il fatto che l’amministrazione militare statunitense sia sottoposta alla legislazione nazionale e al rispetto della complessiva disciplina vigente in Italia. Tale obbligo risulta pertanto violato non solo nel corso dell’iter autorizzativo e all’indomani della revoca di quest’ultimo, ma addirittura prima ancora che questo venisse iniziato”.
“Ciò non può che aggravare le responsabilità di tutti quei soggetti che hanno posto in essere tali violazioni, e di tutti quelli che facendosene complici, le hanno agevolate, facendone pagare le conseguenze ai cittadini niscemesi e all’intera comunità siciliana”, aggiungono i due legali. “Inoltre questa scoperta aggrava la posizione del governo americano anche nei giudizi pendenti innanzi al TAR Palermo; è evidente, infatti, che tutte le autorizzazioni rilasciate, compresi i nullaosta ARTA relativi ai vincoli paesaggistici sono falsati da errore sul presupposto e costituirebbero autorizzazioni in sanatoria non previste dallo specifico procedimento”.