I Padrini del Ponte

I Padrini del Ponte
Affari di mafia sullo Stretto

mercoledì 30 gennaio 2013

Finmeccanica. Una holding per la guerra


Metà bancomat per alimentare il sistema di corruzione politico nazionale e metà centro dispensatore di incarichi, consulenze e prebende per mogli, amanti e figli dei potenti di turno. Dopo la Fiat, Finmeccanica è la seconda holding industriale d’Italia: produce aerei, elicotteri, locomotive, carri armati, missili, satelliti e centri di telecomunicazione, con una spiccata vocazione per gli strumenti di morte da esportare ad ogni esercito in guerra. Dal 2009 è tra le dieci regine del complesso militare industriale mondiale e ha intrecciato partnership con i giganti d’oltreoceano moltiplicando ordini e commesse. Una gallina dalle uova d’oro per manager e azionisti, tra questi ultimi il Ministero dell’economia e delle finanze della Repubblica italiana che ancora controlla il 30,2% del pacchetto azionario.

Eppure l’holding esprime il volto peggiore della res publica. E non certo solo per quello che produce o per i sanguinari clienti di fiducia. Grazie ad un complesso meccanismo di scatole cinesi, rigorosamente con sedi all’estero, Finmeccanica gode d’immensi privilegi fiscali al limite dell’evasione. Negli ultimi tempi, poi, è sempre più dentro alle cronache giudiziarie, oggetto d’inchieste delle Procure di mezza Italia. Come quella sugli affari a suon di tangenti tra l’Enav, l’ente nazionale per l’assistenza al volo, e la controllata Selex Sistemi Integrati che ha costretto il potente amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini e la moglie Marina Grossi (ad di Selex) ad abbandonare prematuramente i profumatissimi incarichi. Tira brutta aria pure per il successore di Guarguaglini, Giuseppe Orsi, indagato per corruzione internazionale e riciclaggio relativamente alla fornitura di 12 elicotteri AugustaWestland alle forze armate dell’India, una commessa che secondo i magistrati romani avrebbe comportato il versamento di tangenti per 41 milioni di euro ad alcuni funzionari indiani e di 10 milioni alla Lega di Bossi.

Sempre a Roma s’indaga sulle presunte tangenti versate durante la vendita al Comune di bus prodotti da Breda-Menarini, altra controllata Finmeccanica. E pure sulle consulenze “inutili” che sarebbero state affidate a Lisa Lowenstein, cittadina statunitense ed ex moglie di Vittorio Grilli, odierno ministro dell’Economia. A metà ottobre, su ordine dei magistrati di Napoli, è stato ordinato l’arresto dell’ex-direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere, nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti per la vendita di aerei ed elicotteri a Panama e Russia e, con Fincantieri, di unità navali al Brasile. E nelle indagini è stato coinvolto pure l’ex ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola.

Un mese prima, invece, era finito in manette Pierluigi Romagnoli, ex manager Alenia-Finmeccanica e responsabile export di EADS, il consorzio internazionale di cui l’holding è socia nella produzione dei cacciabombardieri “Eurofighter Typhoon”. Romagnoli è stato accusato di bancarotta fraudolenta e riciclaggio e nel mirino degli inquirenti c’è la vendita sospetta di 15 aerei alle forze armate austriache.

L’ultimo anno è stato uno dei più difficili della storia di Finmeccanica anche dal punto di vista economico-finanziario. Nel 2011 tutti i risultati del gruppo sono stati negativi: sono stati persi 2.306 milioni di euro, contro i 557 guadagnati nel 2010. Gli ordini sono calati del 22%, attestandosi a 17.434 milioni e i ricavi sono scesi del 7% rispetto all’anno precedente. Dati ancora più drammatici sul fronte occupazione: nell’ultimo biennio, Finmeccanica è passata da 75.000 a 69.000 dipendenti. L’indebitamento finanziario netto è stato stimato il 30 giugno 2012 a 4,656 miliardi di euro, mentre il valore delle azioni è precipitato a 3,8 euro quando solo cinque anni prima ne valevano 21,2. A complicare il quadro è giunta qualche settimana fa la notizia del declassamento del rating dell’azienda da parte di Moody’s da Alta ad Accettabile capacità di ripagare i debiti a breve termine.

Nonostante siano state le scelte di puntare all’espansione del comparto bellico a danno di quello civile ad accelerare la crisi di Finmeccanica (secondo l’Istituto di ricerche svedese per la pace Sipri, il 58% del fatturato è generato da vendite di armi), l’ultimo Cda ha presentato un piano di “rilancio aziendale” che punta a concentrare gli sforzi quasi esclusivamente nel settore aerospaziale e delle telecomunicazioni militari. Tra gli obiettivi a breve e medio termine spiccano la dismissione delle aziende che operano nel settore dell’energia e dei trasporti (da cui i manager sperano di ricavare almeno un miliardo di euro) e l’applicazione di “interventi di risparmio e razionalizzazione” come ad esempio il “taglio” di oltre 900 dipendenti nelle industrie aeree. Prevista infine l’emissione di corporate bond per non meno di 750 milioni di euro, misura che sovraesporrà debitoriamente l’holding con il sistema bancario.

Intanto proseguono le ristrutturazioni e le fusioni aziendali nel settore a prevalente produzione bellica. Il polo aeronautico vede adesso operare congiuntamente Alenia e Aermacchi: si realizzano i cacciabombardieri “Tornado” ed “Eurofighter”, i velivoli da trasporto tattico C-27J “Spartan” e gli aerei d’addestramento M-346 ed MB-339. L’azienda è anche la capo commessa in Italia per il Joint Strike Fighter F-35, il supercostoso bombardiere di ultima generazione a capacità nucleare ed è la seconda maggior partecipante nel programma europeo “Neuron” per lo sviluppo di un nuovo velivolo d’attacco a pilotaggio remoto (UCAV). Sempre nell’ambito dei sistemi senza pilota che stanno rivoluzionando le strategie di guerra aerea del XXI secolo, Alenia Aermacchi sta sperimentando i dimostratori volanti “Sky-X” e “Sky-Y”.

Nel settore degli elicotteri militari, la holding conta su AugustaWestland, società produttrice dei modelli “NH90”, “AW129” e “Super Lynx 300” e che sta per commercializzare il convertiplano BA609 (un ibrido di guerra, metà elicottero e metà aereo) e gli elicotteri “Future Lynx” e “AW149”. Grazie ad Oto Melara, Finmeccanica controlla inoltre una fetta del mercato internazionale delle artiglierie navali e terrestri, dei carri armati, dei blindati e dei sistemi antiaerei. Attraverso le controllate Selex Sistemi Integrati, Selex Communications e Selex Galileo (dal 1° gennaio 2013 opereranno tutte sotto il marchio di Super Selex), il gruppo si è affermato nel business dell’elettronica e dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni e intelligence. Sta assumendo sempre più importanza pure il settore spaziale, dove Finmeccanica opera attraverso Telespazio (una joint venture con la francese Thales), tra i principali operatori mondiali nella gestione di satelliti, civili e militari. Altra joint venture di importanza strategica è MBDA, azienda leader nella produzione di sistemi missilistici, dove Finmeccanica è presente insieme ai colossi europei BAE Systems ed EADS.

Nonostante l’ampio ventaglio di clienti internazionali (compresi quei paesi che dovrebbero essere posti sotto embargo perché belligeranti o violatori dei diritti umani), nell’ultima decade è cresciuto il pressing e il corteggiamento dei dirigenti di Finmeccanica verso l’Alleanza Atlantica e il suo paese-guida, gli Stati Uniti d’America. E gli affari non sono certo mancati.

Lo scorso mese di aprile Alenia Aermacchi si è aggiudicata un contratto dalla Netma - Nato Eurofigthter and Tornado Management Agency del valore di oltre 500 milioni di euro per la fornitura di servizi di supporto tecnico-logistico ai velivoli del programma “Eurofighter” in 4 nazioni (Italia, Germania, Spagna e Regno Unito). Selex Elsag, specializzata nella progettazione dei sistemi di comunicazione militare, in collaborazione con il colosso statunitense Northrop Grumman, ha ottenuto dall’agenzia Consultation, Command and Control NC3A della Nato un contratto di 58 milioni di euro per l’implementazione e la gestione del programma Computer Incident Response Capability (NCIRC) - Full Operating Capability (FOC). Esso interesserà circa 50 tra siti e comandi dell’Alleanza in 28 paesi ed è finalizzato a “rilevare e rispondere in modo rapido ed efficace a minacce e vulnerabilità legate alla sicurezza informatica (Cyber Security)”. Al programma è prevista pure la partecipazione di Vega, la società di consulenza ingegneristica nel settore aerospaziale e della difesa, acquistata da Finmeccanica nel 2008 in Gran Bretagna. Sempre in ambito Nato, Selex Elsag gestirà l’ammodernamento dei centri di telecomunicazioni satellitari di Kester (Belgio), Lughezzano (Verona), Oglaganasi (Turchia) e Atalanti (Grecia), nonché la formazione e l’addestramento del personale militare presso la NATO Communications & Information Systems School di Borgo Piave, Latina.

Nel maggio 2011, la NATO Air Command and Control System Management Agency (NACMA) aveva affidato a Selex un altro importante contratto del valore di 30 milioni di euro, per la fornitura e l’installazione di sistemi di comunicazione in diversi siti terrestri di Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Turchia e Ungheria, nell’ambito della cosiddetta Rete Link 16 che consente lo scambio dati con i vettori dell’Alleanza nello spazio aereo europeo. Nell’ultimo biennio, l’agenzia NACMA ha affidato a Selex Sistemi Integrati anche l’installazione nei siti Nato in Ungheria e Norvegia di 173 posti operatore del sistema di comando e controllo aereo ACCS e l’integrazione di 230 sensori per tutti gli undici siti di replica ACCS dell’Alleanza (importo complessivo 24,5 milioni di euro).

In ambito Nato, Finmeccanica è in corsa per aggiudicarsi una porzione consistente del business relativo all’acquisizione di nuovi sistemi di comando, telecomunicazione e intelligence e di “difesa” dai missili balistici e di teatro. A fine ottobre, la NATO Communications and Information Agency ha annunciato di essere pronta a spendere in questi settori sino a 2,1 miliardi di euro nei prossimi 18 mesi. Sistemi radar made in Italy per la “costruzione di un’architettura anti-missili balistici” sarebbero stati testati “con successo” in occasione di un’esercitazione multinazionale (Ensemble Test 2) condotta da quest’ultima agenzia dal 25 al 29 settembre scorso. “I test hanno confermato la compatibilità del nuovo sensore italiano con la nuova architettura di difesa missilistica dell’Alleanza”, ha dichiarato il direttore del programma, Alessandro Pera. Nel corso dell’esercitazione sono stati provati inoltre i “sistemi di difesa da missili superficie-aria a medio raggio” di coproduzione franco-italiana e il nuovissimo Principal Anti Air Missile System (PAAMS), il sistema di armi anti-aeree che sarà installato a bordo delle fregate europee di nuova generazione “Horizon”. A capo di PAAMS c’è un consorzio di aziende internazionali il cui 77% dei capitali è in mano a MBDA (partecipata Finmeccanica), mentre nella produzione delle nuove unità da guerra sono presenti Fincantieri e la stessa Finmeccanica.

L’holding italiana si è preparata da tempo all’appuntamento con lo scudo anti-missili che la Nato intende dislocare anche “fuori dai confini geografici dell’alleanza” per la “protezione” delle unità impegnate in operazioni internazionali. Nel settembre 2005, Finmeccanica è entrata a far parte di Alliance Shield, un consorzio di cui fanno parte, tra gli altri, BAE Systems e Lockheed Martin. Risale allo stesso periodo il consolidamento della partnership di Finmeccanica con il colosso statunitense delle armi: fu firmato infatti pure l’accordo capestro per la produzione di piccole componenti dell’F-35 (Lockheed è il prime contractor Nato ed extra Nato del cacciabombardiere) e, attraverso MBDA, per lo sviluppo del controverso programma di “difesa” aerea a corto e medio raggio “MEADS”, progettato in ambito alleato in vista della sostituzione del sistema “Patriot” negli Stati Uniti e in Germania e “Nike Hercules” in Italia. Al “MEADS” Lockheed Martin partecipa con il 58% delle spese; il resto è sulle spalle di Germania (25%) e Italia (17%).

Più di un analista ha rilevato come scudi stellari, F-35 e MEADS siano stati inseriti all’interno di un più ampio piano di cooperazione bilaterale Italia-Usa che ha consentito, da una parte, l’accesso di Finmeccanica alle commesse del Pentagono e, dall’altra, la piena disponibilità dei governi nazionali (quello di centrosinistra con Prodi, quello di centrodestra con Berlusconi e l’’odierno “tecnico” di Monti) a concedere l’uso del territorio italiano per i piani di riarmo di Washington (il Dal Molin di Vicenza, Sigonella “capitale mondiale dei droni”, i Comandi US Africom a Vicenza e Napoli, l’installazione del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS a Niscemi, di cui proprio Lockheed è il principale contractor).

Il raddoppio della base americana di Vicenza sta terremotando il governo Prodi, che ha deciso in quella direzione, forse, anche per evitare di compromettere eventuali commesse militari che il Pentagono potrebbe, a breve, assegnare ad aziende italiane”, segnalò Luciano Bertozzi sul mensile Nigrizia nel numero del febbraio 2007. “Del resto, Finmeccanica è in lizza per la fornitura alle forze armate di Washington di un grande numero di aerei da trasporto militari, ma soprattutto è in ballo la realizzazione dell’aereo più costoso della storia il JSF o F35, che sarà adottato, oltre che dagli Usa, anche da numerosi Paesi Nato, con un giro di affari di molti miliardi di dollari…”. Una specie di do ut des, commesse in cambio di basi, facilitato dall’incondizionato sostegno italiano agli interventi Usa e Nato in Afghanistan e Iraq nel nome della “lotta al terrorismo” internazionale. Tra i maggiori interpreti, a Roma, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, odierno ministro della difesa. La decisione di acquistare i superbombardieri di Lockheed Martin e lanciare Finmeccanica nella gara per lo scudo stellare è maturata quando l’alto ufficiale ricopriva il ruolo di Segretario Generale della Difesa - Direttore Nazionale degli Armamenti. Dopo che Di Paola fu promosso a Capo di Stato maggiore delle difesa (ruolo ricoperto dal marzo 2004 al febbraio 2008), l’Italia ha accolto le richieste di Washington per trasferire a Vicenza la 173^ brigata aviotrasportata di US Army, installare in Sicilia MUOS e Global Hawk e trasformare l’intera penisola in piattaforma avanzata per le nuove operazioni delle forze armate nel continente africano.

La sapiente tessitura di relazioni politiche, diplomatiche, militari e industriali sarà premiata il 21 ottobre 2008. In occasione del vertice tra il ministro della difesa Ignazio La Russa e il segretario statunitense Robert M. Gates, viene firmato infatti un aggiornamento del Defense Procurement Memorandum of Understanding in forza del quale, come recita il comunicato del Pentagono, “ogni governo dà accesso al suo mercato della Difesa all’industria dell’altro paese”. “L’accordo – si spiega ancora - favorisce la razionalizzazione, la standardizzazione e l’interoperabilità degli equipaggiamenti per la Difesa fra gli alleati e con gli altri governi alleati”. Italia e Stati Uniti avevano firmato per la prima volta un accordo di cooperazione per la produzione di sistemi di guerra nel 1978 e il Memorandum era stato rinnovato l’ultima volta nel 1990.

L’ingresso delle aziende Finmeccanica nel mercato di guerra Usa rischia tuttavia di trasformarsi a medio termine in un incubo per gli azionisti. Quello che in un primo momento era stato festeggiato come un affare da 6-7 miliardi di dollari, la fornitura sino a 145 velivoli da trasporto tattico C-27J, è oggi uno dei flop più clamorosi della storia dell’aeronautica militare mondiale. Nel 2005, la controllata Alenia North America si era alleata con L-3 Communications Integrated Systems, Boeing, Rolls Royce e Honeywell per concorrere al programma Joint Cargo Aircraft per le necessità operative delle forze armate Usa in Iraq e Afghanistan. Due anni più tardi, in occasione della visita in Italia dell’allora presidente Gorge Bush, il Pentagono annunciò la decisione di assegnare al consorzio italo-statunitense la miliardaria commessa, a condizione che realizzazione e assemblaggio dei velivoli venissero affidati in buona parte agli stabilimenti con sede negli States. Dopo massicci investimenti per avviare la produzione, le aziende si videro però ridurre l’ordine a soli 38 cargo. Alla tredicesima consegna, nel gennaio 2012, la doccia fredda: Washington potrebbe decidere di sospendere l’acquisto in conseguenza dei tagli al bilancio richiesti dal Congresso.

Irrigidendo le politiche protezioniste con la scusa di voler fronteggiare la grave crisi economica ed occupazionale, nel 2009 Barack Obama ha pure deciso la cancellazione del programma per i nuovi elicotteri presidenziali, basati sul modello “AW101” di AgustaWestland. Nel gennaio 2005, l’azienda di Finmeccanica, in joint venture con l’immancabile Lockheed Martin, aveva sottoscritto con le autorità Usa un contratto da 6,5 miliardi di dollari per 23 velivoli. il dietro front di Obama ha bruciato l’affare quando 7 elicotteri erano già stati costruiti.

Ancora peggio quanto si è verificato con l’acquisizione, nel maggio 2008, di DRS Technologies, una delle maggiori fornitrici alle forze armate Usa di apparecchiature e programmi di comando, controllo e comunicazione, computer, sistemi d’intelligence e sorveglianza, centri di elaborazione dati “Aegis” per unità navali, componenti varie per carri armati “Abrams” e cacciabombardieri F-15 ed F-16. Fondata nel 1968 a Parsipanny, località non molto distante da New York, DRS occupa 10.000 dipendenti e ha un fatturato annuo poco inferiore ai 3 miliardi di dollari. Per impossessarsene, Finmeccanica ha dovuto sottoscrivere con il Dipartimento della difesa un “accordo speciale di sicurezza” che garantisce all’Amministrazione Usa la tutela delle informazioni classificate. “Con l’acquisizione di DRS (il cui direttivo rimarrà solidamente in mano all’attuale management statunitense), Finmeccanica e i suoi dirigenti entrano nel circolo dell’apparato sicuritario statunitense che - attraverso le limitazioni di legge all’influenza di gruppi stranieri sulla produzione bellica nonché attraverso i meccanismi con cui si regolano i vari gradi di accesso a informazioni segrete o sensibili - producono una reale sudditanza del nostro paese alle scelte strategiche delle Amministrazioni Usa e al loro apparato di intelligence”, denunciò su il Manifesto (16 maggio 2008), lo studioso Sergio Finardi.

Un’operazione “suicida” confermata pure dall’entità del denaro che Finmeccanica ha dovuto sborsare per rilevare la società (3,4 miliardi di euro), grazie al rastrellamento di ogni singola azione sul mercato a 81 dollari, quando appena un mese prima il valore si attestava a 63 dollari e 74 cent. Un’emorragia finanziaria “sanata”, l’agosto seguente, con un aumento del capitale dell’holding di 1,4 miliardi (il ministero del Tesoro ha dovuto sborsare 250 milioni di euro circa ma ha ridotto la propria partecipazione dal 33,7 al 30,2%), l’emissione di un miliardo di euro in obbligazioni a 5 anni a un tasso dell’8,12% e l’assunzione di un maxidebito con il sistema bancario internazionale (è stato accordato a Finmeccanica un finanziamento complessivo di 3,2 miliardi di euro, accresciuto successivamente a 7 miliardi). “Sfortunatamente per Finmeccanica nel mezzo dell’operazione di acquisto si è inserita la crisi finanziaria internazionale che ha reso più difficile far quadrare i conti del’operazione”, commenta l’IRES Toscana che ha curato la ricerca Finanza e Armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale (Edizioni Plus - Pisa University Press, 2010). “Da un lato le emissioni obbligazionarie sono divenute più costose, proprio mentre andava accelerato il rimborso agli investitori obbligazionari di DRS; dall’altro lato la collocazione di società non strategiche del gruppo è divenuta bruscamente meno redditizia per l’abbassamento degli indici di borsa (e quindi del valore di borsa di quelle società)”.

L’incondizionata fedeltà italiana alle avventure militari di Washington ha comunque consentito a DRS Technologies di ricevere nuove importanti commesse. A fine 2008, la società ha venduto sistemi elettronici e di visione “JV-5” per 531 milioni di dollari, da montare sui veicoli ruotati e cingolati dell’esercito e dei marines. Nell’estate del 2009, si è invece aggiudicata un contratto di 143,9 milioni di dollari per produrre “addestratori P5” per i caccia dell’aeronautica e della marina militare Usa, e 270 rimorchi “M1000” per il trasporto su strada e terreni accidentati dei carri armati M1 “Abrams”. Nel settembre 2010 è giunto invece un contratto da 1,9 miliardi di dollari per la fornitura di tecnologie ad infrarossi da utilizzare a bordo di mezzi da combattimento medi e pesanti.

Due importanti commesse rialgono alla fine del 2011, la prima insieme a  Lockheed Martin per la fornitura di sistemi di combattimento e sonar ai sottomarini nucleari delle classi “Los Angeles”, “Seawolf” e “Virginia” (400 milioni di dollari); la seconda per la fornitura di servizi di supporto ai mezzi blindati e carri armati di Us Army (47,3 milioni di dollari). Nel gennaio 2012 la società è stata chiamata a fornire nuovi sistemi di navigazione per gli elicotteri “Pave Hawk HH-60G” dell’Us Air Force e sistemi elettronici avanzati per gli aerei E-6B di Us Navy (63 milioni).

La progressiva americanizzazione del complesso industriale militare nazionale è confermata pure dalla scalata azionaria di importanti fondi d’investimento privati Usa. Meno di un anno fa, come riporta il volume Armi, un affare di stato (Chiarelettere, 2012), tra i maggiori azionisti di Finmeccanica comparivano Tradewinds Global Investors (5,38%), Deutsche Bank Trust Company Americas (3,6), BlackRock (2,24) e Grantham Mayo Van Otterloo & Co. (2,05). Ad essi vanno aggiunti, secondo quanto rilevato da IRES Toscana, società e fondi pensione statunitensi che detengono pacchetti azionari di minore entità e che hanno partecipato alle assemblee dei soci Finmeccanica nel 2008 e nel 2009: New Perspectives Fund (1,96%), Fundamental Investors (1,18), Capital World Growth Fund (0,64), Europacific Growth Fund (0,47), Ishares Msci Eafe Index Fund (0,28), GMO Foreign Fund (0,14), Thrivent Partner International Stock Portfolio (0,13), State Street Bank and Trust Company Investment Funds (0,12). Insieme, il capitale finanziario a stelle e strisce dovrebbe controllare già più del 18% della sempre meno italiana Finmeccanica. Di contro, a riprova del processo di globalizzazione di quello che ormai legittimamente può essere definito il complesso militare-finanziario-industriale, i gruppi bancari italiani più importanti, contestualmente azionisti e creditori di Finmeccanica - attraverso una moltitudine di fondi flessibili, bilanciati e misti - hanno fatto incetta di importanti quote azionarie dei colossi bellici Usa come Lockheed Martin, Northrop Grumman, Boeing, General Electric, L-3 Communications. Un’evoluzione dei mercati che nell’ultima decade ha reso sempre più inestricabile la partnership di guerra Italia-Stati Uniti d’America.     

 
Articolo pubblicato in Guerre & Pace, n. 169, gennaio 2013.

mercoledì 23 gennaio 2013

Le Filippine fanno shopping di armi italiane


Nuovi affari in Asia per AgustaWestland, la società produttrice di elicotteri del gruppo Finmeccanica. La marina militare delle Filippine ha ufficializzato l’acquisto di tre velivoli leggeri lanciamissili AW109 “Power” nell’ambito del programma straordinario di rafforzamento delle forze armate per far fronte alla recente crisi politico-militare con la Cina. Per i tre velivoli e il relativo supporto logistico fornito da AgustaWestland il governo di Manila spenderà non meno di 33,6 milioni di dollari.

“L’acquisto di questi elicotteri navali è un ulteriore passo per conseguire pienamente l’obiettivo di modernizzazione della marina militare filippina e delle nostre forze armate in generale”, ha spiegato il segretario alla difesa Voltaire Gazmin. “Grazie ai nuovi programmi militari, potremo dimostrare la nostra volontà ad assicurare la sovranità dello Stato e l’integrità del territorio nazionale”.

Il nuovo piano di riarmo prevede una spesa complessiva di due miliardi di dollari circa ed è stato varato dopo l’inasprimento della disputa internazionale sul gruppo di isole di Scarborough Shoal nel Mar Cinese Meridionale. La loro sovranità è rivendicata praticamente da tutte le nazioni che si affacciano su questo tratto di mare (Brunei, Malesia, Vietnam, Taiwan, Cina e Filippine), ma sono soprattutto le autorità di Manila e Pechino a contendersi le isole minacciando l’uso della forza. Le Filippine affermano in particolare che esse rientrano “all’interno della zona economica esclusiva dell’arcipelago delle Filippine”. Da qui il massiccio impegno finanziario per acquisire negli Stati Uniti e in Europa unità navali da guerra, pattugliatori costieri, cacciabombardieri e mezzi di trasporto aereo. Oltre ai tre velivoli AW109 “Power” acquistati da Finmeccanica, sarà bandita nei prossimi mesi la gara per dotare le forze aeree filippine di 10 elicotteri d’attacco da impiegare per “operazioni di supporto e sicurezza interna e delle frontiere”. In pole position per la commessa concorrerà ancora AgustaWestland più alcune aziende specializzate di Francia, Russia e Sud Africa.

Quello dei tre elicotteri navali è il primo importante affare del complesso militare industriale italiano dopo che lo scorso anno le autorità di Manila hanno rinunciato ad acquistare 12 caccia-addestratori M-346 di Alenia-Aermacchi, preferendo i velivoli TA-50 della coreana KAI. Le Filippine sono però uno dei migliori clienti asiatici dei produttori di armi italiani. Nel 2008 l’aeronautica militare ha acquistato ad esempio 18 velivoli da addestramento primario SF.260F di Alenia Aermacchi (valore 13,8 milioni di dollari), che si sono aggiunti ai Siai-Marchetti SF.260 ad elica e S.211 a getto, in servizio nel paese da alcuni anni. L’accordo sottoscritto dai manager di Alenia Aermacchi ha tuttavia assicurato ai filippini che l’assemblaggio finale dei velivoli fosse effettuato in loco dalla “Aerotech Industries Philippines Inc.”.

In vista del rafforzamento della partnership tra i due paesi nel settore dell’industria bellica, il 14 giugno 2012 il ministro della difesa Giampaolo Di Paola si è recato in visita ufficiale nella Repubblica delle Filippine per incontrare il presidente Benigno S. Aquino III e le massima autorità militari locali. Cinque mesi prima era stato il segretario della difesa Voltaire Gazmin ad essere ricevuto a Palazzo Baracchini a Roma per un vertice con lo stesso Di Paola. Da quanto trapelato a conclusione dei due incontri, Manila avrebbe espresso l’interesse di acquisire mezzi navali e aerei di produzione italiana, in particolare due fregate della classe “Maestrale” in via di dismissione dalla Marina militare (previa rimessa a nuovo da parte di Fincantieri), alcuni pattugliatori lanciamissili, gli aerei biturbina P180 “Avanti” della Piaggio, i velivoli cargo C-27J di Alenia e finanche una decina di cacciabombardieri “Eurofighter” di prima generazione che l’Aeronautica militare sarebbe intenzionata ad alienare in vista dell’arrivo dei controversi e supercostosi F-35.

“La cooperazione tra Italia e Filippine deve essere rafforzata” è l’imperativo lanciato dal ministro Di Paola preferendo ignorare che le maggiori organizzazioni non governative internazionali denunciano come il paese sia lacerato da un sanguinoso conflitto interno e che sono ancora numerosi i casi di tortura, le esecuzioni extragiudiziali e le sparizioni forzate. Le forze armate e di polizia sono impegnate a combattere gruppi di guerriglieri di estrema sinistra in alcune aree rurali e le milizie islamico radicali nelle regioni meridionali  dell’arcipelago. Nel corso delle operazioni belliche si registrano inauditi massacri della popolazione: ad esempio, il 23 novembre 2009, nella provincia meridionale di Maguindanao, sono state sequestrate e poi assassinate 57 persone, tra cui 32 giornalisti. Amnesty International ha criticato l’“assenza di giustizia” e ha chiesto al governo del presidente Aquino di fermare la proliferazione delle bande armate private al soldo dei clan locali. “Figure di primo piano del clan Ampatuan, tra cui lo stesso governatore di Maguindanao, sono sotto inchiesta per il massacro ma il procedimento giudiziario va avanti con estrema lentezza e tra mille ostacoli”, scrive l’ONG. “Nel frattempo le bande armate private continuano a operare senza freni, grazie ad un ordine esecutivo in vigore dal 2006, che autorizza la Polizia nazionale ad avvalersi di milizie e di organizzazioni civili di volontari come moltiplicatori di forza”. Nell’ottobre del 2011 sono scoppiate le ostilità tra le forze armate nazionali e il Fronte di liberazione islamica Moro (Moro Islamic Liberation Front – Milf) sull’isola meridionale di Basilan. Durante le incursioni militari, sempre secondo Amnesty, “sono stati eseguiti bombardamenti aerei e attacchi via terra, provocando lo sfollamento di almeno 30.000 civili”.

Le regioni più a sud dell’arcipelago delle Filippine sono oggi pure uno dei fronti più importanti della cosiddetta “lotta al terrorismo internazionale” lanciata dal Pentagono dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Washington ritiene che le milizie islamiche attive nella provincia di Mindanao (un gruppo di isole vicine alla Malesia e all’Indonesia) siano legate alla rete di al-Qaida. Si tratterebbe solo di qualche centinaio di combattenti, sufficienti però per poter giustificare l’escalation militare USA nella regione. 

Negli ultimi dieci anni le Filippine hanno ricevuto da Washington aiuti militari per un valore complessivo di 512,22 milioni di dollari. Nel Paese opera poi una task force di 500-600 uomini provenienti dai reparti d’élite delle forze armate statunitensi. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, a fine 2012 le Filippine avrebbero offerto l’accesso nei principali scali aeroportuali agli aerei da trasporto, ai caccia e ai velivoli spia delle forze armate USA in cambio di nuove forniture di armi ed equipaggiamenti strategici (navi da guerra della classe “Hamilton”, uno squadrone di cacciabombardieri F-16 di seconda mano, ecc.).

Gli Stati Uniti supportano già da tempo le attività di sorveglianza e intelligence delle forze armate filippine con i droni schierati nell’isola di Guam, nell’Oceano indiano. Inoltre hanno dichiarato la propria disponibilità a trasferire i grandi velivoli P3C “Orion” di U.S. Navy in una base dell’arcipelago per concorrere alle operazioni di pattugliamento aeronavale nel Mar Cinese Meridionale. Per potenziare i dispositivi di “sicurezza marittima”, lo scorso anno è stato ceduto alle Filippine un vecchio pattugliatore della Guardiacoste. Un secondo pattugliatore sarà ceduto nel corso del 2013; inoltre verrà sviluppato un sistema di “sorveglianza costiera” composto da circa 20 stazioni radar e un centro di elaborazione dati a Luzon.
La partnership tra Stati Uniti e Filippine è consacrata infine dalle sempre più numerose esercitazioni militari congiunte. L’ultima di esse (“Phiblex”) risale allo scorso autunno: a largo della Cina si sono dati appuntamento per una quindicina di giorni di cannoneggiamenti aeronavali quasi tutte le unità da guerra delle Filippine più la nave d’assalto e portaelicotteri “USS Bonhomme Richard” e il sottomarino “USS Olympia” della classe Los Angeles con ben sei reattori atomici.

lunedì 21 gennaio 2013

No Muos, come i giovani dell’82 contro i missili a Comiso


“Portate i vostri figli a Niscemi, al campo No MUOS, perché lì si respira quello che Paolo Borsellino definiva il Fresco Profumo di Libertà che si oppone al puzzo del compromesso”. Lo chiede l’Associazione antimafie “Rita Atria”: contro il MUOS e la base Usa, ancora una volta come trent’anni fa contro i missili nucleari Cruise a Comiso, il popolo siciliano scende in lotta contro la tragica alleanza tra le mafie e la militarizzazione.

Sì, quei ragazzi di Niscemi sono simili a quelli che dal 1982 all’84 diedero vita al Campo internazionale per la pace e all’IMAC di Comiso. Solo che allora i “nativi” si contavano sulla punta delle dita, mentre a dar vita ad azioni dirette e blocchi alla base dell’apocalisse atomica c’erano messinesi, catanesi, palermitani, veneti, lombardi, tedeschi, inglesi e perfino qualche giapponese. Stagione intensa di speranze, piccole vittorie e storiche sconfitte, segnata dal piombo politico-mafioso contro il segretario Pci Pio la Torre e il giornalista Pippo Fava de I Siciliani, innamorati entrambi della lotta contro i Cruise e di quei giovani di Comiso. 

La Sicilia piattaforma di guerre e missioni di morte, un’infinità di basi disseminate nell’isola. Cacciabombardieri, antenne e velivoli radar, sommergibili e portaerei a capacità e propulsione nucleare, adesso perfino i famigerati droni per spiare e colpire a distanza, uccidere senza rischiare di essere uccisi, l’estrema automatizzazione e disumanizzazione della guerra. Un trentennio di cortei, sit-in, catene umane, obiezioni e disobbedienze civili, da Comiso ad Augusta, da Sigonella a Trapani Birgi. Migliaia di firme per dichiarare i territori “denuclearizzati”, tra le prime in tutta Italia la città di Vittoria, poi perfino la provincia di Messina. Le mobilitazioni degli allevatori e dei coltivatori dei Nebrodi, che a metà anni ’80 impedirono ai militari di riconvertire 23.000 ettari di boschi, tra Caronia, Mistretta e Castel di Lucio, nel più esteso poligono di tiro nazionale.

Una vocazione antimilitarista antica, quasi congenita tra tanti siciliani. Le diserzioni di migliaia di braccianti ai sequestri dell’esercito post-unitario che chiedeva carne da cannone per le campagne d’oltremare. Poi, nel ragusano, le rivolte dei Non si parte, dopo lo sbarco degli Alleati, tra il ’43 e il ’44, mogli e madri a impedire che si portassero via gli uomini per la guerra al Nord, dopo i bombardamenti e gli stenti della guerra a Sud. E la renitenza alla leva forzata dei giovani della valle del Belìce, per non essere sradicati dalla ricostruzione collettiva dei paesi investiti dalla furia del terremoto del gennaio ’68. Una protesta che sconcertò tutti i partiti ma che impose al governo l’esonero per tutti loro dalle forze armate e, qualche anno dopo, il varo della legge sull’obiezione di coscienza e il servizio civile. Pezzi di storia, forse dimenticati, di una Sicilia che con i No MUOS torna a sognare il Ponte di pace tra i popoli del Mediterraneo.
Articolo pubblicato in Centonove, anno XX n. 2, 18 gennaio 2013

domenica 20 gennaio 2013

Mafia-Stato la trattativa continua ora


Trattative per evitare attentati, trattative per difendere il potere politico, trattative per instaurarne uno nuovo. Difficile, in tutti questi anni, distinguere fra chi – fra gli uomini dello Stato – trattò “a fin di bene” e chi per fini eversivi. Comunque le trattative ci furono – e questo ormai non lo nega più nessuno – e uno dei principali “ambasciatori” fu il boss dei boss messinese, Rosario Cattafi. Che adesso sta continuando a “trattare”, riempiendo cartelle su cartelle...

Un immenso cratere in autostrada, allo svincolo per Capaci. Il gran botto in via d’Amelio, carcasse d’auto e corpi straziati. Poi le bombe e le stragi a Roma, Firenze, Milano. L’offensiva mafiosa, la sapiente direzione strategica delle centrali del terrore. E la trattativa degli apparati infedeli dello Stato. Sino alla capitolazione: la seconda repubblica di matrice neoliberista, i nuovi interlocutori politici all’ombra del biscione, il colpo di spugna sul carcere duro per boss e gregari. Vent’anni di segreti e veleni, una tragedia infinita su cui indagano senza sosta tre Procure. Per inchiodare i mandanti dal volto coperto, esecutori e protettori, spie e doppiogiochisti. Nonostante i non ricordo di ex ministri e presidenti.

Sui presunti registi e intermediari della trattativa tra Stato e Antistato girano nomi eccellenti. Alcuni sono deceduti e non potranno fornire chiarimenti né difendersi. I Pm di Palermo nutrono forti sospetti sull’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. E sull’alto dirigente del Sisde, il servizio segreto civile, Bruno Contrada. Nella black list c’è pure l’ex capo dei Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde, Mario Mori. O l’ex ministro Calogero Mannino che, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato “indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione del 41bis”. E nel novembre ’93, fu deciso di non rinnovare il carcere duro a 326 mafiosi, 45 dei quali ai vertici di Cosa nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita.

Gli inquirenti ipotizzano che tra i consiglieri dell’ammorbidimento del regime detentivo nei confronti della criminalità organizzata c’era l’allora vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio, il magistrato tutto d’un pezzo scomparso prematuramente nel 1996, noto per l’inchiesta sulla scalata criminale di Angelo Epaminonda “il Tebano”, il re delle bische e della droga di Milano, convertito in collaboratore di giustizia. Dopo un breve e travagliato periodo all’Alto commissariato antimafia, Di Maggio aveva preferito trasferirsi a Vienna per fare da consulente giuridico dell’agenzia antidroga delle Nazioni Unite. Poi, nel ’93, inaspettatamente, veniva chiamato a Roma per assumere l’incarico di supervisore delle carceri italiane. Ciò ha insospettito i Pm palermitani: senza alcuna competenza specifica per quel ruolo, Di Maggio non era magistrato di corte d’appello, titolo richiesto dalla legge. Per aggirare l’ostacolo fu nominato consigliere di Stato. Chi e perché lo volle alla guida del Dap? “L’ho scelto io”, ha spiegato Conso. “Era una persona che andava un po’ in televisione, quindi era combattivo, attivo, era un esternatore e mi era parso molto efficace”. Di diverso parere l’allora capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Adalberto Capriotti. “Ebbi l’impressione che a Conso, a sua volta, Di Maggio gli fu imposto”, ha raccontato. E i rapporti tra il guardasigilli e il magistrato erano tutt’altro che idilliaci. “Una volta ho assistito a una violentissima lite tra i due”, ha aggiunto. “Mi misi di mezzo perché Di Maggio, oltre a dargli del tu, insultava Conso e io non potevo permetterlo…”.    

Il 29 ottobre 1993 Capriotti aveva sottoscritto una nota in cui si chiedeva a diverse autorità istituzionali un parere sull’eventuale proroga del 41bis a oltre trecento detenuti. “Per creare un clima positivo di distensione nelle carceri”, spiegava il capo del Dap. La nota fu poi consegnata a Conso dall’allora capo di gabinetto del ministero, Livia Pomodoro, odierna presidente del Tribunale di Milano. “Il ministro mi diede la direttiva di attendere ulteriori aggiornamenti, che avrebbero dovuto essere forniti dal vicecapo Di Maggio”, racconta Pomodoro. Nessuno però è in grado di ricordare cosa poi veramente accadde e quale fu davvero il ruolo del magistrato richiamato da Vienna. Quello stesso Di Maggio che in un’intervista in piena stagione terroristica si era dichiarato “decisamente a favore” del carcere duro per i mafiosi. “Era ritenuto un forcaiolo al Dap perché voleva mantenere il 41bis, ma riteneva che la sua linea fosse disattesa dal Ministero degli Interni”, ha rivendicato il fratello, Salvatore Di Maggio, all’udienza del processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra dopo la mancata cattura del superboss Bernardo Provenzano nel 1995.     

A rendere più fitto il mistero è spuntato un vecchio verbale d’interrogatorio dell’ispettore della polizia penitenziaria, Nicola Cristella, che fa il punto sulle frequentazioni di allora di Francesco Di Maggio. Cristella avrebbe dichiarato che nell’estate delle bombe del ’93, il magistrato era solito cenare con il giornalista Guglielmo Sasinini, poi finito sotto inchiesta per i dossier illegali di Telecom, l’immancabile generale-prefetto Mori e il colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura, morto nel 2002 per arresto cardiocircolatorio. Figlio del capocentro del Sifar a Palermo fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, Bonaventura era stato prima membro dei nuclei antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, poi capo della 1^ divisione del Sismi, il servizio segreto militare subentrato al Sifar. Cene sospette. Inopportune. Inquietanti. Quasi a confermare la relazione privilegiata tra Mario Mori e il giudice Di Maggio un’annotazione nell’agenda personale del militare, alla data del 27 luglio 1993, vigilia della notte in cui esplosero tre autobombe, la prima a Milano e le altre due a Roma, a San Giovanni in Laterano e davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. “Per prob. detenuti mafiosi” c’è scritto in riferimento ad un appuntamento fissato quel giorno con Di Maggio. Stranamente, cinque mesi prima, la mattina del 27 febbraio, presso la Sezione Anticrimine di Roma, Mori aveva incontrato il magistrato (ancora consulente dell’agenzia antidroga dell’Onu) per discutere sull’omicidio del giornalista de La Sicilia Beppe Alfano, assassinato dalla mafia l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. E da quanto accertato dal Pm di Firenze, Gabriele Chelazzi, recentemente scomparso, Di Maggio e Mori s’incontrarono nuovamente il successivo 22 ottobre, congiuntamente all’allora colonnello Giampaolo Ganzer, poi comandante del Ros, condannato il 12 luglio 2010 dal Tribunale di Milano a quattordici anni di reclusione e 65 mila euro di multa per traffico di stupefacenti, falso e peculato.

Come Alfano, anche Francesco Di Maggio era originario di Barcellona, il maggiore centro tirrenico della provincia di Messina. E barcellonesi sono pure alcuni dei padrini in odor di massoneria e servizi segreti entrati a pieno titolo nelle cronache nere italiane di quegli anni o certi strani garanti dell’impunità e del depistaggio istituzionale. Mere coincidenze, forse. Ma a Barcellona convergono e s’incrociano più di un filo investigativo, troppi attori, programmi eversivi, esplosivi e telecomandi. La città è crocevia di poteri più o meno occulti, laboratorio sperimentale per le alleanze della seconda repubblica, centro strategico di traffici di droga ed armi, eldorado delle ecomafie, ponte-cerniera tra organizzazioni criminali siciliane, ‘ndrangheta, camorra ed estrema destra. Un paradiso dorato per i latitanti di primo livello, come Bernando Provenzano, Pietro Aglieri e Benedetto Santapaola.

Una Corleone del XXI secolo dove campieri, ex vivaisti e piccoli allevatori semianalfabeti hanno imposto il proprio dominio agli eredi di una borghesia locale consociativa e parassitaria. Una colonia di cosche efferate, sanguinarie, predatrici. I vincitori e i perdenti di una guerra che negli anni ’80 ha lasciato sul campo un centinaio di morti e una decina di desaparecidos. Omicidi brutali, corpi arsi vivi nei greti dei torrenti, minorenni torturati e sgozzati, arti mozzati. Il devastante saccheggio delle risorse di un territorio unico per bellezze e tradizioni; la capacità d’infiltrazione in ogni livello delle istituzioni. Mafia finanziaria e imprenditrice, onnipresente nella gestione delle opere pubbliche e private, dai lavori ferroviari e autostradali sulla Messina-Palermo, alla discarica a cielo aperto di rifiuti di Mazzarrà Sant’Andrea, una delle più grandi del Mezzogiorno d’Italia, ai complessi turistici del golfo di Tindari e di Milazzo. E la bramosia d’impossessarsi del padre di tutte le Grandi infrastrutture, il Ponte sullo Stretto.

Per lungo tempo le fittissime rete di relazioni e contiguità trasversali si sono tessute all’interno delle logge massoniche più o meno spurie e nel “circolo culturale” Corda Fratres, l’officina che ha forgiato l’élite politica, sociale, economica e amministrativa locale. Della Fédération Internazionale des Etudiants Corda Fratres Consulat de Barcellona (questo il nome ufficiale) sono stati soci e dirigenti giudici, avvocati, insigni giuristi, poeti, scrittori, artisti, giornalisti, diplomatici, militari, liberi professionisti, parlamentari, sindaci, consiglieri provinciali e comunali. E un buon numero di frammassoni. Su 36 iscritti nel 1994 alla loggia Fratelli Bandiera del Grande Oriente d’Italia, ben 14 erano soci Corda Fratres. Tra i cordafratrini “onorari” pure due uomini di vertice dei Carabinieri, i generali Sergio Siracusa (già direttore del Sismi ed ex comandante dell’Arma) e Giuseppe Siracusano (tessera n. 1607 della P2), indicato dalla relazione di minoranza dell’on. Massimo Teodori sulla superloggia atlantica come “fedelissimo di Gelli da antica data”. Stelle di prima grandezza del panorama politico-culturale nazionale i partecipanti ai convegni della Corda. Compreso il vicecapo Dap Francesco Di Maggio, relatore all’incontro su Principio di legalità e carcerazione preventiva, anno 1994.

Nel circolo di Barcellona pure certe presenze e frequentazioni perlomeno imbarazzanti. Come quella del mafioso Giuseppe Gullotti, condannato in via definitiva quale mandante dell’omicidio di Beppe Alfano. Gullotti è stato membro del direttivo di Corda Fratres nel 1989 e socio fino all’autunno del 1993, quando fu “allontanato” a seguito dei pesanti rilievi fatti dalla Commissione parlamentare antimafia in visita nella città del Longano. “Venne ordinato uomo d’onore nel 1991, per intercessione del vecchio boss di San Mauro Castelverde, Giuseppe Farinella”, ha raccontato Giovanni Brusca. “Sempre il Gullotti si sarebbe dovuto occupare di reperire l’esplosivo necessario per l’attentato che venne progettato tra il ’92 e il ’93 contro il leader del Partito socialista Claudio Martelli, attraverso l’interessamento e la mediazione del clan di Nitto Santapaola”. Deponendo al processo Mare Nostrum contro le cosche della provincia di Messina, lo stesso Brusca ha dichiarato che il telecomando da lui adoperato per la realizzazione della strage di Capaci, gli era stato materialmente consegnato poco prima proprio da Gullotti. L’assegnazione al barcellonese di tale incarico, secondo Brusca, sarebbe stata patrocinata dal mafioso Pietro Rampulla (originario di Mistretta), l’artificiere del tragico attentato del 23 maggio ‘92 contro il giudice Falcone. “Anch’io avevo rapporti con Gullotti”, ha raccontato nel giugno del 1999 il controverso collaboratore Luigi Sparacio, già a capo della criminalità messinese. “Mi era stato presentato da Michelangelo Alfano come persona vicina a Cosa nostra, e in tale ambito fornii al predetto uno-due telecomandi da utilizzare per attentati e che erano stati per me realizzati su commissione, da un dipendente dell’Arsenale militare di Messina…”.

Nome ancora più indigesto dell’albo-soci di Corda Frates, quello di Rosario Pio Cattafi, professione avvocato, ritenuto il capo dei capi della mafia barcellonese. “Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca Santapaola, le famiglie Carollo, Fidanzati, Ciulla e Bono”, hanno scritto i giudici di Messina nell’ordinanza del luglio 2000 che ha imposto al Cattafi l’obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di cinque anni.

Da giovanissimo egli aveva militato nelle file della destra eversiva rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente all’allora ordinovista Pietro Rampulla), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi. Trasferitosi in Lombardia a metà degli anni ’70, Cattafi fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle famiglie mafiose siciliane. Nel maggio 1984, i presunti appartenenti alla cellula in odor di mafia furono raggiunti da un mandato di cattura firmato dal Pm Francesco Di Maggio. Cattafi, residente in Svizzera, sfuggì all’arresto. Pochi giorni dopo fu però l’autorità giudiziaria locale ad ottenerne l’arresto nell’ambito di un’inchiesta per traffico di stupefacenti. Così il 30 maggio dell’84 Di Maggio potette raggiungere Cattafi in cella a Bellinzona per un interrogatorio ancora top secret: i verbali furono infatti trattenuti dalle autorità elvetiche. Negli stessi mesi, Angelo Epaminonda riferì ai magistrati (tra cui ancora Francesco Di Maggio) che nel 1983, il Cattafi, per conto del clan Santapaola, gli aveva inutilmente proposto di gestire in società l’attività di cambio-assegni ai giocatori del casinò di St. Vincent. Il fatto tuttavia non fu ritenuto rilevante e il barcellonese venne tenuto fuori dalle inchieste sulla penetrazione mafiosa a Milano.

Di Maggio e Cattafi si sarebbero incrociati pure nel corso delle indagini sull’efferato omicidio del Procuratore capo di Torino, Bruno Caccia. Lo ha raccontato al Corriere della sera (8 giugno 1995), l’allora sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, recentemente condannato in primo grado a due anni per falsa testimonianza commessa nel corso del processo contro le organizzazioni mafiose barcellonesi Mare Nostrum. “Fu Di Maggio ad arrestare Cattafi nell’85 per l’inchiesta sull’omicidio Caccia a Torino. Fu il giudice istruttore ad assolverlo, ma rimase dentro per un anno”. Cattafi, in verità, non venne arrestato a seguito dell’assassinio del magistrato, ma fu interrogato in carcere dai pubblici ministeri milanesi titolari dell’inchiesta. Anche Canali conosceva da lungo tempo Di Maggio. Con il magistrato barcellonese, egli aveva fatto un periodo di tirocinio da uditore a Milano. “Sempre Di Maggio, il cui padre era stato maresciallo dei Carabinieri a Pozzo di Gotto, m’informò, in generale, sulla situazione barcellonese prima di trasferirmi in Sicilia”, ha spiegato Canali.

Un oscuro passaggio sui rapporti tra Di Maggio e Cattafi fu riportato in quegli stessi anni in uno dei dossier anonimi fatti circolare ad arte per screditare la figura del giudice Antonio Di Pietro e finiti nelle mani del leader Psi Bettino Craxi, latitante ad Hammamet. “Cattafi - vi si legge - a Milano, dove aveva iniziato un’attività nel campo dei farmaceutici e sanitari, rivede e frequenta il giudice Francesco Di Maggio, che ha passato la sua giovinezza fra Milazzo e Barcellona, dove ha frequentato le scuole, compreso il liceo (il padre era appuntato dei carabinieri), e dove ha conosciuto Cattafi, di cui è coetaneo. Di Maggio introduce Cattafi nell’ambiente dei magistrati, dove pare Cattafi abbia conosciuto Di Pietro (allora sconosciuto) e la sua donna, poi divenuta sua moglie”. Quella su Di Pietro era una bufala, quella su Di Maggio una mezza verità. “Il giudice Di Maggio l’ho visto un paio di volte e sono stato anche inquisito e poi prosciolto per una vicenda relativa ad un conto corrente bancario con sede in Svizzera…”, ammetterà lo stesso Cattafi in un’intervista al settimanale Centonove a fine anni ‘90.

Qualche mese fa, il controverso avvocato barcellonese è stato arrestato perché ritenuto uno degli uomini di vertice delle organizzazioni mafiose siciliane. Da allora, ha riempito pagine e pagine di verbali fornendo in particolare tutt’altra versione sui suoi rapporti con il giudice Di Maggio. Al centro, ancora una volta, la trattativa Stato-mafia negli anni delle stragi e delle bombe in mezza Italia. Il racconto di Cattafi parte da quando venne arrestato in Canton Ticino e fu sentito in carcere dal magistrato barcellonese. “I pm di Milano Di Maggio e Davigo emisero un mandato di cattura nel quale ero accusato, fra l’altro, di essere il cassiere della mafia”, ha raccontato il boss. “Il mandato fu notificato all’Autorità svizzera ed io fui arrestato il 17 maggio 1984. All’incirca nello stesso periodo, quando comunque già Di Maggio si stava convincendo della mia estraneità alla vicenda del sequestro Agrati, costui mi chiese se ero disposto a rilasciare dichiarazioni sul conto di Salvatore Cuscunà detto Turi Buatta, indicandolo come uomo di Santapaola. Ricordo che Epaminonda aveva fatto dichiarazioni contro il Cuscunà sostenendo che costui faceva parte della famiglia Santapaola e che lui stesso aveva venduto al Cuscunà alcuni chili di cocaina. Egli negava tutto ciò ed affermava che Epaminonda lo accusava per malanimo nei suoi confronti. A questo punto intervennero le mie dichiarazioni rese al pm Di Maggio ed io confermai le frequentazioni fra Angelo Epaminonda e Cuscunà…”.

Cattafi aggiunge che “negli anni ’89 - ’90”, dopo essere tornato in libertà, ricevette la visita in casa a Milano di un carabiniere che gli chiese di raggiungere la caserma di via Moscova dove lo attendeva per un colloquio Francesco Di Maggio. Giunto in caserma, Cattafi incontrò il giudice in compagnia del capitano dei carabinieri Morini. “Di Maggio mi comunicò che aveva ricevuto una nomina presso l’Alto commissariato antimafia”, ha raccontato. “Sempre in quel frangente, Di Maggio mi disse: so che lei ha contatti con personaggi di vario genere, con imprenditori, se lei sa qualcosa sul riciclaggio di denaro, io sono qui. Non posso definirmi un informatore di Di Maggio ma semplicemente una persona che era entrata in buoni rapporti con costui e che dunque era disposta a fornirgli informazioni nel caso in cui ne fossi venuto a conoscenza. Io garantii la mia disponibilità ed il dottor Di maggio mi disse: da me troverete sempre un amico”.

Cattafi afferma di non aver più rivisto il magistrato sino al maggio del ‘93. “Di Maggio si trovava a Messina, mandò un carabiniere nella casa di mia madre e mi fece sapere che mi aspettava al bar Doddis, ed è lì che lo incontrai. Mi disse che era stato nominato vicedirettore del Dap. C’erano state le stragi Falcone e Borsellino e da pochi giorni l’attentato a Maurizio Costanzo. Dobbiamo bloccarli questi porci, mi disse. Dobbiamo prendere la cosa in mano e portare avanti una trattativa, il concetto era quello, ma non so se usò questa parola”. Di Maggio aveva individuato un potenziale interlocutore, Benedetto Santapaola, al tempo latitante, ritenendolo un capomafia “più malleabile”. “Di Maggio mi chiese se, attraverso il boss Salvatore Cuscunà che avevo frequentato a Milano nell’Autoparco di via Salomone, potevo cercare un contatto con Santapaola, che non ho mai conosciuto, per tentare di aprire un dialogo”, ha aggiunto Cattafi. “Dovevo contattare l’avvocato di Cuscunà promettendogli qualunque cosa, tutti i benefici possibili per il suo cliente, pur di riuscire a parlare con Santapaola per riuscire a trovare nuove strade per disinnescare la violenza di Cosa nostra. Mi parlò anche di dissociazione ma così…”. Stando a Cattafi, al faccia a faccia con il magistrato si aggiunsero in un secondo tempo anche i carabinieri del Ros. “Al bar giunsero cinque-sei persone, alcune delle quali in divisa ed altre in borghese. Ricordo ancora che Di Maggio mi presentò nominativamente tutti i carabinieri presenti. Anzi aggiunse che per le eventuali esigenze avrei dovuto contattare due di essi (…) Qualcuno di questi ufficiali era particolarmente spiritoso e raccontava barzellette. Non escludo che fra costoro ci fosse anche il generale Mori, ma onestamente non posso dirlo con certezza”. Il racconto, in verità, è poco convincente. “Ma se Cattafi da decenni è in rapporti con Santapaola perché rivolgersi a terzi per avere un tramite?”, si domanda l’avvocato Fabio Repici nell’e-book “La peggio gioventù”, pubblicato con il numero scorso de I Siciliani giovani. “E perché poi incontrare il giudice a Messina quando Cattafi poteva incontrarlo più comodamente in qualche ufficio romano?”

Lo stesso Santapaola fu arrestato a Mazzarrone, in provincia di Catania, il 18 maggio 1993, qualche giorno dopo il presunto incontro Cattafi-Di Maggio a Messina e dopo aver liberamente scorazzato “latitante” nel barcellonese almeno fino al 29 aprile di quell’anno. Una prova certa della presenza di Santapaola nella città del Longano è emersa dalle intercettazioni telefoniche e ambientali avviate subito dopo l’uccisione del giornalista Beppe Alfano. E come poi accertato dal Servizio anti-criminalità organizzata della Guardia di Finanza, tra il 30 aprile e il 2 maggio 1993, in un hotel della città di Milazzo avevano preso alloggio il fratello di don Nitto, Giuseppe Santapaola, sua moglie, i quattro figli e il pregiudicato catanese Salvatore Di Mauro. Responsabile dell’ufficio contabile di quell’albergo era il barcellonese Stefano Piccolo, commercialista di fiducia di Rosario Cattafi. E la moglie, Ferdinanda Corica, ha ricoperto sino a tempo fa l’incarico di rappresentante legale e socia della Dibeca Sas, la società tuttofare della famiglia Cattafi oggi tra i beni posti sotto sequestro dalla DDA peloritana. Strane coincidenze. Davvero.

Rosario Cattafi ha pure spiegato di avere avuto un altro contatto con Francesco Di Maggio nel carcere di Opera tra il 1994 e il 1995, dopo il suo arresto nell’ambito dell’inchiesta sui traffici di armi e droga nell’Autoparco di Milano. “Mentre ero detenuto a Milano fui convocato nella stanza del direttore, dottore Fabozzi”, riferisce Cattafi. “Una volta che venni portato lì trovai il dottor Di Maggio. Costui mi comunicò che presso il carcere di Opera era o forse sarebbe arrivato il palermitano Ugo Martello, che io non conoscevo. Di Maggio mi disse che si trattava di un personaggio importante appartenente alla mafia palermitana e che proveniva dal 41bis e che era stato collocato nel mio stesso carcere e nella mia stessa sezione. Di Maggio mi chiese di recare un preciso messaggio al Martello che doveva essere poi recapitato agli altri mafiosi palermitani. Il Martello, in sostanza, doveva riferire che si doveva portare avanti il discorso della dissociazione e che in cambio costoro avrebbero ricevuto dei vantaggi da parte delle Istituzioni. Di Maggio mi specificò che in questo modo, ci sarebbe stato un atteggiamento di emulazione da parte dei mafiosi cosicché dopo le prime dissociazioni ben presto ne sarebbero arrivate tante altre. Di Maggio mi fece l’esempio del bastone e della carota e mi disse che la carota sarebbe conseguita a questa eventuale dissociazione. Mi ribadì che io potevo promettere qualsiasi cosa…”. La lusinghiera proposta avrebbe però scatenato le proteste del pregiudicato. “Gli risposi male, rinfacciandogli che mi ero prestato a recare il messaggio a Cuscunà come mi era stato richiesto e tuttavia mi trovavo in carcere ingiustamente… Di Maggio mi rispose: per quella vicenda abbiamo risolto, abbiamo fatto tutto, tutto a posto, senza specificarmi altro”. Cattafi avrebbe incontrato Cuscunà nel centro clinico del carcere milanese di san Vittore. “Presso quello stesso centro, in un’altra stanza posta sulla mia sinistra c’era il Cuscunà. Costui mi trattò malissimo dal momento che lo avevo accusato nell’ambito del procedimento Autoparco. Io cercai di calmarlo: ti dico una cosa che forse può aiutarti a farti uscire e gli riferì quello che mi aveva detto il Di Maggio: che se fossi riuscito a trovare un contatto con il Santapaola c’era la disponibilità del giudice a fargli ottenere gli arresti domiciliari”.

L’allora direttore Aldo Fabozzi, odierno provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Lombardia, ha seccamente respinto sul settimanale Panorama le dichiarazioni del barcellonese: “All’epoca non c’era il regime del 41bis ad Opera e nella mia lunga esperienza professionale, mai ho permesso che un detenuto oltrepassasse la porta carraia”. Fabozzi ha tuttavia ammesso di aver conosciuto molto bene il giudice Di Maggio. “Posso garantire che era un magistrato serio, fra i migliori, con valori istituzionali ferrei e inossidabili, mai avrebbe trattato con la mafia, mai sceso a compressi o a semplici contatti con malavitosi. Queste dichiarazioni sono un affronto alla memoria di un magistrato per bene e alla sua intelligenza”. Diversamente da come la pensava la pensava Loris D’Ambrosio, il consigliere del Quirinale scomparso prematuramente qualche tempo fa. “La linea di Di Maggio era quella di consentire un agevole accesso nelle carceri ai suoi amici che in qualche modo collaboravano, come confidenti…”, si lasciò sfuggire in un colloquio telefonico del 25 novembre 2011 con l’ex ministro degli interni  Nicola Mancino che lamentava le modalità d’indagine sulla “trattativa” dei magistrati di Palermo.

Come se non bastasse, il 28 settembre 2012 Rosario Cattafi ha raccontato ai Pm di Messina di aver avuto rapporti telefonici con il giudice Di Maggio anche quando era detenuto in isolamento nel carcere di Sollicciano. “Venivo portato nella stanza del direttore Quattrone, costui chiamava al telefono il Ministero e mi passava il dottore Di Maggio. Il suo ufficio era al primo piano, di fronte all’ingresso avvocati. Di Maggio anche in questo caso mi esortò ad avere contatti con Cuscunà”. Per la cronaca, il direttore Paolo Maria Quattrone è morto suicida nel luglio del 2010 dopo essere stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio, nell’ambito di un’inchiesta sui lavori di ammodernamento del carcere di Cosenza. A difenderne la memoria sono scesi in campo i familiari che in una lettera aperta hanno definito come ridicole, oltraggiose e vergognose le parole di Cattafi. “Il dottor Quattrone è sempre stato un leale e integerrimo uomo di Stato, di Giustizia e di Cultura”, hanno spiegato. “Dalla ‘ndrangheta ha ricevuto numerose intimidazioni e attentati. Il più grave, una bomba esplosa nella sua camera da letto, quando dirigeva il carcere di Reggio Calabria. L’allora capo del Dap, Nicolò Amato, per salvargli la vita lo trasferì a Sollicciano”.

Nicolò Amato ha ricoperto l’incarico al Dap fino al 4 giugno 1993 quando fu sostituito da Adalberto Capriotti. Originario di Messina, animatore negli anni ’50 dell’associazione “universitaria” Corda Fratres insieme a Franco Antonio Cassata (odierno Procuratore generale della città dello stretto) e Francesco Paolo Fulci (poi ambasciatore a Washington e alla Nato e, negli anni delle stragi mafiose, direttore del Cesis, il comitato esecutivo dei servizi segreti), Amato ha poi intrapreso l’attività di avvocato. Tra i suoi assistiti, secondo Massimo Ciancimino, il padre don Vito “su consiglio del generale Mario Mori”. Adesso Nicolò Amato sostiene che fu proprio Francesco Di Maggio a non volere avuto il rinnovo del 41bis contro i mafiosi nel novembre del ’93. “Amato nulla ha saputo (o voluto o potuto) dire, però, su un documento, da lui redatto nel marzo 1993, nel quale veniva sollecitata la messa in mora della normativa sul carcere duro per i mafiosi”, rilevano l’avvocato Fabio Repici e Marco Bertelli in una documentata inchiesta giornalistica. “Quella nota dell’ex capo del Dap faceva riferimento ad orientamenti già emersi il 12 febbraio 1993, lo stesso giorno dell’insediamento di Conso al posto di Martelli in via Arenula, nel corso di una seduta del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica (…) Nei verbali di quel comitato, risulta che fu lo stesso Nicolò Amato a sollecitare un alleggerimento del 41bis. E i giochi in quei tragici giorni delle stragi si fanno ancora più torbidi.

Nelle carte della Procura palermitana sulla trattativa Stato-mafia si ripete, troppo spesso, il nome del senatore Marcello dell’Utri, una condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa annullata con rinvio dalla Cassazione. Dell’Utri, per gli inquirenti, potrebbe essere stato uno dei maggiori “intermediari” con Cosa nostra che cercava d’imporre gli obiettivi del papello minacciando altro sangue dopo Capaci e via d’Amelio. Nel biennio 92-93, secondo alcuni collaboratori di giustizia, il manager di Publitalia sarebbe stato un visitatore abitudinario del messinese. Maurizio Avola ha riferito di avere accompagnato nel 1992 a Barcellona Pozzo di Gotto il boss Marcello D’Agata per un appuntamento con Dell’Utri. Nel corso di un interrogatorio davanti ai Pm di Catania e Caltanissetta, Avola ha pure accennato ad un incontro avvenuto - sempre a Barcellona - tra Marcello Dell’Utri e i boss catanesi Aldo Ercolano, Nino Pulvirenti e Benedetto Santapaola. Gli inquirenti hanno accertato che nel periodo compreso tra il 1990 e il 1993, Marcello Dell’Utri ha realizzato ben 58 viaggi aerei tra Roma e la Sicilia, di cui ben 34 da e per Catania nel solo 1992. Nella loro requisitoria al processo contro il braccio destro di Silvio Berlusconi, i pubblici ministeri di Palermo riportano che quando Santapaola era ospite dei clan barcellonesi, Rosario Cattafi si teneva in contatto con l’utenza in uso a Giuseppe Gullotti. “E non deve sfuggire che lo stesso Cattafi è stato identificato come soggetto più volte chiamato da persone appartenenti al circuito del Dell’Utri, cioè da persone entrate con lui in contatto telefonico od esistenti nelle sue agende”, specificano i Pm. Sempre e ancora Cattafi. E l’inferno di Barcellona PG.

Inchiesta pubblicata in I Siciliani giovani, n.11, gennaio 2013