I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 26 giugno 2013

L’infelice formazione di casa Genovese-Pd


La notizia era nell’aria da tempo. La si commentava al bar, nell’atrio del Tribunale, nelle segreterie dei partiti e dei circoli in corsa per un seggio in consiglio comunale. Un segreto di Pulcinella che a Messina hanno tutti giurato di rispettare, nel centrodestra come nel centrosinistra, per non turbare le complesse manovre elettorali del Partito democratico locale. Prima quelle per le regionali dell’autunno 2012, poi quelle per le politiche di febbraio, infine quelle per la scelta del nuovo sindaco con un’inedita alleanza Pd-Udc-Fli-Sel-Megafono benedetta dal rottamatore Renzi e dal “rinnovatore” Crocetta. Adesso è ufficiale. Lo tsunami giudiziario sulla formazione professionale e la parentopoli in Sicilia sta per abbattersi sugli azionisti di maggioranza del Pd peloritano. Undici gli indagati di quella che è solo una tranche dell’inchiesta della Procura della repubblica. C’è il parlamentare di origini democristiane, finanziere, armatore e costruttore, già sindaco della città dello Stretto e brillante moltiplicatore di tessere e voti. C’è la moglie, una cognata e la sorella. C’è il cognato mister preferenze alle elezioni 2012 per il rinnovo dell’Assemblea regionale siciliana. C’è un nipote. C’è l’onnipresente segretaria e un impiegato di fiducia. Più due consiglieri comunali di due piccoli centri tirrenici della provincia. E persino la moglie di un consigliere uscente del comune capoluogo.

I reati ipotizzati spaziano dall’associazione per delinquere al peculato e alla truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, con l’aggravante prevista dall’art. 61 n. 2 del codice penale, cioè l’averli commessi per eseguirne od occultarne altri. I fatti si riferiscono in epoca anteriore all’1 gennaio 2007 e successiva al 31 marzo 2013. L’iscrizione del fascicolo al registro generale delle notizie di reato porta il protocollo n. 7696 del 2011 e il 9 maggio di quest’anno il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e i sostituti Camillo Falvo, Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti hanno richiesto al Gip del Tribunale la proroga di sei mesi per il compimento delle indagini preliminari.

Indagato eccellente numero uno l’on. Francantonio Genovese, già presidente nazionale del Movimento giovanile della Democrazia Cristiana, nel 2001 deputato all’Ars con la Margherita-Ppi, sei anni più tardi segretario regionale del Pd, eletto la prima volta nel 2008 alla Camera dei deputati (ha ricoperto l’incarico di segretario della Commissione parlamentare antimafia) e riconfermato alle ultime elezioni dopo aver stravinto le primarie del partito in provincia di Messina con 19.590 preferenze, un record nazionale. Secondo nome che scotta nello scandalo formazione quello di Franco Rinaldi, ex chitarrista in una band cittadina, dottore commercialista e revisore dei conti, già membro della direzione regionale prima del Movimento giovanile Dc poi del Partito popolare, dal 2006 deputato regionale Pd. Rieletto lo scorso anno con 18.701 preferenze personali (il piddino più votato in Sicilia), Rinaldi siede oggi nell’ufficio di presidenza dell’Assemblea regionale siciliana.

Gli altri indagati sono Chiara Schirò, moglie dell’on. Francantonio Genovese; la sorella Giovanna Schirò; Rosalia Genovese, sorella del parlamentare; l’infaticabile animatrice della segreteria politica di Genovese, Concetta “Cettina” Cannavò; l’impiegato di fiducia Roberto Giunta; Nicola Bartolone, originario di Roitlingen (Germania) ma residente a Montalbano Elicona dove è consigliere comunale di maggioranza; il commercialista Salvatore Natoli, originario di Milazzo, anch’egli consigliere comunale ad Acquedolci; la formatrice Graziella Feliciotto (già dipendente dell’Enaip, l’ente di formazione professionale delle Acli), moglie del consigliere Pd uscente del Comune di Messina, Elio Sauta. Chiude l’elenco il taorminese d’adozione Marco Lampuri, indicato come un nipote dei Genovese.

L’on. Francantonio Genovese è uno dei volti più noti del Pd siciliano. La politica l’ha sempre avuta nel sangue: il padre Luigi fu senatore della Dc per sei volte mentre lo zio fu l’otto volte ministro della Repubblica, Antonino Gullotti. Il parlamentare è però innanzitutto un uomo d’affari di successo con interessi che vanno dalla finanza alle telecomunicazioni, dal settore immobiliare e delle costruzioni a quello turistico-alberghiero, dalla ristorazione alla navigazione. Il suo nome compare nei consigli d’amministrazione di quasi tutte le società del gruppo Franza, la holding più potente nell’area dello Stretto. Genovese è consigliere di Tourist Ferry Boat Spa (la società che gestisce i traghetti che collegano Messina e Villa San Giovanni), Esi - Ecological Scrap Industry di Pace del Mela (attiva nel settore industriale), Gf Consulting Spa (consulenza aziendale), Gf Building Spa (ex Fra.Imm., costruzioni di edilizia privata e residenziale), Gf Property & Facility Management Srl (gestione patrimonio immobiliare), L’Ancora Srl (ristorazione) e Mandarin-Wimax Sicilia Spa (attiva in Sicilia dal 2008 nel settore internet a banda larga, delle nuove tecnologie e della videosorveglianza).

Secondo una recente inchiesta del giornalista Daniele De Joannon (Centonove), l’on. Genovere ricopre poi l’incarico di presidente del Cda e amministratore delegato di Ge.Fin. Srl (le quote sociali sono detenute quasi interamente dal parlamentare) e presidente, amministratore e consigliere di Gepa Srl, società di cui è titolare insieme alla sorella Rosalia Genovese. Il parlamentare detiene poi quasi per intero il capitale sociale di Caleservice Srl (le quote rimanenti sono in mano all’on. Franco Rinaldi), un’agenzia immobiliare amministrata dalla cognata Giovanna Schirò e dalla moglie Chiara. Genovese è poi titolare di un terzo delle quote della Paride Srl, società che sino a qualche anno fa affittava al Comune di Messina i locali dell’Assessorato all’Urbanistica.

Ma è senza alcun dubbio la Ge.Fin. Srl la società più importante del firmamento Francantonio. Essa è amministrata dalla segretaria del deputato, Concetta Calabrò. Vicepresidente è Marco Lampuri, un altro degli indagati dell’inchiesta sulla formazione in salsa peloritana; consiglieri le sorelle Chiara, Giovanna ed Elena Schirò (quest’ultima è la moglie dell’on. Franco Rinaldi). Ge.Fin. controlla direttamente una parte della Gepa Srl che vede come vicepresidente ancora una volta Marco Lampuri e consiglieri Concetta Cannavò (anche amministratrice delegata), Chiara ed Elena Schirò. A sua volta la Gepa controlla in parte la Ge.Imm. (società immobiliare della famiglia Genovese con una piccola quota sociale in mano al nipote Lampuri), la Two Srl (gestione impianti balneari) e un consistente pacchetto di quote sociali della regina del traghetti dello Stretto, la Tourist Ferry Boat Spa, pari a 4 milioni 980 mila 460 euro.

È con Ge.Fin. e Ge.Imm. che la corazzata Genovese fa incursione nel campo minato della formazione professionale. Le due società, infatti, detengono insieme il 93% di Training Service, l’ente con sede a Barcellona Pozzo di Gotto che solo nell’anno 2011 ha incassato dalla Regione siciliana oltre 604 mila euro per la realizzazione di corsi professionali. Training Service compare nell’elenco dei 43 enti di formazione per cui è stato avviato nei mesi scorsi il processo di revoca dell’accreditamento regionale perché ritenuti non in regola con i pagamenti dei lavoratori.

Nella black list stilata dall’Assessorato competente c’è anche la Libera Università Mediterranea di Naturopatia (Lumen) di cui è presidente Elena Schirò, cioè ancora la moglie dell’on. Rinaldi nonché cognata dell’on. Genovese. Lo scorso anno la Lumen ha beneficiato di un milione di euro circa per l’organizzazione e la gestione dei corsi. Le sorelle Chiara e Giovanna Schirò hanno invece fatto parte del consiglio direttivo di un altro ente di formazione, Esofop, sciolto di recente “senza che abbia mai ricevuto fondi, né dalla vecchia Legge 24, né dall’attuale Avviso 20”, come ha inteso precisare l’avvocato Nino Favazzo, legale del gruppo Genovese-Rinaldi. Nella sfera d’influenza del gruppo Genovese, sempre secondo Centonove, ci sarebbe poi un altro ente di formazione, la Nt Soft di Messina, di cui è presidente Salvatore Schirò.

Vicina agli ambienti del Pd messinese c’è pure l’Associazione per le ricerche dell’area mediterranea (Aram), presente in cinque località dell’Isola con più di un centinaio di dipendenti. Presidente ed ex direttore generale di Aram è Elio Sauta, già presidente dell’Istituzione dei servizi sociali di Messina e consigliere comunale del Pd sino a un mese fa. Come la moglie Graziella Feliciotto, anche Sauta risulta indagato per truffa aggravata dalla Procura di Messina in un altro filone d’inchiesta sulla formazione professionale. Amico di vecchia data di Francantonio Genovese, Sauta è stato pure consigliere di Esofop accanto alle sorelle Chiara e Giovanna Schirò. Lo scorso mese di aprile la Regione Siciliana ha formulato la richiesta all’Aram di restituzione di quasi 4,6 milioni di euro, somma corrispondente ai fondi erogati fra il 2007 e il 2010 ai sensi della legge 24/76 ad integrazione dei costi per il personale, in quanto sono ritenuti non dovuti. Il provvedimento è stato duramente contestato dal presidente Sauta che ha annunciato una causa civile e una penale contro la Regione.

Nell’Aram talune assunzioni sembrerebbero rispondere alle indicazioni del cosiddetto Pum, il partito unico messinese che dai tempi del pluriministro Gullotti regola la vita politica e amministrativa locale. L’ente ha avuto alle proprie dipendenze come tutor l’ex consigliere della Margherita poi Pd Giacomo Caci e come formatore l’ex consigliere comunale Gaetano Caliò (prima con il Pd di Genovese poi con l’Udc dell’odierno ministro Giampiero D’Alia). E tra i dipendenti compare anche il nome di Veronica Marinese, figlia dell’ex deputato regionale Pdl Ignazio Marinese, zio a sua volta del commercialista palermitano Dore Misuraca, parlamentare del Polo nella scorsa legislatura. Aram, come pure Esosop, non disdegna il confronto diretto con gli appuntamenti elettorali che contano. Alle regionali dell’autunno 2012, quelle segnate dal record di preferenze per Franco Rinaldi, i due enti di formazione hanno richiesto ed ottenuto in alcuni comuni della provincia l’uso degli spazi destinati all’affissione di manifesti e materiali di propaganda.
“La formazione per come è stata pensata in Sicilia in questi trent’anni, va rivista”, ha dichiarato a Tempostretto il candidato a sindaco di Messina della coalizione di centrosinistra. “Parentopoli? O la fa pinco o la fa pallino, basta che la fanno bene, si può fare. Non è tanto importante chi la fa. Importante è cha venga fatta bene...”. Sì, esattamente come la fanno da tempo in casa Genovese-Pd & soci.

venerdì 21 giugno 2013

Il falso disarmo nucleare di Barack Obama


“Noi potremo continuare a garantire la sicurezza degli Stati Uniti d’America e dei nostri alleati e mantenere un forte e credibile deterrente nucleare anche riducendo sino ad un terzo il numero delle armi strategiche installate”. Il presidente Barack Obama sceglie Berlino e la porta di Brandeburgo per perorare un nuovo accordo con la Russia sul numero delle testate da stoccare. “Dobbiamo ridurre i nostri arsenali rispetto al livello stabilito dal trattato START (Strategic Arms Reduction Treaty) per dare a noi stessi, alle altre potenze atomiche e a tutto il pianeta l’esempio della possibilità di convivere in pace”, ha aggiunto Obama. L’umanità però dovrà vivere ancora a lungo con l’incubo dell’Apocalisse atomica. “Prenderemo in considerazione l’uso di armi nucleari solo in circostanze estreme per difendere gli interessi vitali del nostro paese e dei nostri partner”, avverte in conclusione il presidente-Nobel della pace.

Se, come e quando si giungerà a un taglio degli arsenali di morte è tutto da vedere. A Washington molti congressisti e i vertici delle forze armate guardano con ostilità alle proposte di “disarmo” dell’amministrazione. “Errate e pericolose” le hanno prontamente bollate i senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham. Per il presidente del comitato sulle forze armate della Camera dei deputati, Buck McKeon, negoziare con i russi un nuovo accordo sul controllo delle armi atomiche è un “desiderio” del presidente del tutto “inaccettabile”. E si fa notare altresì che il bilancio militare di previsione per il 2014, approvato lo scorso 5 giugno, pone nei fatti un veto a riduzioni degli arsenali oltre a quelli previsti dal cosiddetto New START, sottoscritto da Stati Uniti e Russia nell’aprile 2010. L’accordo, in particolare, prevede che le due superpotenze riducano da 2,500 a 1,550 il numero di testate possedute entro il 2018. In cambio però, il New START non prevede limiti alle armi stoccate classificate come “tattiche” o a “corto raggio”. Il numero di queste ultime armi di distruzione di massa è stimato oggi in 2,700 per gli Stati Uniti e 2.680 per la Russia.

“Anche se Washington guarda con interesse ad una trattativa con Mosca per ridurre le testate nucleari strategiche di un terzo, le forze armate Usa continueranno a fare investimenti per sostenere lo sviluppo di queste armi e delle piattaforme destinate al trasporto”, ha precisato il Segretario alla difesa Chuck Hagel. “Il Pentagono manterrà la cosiddetta triade di bombardieri, missili balistici sottomarini e missili intercontinentali per assicurare agli Stati Uniti una deterrenza nucleare efficiente e credibile”. E nella stessa giornata dell’annuncio di Obama a Berlino, il Dipartimento della difesa ha reso pubblico il nuovo rapporto sulla “strategia di utilizzo del nucleare”, il primo redatto sul tema da più di dieci anni a questa parte. Nel documento, la minaccia di guerra nucleare globale viene definita “remota”, mentre il “rischio di un attacco nucleare è invece cresciuto”. “La più grande minaccia immediata è rappresentata oggi dal terrorismo nucleare”, scrive il Pentagono. Per fronteggiare i nuovi pericoli (Iran e Corea del Nord i due paesi chiamati in causa come principali responsabili della proliferazione nucleare), gli strateghi invocano ulteriori stanziamenti finanziari, così da “mantenere la capacità di proiettare a distanza la forza nucleare con i bombardieri pesanti e i caccia doppio-uso”.

A partire del 2020, l’US Air Force si doterà di un centinaio di nuovi bombardieri d’attacco a largo raggio in grado di trasportare armi nucleari. Lo scorso anno l’amministrazione Obama ha inoltre varato un programma di “estensione della vita” di circa 400 bombe nucleari a caduta libera del tipo B61, denominato Stone Axe (Ascia di Pietra). Queste testate saranno dotate dalla Boeing di un sistema di guida di precisione e direzione. Allo Stone Axe il Congresso ha autorizzato per il prossimo anno la spesa di 537 milioni di dollari, ma l’intero programma per le B61 costerà non meno di 11 miliardi di dollari.
La metà di queste testate a caduta libera sono stoccate attualmente all’interno di alcune basi Usa in Europa. Anche se alla Porta di Brandeburgo il presidente Obama ha annunciato di voler lavorare a fianco degli alleati Nato per “raggiungere la riduzione degli armamenti tattici nucleari di Usa e Russia in Europa”, il Dipartimento della difesa ha inteso precisare che il tema non sarà all’ordine del giorno del nuovo round d’incontri con il Cremlino. In Italia è stimata la presenza di una novantina di bombe atomiche B61 nelle basi aeree di Aviano (Pordenone) e Ghedi di Torre (Brescia). Si tratterebbe in particolare di tre sottomodelli con differenti potenze massime di distruzione: le B61-3 da 107 kiloton, le B61-4 da 45 kiloton e le B61-10 da 80 kiloton. Con il miliardario programma di estensione vita, le testate saranno riadattate per essere trasportate e teleguidate dai cacciabombardieri F-35 in via di acquisizione dalle forze armate di Stati Uniti e Italia.

martedì 18 giugno 2013

MUOS, le carte segrete. "Io faccio Ponzio e tu fai Pilato"


Un prefetto, un diplomatico degli Stati Uniti d’America e una sfilza di generali e ammiragli. E un ministro della guerra e un viceministro degli esteri. Forse persino una talpa dell’Ambasciata Usa in un prestigioso istituto pubblico d’Italia. Tutti insieme appassionatamente per individuare una strategia che consenti alle forze armate statunitensi di aggirare lo stop ai lavori d’installazione del terminale MUOS nella riserva naturale di Niscemi. Sulla pelle e alle spalle di centinaia di attivisti No war che dal gennaio 2013 bloccano gli ingressi della stazione siciliana di telecomunicazione con i sottomarini nucleari in navigazione negli oceani per impedire il transito degli operai chiamati a realizzare il nuovo sistema di guerra satellitare.

A fine maggio gli hacker di Anonymus Italia hanno fatto incetta di e-mail e comunicazione riservate del Ministero degli interni. Oltre 2.600 documenti prontamente messi online che svelano le trattative del Viminale per l’acquisizione di apparecchiature d’avanguardia da usare per fini investigativi e l’affidamento al cantiere navale “Vittoria” (Adria, Rovigo) dell’ammodernamento di otto unità libiche nell’ambito dei famigerati accordi di cooperazione Italia-Libia per il contrasto all’immigrazione (un contratto da 5 milioni di euro). Ma ci sono pure le informative sulle più recenti mobilitazioni studentesche a difesa dell’istruzione pubblica e le “istruzioni” per la garantire la sicurezza ai viaggi del Capo dello Stato. E, dulcis in fundo, i carteggi tra la Prefettura di Caltanissetta, la Farnesina, il Ministero della difesa e l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Oggetto il MUOS in via di realizzazione in Sicilia.

Il governo italiano è sotto il pressing delle autorità USA indispettite dal provvedimento di revoca delle autorizzazioni ai lavori del terminale terrestre di Niscemi firmato il 29 marzo 2013 dalla Regione siciliana. Ma soprattutto i militari statunitensi invocano un’azione energica contro i presidi e le azioni dirette non violente del Movimento No MUOS. Il 12 aprile, il colonnello B. Tucker, a capo dell’ufficio di cooperazione militare USA in Italia, invia una e-mail al tenente colonnello Filippo Plini e al generale Luca Goretti (entrambi in forza al Capo gabinetto del Ministero della difesa), lamentando gli effetti del blocco dei cantieri del MUOS. “Per ogni giorno di sospensione dei lavori, il governo degli Stati Uniti d’America perde 50.000 dollari”, scrive l’ufficiale. “Il sito deve diventare operativo non più tardi del dicembre 2014 per non pregiudicare la missione. In conseguenza di tutti questi ritardi, abbiamo la necessità di tornare a lavorare immediatamente per rispettare questa data operativa”. Due ore prima, in altra e-mail indirizzata al colonnello Plini, il responsabile dell’ufficio di cooperazione militare aveva stimato il danno economico generato dalla sospensione dei lavori tra i 43 e i 53.000 dollari al giorno, più i costi per il personale. “Le azioni degli attivisti – conclude il colonnello Tucker - impediscono che il personale civile faccia ingresso nella base per eseguire la manutenzione degli impianti di radiotrasmissione che nulla hanno a che fare con il MUOS o di altri impianti come quello di potabilizzazione dell’acqua guasto da qualche giorno”.

Le considerazioni dei militari USA mettono in allarme il governo Monti. Le forze dell’ordine sono chiamate alla tolleranza zero con le proteste, mentre vengono attivati prefetti e questori per individuare una soluzione con la giunta del presidente Rosario Crocetta che consenta perlomeno le opere di predisposizione delle mega-antenne a Niscemi. Il 16 aprile, con una e-mail inviata alle ore 8.20 al viceministro degli esteri Staffan de Mistura (oggi commissario straordinario del governo Letta per sbloccare la vicenda dei fucilieri di Marina accusati in India di omicidio), il prefetto di Caltanissetta Carmine Valente risponde alle considerazioni “sollecitate” dall’interlocutore. “Dopo la riunione di ieri a Palazzo Chigi sembra che la situazione di empasse in cui ci si trova sull’argomento MUOS possa essere superata, anche alla luce di una conversazione informale avuta oggi con Crocetta”, esordisce il prefetto. “Il Presidente in effetti ha manifestato imbarazzo a ritirare la revoca in quanto non sarebbe sostenuta da alcuna motivazione plausibile e perché, alla luce dell’accordo politico raggiunto lo scorso 11 marzo, è stata accettata pubblicamente anche dal Governo nazionale la tesi che le autorizzazioni rilasciate precedentemente dalla Regione Siciliana presentassero vistose lacune sotto il profilo ambientale e sanitario”. Valente spiega tuttavia di aver percepito che a Palermo “vi sarebbero poche remore a concedere una deroga alla revoca per la prosecuzione di alcuni lavori ben definiti, nelle more della decisione della Commissione istituita presso l’Istituto Superiore di Sanità”. A tal fine, il prefetto suggerisce che il Ministero della difesa presenti alla Regione una richiesta di autorizzazione “di un numero limitato di lavori, indicati anche solo di massima, da portare a termine entro il prossimo 31 maggio”, data fissata originariamente (ma non rispettata) per la consegna degli studi I.S.S. sui rischi elettromagnetici del MUOS. “Tale richiesta diventerebbe oggetto di una Conferenza di servizi durante la quale la Regione accetterebbe il prosieguo di alcuni lavori in deroga”, conclude Valente.

Mercoledì 17 aprile, alle ore 22.36, il viceministro degli esteri trasmette una raccomandazione al prefetto di Caltanissetta. “Le sarei grato di tenerlo a mente perché se le liste arrivano, mi sono impegnato a suo nome e alla luce di ciò che ha detto di fare si (sic) che gli operai addetti ad opere non MUOS possano avere accesso alla base”, scrive Staffan de Mistura. In effetti, il viceministro si era rivolto qualche attimo prima a Douglas C. Hengel, vicecapo missione dell’ambasciata Usa a Roma, per concordare l’iter da seguire per ottenere dalla Regione siciliana una deroga al divieto di avanzamento dei lavori nel sito di Niscemi. “Dear Doug, quanto segue relativamente a quanto discusso nell’ultima info con il prefetto Valente”, esordiva de Mistura. “Per superare le revoche avremmo bisogno con urgenza da parte delle autorità della base o del ministero della difesa italiano una lista che indichi specificatamente che sono necessari nel posto lavori non relativi alle parabole MUOS. Le liste dovrebbero includere il numero stimato di contractor civili richiesti per questi lavori. La lista che deve essere indirizzata formalmente al governatore Crocetta, con una copia al prefetto, consentirebbe a quest’ultimo di essere in una posizione che assicuri quotidianamente il passaggio (a dispetto delle revoche) dei contractor richiesti, per lavori ordinari fino al 31 maggio quando finisce il divieto. Relativamente ai passi legali del ministero della difesa italiano con oggetto le revoche, essi andranno sicuramente avanti con la speranza che verranno accolti dalle autorità competenti”.   

Tra i file in mano ad Anonymus Italia compare altresì la nota che sempre il 17 aprile il diplomatico Douglas C. Hengel aveva inviato al viceministro sollecitando una soluzione che consentisse l’ingresso dei tecnici e delle imprese appaltatrici all’interno della base. “Abbiamo la necessità che i contractor del MUOS facciano ritorno al sito per spegnere e altrimenti mettere a sicuro le attrezzature a cui essi stavano lavorando”, scrive Mr. Hengel. “Quando hanno lasciato il sito l’ultima volta, si aspettavano di tornare il giorno successivo e così non si sono portate via le attrezzature di monitoraggio e altre cose connesse che non dovrebbero restare in questo stato per lungo tempo. O così mi è stato raccontato. Pertanto i nostri militari a Sigonella lavoreranno con l’ufficio del Prefetto perché alcuni contractor (non so’ quanti) abbiano accesso al sito. Quando ciò accadrà, le persone che ci stanno osservando vedranno i contractor lavorare al MUOS.

“Voglio farti sapere – aggiunge Douglas C. Hengel - che stiamo per inviare al Ministero affari esteri una nota diplomatica con un documento per asserire il nostro diritto di accesso secondo il NATO SOFA (lo Status of Forces Agreements che stabilisce il quadro giuridico generale entro cui opera il personale militare statunitense in Italia, nda), compreso quello dei contractor accreditati come rappresentanti tecnici, alle installazioni militari cedute in uso alle forze armate USA. La nazione ospitante ha l’obbligo di assicurare l’accesso alle persone coperte dallo status SOFA nei siti che ci sono stati ceduti”.

Il diplomatico parla poi dell’intenzione del Movimento 5 Stelle di effettuare un’ispezione parlamentare a Niscemi. “Il Ministro della difesa ha ricevuto oggi una richiesta per una visita da parte di 9 parlamentari di M5S al sito NRTF/MUOS. La richiesta è stata spedita al Ministero Affari Esteri e poi a noi. Noi supporteremo la loro visita”. Hengel spiega infine di seguire con attenzione i lavori del comitato dell’Istituto Superiore di Sanità che analizza i possibili rischi elettromagnetici del MUOS, lasciando intendere di poter disporre d’informazioni di prima mano. “Ieri ho parlato con Carpani al Ministero della salute. Noi c’incontreremo con il ministro la prossima settimana per un aggiornamento sullo studio”. La persona chiamata in causa potrebbe essere il Capo di gabinetto del Ministero della salute Guido Carpani, già vicedirettore della segreteria generale della Presidenza della Repubblica dal 2001 al 2012 (presidenti Ciampi e Napolitano).

Giorno 18 aprile, alle ore 17.05, il Capo di gabinetto del Ministero della difesa, ammiraglio Vanni Nozzoli, invia un messaggio al prefetto Carmine Valente per delineare le modalità d’intervento presso la Regione siciliana affinché vengano definite le attività da autorizzare all’interno della base di Niscemi. “Concordiamo sul fatto che la Difesa è l’interfaccia con gli USA per i lavori e intenderemmo informare la Regione per il Suo tramite”, scrive l’alto ufficiale. In attachment alla e-mail c’è un documento-bozza stilato in accordo con il viceministro De Mistura e l’Ufficio di Cooperazione per la Difesa (ODC) dell’Ambasciata USA che delinea i principi da seguire per assicurare l’ingresso a Niscemi dei contractor USA. “Gli operai civili devono poter entrare sempre nel Parco antenne (esistenti ed operanti da tempo)”, vi si legge. “In quanto autorizzato e funzionante serve l’accesso di operai civili per la manutenzione ordinaria”. Per gli impianti MUOS in costruzione, si precisa che “gli operai civili devono entrare regolarmente” in quanto “è necessario assicurare la manutenzione e la riparazione di eventuali avarie di impianti di sicurezza e di quanto già realizzato anche per prevenire inconvenienti”. Nel documento si specifica altresì che “sarà cura di ODC preparare elenco e tipologia dei lavori e ditte/operai coinvolte sia per gli impianti NRTF che MUOS”.

“Il montaggio delle parabole e i lavori di costruzione delle torri sono sospesi fino all’acquisizione dello studio ISS (31 maggio) come concordato nella riunione del 15 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri”, annota ipocritamente l’estensore della bozza. Infine il protocollo da far sottoscrivere al governatore Crocetta e al Ministero della difesa. La Proposta dell’attività presso il sito di Niscemi nella attuale situazione a fronte delle revoche emanate dalla Regione Siciliana si apre con l’assunto che “il personale militare US e quello militare nazionale devono sempre poter entrare/uscire dal sito in quanto concessionari/titolari dell’area”. “Il personale civile US e il personale di ditte/operai italiani coinvolti nel funzionamento degli impianti e infrastrutture NRTF devono poter entrare/uscire per le attività quotidiane e la riparazione degli apparati radio, antenne, impianti elettrici, generatori elettrici nonché interventi in occasione di avarie e malfunzionamenti essenziali per la piena funzionalità del sistema”, si legge al punto 2. Relativamente ai cantieri del MUOS, la proposta di accordo Stato-Regione assicura la completa libertà di movimento al personale civile statunitense e a quello italiano “onde garantire la messa in sicurezza delle costruzioni e dei sistemi” e per “intervenire in particolare in caso di imprevisti, previa tempestiva informazione mediante la locale Prefettura”. Il protocollo priva la Regione siciliana da qualsivoglia controllo e verifica degli interventi autorizzati. “Il Prefetto competente per territorio sarà preventivamente informato sullo svolgimento delle entrate/uscite, mentre il comandante dell’aeroporto di Sigonella, o suo delegato, assicurerà il rispetto di tutte le restanti attività previste alla NRTF e ai cantieri MUOS”.

Nel tardo pomeriggio del 17 aprile è il prefetto di Caltanissetta a rivolgersi via iPhone al Capo di gabinetto Nozzoli. “Il mio intervento con il Vice ministro De Mistura – scrive Carmine Valente - è servito a chiarire che il passaggio dei civili per la manutenzione ordinaria della base non si è mai interrotto se non quando non siamo riusciti a far passare il messaggio che si entrava davvero per fare quella, mentre lavori al MUOS oggi si potrebbero fare soltanto ottenendo una deroga dalla Regione rispetto al provvedimento di revoca”. Il prefetto chiede che sia il Ministero della difesa a presentare la “richiesta per poche attività legate al MUOS senza che queste inficino lo spirito della revoca”. “Tengo a confermarle che l’Assessore Lo Bello la sta aspettando”, aggiunge. “In tal modo eventuali osservazioni è giusto siano sollevate direttamente tra di voi. Sono a disposizione successivamente a farmi parte attiva per la comunicazione alla cittadinanza di Niscemi”. Valente suggerisce però di agire con molta cautela onde non irritare ulteriormente gli attivisti che presidiano le vie di accesso alla base. “Mi preme far osservare che lavori corposi che implichino l’utilizzo di molti operai civili non sarebbero accettati e sarebbe difficile farlo comprendere alla popolazione. Inoltre consideriamo che il 31 maggio è davvero dietro l’angolo e quindi forse non forzare troppo la mano sarebbe consigliabile”.

Il 18 aprile alle ore 17.29 giunge l’Ok di Staffan de Mistura alla bozza da sottoporre alla Regione. Prima però si registra uno scambio di e-mail tra lo stesso viceministro, l’ammiraglio Nozzoli, il ministro della difesa Giampaolo Di Paola e il diplomatico statunitense Doug G. Hendel. In una, in particolare, de Mistura suggerisce a Hendel di “estendere il valore e l’utilità” della lista dei contractor da sottoporre alla Regione siciliana e alla Prefettura di Caltanissetta oltre che ai lavori di ordinaria manutenzione della base anche a quelli del MUOS. L’idea era venuta a Carmine Valente. “Stamani ho parlato con l’ass. Lo Bello che sa tutto e aspetta questa lista”, aveva annotato il prefetto nella tarda mattinata del 18 aprile 2013.

Lo stesso giorno, Douglas C. Hendel si mostra comunque irritato di dover interloquire con il governo siciliano. “Ti risponderò questo pomeriggio”, scrive il diplomatico a de Mistura. “Noi non vogliamo essere visti che negoziamo con Crocetta su cosa possiamo e non possiamo fare. Il nostro accordo sul MUOS è con il Ministero della difesa”. Il 22 aprile viene stilata la bozza finale da sottoporre all’Assessorato ambiente e territorio della Regione siciliana. L’ammiraglio Vanni Nozzoli ne invia copia al viceministro degli esteri, al prefetto di Caltanissetta, all’ambasciata USA in Italia e ai generali Paolo Romano e Luca Goretti. “L’intendimento è di darne conoscenza anche alla Procura una volta definita”, scrive il militare. “Al riguardo chiedo cortesemente una vostra condivisione ovvero eventuali osservazioni prima di procedere. Ciò anche alla luce dei fatti di oggi”. In mattinata quattro attivisti No MUOS avevano fatto ingresso nella base di Niscemi e si erano arrampicati in cima alle antenne del sistema NRTF. Due di essi, Turi Vaccaro e Nicola Boscelli, erano stati poi arrestati e condotti a Caltagirone per comparire davanti all’autorità giudiziaria. Il blitz, ovviamente, aveva mandato in tutte le furie i militari di Sigonella e il corpo diplomatico statunitense. Nozzoli rigira al prefetto la nota di protesta ricevuta dal vicecapo missione Hengel. “Caro Vanni, è stato pubblicato che quella in corso è stata denominata la Settimana di protesta da parte del gruppo No MUOS. Vedi http://www.nomuos.info/en/la-resistenza-unisce-le-lotte-settimana-resistente-21-28-aprile/”, scrive il funzionario USA. “Dato quanto accaduto oggi, noi chiediamo che venga distaccata una forza militare di sicurezza italiana aggiuntiva per assistere le nostre forze alla NRTF per il resto della settimana. Alcune forze di sicurezza del 41° Stormo erano nel sito oggi e sono state molto apprezzate. Non vogliamo che si ripeta quanto accaduto stamani — siamo felici che nessuno si sia ferito seriamente. Forze di sicurezza addizionali possono aiutare a prevenire che ciò possa avvenire ancora”.   

Il 23 aprile il Capo di gabinetto del Ministero della difesa si rivolge direttamente all’assessore regionale Marisa Lo Bello. “Illustre Assessore – scrive Nozzoli - le invio una scheda con la quale intendiamo formulare una proposta per condividere un quadro chiaro della situazione/esigenze dei lavori/attività nel sito di Niscemi (Parco antenne esistente e MUOS), tenuto conto di quanto concordato nelle riunioni e a seguito delle revoche emesse dalla Regione. Riteniamo che un quadro chiaro e condiviso possa consentire di affrontare meglio la situazione in atto e prevista nei prossimi giorni, contribuendo a istaurare un clima più disteso. Posto che siamo a disposizione per chiarimenti/approfondimenti, qualora condiviso propongo di concordare un modo per ufficializzarlo congiuntamente. Ovviamente il Prefetto è a conoscenza di questa iniziativa”.

Il contenzioso con la Regione viene risolto in tempi record. La mattina seguente il prefetto Valente scrive a Vanni Nozzoli: “Caro Ammiraglio. Ho avuto modo di parlare con l’Assessore Lo Bello, mi ha assicurato che la scheda è condivisibile e che rispecchia esattamente quello che ci eravamo detti a Roma nell’ultima riunione. Stava pertanto preparando una risposta in tal senso”. Il funzionario esprime però un certo disappunto per la decisione dei giudici di scarcerare i due pacifisti arrestati dopo l’introduzione all’interno della base USA. “Apprendo ora che gli ultimi due che sono saliti sull’antenna sono stati scarcerati dal gip di Caltagirone e portati in trionfo a Niscemi”, scrive Valente. “Non è un buon segnale”. “Concordo sul brutto segnale e speriamo che con una maggiore chiarezza si riduca la tensione”, risponde Nozzoli. “Grazie comunque, caro Prefetto. Trovare la condivisione della Regione è importante per tutti”.

L’atto ufficiale dell’Assessorato regionale all’ambiente e territorio giunge il 3 maggio 2013 e reca la firma del dirigente generale Vincenzo Sansone. “Relativamente alla scheda proposta – vi si legge - fermo restando che questo Assessorato non ha mai impedito alcuna azione all’interno della base, nulla osta a che vengano effettuati interventi di manutenzione e messa in sicurezza degli impianti, demandando al Prefetto e al Comandante di Sigonella la vigilanza sulle attività svolte all’interno della base”. Pace fatta tra Regione, governo nazionale e Washington mentre Crocetta & C. salvano la faccia e l’onore. O quasi.

“I contenuti emersi dalle e-mail tra vari soggetti istituzionali portano allo scoperto, da un lato, la determinazione da parte del governo a tutelare in ogni modo gli interessi degli Stati Uniti e, dall’altro, l’apertura della Regione al completamento dei lavori del MUOS”, commenta l’avvocata Paola Ottaviano del Coordinamento regionale dei Comitati No MUOS. “Non capiamo che senso abbia completare la predisposizione delle parabole, senza installarle, se poi dovesse essere provato che le autorizzazioni non potevano essere in alcun modo concesse. Nello stesso tempo, la recente decisione del Tar di Palermo di richiedere ulteriore documentazione all’avvocatura di Stato per giustificare la legittimazione ad agire del ministero della difesa contro la revoca delle autorizzazioni, fa sperare che prima o poi tutti i nodi vengano al pettine. Per porre fine a questo progetto insostenibile e mettere in luce tutte le responsabilità di chi lo ha permesso”.
Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 15, giugno 2013

sabato 15 giugno 2013

Ponte sullo Stretto, malato terminale


Il volto è scavato, emaciato. La pelle secca e raggrinzita. Le ossa sono fragili come cristalli. I sospiri sono sempre più lenti e impercettibili. Il malato, a detta di tutti, è incurabile. Eppure decine di scienziati, progettisti, politici-banchieri e aficionados della prima e ultima ora si alternano al suo capezzale per proporre mirabolanti rimedi che ne prolunghino all’infinito l’agonia. All’accanimento terapeutico c’è chi preferisce, un centinaio di metri accanto, di avviare un’asta per consentire di staccare la spina a cuore e polmoni artificiali. Davanti a una platea di manager, azionisti e creditori delle più rinomate società di costruzioni, il banditore urla il prezzo. “Quindici milioni. Ventisette. Cento. Centocinquanta. Trecento. Cinquecento. Un miliardo. Un miliardo e duecento. E uno. E due. E tre. Aggiudicato al signore in fondo a destra”.

C’era una volta (e c’è) il Ponte sullo Stretto di Messina. Un incubo che dura da quasi cinquant’anni, una farsa ignobile che solo grazie alle lotte dal basso di decine di migliaia di cittadini non si è tramutata in tragedia. Ma che per ignavia e squallidi interessi politico-clientelari rischia di perpetuare il più grande saccheggio di risorse finanziarie pubbliche della storia d’Italia. E, come ci ricorda Daniele Ialacqua in questo suo lavoro, senza che una pietra del Ponte, il Padre di tutte le Grandi Opere, sia stata mai posata. La storia vera e tragicamente comica che l’autore ci racconta è una lunga serie di menzogne, raggiri, truffe, la narrazione di un Mito del nulla che si costruisce sul nulla. Ma che costa maledettamente in termini economici, sociali, politici, ambientali, urbanistici, criminogeni e criminali. La sagra di una borghesia mafiosa che inneggia alla libertà di mercato mentre droga e annichilisce il mercato. Una classe di imprenditori, grand commis e faccendieri del pubblico e privato che han fatto della distruzione dei territori il proprio modus vivendi. Che non arretrano di fronte alle leggi di natura, della fisica e dell’ingegneria, che aborriscono i limiti del giusto e della logica e rigettano i principi della sostenibilità. E i cui rappresentanti nelle più alte sfere istituzionali tramano per falsare leggi e regole contrattuali e architettano le più bieche turbative d’asta.           

Una narrazione spedita, ironica, a tratti cinica - quella di Ialacqua - che alla fine lascia con l’amaro in bocca e la rabbia di essere stati presi sin troppo a lungo per i fondelli. Ma che riserva intuizioni e visioni originali e una mole di dati che inchiodano i Pontisti alle loro ingiustificabili irresponsabilità. Del Ponte si era detto di tutto e di più, ma sino ad oggi era sfuggita la sua dimensione machista, il suo rappresentare ed incarnare la dimensione di stupratore-penetratore-possessore, bieco esibizionista delle proprie forme, una campata unica lunga che più lunga non si può. L’orgia dei progetti deve esaltarne dimensioni e posizioni, quel “dove metterlo - come scrive Ialacqua - sopra o sotto, lì in mezzo, o di lato”,  in una sorta di Kamasutra dello Stretto che non genera erotismo e il piacere dell’atto sessuale ma solo il compiacimento delirante della propria potenza e della sottomissione della Natura a oggetto e vittima.

Sesso mercenario attingendo alle tasche dei contribuenti, un po’ come si fa nei circoli esclusivi della politica di regime e ai festival dei bunga bunga. Tentare di mettere ordine ai conti è fatica di Sisifo, ma Daniele Ialacqua ci prova con esiti che inquietano e scandalizzano ancora di più adesso che lottiamo per sopravvivere ai tempi del Debito e delle crisi strutturali. Per tenere in vita contro vento e maree il lugubre spettro del Ponte sullo Stretto, ci hanno derubato di milioni e milioni di euro, quasi 450 come ricostruisce l’autore dopo aver spulciato i bilanci e le spese folli della Stretto di Messina S.p.A. la concessionaria a capitale pubblico voluta nel 1981 per alimentare il Ponte. Proprio come l’araba Fenice descritta da Ivan Cicconi (il maggior studioso in Italia del sistema corruttivo generato dalle Grandi Opere e dal modello neoliberista dei General Contractor) nell’introduzione al volumetto della Rete No Ponte, Il Ponte sullo Stretto nell’economia del debito (Sicilia Punto L, Ragusa, 2013). Senza poi dimenticare i 373 milioni di vecchie lire sperperati per i concorsi e le fiere dell’impossibile da governi ed enti locali per intossicare l’opinione pubblica, dal 1971 sino all’81, con l’idea-virus della necessità socio-economica e trasportistica e della piena fattibilità del Ponte sullo Stretto.

Il governo e i media annunciano mestamente la dipartita dell’opera di collegamento stabile tra la Calabria e la Sicilia ma la data delle esequie viene procrastinata sine die. In verità il Ponte non ha ancora esalato l’ultimo respiro. Manca ancora il suo testamento con la designazione degli eredi universali. Chi ne ha fatto l’icona di fortune elettorali o la merce di scambio tra poteri “legali” e criminali punta ad alzarne inverosimilmente il valore. E’ scattata la gara ai maxirimborsi e alle maxipenali: i progettisti senza progetto e i costruttori senza costruzioni chiedono sino a un miliardo e duecento milioni per il Ponte senza Ponte e c’è pure chi ha l’ardire di proporre il miracolo di Lazzaro per la Stretto di Messina S.p.A..  Elargizioni e risurrezioni sulla pelle, ancora una volta, degli italiani, dissanguando il pubblico per tappare le falle finanziarie di privati inetti e incapaci.
La partita del Ponte è tutt’altro che conclusa. Ce lo ricordano i No Ponte, tornati in piazza il 16 marzo 2013 per chiedere la liquidazione immediata della concessionaria pubblica, moderno Nerone in grado di mandare in fiamme e fumo quasi 200 milioni di euro in meno di un quarto di secolo di vita. Ancora un corteo per ricordare che è la Comunità dello Stretto a dover essere risarcita per l’annullamento della democrazia partecipata e di ogni ipotesi alternativa di sviluppo autocentrato del territorio. E per gridare, senza se e senza ma, che Noi la penale non la paghiamo!
 
 
Prefazione al volume di Daniele Ialacqua, C'era una volta il Ponte sullo Stretto.. (forse, anzi no, boh!?), ilmiolibro.it, Roma, 2013.

venerdì 7 giugno 2013

Esercitazioni di guerra nell’Isola dei droni


Il Comando Usa di Sigonella aveva annunciato qualche giorno fa che i velivoli di ultima generazione “Osprey” in dotazione al Corpo dei Marines avrebbero volato tutta l’estate in Sicilia per esercitarsi alle prossime guerre in Africa. Quanto però fossero molesti i cosiddetti “convertiplani” (metà elicotteri e metà aerei), lo hanno scoperto all’alba di stamani i cittadini di Vittoria, in provincia di Ragusa. “Siamo stati svegliati intorno alle 4 da un rombo insopportabile”, racconta uno di essi. “Nonostante l’oscurità abbiamo compreso che si trattava del transito di aerei pesanti militari. Sembrava assistere al film Apocalipse Now. Volavano a bassa quota, uno dietro l’altro. E le loro evoluzioni si sono prolungate per almeno un’altra ora…”.

In grado di trasportare più di una ventina di soldati completamente equipaggiati, gli “Osprey” avvistati nel ragusano appartengono al gruppo volo del Marine Medium Tiltrotor Squadron 365 del North Caroline, trasferito un mese fa in Sicilia insieme a 250-300 uomini della Special-Purpose Marine Air-Ground Task Force (SP MAGTF), l’unità di pronto intervento Usa per il combattimento aereo e terrestre, di base in Spagna.

E’ però tutta l’Isola a fare da scenario dei war games delle forze armate nazionali e di quelle degli Stati Uniti d’America. Dallo scorso 25 maggio nelle campagne di Caltagirone (Catania) si alternano combattimenti e lanci di paracadutisti, tutti i giorni dalle 4 di mattina a sera tardi. Le esercitazioni sono previste sino al 21 giugno sotto il controllo della stazione aereonavale di Sigonella. Cannoni e armi leggere in dotazione ai reparti della brigata “Aosta” dell’esercito italiano spareranno sino al 10 giugno nel poligono di Drasy, alle porte della città di Agrigento e della Valle dei Templi (patrimonio Unesco). L’area, di straordinaria bellezza paesaggistica e naturalistica, è off limit per i civili dal gennaio di quest’anno e dopo una “sospensione estiva”, tornerà il 15 settembre a fare da palestra di guerra per i militari italiani e Usa.

Dal 3 al 28 giugno l’Esercito si addestra pure (da lunedì a venerdì dalle ore 6 alle 22) nel poligono di San Matteo (Trapani), mentre dal 4 sino al 27 giugno i lanci di bombe e le esercitazioni di tiro interessano anche località Santa Barbara, Messina. Le attività nei Peloritani sono più ridotte: solo tre ore al giorno e nel tardo pomeriggio, tranne gli ultimi quattro giorni quando si potrà sparare dalle ore 6 alle 21.

Grandi manovre pure nell’isola minore di Favignana, dal 4 al 14 giugno. “L’esercitazione denominata Egadi 2013 ha lo scopo di addestrare il personale militare nell’organizzazione del supporto logistico in previsione dell’impiego fuori dal territorio nazionale o per utilità sociale, in soccorso della collettività in aree di intervento complesse”, recita il comunicato emesso dal Comando dell’Esercito. I mezzi militari sbarcati sull’isola sono stati forniti dall’8° Reggimento trasporti “Casilina” di Roma e dalle Compagnie trasporti di sostegno dei Comandi logistici di Padova e Napoli.

Secondo quanto si apprende poi dal testo di alcune notificazioni ai piloti di aeromobili  - i cosiddetti “NOTAM” - emessi dalle autorità di volo, dallo scorso 21 maggio (e fino a nuova comunicazione) è stato vietato il passaggio di velivoli passeggeri in prossimità del “Pachino range target”, il poligono marittimo con un raggio di 2.700 per lo sganciamento di bombe e l’esplosione di mine, a poche miglia di distanza da Punta Castellazzo-Marza (Pachino-Siracusa), nella parte più sud-orientale della Sicilia. “Nell’area interdetta sono previste per tutta la giornata esercitazioni a fuoco con armi pesanti e attività di velivoli militari senza pilota (Unmanned Aircraft Military)”, riporta il NOTAM n. A3322/13.

I velivoli a guida remota, meglio noti come droni, sono in dotazione all’US Air Force e decollano e atterrano ininterrottamente da Sigonella ormai da qualche anno. Si tratta dei famigerati MQ-1 “Predator” (utilizzati per i bombardamenti selettivi in Medio oriente, Somalia e nord Africa), e dei grandi aerei-spia “Global Hawk” che operano ad altissima quota e con un’autonomia di volo superiore alle 36 ore.

La lettura di altri NOTAM recenti conferma come oramai le operazioni nell’intero spazio aereo e negli scali aeroportuali dell’Isola siano fortemente condizionate e penalizzate dai droni Usa di Sigonella. Da oltre due anni le autorità di controllo hanno imposto la sospensione delle procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo di aerei passeggeri a Catania Fontanarossa e Trapani Birgi, “causa attività degli Unmanned Aircraft” militari. Con l’acutizzarsi del conflitto siriano e le tensioni crescenti in Libia, il Pentagono ha intensificato le azioni dei droni, imponendo ulteriori restrizioni alla mobilità aerea. Il 31 maggio, in particolare, è stato implementato un “corridoio di transito” ad uso esclusivo dei Global Hawk di Sigonella perlomeno sino al prossimo 30 giugno. “Le limitazioni saranno notificate dal management dei velivoli senza pilota ai velivoli civili e militari entro 48 ore prima e mediante avviso”, spiega il NOTAM. Sempre a causa degli aerei militari telecomandati, “ulteriori limitazioni” al traffico aereo civile sono state previste nell’aeroporto di Trapani Birgi dal 14 maggio al 15 giugno.

Pericolo droni anche per l’aeroporto di Comiso (Ragusa), l’ex base missilistica nucleare Nato riconvertita in scalo passeggeri ma non ancora entrato in funzione. Con NOTAM n. B2877/13 dell’1 giugno e con valore “permanente”, si segnala la possibilità di “restrizioni” in quanto il “traffico verso/da Comiso potrebbe essere soggetto a ritardi in presenza di attività di velivoli senza pilota”. Sul regolare funzionamento dello scalo comisano pende pure la spada di Damocle delle potenti emissioni del MUOS, il sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare Usa in fase di realizzazione nella vicina Niscemi (Caltanissetta).
Ancora peggio per l’aeroporto di Catania-Fontanarossa, il terzo più grande in Italia come volume-passeggeri. Qui le “restrizioni” e i “ritardi” generati dai droni sono sempre più pesanti e frequenti. La vicenda più eclatante risale al 22 marzo scorso, quando l’intenso movimento di aerei con e senza pilota nella base militare di Sigonella ha comportato la chiusura per un’ora e 15 minuti di Fontanarossa e il conseguente dirottamento su Palermo-Punta Raisi di due aerei già in fase di atterraggio su Catania. Per i passeggeri del Roma Fiumicino-Catania (AZ 1741- Alitalia) e Milano Malpensa-Catania (U2 2847 - EasyJet) l’estremo disagio di attraversare in bus la Sicilia da costa a costa e raggiungere il capoluogo etneo con mezza giornata di ritardo.

martedì 4 giugno 2013

Tutti i droni di Sigonella


Gli ultimi anni hanno visto un sempre crescente ricorso da parte degli Stati Uniti ai droni, mezzi senza pilota controllati remotamente e in grado di compiere operazioni militari complesse in scenari difficili, come l’Afghanistan o il Pakistan. Questi interventi, non sempre apprezzati dall’opinione pubblica e non sempre condotti al successo, sono sempre più spesso oggetto di dibattito negli USA, dove i droni vengono già utilizzati anche nel campo della sorveglianza e della sicurezza.

L’Italia si pone certamente un passo indietro, ma il nostro paese risulta coinvolto direttamente in vicende connesse proprio allo sviluppo e utilizzo dei mezzi UAV, acronimo che sta per Unmanned Aerial Vehicle: dal piano per il MUOS di Niscemi alla base di Sigonella, fino al progetto EuroHawk, il “falco tecnologico” che dovrebbe portare ai primi droni interamente sviluppati in Europa.

Abbiamo cercato di capire qualcosa di più sul tema parlando con Antonio Mazzeo, giornalista e blogger siciliano.

Tu hai scritto che anche in Italia, nella base americana di Sigonella  in Sicilia, sono arrivati i droni “killer” americani. Di cosa si tratta e quando sono arrivati?

Si tratta dei famigerati Predator che vengono utilizzati un po’ in tutti gli scenari di guerra e che hanno richiamato l’attenzione delle principali organizzazioni internazionali e non governative in difesa dei diritti umani e delle stesse Nazioni Unite che hanno aperto un’inchiesta sull’uso dei Droni e la loro legittimità rispetto al diritto internazionale, proprio perché responsabili di omicidi e di vere e proprie stragi di civili, in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, regione dei Grandi Laghi, Mali e Niger. Sono gli stessi Predator che furono istallati 3 anni fa anche a Sigonella durante le azioni di guerra anche in Libia che videro la partenza dalla base siciliana. Questi Predator sono ritornati per stare stabilmente a Sigonella, definita la capitale mondiale degli aerei senza pilota. Infatti oltre agli aerei killer Sigonella è anche la sede degli aerei Global Hawk, molto più grandi dei Droni Predator, funzionano da aerei spia, anch’essi senza pilota, ma funzionano da aerei guida degli attacchi aerei e dei bombardamenti negli scenari mondiali.

Tu denunci che nei prossimi mesi e anni gli aerei senza pilota a Sigonella serviranno ad attaccare e bombardare il Nord Africa, quanto ne sa a riguardo il Governo italiano?

Il governo italiano ha autorizzato nel settembre 2012 l’istallazione dei Predator. Certo non sappiamo e non si sa cosa l’Italia sappia delle operazioni e dell’utilizzo dei Droni. Noi forniamo le infrastrutture militari del nostro paese per operazioni di guerra senza avere alcuno strumento giuridico, politico, tecnico per impedire che dal nostro paese partano operazioni che siano in contrasto con quanto deciso a livello parlamentare, costituzionale o di governo e anche quanto deciso a livello NATO. Perché questi Predator sono ad uso esclusivo delle forze armate statunitensi.

E’ vero che gli USA hanno spostato parecchie decine di loro soldati dalla Spagna a Sigonella? Perché?

I siciliani sono avvisati: quella del 2013 sarà una stagione estiva all’insegna dei giochi di guerra dei marines di Sigonella, in pieno coordinamento con il Ministero della difesa italiano, alcuni aerei KC-130J Super Hercules e i convertiplani MV-22B Osprey del Corpo dei Marines saranno impegnati per l’estate in non meglio specificati “voli di addestramento” nei cieli dell’Isola. “In questo periodo, le popolazioni locali potranno aspettarsi un incremento dell’attività operativa di volo della NAS Americana”, aggiunge la nota a firma del vice responsabile per le relazioni pubbliche di Sigonella, Alberto Lunetta.

Gli Stati Uniti hanno spostato un gruppo di Marines e marinai nella Naval Air Station (NAS) di Sigonella per intervenire rapidamente a supporto delle forze di sicurezza che proteggono le ambasciate Usa ubicate in Nord Africa e in Africa Occidentale e per condurre operazioni di evacuazione di non-combattenti (NEO), assistenza umanitaria, soccorso in caso di catastrofe o per il recupero di velivoli o personale.

La “conformità” agli accordi bilaterali Italia-Usa dei nuovi marines in Sicilia è stata rivendicata dal ministro della difesa Mario Mauro. “Le attività condotte dal personale militare statunitense rientrano nelle misure assunte per garantire sicurezza al personale diplomatico e ai cittadini Usa presenti in Libia”, ha dichiarato Mauro in Parlamento. Peccato però che nei piani Usa il raggio di azione della task force si estenda a buona parte del continente africano. Stridenti contraddizioni pure sul numero dei militari effettivamente giunti a Sigonella. “Solo una parte del team di pronto intervento di circa 550 marines dislocato in Spagna è stato trasferito nella base siciliana”, la generica dichiarazione di Mauro. “Il rafforzamento Usa a Sigonella è stato prima di 75 e poi di 125 persone per un totale di 200”, ha precisato la ministra degli esteri Emma Bonino. “Per motivi di sicurezza operativa non è possibile fornire dettagli riguardanti il numero dei componenti della suddetta unità”, il laconico commento dell’ufficio stampa di US Navy.

Come funzionano dal punto tecnologico gli altri aerei senza pilota americani, quelli più grandi dei Droni Predator, i Global Hawk?

Possono viaggiare fino a 15.000 metri di altezza e hanno un’autonomia anche di 36 ore; quindi possono partire da Sigonella, arrivare in Sud Africa e rientrare alla base siciliana senza fare neanche una sosta. Sono aerei spia,hanno potentissimi radar, capaci di registrare qualsiasi immagine del continente africano, individuare gli obiettivi, e ovviamente coordinare gli attacchi dei droni-killer o dei cacciabombardieri per colpire i punti segnalati da questi aerei senza pilota. A Sigonella adesso ce ne sono 3 di questi aerei ma entro il 2015 ne verranno stanziati altri 20 Global Hawk, in dotazione parte alla marina militare statunitense, in parte alla sua aereonautica e in parte anche alla NATO che ha scelto Sigonella come sede dell’AGS, Alliance Ground Surveillance, il sistema di sorveglianza terrestre globale che è il nuovo progetto NATO dove sono stati investiti miliardi e miliardi di euro in cui l’Italia paga una tassa enorme e pagando anche lo scotto di militarizzare la Sicilia e militarizzare gli spazi aerei siciliani.

Proprio dal punto di vista sociale e ambientale in cosa consiste praticamente questo “scotto”?

Lo scotto non lo paga solo l’aeroporto di Catania Fontanarossa (quello più vicino alla base di Sigonella) ma anche l’aeroporto di Trapani-Birgi che subiscono ormai da tre anni tutta una serie di limitazioni dovuto all’intensificarsi del traffico dei Droni che in partenza, in volo, in atterraggio sono estremamente pericolosi. Questo comporta ritardi, sospensione temporanea di lavori in questi due aeroporti, e ha comportato anche fino al mese scorso il dirottamento di aerei civili diretti a Catania sull’aeroporto di Palermo Punta Raisi, con gran disagio per i passeggeri, turisti e lavoratori. Chissà cosa succederà quando i droni saranno 20 e non solo 3. Il problema ambientale è molto acuto sia dal punto di vista dell’inquinamento acustico, sia da quello dell’inquinamento ambientale.
 
Intervista a cura di Marco Magnano e Diego Meggiolaro, realizzata per L’informazione di Rbe (Radio Beckwith Evangelica), il 3 giugno 2013, http://rbe.it/news/2013/06/03/i-droni-tra-opportunita-costi-e-tutela-della-privacy/