I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

domenica 24 febbraio 2013

Affari Finmeccanica con i droni di Sigonella


Il consenso del governo alla trasformazione della base militare siciliana di Sigonella in “capitale mondiale dei droni” frutterà a Finmeccanica non più di un paio di commesse da parte delle aziende Usa produttrici di sistemi di guerra. La controllata Selex Galileo, confluita in Selex Es, ha ottenuto un contratto del valore di 140 milioni di euro dalla Northrop Grumman Corporation nell’ambito del programma NATO denominato Alliance Ground Surveillance (AGS) che svilupperà entro il 2016 le capacità d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dei paesi dell’Alleanza.

L’AGS avrà come principale base operativa la stazione aeronavale di Sigonella e fornirà informazioni in tempo reale per compiti di vigilanza aria-terra a supporto dell’intero spettro delle operazioni NATO nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio oriente. Al programma, ritenuto il più costoso della storia dell’Alleanza, hanno aderito in verità solo 13 paesi: Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Stati Uniti. Il sistema AGS sarà costituito da una componente aerea basata sui velivoli senza pilota  “Global Hawk”, di alta quota e lunga autonomia, e da un segmento terrestre che si articolerà in stazioni di terra fisse, mobili e trasportabili per la pianificazione e il supporto operativo alle missioni dei droni.

Il comando centrale sarà istituito presso il NATO’s Supreme Headquarters Allied Powers Europe di Bruxelles. A Sigonella, dove giungeranno nei prossimi mesi 800 militari dei paesi membri dell’Alleanza atlantica, opererà il centro di coordinamento e controllo del sistema AGS che gestirà gli aerei-spia in cooperazione con i “Global Hawk” che l’Us Air Force ha schierato da quasi tre anni nella base siciliana e il Bams (Broad Maritime Area Surveillance), il programma di ricognizione marittima su larga scala che la marina statunitense attiverà grazie ad una nuova generazione di droni-spia e ai pattugliatori P-8 “Poseidon”. Il personale tecnico NATO assicurerà da Sigonella anche le attività di manutenzione dei “Global Hawk”.

Nonostante il ruolo strategico della Sicilia per l’Alliance Ground Surveillance, alle aziende italiane andrà poco più del 10% del valore complessivo del contratto che la grande industria aerospaziale statunitense, in qualità di capocommessa AGS, ha sottoscritto con la NATO il 20 maggio 2012. La Northrop Grumman Corporation riceverà infatti 1,2 miliardi di euro per realizzare la componente aerea del sistema: cinque aerei a controllo remoto RQ-4 “Global Hawk” Block 40 (versione modificata del Block 30 che l’US Air Force ha schierato a Sigonella), lunghi 14,5 metri con un’apertura alare di 39,9, in grado di volare in qualsiasi condizione meteorologica per 32 ore sino a 60.000 piedi d’altezza (18,3 Km). Il contratto prevede inoltre che Northrop Grumman equipaggi i “Global Hawk” con un nuovo sofisticato sensore radar per la sorveglianza terrestre, l’“MP-RTIP” (Multi-Platform Radar Technology Insertion Program), capace di localizzare e tracciare piccoli oggetti in movimento o stazionari con estrema precisione.

In accordo con l’Alleanza Atlantica, Northrop Grumman dovrà affidare ad alcune industrie europee lo sviluppo e la consegna delle stazioni terrestri mobili AGS per il supporto diretto ai comandi e alle forze militari schierate nei teatri di guerra, nonché le stazioni operative remote per i maggiori comandi d’intelligence. L’elenco delle aziende sub-contractor comprende oltre a Selex Galileo, la sussidiaria missilistica del consorzio Eads “Cassidian”, Koongsberg, ICZ, A.S., ComTrade, Bianor, Technologica, Zavod Za Telefonna Aparatura Ad, Elettra Communications, UTI Systems e SES. Nello specifico l’azienda italiana sarà responsabile della componente fissa (MOS) e mobile (TGGS) del segmento di terra AGS e fornirà il proprio contributo alla “suite” di telecomunicazioni, assicurando il collegamento dati su banda larga (prodotto da Selex Elsag, altra società del gruppo Finmeccanica) con le piattaforme aeree.

Due mesi fa un’altra azienda Finmeccanica ha rafforzato la partnership con Northrop Grumman. AgustaWestland (società leader nella produzione di elicotteri al centro di un’inchiesta per un giro di tangenti con l’India che ha condotto all’arresto dell’amministratore di Finmeccanica, Giuseppe Orsi), ha firmato un accordo con il colosso statunitense per partecipare alla gara relativa alla fornitura di elicotteri da ricerca e soccorso in combattimento all’US Air Force e del nuovo elicottero presidenziale Marine One di responsabilità della US Navy. Agusta e Northrop Grumman svilupperanno congiuntamente una versione avanzata del velivolo da combattimento e trasporto “AW101”, acquistato dalle forze armate di quattordici paesi, tra cui cinque della NATO.

“L’accordo con Northrop Grumman che vanta una lunga esperienza a supporto del Dipartimento della difesa, consente ad AgustaWestland di rafforzare ulteriormente il suo ruolo negli Stati Uniti dove vanta una forte presenza industriale, attraverso lo stabilimento di Philadelphia (Pennsylvania), e servizi di supporto e addestramento presso operatori governativi e diverse forze di polizia”, ha commentato l’(ex) amministratore delegato dell’azienda, Bruno Spagnolini, finito qualche giorno fa agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sulla maxitangente per gli elicotteri Agusta venduti alle forze armate indiane.
Nonostante gli ingenti investimenti e il pressing a tutto campo di ministri e militari italiani, il mercato statunitense si è dimostrato in verità assai poco redditizio per i manager e gli azionisti di Finmeccanica. Affari con il contagocce e quasi sempre in posizione da sub-contractor, ottenuti in cambio della disponibilità degli ultimi governi a consentire al Pentagono di schierare le truppe d’élite aviotrasportate a Vicenza, il MUOS a Niscemi, i “Global Hawk” e l’AGS a Sigonella.

giovedì 21 febbraio 2013

Messina e la Folgore. “A chi l’Università?” “A noi!”


All’Università degli Studi di Messina comandano pure quelli della Brigata Folgore. Anni addietro in tanti ci avevano messo gli artigli: massoni, ‘ndranghetisti e faccendieri, ordinovisti e avanguardisti, procacciatori di voti e clientele, le grandi aziende farmaceutiche e di costruzione, perfino le società arricchitesi con il mito del ponte sullo Stretto. Adesso arrivano pure i vecchi e i nuovi parà a dettar legge, imporre liste di proscrizione contro qualche docente e ordinare il disconoscimento e la rimozione delle ricerche scientifiche sgradite.

Casus belli la pubblicazione nel gennaio 2012 nei quaderni del “Centro Interuniversitario per le ricerche sulla Sociologia del Diritto, dell’Informazione e delle Istituzioni Giuridiche” (CIRSDIG) di un saggio dal titolo Autoritarismo e costituzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane. Autori i sociologi Charlie Barnao e Pietro Saitta che articolano la ricerca sulla base del racconto autobiografico sul servizio di leva che il Barnao stesso svolse dal settembre 1993 al settembre 1994 nella Brigata Paracadutisti Folgore (i primi due mesi nella Caserma addestrativa di Pisa e il restante periodo nel 186° Reggimento di Siena), arricchito da alcuni ritorni sul campo e interviste a testimoni privilegiati tra il 2000 e il 2009.

La ricerca ha inteso dimostrare come il processo addestrativo che si svolge nel Corpo dei parà sia concepito per formare personalità autoritarie e semi-apertamente fasciste. In particolare vengono analizzati rituali, pratiche e meccanismi adattativi tipici dell’organizzazione militare ma anche la modalità di riproduzione ed espansione del background culturale di coloro che transitano poi dalle file dell’esercito a quelle delle forze dell’ordine (polizia, carabinieri, ecc.) interagendo con la popolazione civile sia in scenari di routine (pattugliamento, assistenza, pronto intervento) che di ordine pubblico. Per Barnao e Saitta la professionalizzazione e la sostanziale commistione di ruoli, attitudini, pratiche e ideologie delle forze armate e di polizia rappresentano un grave pericolo per la tenuta della debole democrazia italiana e per i diritti di libertà dei cittadini. “E la Folgore costituisce un modello di riferimento per il dispositivo sicuritario nazionale, rivolto al fronte interno come a quello esterno”, spiegano i ricercatori.

Le pratiche quotidiane di formazione dei giovani parà, sin dal loro ingresso nell’istituzione, sono segnate da deliberati, ricorrenti e gravi episodi di violenza. “Si inizia con l’azzeramento delle abitudini acquisite, della cancellazione dell’orizzonte valoriale e normativo precedentemente appreso”, scrivono Barnao e Saitta. Lo scenario in caserma è quello magistralmente descritto nel film Full Metal Jacket di Stanley Kubrick: ordini urlati, annullamento di qualunque individualità, azioni imposte dai superiori in modo apparentemente illogico e per ragioni incomprensibili, ecc.L’appellativo più usato per indicare l’allievo paracadutista è quello di mostro. Si è mostri perché si è vestiti con taglie sbagliate, con baschi troppo grandi o troppo piccoli, con divise che deformano. Si entra in quella terra di nessuno in cui non si è né carne né pesce, né civili né militari, né fanti né paracadutisti”. A sancire e rinforzare il passaggio verso lo status di paracadutista c’è un rituale d’eccellenza: si tratta della cosiddetta pompata”, una serie infinita di piegamenti sulle braccia, eseguita dai giovani su ordine diretto di un superiore. Per forgiare ed esaltare la forza bruta, muscolare, piegandosi con busto e braccia davanti all’autorità assoluta dei capi.

Ci sono poi le piccole e grandi tragedie della recente storia d’Italia, a partire dalle missioni di guerra in Corno d’Africa nei primi anni ’90. Il diario rivisitato di Charlie Barnao riporta alla primavera del 1994 quando nella Caserma Lamarmora di Siena i parà rientrati dalla Somalia erano soliti raccontare impunemente i crimini commessi contro la popolazione. “Si vantavano di avere sparato e ucciso a freddo un gran numero di somali e raccontavano di stupri e pestaggi fatti per rappresaglia. Gli abitanti erano solo sporchi negri. Nei racconti dei reduci c’era l’esplicito riferimento al “forte permissivismo” dei comandi italiani per l’uso di hashish e marijuana, sostante notoriamente disinibenti. E Barnao ricorda pure la grande delusione provata dopo un colloquio con il cappellano militare, alla vigilia della partenza di un nuovo contingente per la Somalia. “Gli chiedemmo di parlare della morte o di che significa uccidere un uomo per la patria o per una missione umanitaria. Il sacerdote ci rispose che doveva attenersi strettamente alla circolare ricevuta: i punti della discussione dovevano essere il linguaggio volgare e l’uso esasperato dei giornaletti porno nelle camerate. Cioè le bestemmie e le masturbazioni”.

La pubblicazione online della ricerca sulla costruzione delle personalità fasciste nelle forze armate ha scatenato le proteste e le manifestazioni di dissenso di numerosissimi (ex) appartenenti alla Folgore. In pochi mesi la casella di posta del Centro universitario messinese è stata letteralmente bombardata da centinaia di e-mail che invocano la gogna per i due ricercatori. Oltre 500 parà hanno sottoscritto una petizione al Rettore dell’ateneo Francesco Tomasello e al CIRSDIG. Giù le mani dalla Folgore! il leitmotiv. “L’articolo millanta una qualche pretesa di scientificità”, scrivono i militari. “Anche ad una prima lettura da parte di non esperti nella sociologia, esso appare viziato da gravi difetti metodologici, da interpretazioni estreme, da una carenza totale di fonti oggettive e, più in generale, da manifesta superficialità nell’affrontare le varie tematiche e nel riportare fatti senza verifiche”.

Nei siti web che rilanciano la petizione imperversano le note di disprezzo a firma dei parà. Un lavoro mediocre finalizzato ad acquisire unicamente un titolo utile alla carriera universitaria, scrive uno. Per molti altri si tratta di fantascienza di serie C, collage di luoghi comuni e leggende da radio naja, abominio metodologico, squallide menzogne e calunnie, considerazioni scellerate, false, miserevoli e villanzone, chiacchere dei quaqquaraqquà” e, perfino di illecito grave e falso ideologico. C’è poi chi si spinge a etichettare il libello quale frutto della cultura egemone di stampo marxista, dottrina scientificamente orientata e programmata per la disinformazione e la mistificazione della realtà a fini politici. Ovviamente non mancano le bordate e le folgori contro i due ricercatori, affetti da vanagloria pseudoscientifica e che certamente si possono trovare tra i delinquenti che vanno alle manifestazioni in assetto di guerra. Per il comandante Vincenzo Arcobelli, presidente del Comitato tricolore per gli italiani nel mondo (sezione Nord America) Barnao e Saitta sembrano elementi del disciolto, per fallimento, KGB di sovietica memoria. Ma è soprattutto il sociologo ex parà a finire nel mirino. Rompere l’omertà significa tradire e rinnegare lo spirito di Corpo e il senso del cameratismo. I suoi istruttori di Lei non hanno fatto né un soldato né un uomo, si rammarica un ex militare.

La valanga d’insulti non ha però indignato né preoccupato gli accademici peloritani e i due ricercatori hanno atteso invano qualsivoglia espressione di solidarietà e vicinanza. A far precipitare gli eventi, giunge la pubblicazione il 7 dicembre del 2012 di un articolo su Il Giornale, dal titolo “L’università di Messina infanga la Folgore”, pieno di invettive contro il saggio e i suoi autori. Per inficiarne il rigore scientifico, il quotidiano berlusconiano si rivolge a Marco Orioles, insegnante di sociologia del giornalismo presso la Facoltà di lettere dell’Università di Verona, già tutor nel 2005 di un progetto-convenzione tra l’ateneo di Trieste e lo Stato Maggiore dell’Esercito. “Si tratta di una grande bufala teoricamente debole e metodologicamente azzardata, che denota un grandissimo velo ideologico”, accusa Orioles. Barnao e Saitta sperano in una replica dell’università a difesa della libertà di pensiero e di ricerca e invece il prof. Domenico Carzo, direttore dei Quaderni CIRSDIG, con una nota ufficiale prende le distanze dai due sociologi e rincara la dose. “Rammaricandomi dell’omissione della doverosa vigilanza, determinata da una mal riposta fiducia, rendo noto che il testo è stato pubblicato senza la mia autorizzazione ed a mia insaputa dal redattore dr. Pietro Saitta, che gestisce operativamente il sito”, scrive Carzo. “Il testo in questione, contrariamente alle regole dei Quaderni, non è stato preventivamente sottoposto alla procedura di referaggio anonimo, quindi è stato eliminato dal sito stesso. Informo, pertanto, di aver già provveduto a rimuovere dall’incarico il dr. Saitta, di concerto con il Comitato Scientifico”.

Il sociologo messinese fornisce però una versione dei fatti ben diversa. “L’articolo raccoglie i lavori di un seminario pubblico, tenuto nel dicembre del 2011 presso il Dipartimento “Pareto” dell’ateneo peloritano”, spiega Saitta. “Per posta elettronica il successivo 27 gennaio avvisai il direttore e tutti i colleghi del nuovo inserimento. A distanza di qualche giorno ricevetti la sua approvazione e pubblicai l’articolo sul sito. Il prof. Carzo pagò le stampe di alcune copie da depositare presso le biblioteche nazionali e regionali e pure le spese di spedizione”. Saitta spiega di essersi volontariamente dimesso dal CIRSDIG il 13 novembre 2012, prima cioè dell’articolo de Il Giornale, in ragione di alcuni “accesi dissapori” sulla linea editoriale. “Comunque è abbastanza curioso che un articolo capeggi nella pagina web di un’istituzione per un anno senza che il suo direttore se ne avveda. La vicenda dimostra che i nostri sono tempi molto tristi per la libertà accademica, non solo in ragione degli attacchi esterni, ma anche e sopratutto per l’incapacità di alcuni di saperla difendere.

A più di 13 anni dalla prima pubblicazione del “diario” sull’esperienza militare di Charlie Barnao, l’intolleranza verso coloro che hanno l’ardire di analizzare valori, atteggiamenti e comportamenti all’interno delle forze armate è ancora la stessa. Guai poi a stigmatizzarne le ideologie pretoriane e parafasciste. Un certo spirito nostalgico per il Ventennio aleggia tra le caserme e i reparti della Folgore. Le sue radici storiche risalgono ai “Fanti dell’aria Libici”, voluti subito prima della seconda guerra mondiale da Italo Balbo, fedelissimo di Benito Mussolini, già Ministro dell’Aeronautica e Governatore generale della Libia.

Charlie Barnao ricorda che il comandante della sua compagnia aveva tatuato sul petto la testa del Duce e che “non erano rare” le svastiche impresse sulle braccia dei parà delle varie compagnie. Anche certi canti dei commilitoni rispecchiavano una simpatia diffusa per l’estrema destra. “La più importante delle canzoni, Avevo un camerata, coronava il rituale di congedo dei parà”, aggiunge il sociologo. “Pochi dei congedanti sapevano però che era la versione italiana di una delle più note canzoni cantate dai nazisti, Ich hatt einen Kameraden. Ideale per sancire la conclusione di un percorso educativo autoritario come quello della formazione di un giovane paracadutista.

Un legame nero pluridecennale che a leggere alcuni commenti in calce alla petizione online contro Barnao e Saitta, sembra non essersi mai interrotto. “Romantici, idealisti, interventisti, Dannunziani? Se fedeltà, rispetto, onore e lealtà hanno questo significato, allora sì, possiamo considerarci tali”, scrive un ex ufficiale paracadutista. “Se poi amare il proprio Paese, la propria cultura e le proprie tradizioni significa essere fascisti, bene sia, piuttosto che rinnegare tutto a vantaggio dell’ipocrisia congenita in coloro che rinnegano l’amor di Patria”. E per epigrafe una velata minaccia. Ora sì, lasciamo pure che abbaino alla luna. Noi rimarremo qui, all’erta, sempre pronti alla difesa dei valori e dei principi in cui crediamo.
Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 12, febbraio 2013

mercoledì 20 febbraio 2013

La Marina dagli emiri per piazzare navi ed armi italiane


Produttori, manager, ammiragli e uomini di governo, tutti insieme spassionatamente, per vendere sistemi d’armi e navi da guerra ad emiri e sceicchi arabi. Ad IDEX 2013 (la fiera internazionale degli armamenti tenutasi ad Abu Dhabi dal 17 al 21 febbraio), il complesso politico-militare-industriale nazionale si è ritrovato più che mai solidale.

A rappresentare il ministero della difesa alla kermesse internazionale negli Emirati Arabi sono stati il sottosegretario Filippo Milone e il Capo di Stato maggiore della Marina militare, ammiraglio Giuseppe De Giorgi. “Siamo venuti negli Emirati Arabi Uniti per promuovere la cooperazione per lo sviluppo di tecnologie per gli armamenti navali e l’intensificazione delle funzioni di sorveglianza e difesa della sicurezza marittima”, hanno dichiarato ai giornalisti presenti.

Ad Abu Dhabi la chiacchieratissima Finmeccanica ha messo in bella mostra un vasto assortimento di aerei d’addestramento, caccia-intercettori, elicotteri leggeri e pesanti, sistemi d’intelligence e siluri prodotti dalle controllate AgustaWestland, Alenia Aermacchi, Selex Es, Oto Melara e Wass. Allo scopo dichiarato di “sostenere l’industria nazionale”, la Marina militare ha ordinato la sosta a IDEX 2013 del pattugliatore d’altura Cigala Fulgosi, già impegnato nel Mediterraneo centrale e in Medio oriente nell’addestramento delle marine di numerosi paesi arabi e nella “sorveglianza” anti-pirateria in Corno d’Africa. Varata nell’ottobre 2000 da Fincantieri a Riva Trigoso (Genova), l’unità è stata visitata dai membri della famiglia dell’emiro di Abu Dhabi. “Le capacità operative del Cigala Fulgosi lo rendono particolarmente idoneo ad assolvere diverse tipologie di missione e il posto d’ormeggio, centrale e visibile rispetto alla mostra, ha offerto grande visibilità alla nave, alla cantieristica e all’industria di difesa nazionale”, spiega il ministero della difesa. Ad armare l’unità, i sistemi di puntamento e mitragliere Oto Breda-Oerlikon e un elicottero AB-212 di Agusta Westland.

Gli Emirati Arabi sono da tempo l’Eldorado degli storici cantieri navali liguri. Nel 2009 i manager di Fincantieri hanno firmato un accordo multimilionario per la realizzazione di una corvetta classe “Abu Dhabi” (derivata dalle unità classe “Comandanti” in dotazione alla marina italiana), di due pattugliatori costieri classe “Falaj 2” in Italia e di altri quattro negli Emirati da parte di una joint venture industriale, denominata Etihad Ship Building, tra Fincantieri, Melara Middle East e i cantieri di Al Fattan Ship Industries.

Il pattugliatore “Abu Dhabi” è stato consegnato alla marina emiratina nel febbraio 2011 a Muggiano (La Spezia) alla presenza del comandante del Dipartimento marittimo militare dell’Alto Tirreno, ammiraglio Franco Paoli. Sempre a Muggiano (presente il comandante del Dipartimento di La Spezia, ammiraglio Andrea Campregher) è stato varato l’anno dopo il “Ganthoot”, il primo dei pattugliatori costieri del programma “Falaj 2”. Derivata dalle unità “Saettia” in dotazione alla Guardia costiera, l’imbarcazione a bassa segnatura radar stealth è lunga 55,7 metri, larga 8,8, può superare i 20 nodi di velocità ed ospitare un equipaggio di 28 persone. Il secondo pattugliatore (“Qarnen”) è stato consegnato da Fincantieri nel giugno 2012 alla presenza del capitano Paolo Pezzutti, Capo dell’ufficio allestimento e collaudo nuove navi (MARINALLES) di La Spezia. “L’ente ha svolto un’importante attività di supporto nell’allestimento delle unità come è stato per le altre Marine straniere (Iraq, Kenya, India, Finlandia) impegnate in programmi di costruzione con la cantieristica nazionale”, ha spiegato MARINALLES.

Di produzione italiana gli armamenti imbarcati nelle unità finite agli emiri: si tratta dei cannoni 76/62 “Super Rapido” della Oto Melara, dei sistemi di comando e controllo “IPN-S”, di guida del tiro “NA 30S”, dei radar 3D “Kronos” e secondari “SIR-M”, tutti di Selex Es. Nell’ambito della commessa, Selex Communications fornisce un sistema per le comunicazioni dati e voce in banda HF e V/UHF, mentre Elettronica SpA (anch’essa del gruppo Finmeccanica) cura la realizzazione dei sistemi di guerra elettronica. Quest’ultima azienda opera da oltre vent’anni negli Emirati Arabi attraverso una joint venture con la Baynunah Aviation Technology. Selex, invece, ha realizzato il sistema di gestione del combattimento per sei corvette lanciamissili della classe “Baynunah” acquistate dalla Marina emiratina.

Grazie al pressing del governo e delle forze armate, le aziende italiane sperano di potere ottenere presto altre commesse da parte degli Emirati. A fine dicembre 2012, il capo della componente navale Ibrahim S.M. Al Musharakh è stato invitato a bordo della nave da sbarco anfibio “San Marco” in sosta nel porto di Dubai per attenzionare in particolare le sofisticate tecnologie e i sistemi di guerra ospitati. “Siamo felici di poter essere con voi per sottolineare ancora una volta il nostro impegno nella cooperazione e nel supporto alla missione antipirateria della NATO Ocean Shield”, ha commentato il contrammiraglio arabo.
Proprio in vista di IDEX 2013, il Centro di sicurezza del Comando delle forze di contromisure mine (Comfordrag) di La Spezia ha organizzato alcune attività di supporto ai militari imbarcati nelle unità navali consegnate all’emiro. “Il programma è un’occasione per sviluppare i rapporti tra gli Emirati Arabi Uniti e la cantieristica italiana con un sempre maggior coinvolgimento della nostra Marina, nel ruolo di tutor durante le fasi di allestimento e di preparazione degli equipaggi”, spiegano al Comando di La Spezia. Addestratori e tutor di riconosciuta esperienza i nostri ufficiali di Marina, ma con una sempre maggiore vocazione a fare da piazzisti d’armi in mezzo mondo.

lunedì 18 febbraio 2013

Il MUOS e le guerre del futuro


Licenza illimitata di uccidere. Chiunque. Dovunque. Non faranno sconti a nessuno i prossimi interventi delle forze armate Usa. Ancora guerre globali e permanenti dove saranno sempre più le spietate macchine a decidere chi, dove, come e quando ammazzare. Computer, terminali e satelliti, droni e robot per marginalizzare sino ad escludere l’uomo con la sua intelligenza, etica, empatia, sentimenti, senso di responsabilità, concezioni della vita e della morte. Una cesura irreversibile con l’intera storia dell’umanità in violazione dei principi base del diritto umanitario internazionale, primo fra tutti quello di dover di distinguere sempre i militari dai non combattenti (popolazione civile, donne, anziani, bambini).

Colpire senza mai rischiare di essere colpiti, annientare il nemico anche se le sue minacce sono virtuali o frutto di un errore di trasmissione e lettura di un byte. In nome dell’assoluta superiorità in terra, negli oceani, nello spazio. Per tutto questo servono missili e sistemi anti-missili da lanciare in frazioni di secondo, stormi di aerei senza pilota sovraccarichi di testate convenzionali e minibombe atomiche, costellazioni di satelliti ad altissime frequenze per collegare tra loro centri di comando e controllo, decine di migliaia di impianti radar e radiotrasmittenti, sottomarini nucleari, gruppi operativi, missili da crociera e droni killer o spia.

Sarà il MUOS (Mobile User Objective System) la futura rete di telecomunicazione satellitare che consentirà alle forze armate statunitensi di propagare universalmente gli ordini di guerra, convenzionale e/o chimica, batteriologica e nucleare. E finanche quelli per scatenare la guerra al clima e all’ambiente. Si baserà su cinque satelliti geostazionari e quattro terminali terrestri: uno in costruzione a Niscemi (Sicilia sudorientale) e gli altri in  Virginia, Hawaii e Australia. Con questo sistema il Pentagono punta a velocizzare e moltiplicare di una decina di volte le informazioni che potranno essere trasmesse nell’unità di tempo, impedendo così ai supervisori in carne ed ossa di monitorare e intervenire prontamente in caso di anomalie tecniche.

Il terminale terrestre in fase di realizzazione in Sicilia si comporrà di tre grandi antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri, funzionanti in banda Ka per le trasmissioni verso i satelliti e di due trasmettitori elicoidali in banda UHF di 149 metri d’altezza, per il posizionamento geografico. Mentre le maxi-antenne trasmetteranno con frequenze che raggiungeranno valori compresi tra i 30 e i 31 GHz, i due trasmettitori avranno una frequenza di trasmissione tra i 240 e i 315 MHz. Progettazione, realizzazione e (futura) gestione del MUOS sono di pertinenza esclusiva della Marina militare Usa. Il sistema non è incluso infatti in nessuno dei programmi di riarmo discussi e approvati in sede Atlantica. Il suo costo totale (originariamente stimato in 2 miliardi di dollari ma che alla fine schizzerà presumibilmente ad 8) è a carico dei contribuenti statunitensi.

La rilevanza strategica del sistema satellitare è ribadita nei documenti presentati dal Pentagono per conseguire i fondi dal Congresso. “Il MUOS giocherà un ruolo centrale nella nuova visione NCO (Network-Centric Operations) del Dipartimento della difesa perché è un sistema disegnato per assicurare le comunicazioni interoperabili, robuste e network-centriche di cui hanno bisogno i sistemi di guerra per le future operazioni”, scrivono i responsabili militari. “Il concetto NCO descrive la combinazione di strategie, tattiche emergenti, tecniche, procedure e organizzazioni che può utilizzare una forza militare pienamente o parzialmente in rete per ottenere un decisivo vantaggio nelle azioni di guerra”.

La complessità e la portata bellica del MUOS, le sue dichiarate funzioni di arma d’attacco e first strike avrebbero dovuto imporre al Governo italiano di presentare il programma Usa in Parlamento e ottenerne l’autorizzazione a consentire il suo stazionamento sul territorio nazionale. Le autorizzazioni, in spregio degli artt. 11 e 80 della Costituzione, sono state concesse invece, il 31 ottobre 2006, attraverso un documento a firma della Direzione generale dei lavori e del demanio del Ministero della difesa. Lo Stato Maggiore ha espresso il non interesse delle Forze Armate italiane alla futura acquisizione delle opere in caso di dismissione statunitense”, recitava l’ultimo comma della nota fatta recapitare al Comando navale Usa di Napoli-Capodichino.

Il MUOS sorgerà all’interno della Naval Radio Transmitter Facility di Niscemi: 46 antenne per le comunicazioni con le forze di superficie e sottomarine Usa, anch’esse ad uso esclusivo del Pentagono e su cui non c’è modo di esercitare la sovranità e alcun controllo da parte delle autorità italiane. È scritto nero su bianco nell’Accordo tecnico Italia-Stati Uniti riguardante le installazioni in uso alle forze USA di Sigonella, firmato a Roma il 6 aprile del 2006. “L’uso esclusivosi legge nell’accordo - significa l’utilizzazione dell’infrastruttura da parte della forza armata di una singola Nazione, per la realizzazione di attività relative alla missione e/o a compiti assegnati a detta forza dallo Stato che l’ha inviata.

La NRTF di Niscemi è parte integrante della cosiddetta FORCEnet vision, l’architettura strategica per le operazioni delle unità navali, aeree e spaziali nel XXI secolo, con l’obiettivo dichiarato di assicurare a gli Stati Uniti d’America la superiorità nella conoscenza e nelle capacità di comando e accrescere la potenza di combattimento in guerra.
Articolo pubblicato in MicroMega online,  venerdì 13 febbraio 2013, http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-minaccia-del-muos-e-il-disprezzo-per-i-cittadini/

giovedì 14 febbraio 2013

Tripoli bel suol d’amore per armi e divise italiane


Blindati di seconda mano; divise, slip e spazzolini nuovi ma demodé. Sono i doni che l’Italia ha inviato ai nuovi governanti libici per consolidare la partnership politico-militare tra i due paesi. La consegna è avvenuta durante la recente visita a Tripoli del ministro-ammiraglio Giampaolo Di Paola che ha pure avuto modo d’incontrare il primo ministro Ali Zeidanil e il ministro della guerra gen. Mohamed Al Barghati. La cessione delle rimanenze di magazzino è stata autorizzata dal Parlamento italiano con la legge di conversione del ddl di fine 2012 che ha prorogato le missioni militari italiane all’estero.

Sono stati consegni ai libici “a titolo gratuito” innanzitutto 20 veicoli blindati da trasporto truppe e combattimento “Puma” prodotti dal consorzio Fiat Iveco-Oto Melara e nella disponibilità dell’esercito italiano. Dalle basi della marina militare di Taranto, Augusta, La Spezia, Ancona e Cagliari è stata prelevata invece una certa quantità di “effetti di vestiario in disuso”. Si tratta complessivamente di quasi 70.000 capi, tra cui 30.000 slip, 10.000 camicie kaki in manica lunga e corta, 28.000 tra pantaloni estivi e invernali, magliette intime, pigiami e cinture. Il vestiario è stato trasportato in Libia a bordo di velivoli cargo messi a disposizione dall’aeronautica militare. Tra i container hanno pure trovato posto 6.000 astucci porta-saponetta, 30.000 tubetti di crema da barba, 80.000 dentifrici, 2 milioni di rasoi, 150.000 saponi, 68.000 spazzole per scarpe e abiti e 40.000 spazzolini da denti. Solo 200 invece le “spazzole per capelli” destinate ai combattenti della nuova repubblica libica.

Nel corso degli incontri tenuti a Tripoli dal ministro Di Paola sono stati trattati i temi riguardanti la “formazione di forze armate e di polizia, la cooperazione - anche tecnologica - nelle attività di controllo dell’immigrazione clandestina, il supporto nazionale alla ricostruzione della componente navale, la sorveglianza e il controllo integrato delle frontiere”, come recita il comunicato emesso dal dicastero della difesa. Si spera inoltre di aver convinto le autorità libiche a confermare gli ordini di armi di produzione italiana fatti da Muammar Gheddafi alla vigilia del conflitto che ha lacerato il paese nel 2011. Tra i più importanti, quello relativo al sistema di sorveglianza radar delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan del costo di 300 milioni di euro prodotto da Selex Sistemi Integrati (oggi Selex SE), gruppo Finmeccanica. Il contratto fu firmato il 7 ottobre 2009, ma solo una prima tranche di 150 milioni è stato portato a termine. L’azienda italiana dovrebbe provvedere alla progettazione, all’installazione e all’integrazione del sistema e alla formazione degli operatori e dei manutentori libici.

In lista d’attesa ci sono inoltre pezzi di artiglieria Howitzer di Oto Melara, componenti di ricambio per aerei addestratori Aermacchi ed elicotteri Agusta e altro materiale bellico non specificato che una delegazione governativa libica richiese alla Difesa italiana nel febbraio 2011 proprio quando stava maturando internazionalmente la decisione di intervenire contro il colonnello Gheddafi. Un mese prima era stato reso pubblico l’acquisto del 2,01% del pacchetto azionario di Finmeccanica da parte della Libyan Investment Authority, il fondo sovrano creato per la gestione del valore delle entrate prodotte dall’attività petrolifera.

L’ingresso dei fondi libici nella holding armiera coronava anni di pressing e corteggiamenti del governo Berlusconi e del management di Finmeccanica. “Puntiamo a fare della Libia il partner ideale per la futura crescita del nostro gruppo in Africa e Medio Oriente”, dichiarava nel luglio 2009 l’allora amministratore delegato Pier Francesco Guarguaglini.

Dopo la revoca dell’embargo Onu nel settembre 2003, la Libia è divenuta uno dei maggiori clienti delle industrie belliche italiane. Secondo il Sipri (l’istituto svedese di ricerche sui temi della pace e il disarmo), nel solo biennio 2008-09 le licenze autorizzate dal governo sono state pari al 34,5% di tutte quelle rilasciate verso la Libia in ambito Ue, per un ammontare di 205 milioni di euro circa. Solo Agusta Westland (Finmeccanica) ha esportato a Tripoli 10 elicotteri AW-109E “Power” per il controllo di coste e frontiere e 20 elicotteri nella versione AW-119K “Koala” e AW-139 per missioni mediche di emergenza e il combattimento.

Nel gennaio 2008 le forze armate libiche comprarono da Alenia Aeronautica 9 pattugliatori marittimi Atr-42Mp “Surveyor”. Il contratto di 31 milioni di euro ha incluso l’addestramento dei piloti e l’installazione del sistema di controllo “Atos”, di un radar di ricerca “Gabbiano” e di sensori elettro-ottici. Ad Alenia Aermacchi è stata assegnata invece la revisione di 12 velivoli addestratori SF-260. Nell’ambito dell’accordo di cooperazione per il contrasto all’immigrazione firmato a Tripoli il 29 dicembre 2007, l’Italia ha poi consegnato 6 motovedette della Guardia di finanza dotate di sofisticati sistemi di scoperta e telecomunicazioni. Sino al 2010 l’Itas Srl di La Spezia ha invece curato il controllo e la manutenzione dei missili a lunga gittata anti-nave “Otomat”, acquistati dai libici a fine anni ‘70 dal consorzio italo francese Oto Melara-Matra, poi confluito nel gruppo MBDA.
Dulcis in fundo l’export di armi leggere su cui le aziende mantengono il massimo riserbo. La Rete Disarmo ha denunciato che nel 2009 giunse a Tripoli una partita di fucili e pistole di piccolo calibro di produzione Beretta, destinati ufficialmente a Malta. I passaggi di questa triangolazione sono stati descritti dal ricercatore Francesco Vignarca in Altreconomia. L’ordine per un valore di 79.689.691 euro ha riguardato 7.500 pistole semi-automatiche PX4, 1.900 carabine CX4 “Storm” e 1.800 fucili a canna liscia calibro 12 “Benelli”. “Le licenze all’esportazione furono concesse dalle autorità governative italiane il 3 novembre del 2009 e già il 9 novembre la Beretta aveva emesso le relative fatture”, scrive Vignarca. “Il trasporto internazionale della merce si è originato da La Spezia il 29 novembre 2009 e la nave container ha raggiunto la Libia dopo uno scalo a Malta”. Per il pagamento fu utilizzata la Gumhouria Bank, corrispondente italiana di UBAE, istituto in buona parte controllato dalla Libyan Foreign Bank ma con partecipazioni di Unicredit (il 10% circa), ENI (5%) e Monte dei Paschi di Siena (3,5%).

sabato 9 febbraio 2013

Inchiesta ONU sui crimini dei droni USA


Le Nazioni Unite hanno annunciato l’avvio di un’inchiesta sulle conseguenze degli attacchi militari Usa mediante l’utilizzo dei droni in Pakistan, Yemen e Somalia. L’indagine verrà condotta da Ben Emmerson, responsabile del settore inchieste Onu sui diritti umani e Christof Heyns, special rapporteur su controterrorismo ed esecuzioni extragiudiziali. Il gruppo di ricerca avrà sede a Ginevra ed esaminerà i sempre più numerosi “incidenti” che hanno investito la popolazione civile durante gli strike ordinati dalla Cia e dal Dipartimento della difesa statunitense. Successivamente la commissione potrebbe passare ad analizzare gli effetti delle operazioni dei velivoli senza pilota britannici in Afghanistan (più di 350 attacchi accertati) e di quelli israeliani nella Striscia di Gaza.

Nonostante l’amministrazione Obama si ostini a ribadire che gli attacchi dei droni vengono condotti “esclusivamente contro obiettivi terroristi”, media indipendenti, organizzazioni non governative e gruppi di difesa dei diritti umani hanno documentato che l’escalation nell’uso militare dei velivoli teleguidati sta causando un enorme numero di vittime civili, in violazione del diritto internazionale. Le stime più recenti parlano di oltre 3.000 persone assassinate dai droni killer in Pakistan, Yemen e Somalia, di cui almeno 500 “non combattenti”, cioè donne, bambini e anziani. Secondo l’osservatorio indipendente DronesWatch di Washington almeno 97 minori sarebbero morti in Pakistan e 25 in Yemen.

I velivoli senza pilota Usa vengono fatti decollare da alcune basi segrete in Medio Oriente (l’ultima è stata realizzata nel 2011 nel deserto dell’Arabia Saudita) e dalle isole Seychelles. Ma è soprattutto l’Africa ad aver assunto negli ultimi mesi il ruolo di vera e propria piattaforma e bersaglio per le operazioni dei droni. La principale infrastruttura a servizio dei velivoli killer sorge a Camp Lemonnier (Gibuti), dove risiedono più di 2.000 militari statunitensi impegnati nei conflitti che lacerano il Corno d’Africa, lo Yemen e le regioni africane nord-orientali. Il centro strategico che coordina l’intero sistema di sorveglianza ed intervento degli aerei senza pilota USA nel continente è ospitato invece all’interno dell’aeroporto di Ouagadougou (Burkina Faso). Anche le autorità di Mali, Mauritania, Etiopia, Kenya ed Uganda avrebbero concesso l’uso degli scali aerei per i decolli e gli atterraggi dei droni di US Africom, il Comando per le operazioni delle forze armate statunitensi in terra d’Africa. Secondo quanto trapelato a Washington, anche le autorità del Niger avrebbero autorizzato qualche settimana fa il dispiegamento dei droni del Pentagono e della Cia contro le milizie filo-al Qaeda attive nelle regioni nordoccidentali. Altra basi dei droni potrebbero essere attivate presto in Algeria e Sud Sudan.

Proprio in merito alla legittimità e alle criticità emerse sull’uso militare dei droni si è aperto un confronto serrato tra il Congresso e l’amministrazione Obama che all’esordio del suo secondo mandato ha nominato a capo della Cia, John Brennan, uno degli strateghi delle nuove guerre ipertecnologiche. Otto senatori del Partito democratico e tre del Partito repubblicano hanno chiesto ad Obama di rendere pubblico il documento edito dal Dipartimento di giustizia nel 2010 che ha autorizzato le forze militari e d’intelligence all’uso dei droni per individuare e uccidere all’estero i cittadini statunitensi accusati di terrorismo. Per le esecuzioni extragiudiziali sarebbe sufficiente l’ordine di un funzionario dell’amministrazione “di alto livello” che abbia determinato che il target sia implicato in “attività” che potrebbero condurre a un “attacco violento” contro gli Stati Uniti.
Il memorandum ha fornito la cornice “legale” per consentire alla Cia di lanciare in Yemen, nel settembre 2011, un attacco contro lo statunitense Anwar al-Awlaki, sospettato di legami con la rete di al-Qaida. “Al-Awlaki era implicato con non meno di tre attentati terroristici in territorio Usa”, ha spiegato al Senato John Brennan. “Si tratta della sparatoria che nel 2009 a Hood, in Texas, ha causato la morte di 13 persone, del fallito attentato a bordo di un aereo di linea a Detroit nello stesso anno e di un tentato assalto a un aereo da trasporto nel 2010”. Da qui la sentenza di morte e senza processo, decretata dall’agenzia d’intelligence. A causa del raid del drone killer, oltre ad Anwar al-Awlaki trovarono la morte il figlio sedicenne e Samir Khan, anch’essi cittadini statunitensi.

giovedì 7 febbraio 2013

Obama consegna al Congresso le regole per uccidere con i droni


Usa. Il Presidente mira a proteggere il nuovo capo della Cia Brennan. In tre anni 386 strike. L’ultima base di lancio realizzata in Arabia Saudita. In attesa della futura “capitale mondiale”: Sigonella

Il presidente Barack Obama chiederà al Dipartimento di Giustizia di fornire al Congresso l’accesso ai documenti classificati che autorizzano l’uso di droni per uccidere cittadini statunitensi residenti all’estero accusati di terrorismo. La dichiarazione alla stampa di un rappresentante dell’amministrazione Usa è giunta a conclusione dall’audizione di John Brennan, neodirettore della Cia. Proprio mister Brennan è stato tra i fondatori nel 2004 del Centro nazionale per il contro-terrorismo che ha teorizzato e messo in pratica la caccia globale ai “terroristi” con i sistemi d’intelligence più sofisticati, a partire appunto dai velivoli senza pilota armati di missili.

Sino a oggi il governo si era sempre opposto alla consegna ai membri del Congresso di documenti secretati sull’uso dei droni. Qualche giorno fa però undici senatori (otto democratici e tre repubblicani) avevano chiesto con una lettera aperta la pubblicazione integrale della documentazione in possesso del Dipartimento di Giusitizia, minacciando in caso contrario di votare la sfiducia alla nomina di John Brennan a capo della Cia e di Chuck Hagel quale Segretario della Difesa.

Con la sua decisione, Obama punta a coinvolgere il Congresso nella messa a punto di una cornice giuridica per le sempre più crescenti operazioni in ambito internazionale dei nuovi sistemi d’attacco a pilotaggio remoto. Ma il presidente spera soprattutto di stemperare le polemiche scoppiate dopo che la rete televisiva NBC News ha rivelato l’esistenza di un memorandum di sedici pagine in cui l’amministrazione legittima gli omicidi selettivi con i droni dei “principali leader operativi di al-Qaeda o di una forza associata”, compresi eventuali cittadini statunitensi, “anche se non esiste prova che essi abbiano pianificato l’esecuzione di un attacco contro il paese”.

Secondo l’emittente televisiva, il memorandum sarebbe stato messo a disposizione dei membri del Senato e dei comitati d’intelligence nel giugno 2012, a condizione che non venisse discusso pubblicamente. Dalla lettura del testo si è appreso che per ordinare le esecuzioni extragiudiziarie basta che un funzionario dell’amministrazione “di alto livello” e con “conoscienza di causa” abbia determinato che il target è stato implicato “recentemente” in “attività” che rappresentano una minaccia di “attacco violento” e che “non ci sia l’evidenza che esso abbia rinunciato o abbandonato queste attività”. Una formulazione contorta che è stata stigmatizzata dalle principali organizzazioni per i diritti civili Usa. “Quella dell’amministrazione Obama è un’idea concettuale che non è in grado di accertare né l’imminenza né la specificità della minaccia”, ha dichiarato Dixon Osburn, direttore di Human Rights First. “I principi accettati dalle leggi internazionali richiedono però entrambe le condizioni”.

Il memorandum pubblicato da NBC News sarebbe una versione ridotta di un documento top secret di 50 pagine redatto nel 2010 dall’Uffico di consulenza legale del Dipartimento della giustizia per giustificare la necessità d’intervenire contro il cittadiino statunitense Anwar al-Awlaki, accusato del tentato dirottamento di un aereo di linea sui cieli di Detroit nel 2009. Anwar al-Awlaki fu poi assassinato in Yemen nel settembre 2011 grazie a un missile lanciato da un drone Usa.
Gli attacchi eseguiti dagli aerei senza pilota sono ormai un’azione bellica di routine a livello planetario. Solo negli ultimi tre anni, sono stati documentati ben 385 strike in Pakistan e Yemen contro i 46 eseguiti durante gli otto anni di mandato del presidente George W. Bush. Sempre più spesso gli attacchi causano la morte di non combattenti: donne, bambini e anziani, “effetti collaterali” di guerre sempre più cieche, disumanizzate e disumanizzanti. L’osservatorio indipendente DronesWatch è stato in grado di dare un nome e un volto a 97 minori assassinati in Pakistan e 25 in Yemen. I droni letali della Cia e del Pentagono vengono fatti decollare da alcune basi in Medio Oriente e in Corno d’Africa. L’ultima di esse è stata realizzata nel giugno 2011 in una località segreta dell’Arabia Saudita grazie alla supervisione dell’immancabile John Brennan. Ma è in Sicilia, all’interno della grande stazione aeronavale di Sigonella, che le forze armate Usa e Nato lavorano alacremente per creare quella che hanno eufemisticamente definito la “futura capitale mondiale dei droni”. Nel silenzio e nell’ignavia del governo e del parlamento italiano.
 
Articolo pubblicato in Il Manifesto, 8 febbraio 2013.

lunedì 4 febbraio 2013

Il MUOS, antenne pericolose


“Il MUOS (Mobile User Objective System, ndr) è un asset strategico per l’Alleanza Atlantica e non solo per gli Stati Uniti. Una presenza importante da portare avanti”. Per il ministro Di Paola il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari delle forze armate Usa in via d’istallazione a Niscemi (Caltanissetta) s’ha da fare, senza se e senza ma. Una tesi sostenuta pure dall’amministrazione Obama che attraverso l’ambasciata statunitense di Roma fa sapere che “l’Italia, in quanto membro della Nato e partner importante per la sicurezza e la pace a livello internazionale, così come gli altri membri dell’Alleanza, trarrà beneficio dal MUOS”. La controffensiva mediatica è stata scatenata innanzitutto contro chi da oltre due mesi si alterna di fronte i cancelli della grande base militare della U.S. Navy di Niscemi per tentare di bloccare i lavori del terminale terrestre del sistema satellitare. Ma anche contro il neogovernatore siciliano Rosario Crocetta che ha annunciato di voler precedere alla sospensione delle autorizzazioni dei cantieri, incautamente concesse dal predecessore Raffaele Lombardo.

“Il MUOS non è mai stato strategico per la Nato perché si tratta di uno strumento di guerra planetaria di proprietà ed uso esclusivo della Marina militare degli Stati Uniti d’America e su cui il Parlamento italiano non è mai stato consultato”, denunciano gli attivisti del Presidio No Muos. “Esso incarna le mille contraddizioni della globalizzazione neoliberista. Uccide in nome della pace e dell’ordine sovranazionale. Devasta il clima, l’ambiente, il territorio. Dilapida risorse umane e finanziarie infinite. Esautora ogni controllo dal basso ed espropria la democrazia. Viola il diritto alla salute di intere popolazioni”.

Il nuovo sistema di telecomunicazioni dovrà assicurare il collegamento della rete militare Usa (centri di comando, controllo e logistici, le migliaia di utenti mobili come cacciabombardieri, unità navali, sommergibili, reparti operativi, missili Cruise, aerei senza pilota, ecc.), decuplicando la velocità e la quantità delle informazioni trasmesse nell’unità di tempo e rendendo sempre più automatizzati e disumanizzati i conflitti del XXI secolo. Con la conseguenza di accrescere sempre più il rischio di guerra (convenzionale, batteriologica, chimica e/o nucleare) anche per un mero errore di elaborazione da parte dei computer.

Il terminale MUOS di Niscemi sarà costituito da tre grandi antenne paraboliche del diametro di 18,4 metri per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari con frequenze che raggiungeranno i 31 GHz e da due trasmettitori di 149 metri d’altezza per il posizionamento geografico con frequenze tra i 240 e i 315 MHz. Un mixer di onde elettromagnetiche che penetreranno la ionosfera con potenziali effetti devastanti per l’ambiente e la salute dell’uomo. Originariamente il progetto era stato previsto per Sigonella, la principale stazione aeronavale della Marina militare Usa nel Mediterraneo alle porte di Catania. Poi fu deciso di dirottare l’impianto una settantina di chilometri più a sud, nella stazione utilizzata dal oltre vent’anni dal Pentagono per le comunicazioni con i sottomarini atomici in navigazione negli oceani. A determinare il cambio di destinazione le risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche generate dal MUOS che accertò l’alto rischio che le emissioni potessero avviare la detonazione degli ordigni ospitati a Sigonella. Ovviamente senza tenere assolutamente in considerazione gli effetti del sistema sulla salute e la sicurezza delle popolazioni che abitano nei pressi della base di Niscemi.

A denunciare l’insostenibilità ambientale del MUOS e le “gravi carenze” degli studi effettuati dagli statunitensi ci ha pensato nel novembre 2011 il Politecnico di Torino, attraverso un report dei professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu. Con la realizzazione delle nuove antenne si verificherà un incremento medio dell’intensità del campo in prossimità delle abitazioni più vicine pari a qualche volt per metro rispetto al livello esistente”, scrivono i due ricercatori. “C’è poi il rischio di effetti acuti legati all’esposizione diretta al fascio emesso dalle parabole MUOS in seguito a malfunzionamento o a un errore di puntamento. I danni alle persone accidentalmente esposte a distanze inferiori ai 20 Km saranno gravi e permanenti, con conseguente necrosi dei tessuti.

Le onde elettromagnetiche avranno pesantissimi effetti pure sul traffico aereo nei cieli siciliani e in particolare sull’aeroporto di Comiso, prossimo all’apertura. Il fascio di microonde del MUOS è senz’altro in grado di provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente, spiegano Zucchetti e Coraddu. Gli incidenti provocati dall’irraggiamento di aeromobili distanti anche decine di Km. sono eventualità tutt’altro che remote e trascurabili ed è incomprensibile come non siano state prese in considerazione dagli studi progettuali. I rischi d’interferenza investono potenzialmente tutto il traffico aereo della zona circostante il MUOS. Nel raggio di 70 Km si trovano ben tre scali aerei: Comiso, a poco più di 19 Km dalla stazione di Niscemi, e gli aeroporti militare di Sigonella e civile di Fontanarossa (Catania), che si trovano rispettivamente a 52 Km e a 67 Km. Sigonella, tra l’altro, è oggetto delle spericolate operazioni di atterraggio e decollo dei droni a disposizione delle forze armate Usa e Nato.

Nonostante i rilievi del Politecnico e in aperta violazione delle norme di attuazione del Piano territoriale paesistico della riserva naturale di Niscemi entro cui ricade la base statunitense, l’1 giugno 2011 la Regione siciliana ha autorizzato l’avvio dei lavori del MUOS. I cantieri hanno generato sbancamenti di colline e sradicamenti della macchia mediterranea, sfregiando irrimediabilmente un’ampia area classificata come zona A cioè inedificabile. L’entità delle trasformazioni in atto denotano una gravissima manomissione dell’ambiente con l’aggravante di esplicarsi a danno di un’area protetta di interesse internazionale”, commenta amaramente il responsabile del Centro di educazione e formazione ambientale di Niscemi, Salvatore Zafarana. Ad essere definitivamente compromessi sono alcuni lotti boscati di limitate estensioni ma di indiscusso pregio naturalistico e paesaggistico.

Sui crimini ambientali commessi ai danni della “Sughereta”, la Procura di Caltagirone ha aperto un’inchiesta e, lo scorso 6 ottobre, ha pure ordinato il sequestro dei cantieri del MUOS. Dopo il ricorso dell’avvocatura dello Stato, il Tribunale di Catania ha però annullato il provvedimento ordinando il dissequestro degli impianti. D’allora centinaia di ragazze e ragazzi di Niscemi e dei comuni limitrofi hanno iniziato a bloccare il transito dei mezzi che operano all’interno della base. Ma la notte del 10 gennaio sono stati violentemente caricati dalle forze dell’ordine in modo da aprire il varco ad un camion gru chiamato ad innalzare le tre maxi-antenne satellitari. Intanto il clima di repressione cresce giorno dopo giorno. In una missiva inviata al presidente della regione siciliana, la ministra degli Interni Annamaria Cancellieri ha inteso ribadire che “Niscemi è un sito di interesse strategico per la difesa militare della nazione e dei nostri alleati”. “Non sono accettabili comportamenti che impediscano l’attuazione delle esigenze di difesa e la libera circolazione”, ha aggiunto. “Si rende, quindi, indispensabile mettere in atto ogni iniziativa necessaria a rendere l’esercizio della (sic) sopra menzionate esigenze di difesa nazionale”. Cioè botte e manganellate sugli inermi giovani No MUOS.

Le proteste intanto si sono estese a tutta la Sicilia e sabato 19 gennaio hanno varcato lo Stretto con sit-in e presidi a Torino, Milano, Bologna, Firenze, Pisa, Cagliari, ecc.. L’Assemblea siciliana, all’unanimità, ha votato un ordine del giorno che chiede al governo regionale e nazionale la sospensione immediata dei lavori e la revoca delle autorizzazioni, così come era già stato fatto nel settembre 2012 dalla Commissione difesa della Camera dei deputati e dal Comitato d’inchiesta sull’uranio impoverito del Senato della Repubblica. Il governatore Crocetta però prende tempo per non irritare più di tanto il governo e alcuni autorevoli partner politici pro-Muos (l’Udc siciliano), scatenando tuttavia il dissenso del movimento No MUOS che attende inutilmente l’atto di revoca annunciato da oltre una decina di giorni. Così, nonostante il presidio e i blocchi ai cancelli, i lavori proseguono alacremente. Per l’installazione finale delle antenne potrebbe essere questione di ore. Per consumare l’ennesimo strappo alla democrazia e ai principi costituzionali da parte un’élite politica, militare e finanziaria che ha fatto della guerra lo strumento unico per imporre il proprio dominio sul pianeta.

Articolo pubblicato in Adista, n. 4 del 2 febbraio 2013.

Antonio Mazzeo, peace-researcher e giornalista, ha realizzato numerose inchieste sui processi di riarmo e militarizzazione in Italia e nel Mediterraneo. Recentemente ha pubblicato i volumi I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo Stretto di Messina (Alegre Edizioni, Roma, 2010) e Un Eco MUOStro a Niscemi. L’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo (Edizioni Punto L, Ragusa, 2012). Nel 2010 ha conseguito il Primo premio “Giorgio Bassani” di Italia Nostra per il giornalismo. Per consultare articoli e pubblicazioni: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/