I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

giovedì 14 marzo 2013

Poco cinesi ma con la sindrome del Ponte


I cinesi pronti a finanziare il Ponte sullo Stretto. E forse pure a costruirlo. Del progetto definitivo ancora neanche l’ombra ma il Celeste Impero si sarebbe innamorato di Scilla e Cariddi e vorrebbe consacrarne l’unione con il padre di tutte le Grandi opere, costi quel costi. Stando alle rivelazioni di ministri e sottosegretari, manager ed amministratori delegati dell’immortale Stretto di Messina Spa, i nuovi mandarini del capitale globale salveranno in corner il mito del Ponte. E a forza di pompare mediaticamente la cosa, in prima linea l’editorialista de La Sicilia Tony Zermo, coerente pontista da tempi non sospetti, alla fine ci han creduto tutti. Certo, i forzieri delle banche di Pechino e di Shangai straripano di denaro e c’è la spasmodica rincorsa a investire nei mercati del pianeta, assorbire industrie e realizzare megainfrastrutture. Ma rimettendo in ordine i tasselli della storia sul Ponte ed i cinesi sembra tornare a rivivere le avventure di quegli invisibili investitori stranieri, prima giapponesi, poi nordamericani, in procinto di approdare nelle spiagge dello Stretto con grandi piloni di acciaio e di cemento, poi inspiegabilmente dileguatisi per lasciare il posto solo ad un anziano padrino di mafia di Montreal e a un petromonarca della penisola arabica. Forse l’ennesimo bluff per non staccare la spina all’incubo del Ponte ma - alla fine - il niente del niente del niente.

In verità l’immagine dei mirabolanti capitali cinesi alla conquista di Villa e di Messina non è poi così recente. Se ne parla perlomeno dal 2006, quando la Regione Siciliana governata da Totò Cuffaro lanciò con l’Istituto per il Commercio Estero e il ministero dello Sviluppo economico il cosiddetto “Progetto Cina” con l’obiettivo d’intercettare gli investitori orientali. Il tutto si ridusse in una serie di fallimentari visite dei funzionari isolani a Pechino e in una mostra sulla “cultura siciliana” al museo di Tienanmen. Qualche anno più tardi furono il presidente Raffaele Lombardo e l’assessore all’Istruzione Mario Centorrino a rilanciare la caccia al dragone cinese. Il 10 agosto 2010, a Roma, i due incontrarono l’ambasciatore Ding Wei per annunciare la presenza dell’Isola all’esposizione universale di Shangai prossima all’inaugurazione. Un intero padiglione intitolato “Sicilia, un ponte tra le culture” e il plastico del Ponte di Messina a fare da “testimonial come opera di altissima ingegneria e luogo di passaggio e collegamento tra due sponde del mondo per un futuro ad alta tecnologia”, secondo la nota emessa da palazzo d’Orleans. A Shangai, “nell’ambito della missione istituzionale della regione Sicilia”, giunse il successivo 23 agosto l’ingegnere Fortunato Covelli, direttore relazioni estere della Stretto Spa. “Il progetto è stato molto apprezzato dalle autorità cinesi”, dichiarò il professionista all’agenzia Ansa. “Ci hanno fatto i complimenti, ma soprattutto ci hanno chiesto di aprire un tavolo di dialogo e contatto tra i tecnici nostri e i loro”. Covelli poi incontrò a Pechino pure i responsabili dei più importanti gruppi finanziari e bancari cinesi per illustrare il piano finanziario dell’opera e verificare la loro disponibilità ad entrare nel project financing.

Nell’ottobre del 2010 i primi frutti del pressing siciliano: mister Lombardo firmò una dichiarazione d’intenti con la China Development Bank, principale banca governativa d’investimento finanziario specializzata in infrastrutture, con una presenza diretta in decine di grandi progetti in Europa e nel continente americano per un valore superiore ai 100 miliardi di euro. Altrettanto efficienti i “cugini” d’oltre Stretto: nel dicembre dello stesso anno il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti ricevette la visita dell’ambasciatore in Italia Ding Wei per “studiare insieme forme di cooperazione sul versante turistico, produttivo e culturale”, rilanciare il porto di Gioia Tauro e – ovviamente - investire nella costruzione del Ponte.

Il 30 agosto 2011, Raffaele Lombardo, il dirigente generale del Dipartimento per il collegamento con l’Unione europea e il Bric della Regione Sicilia Francesco Attaguile e l’architetto Pier Paolo Maggiora incontrarono a Roma la consigliera d’ambasciata Zhang Junfang e il viceministro del Commercio Yang Yaoping. La Sicilia di Catania annunciò a tutta pagina che la Cina “nutre il desiderio di fare della Sicilia la piattaforma logistica del Mediterraneo”, ma a scorrere le note e le dichiarazioni riportate nel testo dell’articolo si comprende che fu in verità la delegazione siciliana a promuovere in estremo oriente l’immagine di un’isola stile Manhattan con al centro un “asse Ponte sullo Stretto e un hub aeroportuale (a Centuripe) con autostrade, strade e ferrovie che si dipartono a raggiera e la contestuale ristrutturazione dei porti di Augusta e Pozzallo”. I cinesi promisero di pensarci ma chiesero perlomeno l’elaborazione delle schede tecniche progettuali. Il tutto mentre strizzavano l’occhio alle lobby politiche ed economiche del più ricco nord-est che con Unicredit sponsorizzavano l’ipotesi di una piattaforma logistica nel nord Adriatico.

Intanto però sulla sostenibilità tecnica e finanziaria del Ponte erano sempre in meno a scommetterci e il parlamento, con una maggioranza bipartisan, arrivò ad approvare una mozione che impegnava il governo a cassare i fondi riservati all’avvio dei lavori. Puntuale la controffensiva degli instancabili fautori del collegamento stabile: il 3 settembre 2011 il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, in missione a Messina per inaugurare la scuola di formazione per il sistema radar marittimo Vts, annunciò a sorpresa di avere avviato contatti con le banche cinesi per finanziare l’opera. Tre giorni più tardi lo stesso Matteoli rivelava il “forte interesse” per il Ponte della China Investment Corporation (CIC). Si tratta di uno dei maggiori fondi di investimento cinese: con sede a Pechino, due uffici di rappresentanza a Hong Kong e Toronto e appena 246 dipendenti, la CIC vanta un capitale di 409 miliardi di dollari, utili operativi per 44,7 miliardi e rendimenti annui superiori all’11% sugli investimenti globali. In cinque anni dalla sua creazione la Corporation ha investito più di 3 miliardi di dollari nel fondo di private equity americano Blackstone, 5 miliardi nella banca d’affari Morgan Stanley (oggi controlla il 9,9% del suo pacchetto azionario) e altri svariati miliardi nella compagnia energetica Suez-Gas de France e nella Thames Water Utilities Ltd, la società idrica della capitale britannica. Il Ponte non è però l’unica grande infrastruttura sottoposta dal ministro all’amministratore delegato della China Investment Corporation, l’ex ufficiale della marina militare della Repubblica popolare cinese ed ex viceministro delle finanze, Low Jiwei. Si chiede invece di finanziare l’intero libro dei sogni dei signori del cemento, dall’Alta velocità ferroviaria ad alcune nuove autostrade nazionali, passando dagli hub portuali in Sicilia, Liguria e nord Adriatico e alla “trasformazione di edifici storici di pregio in strutture alberghiere di lusso”. Anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti incontrò Low Jiwei, suggerendo l’acquisizione di altri titoli di debito italiani (secondo il Financial Times la China Corporation ne detiene già il 4% circa dell’ammontare), l’investimento nei fondi strategici italiani e in alcuni possibili settori d’intervento, “turismo, privatizzazioni (Eni ed Enel comprese), infrastrutture ed energie alternative”. “Solo un incontro interlocutorio”, ammise Tremonti anche se il suo sottosegretario Antonio Gentile annunciò entusiasta che, immancabilmente, i cinesi erano “interessati al ponte sullo Stretto”.

Il successivo 16 settembre una delegazione composta dai delegati di diversi ministeri della Repubblica popolare incontrò i rappresentanti della società Stretto di Messina nella sua sede romana. “Ci è stato chiesto di condividere il know how italiano sviluppato per il ponte di Messina, al fine di acquisire elementi utili alla realizzazione del progetto di collegamento stabile attraverso lo Stretto di Qiongzhou”, fece sapere la concessionaria statale. I titoli sui quotidiani parlavano già però di soldi cinesi per il ponte, ma a freddare gli entusiasmi ci pensò lo stesso presidente della Spa, Giuseppe Zamberletti. “L’incontro è durato a lungo, ma i cinesi non hanno fatto alcuna promessa, perché ancora siamo nella fase iniziale”, commentò laconico.

Cade il governo Berlusconi, arrivano i “tecnici” alla corte di Mario Monti e di ponte e cinesi non se ne parla più per un anno intero. Il 18 ottobre 2012, all’interno del decreto legge n. 179 recante “ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”, l’esecutivo decide di non decidere la fine del progetto, autorizzando la società dello Stretto ad avviare “le necessarie iniziative per la selezione della migliore offerta di finanziamento dell’infrastruttura con capitali privati”. “In caso di mancata individuazione del soggetto finanziatore entro il termine per l’esame del progetto definitivo - aggiunge il Dl - sono caducati tutti gli atti che regolano i rapporti di concessione, nonché le convenzioni ed ogni altro rapporto contrattuale stipulato dalla società concessionaria, previo il pagamento al general contractor di un indennizzo costituito dalle prestazioni effettivamente prestate con una maggiorazione del 10%”. Neanche il tempo di pubblicare sulla gazzetta ufficiale il testo del decreto che arriva la comunicazione della concessionaria di avere già individuato i possibili investitori privati stranieri. “C’è un interesse accertato a finanziare l’opera non solo del fondo sovrano China Investment Corporation, ma anche di imprese di costruzione e fornitura cinesi e, in questa prospettiva, la finestra di due anni aperta dal Governo Monti per la eventuale realizzazione del Ponte viene salutata come una opportunità”, annunciava Zamberletti il 1° novembre 2012. Non solo soldi, dunque, ma anche l’intervento diretto per i lavori del colosso China Communication and Construction Company (Cccc), 30 miliardi all’anno di fatturato, costruttore del ponte di Huagzhou, il più lungo del mondo (36 chilometri) e di quello di Su Tong Yangtze (32 chilometri). Conflitti d’interesse con l’associazione temporanea d’imprese general contractor? “No, per nulla”, rispondeva lo stesso Zamberletti sul quotidiano La Sicilia. “Penso che si possano mettere insieme interventi convergenti, industriali e finanziari, perché, ad esempio, ci sono anche problemi di forniture di acciaio. Il Ponte non è in cemento armato…”.

Al presidente della concessionaria pubblica faceva eco sul Giornale di Sicilia Enzo Siviero, ordinario dell’Università IUAV di Venezia e consulente Anas, il gestore della rete stradale ed autostradale azionista della Stretto di Messina Spa. “Nelle scorse settimane a Istanbul, dove Astaldi sta per iniziare la costruzione del terzo ponte sul Bosforo, c’è stato un incontro fra rappresentanti della Cccc e Giuseppe Fiammenghi, direttore generale della società dello Stretto”, spiegava Siviero. “I cinesi hanno consegnato un memorandum in cui si dichiara la disponibilità a realizzare l’opera. La Cccc ha pure presentato un piano, chiamato Ulisse, per realizzare una piattaforma logistica da Gioia Tauro ad Augusta ed è interessata a interventi sulle ferrovie dalla Campania alla Sicilia. Si tratta di risorse finanziarie sostanzialmente illimitate, anche cento miliardi se servono. E ci sarebbe lavoro per 40 mila persone per almeno dieci anni”. Stavolta la piattaforma logistica per l’Europa e il Nord Africa, dalla Sicilia si estende all’intero Mezzogiorno con un numero di occupati uguale a quello che avrebbe dovuto creare il Ponte da solo. Libero aggiunge però una chicca che ha di certo fatto impallidire l’ingegnere israeliano che sogna di realizzare un’infrastruttura abitativa galleggiante tra Scilla e Cariddi: la Cccc avrebbe chiesto agli italiani di modificare un po’ il progetto originario, trasformando i due piloni che reggono l’impalcato in altrettanti grattacieli.

Dal bombardamento mediatico non poteva restare assente l’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci. “Da tempo sono stati avviati contatti con i grandi investitori cinesi, il Fondo Sovrano Cinese, le grandi banche di investimento, le banche commerciali, da ultimo anche con alcuni grandi operatori industriali che hanno dimostrato un interesse nei confronti dell’opera”, ha dichiarato Ciucci lo scorso 9 novembre durante una trasmissione di Rai Uno Mattina. Poi subito un piccolo passo indietro. “Noi abbiamo illustrato le caratteristiche, le potenzialità e la grande valenza strategica del Ponte, ma al momento, non c’è un contratto, ma un sentiment favorevole all’operazione da parte della China Communication Construction Company che è interessata sia alla realizzazione del ponte sia ad un’assistenza finanziaria. Noi non vendiamo fumo e fintanto che non c’è la possibilità di una trattativa non si può avere l’impegno”. Nessun pre-pre-accordo dunque, appena l’ennesima e stanca dichiarazione d’interesse per un’opera che certo riesce assai poco ad apparire accattivante, redditizia e sostenibile.

A rendere ancora più improbabile l’esistenza di una reale volontà a finanziare e/o costruire il Ponte, le innumerevoli promesse cinesi d’investire in Italia assai raramente concretizzatesi. Un susseguirsi di flop e veri e propri bluff, sempre più spesso made in Italy ma spacciati come esotici. Il caso più eclatante è certamente quello del piano infrastrutturale in Sicilia della China Development Bank, promesso da Lombardo nell’autunno 2011 ma mai venuto alla luce. Fantomatici investitori asiatici avrebbero dovuto rilevare l’azienda automobilistica De Tomaso di Gianmario Rossignolo salvando così duemila operai e i due stabilimenti di Torino e Livorno. Desaparecidos i cinesi che avrebbero dovuto affiancare l’imprenditore Massimo Di Risio per impedire la chiusura degli stabilimenti Fiat di Termini Imerese o quelli che avrebbero dovuto creare una joint venture per rilevare l’azienda Irisbus di Avellino. Per lungo tempo i mercati hanno salutato l’“integrazione” nel settore delle telecomunicazioni tra l’italiana Telecom, la cinese Huawei e l’operatore mobile Tre, di proprietà della cinese Hutchinson Wampoa, operazione mai verificatasi, e a Milano c’è chi aspetta ancora di vedere la China Railway Construction Corporation acquistare il 15% della quota sociale dell’Inter footbal club, affare che per la famiglia Moratti era già bello e pronto prima dell’avvio del campionato 2012-13.

Tra le rare operazioni felicemente andate in porto di recente c’è l’acquisizione dei cantieri nautici Ferretti di Forlì da parte del colosso statale Shandong Heavy Industries-Weichai Group e, a fine novembre, i sei accordi sottoscritti durante la visita in Italia del presidente della Conferenza consultiva politica del Popolo cinese, Jia Qinglin, quarta carica della Repubblica popolare. Tra questi ultimi, i più importanti, quello tra Hua Wei Italy e Fastweb e quello tra China General Technology Holding Ltd. e Fata Spa, società del gruppo Finmeccanica. Poco più di un miliardo di euro il valore complessivo degli accordi, veramente poco se confrontato con quanto banche e fondi d’investimento cinesi stanno facendo in altre parti d’Europa e negli Stati Uniti d’America. La tanto invocata China Investment Corporation, ad esempio, ha appena acquistato il 10% di Heathrow Airport Holdings, la società di gestione dell’omonimo aeroporto londinese, il più trafficato d’Europa ed il terzo al mondo dopo Atlanta e Pechino (oltre 69 milioni di viaggiatori nel 2011). Un’operazione che da sola vale 561 milioni di euro, denaro in buona parte finito nelle casse di Fgp Topco, il consorzio guidato dal gruppo spagnolo Ferrovial Agroman, alla guida della holding aeroportuale. Ferrovial compariva originariamente in cordata con Astaldi per concorrere al Ponte sullo Stretto, ma alla vigilia della presentazione delle offerte scelse di defilarsi dalla gara poi vinta dall’associazione d’imprese con capofila Impregilo. Ancora più rilevante (4,23 miliardi di dollari) l’affare concluso dal consorzio cinese costituito da New China Trust Co. Ltd., China Aviation Industrial Fund e P3 Investments Ltd., acquirente dell’80% del pacchetto azionario di ILFC - International Lease Finance Corporation, società di leasing con sede a Los Angeles proprietaria di una flotta di oltre mille aerei che sono messi a disposizione delle più importanti compagnie al mondo (Air France-KLM, Lufthansa, American Airlines, United Airlines, Delta Air Lines, Emirates, ecc.).
Gli investitori cinesi non si comportano né da benefattori né da mecenati. Sono uomini d’affari cinici che ponderano attentamente ogni modalità d’investimento. Vanno dove li portano mercati e profitti certi, non certo dove i progetti sono un azzardo o peggio ancora insostenibili. Difficile credere allora che dopo la Grande Muraglia i moderni imperatori della finanza di Pechino sognino l’immortalità realizzando l’ottava meraviglia del mondo in un modesto e periferico corridoio marittimo.
 
Pubblicato in Rete No Ponte - Comunità dello Stretto, Il Ponte sullo Stretto nell'economia del debito (a cura di Luigi Sturniolo), Sicilia Punto L, Ragusa, 2013.

mercoledì 13 marzo 2013

Il governo blocca il Muos di Niscemi, ma il movimento non si fida


Non sarà né il nuovo governo né il Parlamento a decidere le sorti del MUOS che le forze armate Usa intendono installare a Niscemi ma un “organismo tecnico indipendente”. Lo ha riferito Mario Monti a conclusione del faccia a faccia con il governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, oggetto l’installazione nell’Isola di uno dei terminali terrestri del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare che consentirà al Pentagono di gestire le future operazioni di guerra a livello globale. “Abbiamo esaminato la situazione creatasi con il MUOS di Niscemi, con il protrarsi di problematiche per l’ordine pubblico che rischiano di compromettere il funzionamento quotidiano di una base Nato a valenza strategica”, spiega il governo.

“In risposta alle preoccupazioni delle popolazioni riguardo all’impatto sull’ambiente e la salute, abbiamo deciso di affidare all’Istituto Superiore della Sanità o altro istituto dell’OMS uno studio approfondito sulle emissioni elettromagnetiche delle antenne, anche in caso di utilizzo alla massima potenzialità degli impianti”, aggiunge Monti. E in attesa delle analisi, c’è l’impegno a non procedere con i lavori d’installazione delle parabole. “Ovviamente è stato confermato l’impegno ad assicurare il rispetto della legalità per garantire il regolare accesso del personale in servizio presso la base Nato di Sigonella, secondo quanto previsto dagli accordi internazionali”, minaccia però il presidente del consiglio. Peccato che il movimento No Muos si è limitato a bloccare solo i cancelli della stazione di telecomunicazione di Niscemi che, secondo l’accordo tra Italia e Stati Uniti, è classificata però “ad uso esclusivo” delle forze armate Usa.

Per l’assessore all’ambiente della Regione, Mariella Lo Bello, la scelta di Monti è una “vittoria” per la Sicilia. “L’idea iniziale del governo non era quella di sospendere i lavori, bensì che continuassero”. Era stata proprio la giunta Crocetta a suggerire di subordinare il proseguo dei lavori al parere scientifico dell’ISS, anche se i professori Massimo Zucchetti e  Massimo Coraddu del Politecnico di Torino hanno certificato l’insostenibilità ambientale del MUOS e le gravissime lacune e le omissioni degli studi delle autorità statunitensi e degli accademici siciliani contattati dall’ex presidente Raffaele Lombardo. Oggi, lo stesso Zucchetti esprime perplessità per la decisione del governo. “Affidare ad un organismo indipendente il futuro del MUOS è una manovra pericolosissima”, afferma lo studioso. “Non ci sarebbe da stupirsi che alla fine l’ISS o qualche altro dichiari la non pericolosità del sistema. Per questo è indispensabile che i dati di partenza e le specifiche del MUOS - sino ad oggi top secret - siano resi pubblici prima che il nuovo studio parta, in modo che siano oggetto di verifica da parte della comunità scientifica”.

Assai perplesso si dichiara pure il presidente della Commissione ambiente della Regione siciliana, Giampiero Trizzino. Le risultanze emerse durante le audizioni tecniche da noi tenute sono più che esaustive, relativamente agli effetti nocivi sulla salute delle antenne del MUOS”, dichiara l’esponente di M5S. Non vorremmo che si trattasse in realtà di un passo indietro e che alla fine si pervenisse alla revoca della revoca delle autorizzazioni, che ci aspettiamo, invece, diventi operativa il 17 marzo come comunicatoci dal presidente Crocetta”.

Ancora più critici i rappresentanti del Movimento che si oppone all’installazione del sistema satellitare. “Proviamo sconcerto per l’atteggiamento del moderno Ponzio Pilato nostrano”, afferma Concetta Gualato delle Mamme No MUOS di Niscemi. “Quello che si temeva è successo, il passaggio della palla dal governo siciliano a quello nazionale, il tutto per tutelare i diritti di altri ma non degli italiani”. A respingere l’ipotesi di ulteriori studi è pure il Coordinamento regionale dei Comitati No MUOS. “Non ci fidiamo assolutamente dell’obiettività di autorità scientifiche indipendenti, spesso sensibili alle pressioni del complesso militare industriale, delle transnazionali della telefonia e dei poteri forti”, spiega Alfonso di Stefano. “Mentre nella base Usa di Niscemi lavoravano ditte sprovviste della certificazione antimafia, si negava invece l’accesso all’Arpa, l’agenzia per la protezione dell’ambiente, boicottandone le misurazioni”.

I No MUOS continuano a presidiare i cancelli della stazione di telecomunicazione di contrada Ulmo, pronti a riprendere i blocchi stradali nel caso in cui dovessero ripartire i lavori. Per sabato 30 marzo è stata indetta una grande manifestazione nazionale a Niscemi per chiedere al nuovo governo di revocare in via definitiva le autorizzazioni del MUOS. “Forse a Roma si sperava di disinnescare il nostro appuntamento”, spiega Peppe Cannella, esponente dei comitati siciliani.
Articolo pubblicato in Il Manifesto del 13 marzo 2013.

giovedì 7 marzo 2013

Antonio Mazzeo: Sicilia piattaforma di guerra?


Nell’ultimo periodo sull’argomento “Muos” e “No Muos” si spendono sempre più parole. Gli scandali che giorno dopo giorno accadono a Niscemi iniziano a venire a galla più facilmente, come l’atroce carica subita dalle “Mamme No Muos” da parte delle Forze dell’Ordine, che in barba al giuramento da loro fatto, non difendono i diritti dei propri cittadini. Oltre che ad alcuni militari americani, dopo lo scontro, dentro l’area di costruzione delle antenne sono entrati anche alcuni tecnici, addetti alla costruzione del Muos. E’ stato così violato l’accordo siglato in prefettura sullo stop al transito di questi operai specializzati. Giorno 4 marzo 2013, al Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Catania, si è svolta una Conferenza No Muos. Il giorno prima ho avuto piacere di parlare con Antonio Mazzeo.

Com’è nato questo interesse per la battaglia contro il Muos?

Intanto, è da più di 30 anni che lavoro sulle varie questioni di militarizzazione. Ho vissuto in prima persona l’esperienza di Comiso, e da lì un po’ tutte le attività che son succedute in Sicilia. Sono anche laureato in Scienze Politiche, con una tesi di laurea sui processi di militarizzazione del territorio, per cui ho sempre scritto su queste vicende. Sul Muos ho iniziato a scrivere nel 2005 quando, lavorando sulle relazioni del Congresso degli Stati Uniti e sui progetti militari che hanno, mi sono trovato di fronte contemporaneamente a due progetti: uno di installazione di Global Hawk a Sigonella, cioè gli aerei senza pilota e contemporaneamente, dall’altra parte, in quella fase l’espansione di questo Muos, sempre a Sigonella. Ho iniziato così a cercare vari documenti e ho capito di cosa si trattava e da quel momento in poi ho iniziato a lavorare su questa faccenda. Tre anni dopo ho scoperto che si era deciso di trasferire il Muos a Niscemi, perché a Sigonella c’erano tutte una serie di problemi rispetto la presenza di queste antenne, dal punto di vista di impatto elettromagnetico, sia sugli aerei che decollano e atterrano da Sigonella, contemporaneamente dalla preoccupazione degli americani che la potenza di questo fascio elettromagnetico potesse portare anche a problematiche rispetto la detonazione dei missili all’interno della base.

Come sei venuto a conoscenza di questo progetto di militarizzazione?

Gli Stati Uniti a differenza dell’Italia, paradossalmente, hanno un sistema di trasparenza sicuramente e nettamente superiore su qualsiasi tematica. Ogni anno il Congresso degli Stati Uniti d’America deve approvare tutti i progetti di finanziamento di tutte le installazioni militari esistenti, sia negli Stati Uniti che all’Estero. Per ottenere il finanziamento il Pentagono deve presentare delle schede al Congresso dove specifica che il finanziamento serve a portare avanti un determinato progetto. Se il Congresso lo ritiene opportuno, finanzia il progetto. In questo modo ho scoperto che era stato richiesto un finanziamento per il Muos e contemporaneamente per acquistare 4 aerei senza pilota da installare alla base di Sigonella.

E dietro questo progetto c’è implicata anche la mafia?

Non dietro il progetto del Muos ma dietro alcune operazioni e alcuni lavori che sono stati eseguiti all’interno della base di Niscemi proprio per realizzare le piattaforme su cui dovrebbero essere installate, speriamo di no, le 3 antenne. Nello specifico si tratta di questa situazione: alcuni giornalisti, me compreso, e attraverso un’interrogazione parlamentare, abbiamo scoperto e verificato che, tra le società che hanno avuto subappalti, c’è una società a cui, nel Settembre del 2011, la Prefettura di Caltanissetta aveva tolto il Certificato Antimafia perché la riteneva vicina al boss dominante di Niscemi. Per la legge italiana le società che ricevono progetti e permessi di subappalto devono essere iscritte all’Albo e fornite di Certificato Antimafia. Nonostante le denunce, nonostante sia stato provato questo e nonostante la società abbia poi fatto appello al TAR chiedendo il Certificato Antimafia dichiarando che la Prefettura glielo avesse tolto in modo irregolare, nonostante la risposta del TAR che ha respinto la richiesta della società, i lavori sono stati eseguiti normalmente. Tra l’altro, sono proprio i lavori più devastanti all’interno della Riserva Naturale, visibili anche tramite dei video su internet, dove vi sono le immagini di quell’area, zona A della Riserva, dov’è assolutamente vietato, per legge, fare qualsiasi tipo di intervento. Questi lavori, a causa dei quali è stata tolta anche la macchia mediterranea, hanno spinto la Procura della Repubblica di Caltagirone ad aprire un’inchiesta e a ordinare un paio di mesi fa il sequestro dei cantieri proprio per le violazioni di tipo ambientale.

Il governatore della Regione Sicilia, Crocetta, ha revocato le autorizzazioni per l’installazione della antenne. I lavori stanno continuando lo stesso o no?

Da più di una decina di giorni i lavori sono fermi in quanto gli americani, unilateralmente, hanno deciso di sospendere i lavori a seguito di tutta una serie di manifestazioni, di blocchi di lavoro in particolare, ma soprattutto dopo che per due giorni e mezzo la base è stata completamente bloccata. Non soltanto i lavori, ma sono stati bloccati tutti gli ingressi impedendo anche ai militari statunitensi di entrare dalla base. Proprio di fronte a questo scontro e a queste manifestazioni pacifiche al massimo, e di fronte anche alla richiesta formale del Governo Crocetta, gli americani hanno ritenuto opportuno sospendere i lavori. Sino ad ora abbiamo la conferma e la verifica che i lavori sono sospesi, ma non è in conseguenza solo dell’atto di Crocetta, che diventerà esecutivo solo dopo 30 giorni dalla sua emanazione.

E quindi, questi lavori verranno bloccati definitivamente?

Assolutamente no. Gli americani hanno detto chiaramente che li sospendevano per facilitare il dialogo e intanto di riaprire un rapporto. Evidentemente gli americani, a mio modesto parere, nel momento in cui hanno visto che era insostenibile continuare a lavorare quando ormai avevi gli occhi puntati di fronte a tutti, in una situazione particolare di vuoto di potere e si attendeva l’elezione parlamentare, probabilmente aspettavano una risoluzione politica molto più semplice. Questo obbliga i movimenti a stare 24 ore su 24 costantemente al presidio, e i blocchi sono pronti a ripartire nel momento in cui ci si accorgesse che gli americani mentono e iniziassero di nuovo coi lavori.

La richiesta di Crocetta potrebbe essere modificata?

Crocetta lascia intendere da una parte che vuole essere totalmente rigido su questo, però noi avvertiamo una serie di segnali poco convincenti o comunque preoccupanti. Poco convincente è quello che viene ripetuto costantemente alla stampa, che il problema non è il Muos ma eventualmente la pericolosità di queste antenne. Il Movimento No Muos ritiene che al di là delle norme devastanti e l’impatto ambientale provato, il Muos è comunque uno strumento di guerra. E’ uno strumento di distruzione, tra l’altro di guerre ancora più abominevoli di quelle che abbiamo fatto nel passato, guerre sempre più automatizzate, con strumenti controllati dalla macchina, come gli aerei senza pilota. Inoltre, è uno strumento ad uso esclusivo delle forze armate americane, che pone tutta una serie di problemi di extraterritorialità ed anche sovra internazionale. Paradossalmente, se il Muos venisse utilizzato per fare delle guerre che lo Stato italiano non vorrebbe sostenere, non abbiamo nessuno strumento formale e giuridico per questo tipo di intervento. Indipendentemente, crediamo che la questione ambientale e la questione elettromagnetica sono soltanto un ulteriore aggravante, perché è ancora una volta negare il diritto alla salute delle popolazioni. Al di là di questo c’è tutta la sopravvivenza della specie. O anche il diritto alla pace. Sono tutti diritti fondamentali che il Muos, indipendentemente dalla questione ambientale, viola. E’ un’occasione questa per rimettere in discussione un modello di Sicilia che è stato idealizzato per diventare una piattaforma di guerra, dove sempre più spazi del territorio vengono sottratti all’uso civile e destinati ad uso di guerra. La battaglia di Sigonella come capitale mondiale degli aerei senza pilota, il Golfo di Augusta per l’attracco dei sottomarini, la possibilità che a Messina venga installato un grande cimitero delle navi Nato con impatto ambientale, gli aerei e i cacciabombardieri a Trapani Birgi e soprattutto il vincolo del traffico aereo civile, ovvero le enormi limitazioni che vengono fatte a causa del traffico aereo militare e soprattutto dei droni nello spazio aereo siciliano. E’ una situazione insostenibile, non può essere assolutamente questo il modello siciliano, anche perché, al di là dell’immoralità di pensare che la Sicilia sia una piattaforma di guerra, questo comporta tutta una serie di impossibilità di garantire alternative reali. La militarizzazione, oltre a generare tutta una serie di fenomeni devastanti dal punto di vista sociale, economico, ambientale, eccetera, è un’enorme limitazione alle potenzialità di sviluppo economico, soprattutto in questo momento di crisi. Inoltre, non dimentichiamo che sono le guerre, insieme alle grandi opere, quelle che hanno scatenato un enorme indebitamento del nostro Paese, che oggi comporta progressivi tagli a tutta una serie di diritti che vengono limitati o cancellati in nome del dio della guerra o in nome del dio delle grandi opere.

Secondo te come mai c’è poca sensibilizzazione da parte dei media in tutti questi anni, e comunque sia neanche in questo ultimo periodo ne stanno parlando poi così tanto?

La potenza del complesso militare industriale finanziario del nostro Paese è enorme. Oggi chi controlla le grandi fabbriche di morte, chi controlla le società che realizzano le basi militari nel nostro Paese e le società che forniscono servizi alle forze armate, guarda caso sono gli stessi gruppi bancari, gli stessi gruppi finanziari, le stesse fonti di investimento che poi controllano i grandi media. Come mai le università che dovrebbero, in quanto università siciliane, porre l’attenzione, la valutazione, l’informazione, sui problemi di guerra, non lo fanno? Ovviamente, se poi vediamo che nelle università c’erano finanziamenti e fondi di ricerca del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti d’America, ossia il Pentagono, se le università fanno progetti con Finmeccanica, con le società del complesso militare industriale è chiaro che le università non hanno nessuna libertà, non hanno nessuna voglia di rimettere in discussione, di informare ma anzi ritenersi il fortino dove di questi argomenti non se ne deve parlare. Ma non è un caso, per cui questo può spiegare che non è che c’è scarsa attenzione perché non si è capito la problematicità o il pericolo ma perché evidentemente bisogna non informare perché altrimenti si metterebbe in crisi un sistema di cui anche i media sono parte.
Intervista a cura di Concetta Lombardo, pubblicata il 7 marzo 2013 in LiveUniCt, http://catania.liveuniversity.it/2013/03/intervista-esclusiva-antonio-mazzeo-sicilia-piattaforma-di-guerra/

lunedì 4 marzo 2013

In Afghanistan i droni uccidono sempre più civili


Nel 2012 le forze armate Usa e la Cia hanno accresciuto notevolmente il numero di attacchi in Afghanistan mediante l’utilizzo di aerei senza pilota, uccidendo molti più civili dell’anno prima. Secondo quanto rilevato dalla Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), lo scorso anno sono stati lanciati con i droni 506 bombardamenti, il 72% in più di quanto verificatosi nel 2011 quando gli attacchi furono 294. L’escalation è stata confermata dal Comando centrale dell’U.S. Air Force che ha specificato come nel 2012 i droni sono stati utilizzati nel 12% degli attacchi aerei, mentre l’anno precedente ciò era avvenuto solo nel 5% dei casi.

Nell’ultimo rapporto annuale sui morti civili nel conflitto afgano, le Nazioni Unite hanno accertato perlomeno cinque incidenti in cui è stata coinvolta la popolazione civile con il tragico bilancio di 16 morti e 3 feriti. In buona parte dei casi, la popolazione civile è stata colpita dai droni “per errore” durante gli attacchi lanciati contro le milizie insorgenti. Il rapporto delle Nazioni Unite segnala in particolare tre gravi “incidenti”. Il primo è accaduto a fine luglio scorso nella provincia orientale di Nuristan, quando un insegnante afgano a bordo di un SUV, fu colpito a morte da un drone subito dopo essere stato fermato ad posto di blocco dai Talebani. Nell’attacco rimasero uccisi anche tre miliziani mentre furono feriti gli altri due passeggeri del SUV, uno dei quali minorenne. Il 22 ottobre 2012, nella provincia di Logar, morirono invece quattro ragazzi per le esplosioni delle bombe di un Predator Usa teleguidato verso un’area a un paio di miglia di distanza dove era in corso uno scontro a fuoco tra i reparti governativi afgani e i Talebani. Infine, il 23 settembre, nella provincia di Kunar, l’attacco “selettivo” di un drone contro due comandanti talebani ha causato pure la morte del sedicenne Bacha Zarina. Provata dalle autorità locali l’assoluta estraneità del giovane all’organizzazione insorgente, il Comando militare Usa ha deciso di “indennizzare” il padre della vittima con 2.000 dollari.

Sino ad oggi l’incidente più grave causato in Afghanistan dal bombardamento di un velivolo senza pilota resta quello avvenuto nel 2010 nella provincia di Oruzgan, quando morirono 24 civili scambianti dalle telecamere spia per Talebani.

Mentre i portavoce delle forze armate Usa a Kabul non hanno voluto spiegare le ragioni del sempre più intensivo utilizzo di droni nel conflitto afgano, per The Associated Press si tratta di un chiaro segnale che il Pentagono intende “esemplificare” la lotta contro i ribelli mentre si sta preparando a ritirare o ridurre drasticamente le truppe Usa nei prossimi due anni. “L’esorbitante aumento nel numero delle operazioni dei droni accresce la possibilità che le forze armate statunitensi diventino ancora più dipendenti da essi nella lotta ad al-Qaida, via via che si avvicina la fine del 2014”, scrive l’agenzia stampa. L’inarrestabile e mortale escalation ha spinto Georgette Gagnon, responsabile dell’ufficio per i diritti umani di UNAMA, a lanciare un appello perché vengano riviste le scelte tattiche e gli obiettivi delle operazioni aeree “in modo da assicurare il rispetto delle leggi umanitarie internazionali”.

Intervenendo recentemente al Congresso, il sen. Lindsey Graham (repubblicano eletto nella Carolina del Sud) ha denunciato che gli attacchi dei droni in Afghanistan, Pakistan e Yemen hanno causato dal loro avvio con l’amministrazione di George W. Bush ad oggi, più di 4.700 morti. Per le Nazioni Unite le vittime sarebbero 3.000 circa, di cui non meno di 500 “non combattenti” (donne, minori, anziani). “Con l’uso dei droni vengono messi a rischio cinquant’anni di diritto internazionale”, ha dichiarato l’avvocato sudafricano Christof Heyns, relatore speciale ONU sui temi del controterrorismo e delle esecuzioni extragiudiziali. “Gli omicidi mirati, così come sono stati definiti dai comandi militari, eseguiti con gli aerei senza pilota, sono la più grande sfida al sistema del diritto internazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono stati attacchi secondari di droni sui soccorritori che portano aiuto ai feriti: questi sono crimini di guerra”.

“Il termine omicidio mirato è sbagliato, perché suggerisce l’implicazione di un ruolo marginale della violenza”, aggiunge Philip Alston, altro relatore speciale delle Nazioni Unite. “Il danno collaterale può essere minore rispetto a un bombardamento aereo, ma poiché si elimina il rischio di perdite militari, il loro uso può diventare smodato”. Per Alston, la gestione dei droni da parte di operatori che si trovano a migliaia di chilometri dalle aree dei conflitti rischia di creare una “mentalità da playstation” dove si uccide come se si stesse giocando un videogame. “La Cia, in particolare, coordina le operazioni militari dei velivoli comandati a distanza in maniera poco trasparente, non ponendo l’enfasi appropriata sulle regole e sui limiti imposti dal diritto umanitario internazionale”, ha aggiunto il funzionario ONU.
Nel 2012, durante le operazioni belliche in Afghanistan, sono stati assassinati complessivamente 2.754 civili, contro i 3.131 del 2011. È la prima volta negli ultimi sei anni che il numero di vittime “non combattenti” registra una riduzione. La missione delle Nazioni Unite in Afghanistan rileva tuttavia che la maggior parte delle uccisioni e dei ferimenti è avvenuta nel secondo semestre dell’anno, con un aumento in percentuale del 13% relativamente allo stesso periodo del 2011. I civili uccisi dalle forze armate Usa e NATO sono stati 316 (tra cui 51 bambini) con una riduzione del 46% rispetto al 2011, mentre i feriti sono stati 271. Sono i Talibani e gli altri gruppi insorgenti - secondo l’ONU - ad aver causato l’81% dei fatti di sangue che hanno colpito i civili afgani, con 2.179 morti e 3.952 feriti. Quasi 700 persone sono state assassinate durante “attacchi mirati” a impiegati e funzionari governativi, specie nelle regioni meridionali ed orientali dell’Afghanistan.