I Padrini del Ponte

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Affari di mafia sullo Stretto

domenica 16 luglio 2017

Bando alloggi Fondo Fucile. Quello che il Dipartimento Politiche della Casa del Comune di Messina non è riuscito a vedere...

Emergono nuovi particolari sulla gara per l’acquisto di alcuni alloggi di edilizia popolare in vista del “risanamento” della baraccopoli di Fondo Fucile di Messina, oggi al centro di uno dei filoni d’inchiesta della DDA di Messina sugli affari del gruppo criminale-mafioso dei Romeo-Santapaola.
La graduatoria sulle offerte acquisto alloggi, approvata e pubblicata sui media il 10 novembre 2014 dal Dipartimento Politiche della Casa del Comune di Messina con la firma in calce della dirigente architetta Maria Canale e dell’assessore all’Urbanistica ingegnere Sergio de Cola, vedeva ai primi posti alla Categoria A (Complessi già realizzati e dotati di agibilità), in ordine, la Effe D. Costruzioni Srl (12 alloggi); la Tuttedil Srl (4); la Siracusano Felice & C. (7); alla categoria B (Complessi in fase di ultimazione entro il 30.11.2014) la “Parco delle Felci Srl (12 alloggi + 12) – si tratta della società sotto indagine dei magistrati peloritani perché ritenuta nell’orbita della “famiglia” Romeo e del costruttore Biagio Grasso -; ANFA Costruzioni Srl (11); infine la Categoria C con gli alloggi singoli dotati di abitabilità (complessivamente 32 abitazioni).
La graduatoria veniva formalmente approvata con Determina dirigenziale n. 67 del 28/11/2014 dello stesso Dipartimento della casa, mentre il bando ricognitivo veniva approvato con delibera del Comune di Messina n. 1037 del 16/12/2014.
Subito dopo la pubblicazione dell’esito della gara, alcuni proprietari degli immobili segnalarono inutilmente alcune anomalie nell’iter del bando e successivamente, l’avvocato Carmelo Briguglio, per conto degli stessi, con note del 2 marzo 2015 e dell’1 aprile 2015, denunciava “delle irregolarità nella documentazione in possesso del Comune di Messina, relativamente ai requisiti degli alloggi previsti nel bando” e diffidava lo stesso “a porre in essere ogni atto propedeutico ed essenziale teso ad annullare in autotutela l’aggiudicazione ritenuta illegittima pronunciata nei confronti di alcune ditte vincitrici e inserite in graduatoria”. Lo stesso legale inviava copia delle note all’Assessorato Regionale delle Infrastrutture, chiedendo di “procedere alla revoca del finanziamento eventualmente erogato in favore delle ditte segnalate”. La Regione decideva pertanto di nominare un’apposita Commissione interna ispettiva che con nota n. 46212 del 21 settembre 2015 formalizzava le proprie conclusioni. Nello specifico, secondo quanto comunicato il successivo 11 novembre dall’Assessorato Regionale direttamente Sindaco di Comune di Messina Renato Accorinti e alla dirigente Maria Canale, la Commissione aveva rilevato come la Effe D. Costruzioni Srl di Messina non avesse presentato la necessaria dichiarazione del possesso di regolare certificazione di abilità, limitandosi a dichiarare che “gli alloggi saranno dotati alla stipula dell’atto di vendita di tutti i requisiti fondamentali ed in particolare del certificato di abitabilità” e ciò nonostante – da certificazione - gli appartamenti risultassero già ultimati. Identici rilievi venivano fatti dalla Commissione ispettiva regionale contro un’altra società inserita tra le vincitrici della Categoria A, la Tuttedil Srl.
Veniva altresì censurata la ANFA Costruzioni Srl: “la ditta dichiara che gli immobili offerti sono stati edificati in conformità allo strumento urbanistico ed alle norme in materia di edilizia e sicurezza; in tale fattispecie secondo il punto 6.11, essa doveva presentare in luogo dell’abitabilità copia della richiesta avanzata al Comune da almeno 30 gg, a norma della Legge Regionale n. 17/1994”. Inoltre, rilevava la Commissione, ANFA Costruzioni, aveva trasmesso al Comune di Messina il certificato di abitabilità il 29 aprile 2015, “oltre il termine della scadenza della presentazione delle offerte”. Sulla “Parco delle Felci”, l’altra società su cui erano stati sollevati rilievi dagli autori degli esposti al Comune e alla Regione, la Commissione interna riportava che “non si è provveduto ad entrare nel merito in quanto la stessa ha rinunciato alla vendita”. Altre censure venivano espresse infine sulla regolarità dei documenti presentati da alcuni singoli venditori al Comune: per Arnao Teresa & C.  e Di Carlo Rosario “le pratiche sono prive della documentazione prevista dal bando”; per Nicosia Anna & C. e Raffa Giuseppe & C. non erano stati muniti invece i certificati di agibilità, mentre le dichiarazioni sostitutive dell’atto di notorietà non erano state sottoscritte da tutti i comproprietari degli alloggi. Molto più di un “errore” dunque nel processo di valutazione della documentazione e nell’espletamento della gara da parte dei responsabili del procedimento del Comune di Messina.
Il 20 maggio 2015, l’Assessorato regionale alle Infrastrutture con proprio decreto revocava il finanziamento per l’acquisto dei 12 alloggi ubicati in “Villaggio Minissale complesso Greinhouse, costituito da due corpi di fabbrica offerti in vendita al Comune di Messina dalla ditta Effe D Costruzioni per € 1.869.063,10” e quello per i 4 alloggi siti ancora una volta in “Villaggio Minissale complesso Greinhouse, per il prezzo complessivo di €. 499.344,75”, offerti in vendita invece dalla ditta Tuttedil Srl. Appartamenti dunque nello stesso complesso ma nella titolarità di due differenti società, entrambe con sede sociale al tempo  in Via Scalinata Domenico Moro is. 429, Messina (oggi Tuttedil ha sede in Corso Garibaldi 118).
C’è però un ulteriore elemento che unisce le sorti delle due società escluse dall’operazione alloggi di Fondo Fucile: il progettista, infatti, degli immobili è sempre l’ingegnere Luciano Taranto (consulente del Presidente dell’Assemblea regionale Siciliana on. Giovanni Ardizzone), già amministrato delegato di ATO ME 3 S.p.A, la (ex) società di gestione integrata dei rifiuti. Come si evince infatti dal curriculum vitae del professionista agli atti della Presidenza dell’ARS,  l’ing. Taranto, nel 2011, ha ricoperto l’incarico di progettista per conto di Effe. D. Costruzioni s.r.l. per la realizzazione di “due edifici per civile abitazione a cinque elevazioni, oltre piano seminterrato e sottotetto in villaggio Minissale, importo complessivo € 3.055.000); nel 2005, per Tuttedil S.r.l., l’ingegnere ha eseguito il progetto di lottizzazione di un “terreno sito in via Minissale per la costruzione di due palazzine per civile abitazione a cinque elevazioni, ecc., importo complessivo, € 1.719.000”. L’ex amministratore di ATO 3, già Responsabile Unico del Procedimento per i progetti degli impianti finalizzati all’avvio operativo della gestione integrata dei rifiuti nel Comune di Messina (impianti di compostaggio a Pace, isole ecologiche a Gravitelli, Giampilieri Marina, Tremonti, differenziata ecc.), nel 2014, per conto di ANFA Costruzioni S.r.l. ha progettato “l’edificio per civile abitazione a sei elevazioni più piano parcheggi e mansarda, in contrada Bisignano, villaggio Contesse, alloggi popolari legge 05/08/1978, n.457, importo € 3.600.000). Legale rappresentante di ANFA Costruzioni è il professionista Fausto Buttà, membro di Confindustria Messina.
Dopo i rilievi dei proprietari e della Commissione d’inchiesta interna della Regione e un dettagliato esposto in Procura da parte dei consiglieri comunali (allora Pd) Donatella Sindoni e Santi Zuccarello, fu avviata un’indagine sull’iter del bando per gli alloggi di Fondo Fucile: il 29 giugno 2015 i Carabinieri eseguirono un blitz all’Ufficio Risanamento del Comune di Messina e sequestrarono tutti gli atti relativi alla gara, l’elenco degli alloggi da acquistare, ecc.. Oggi le carte sono in mano alla Direzione Distrettuale Antimafia che intende far chiarezza su possibili pressioni da parte di gruppi interessi criminali sulla macchina amministrativa comunale. L’intera vicenda, aldilà dei suoi esiti processuali e penali, si presenta comunque gravissima sotto il profilo meramente politico. Ma ad oggi, né il sindaco, né l’amministrazione comunale, né i consiglieri e le forze politiche e sociali di Messina sembrano accorgersene….

Operazione antimafia Beta. Dagli alloggi di Fondo Fucile al Centro Commerciale di Via La Farina, il presunto pressing criminale sugli uffici del Comune di Messina

Silenzio, silenzio, silenzio. A Palazzo Zanca nessuno è disponibile a rilasciare una sola parola su uno degli stralci più controversi dell’ordinanza di custodia cautelare della DDA di Messina relativa all’operazione antimafia Beta che ha colpito i “presunti” uomini-guida della cellula criminale messinese strettamente legata alla famiglia di Cosa nostra dei Santapaola. L’indagine ha rivelato tra l’altro il tentativo del gruppo Romeo-Grasso di vendere al Comune di Messina alcuni alloggi popolari nell’ambito del progetto di “risanamento” della baraccopoli di Fondo Fucile (primavera-estate 2014), operazione portava avanti, secondo l’accusa, grazie alla collaborazione dell’ingegnere Raffaele Cucinotta, al tempo direttore di sezione tecnica della Ripartizione Urbanistica del Comune (nonché Responsabile del procedimento e co-progettista per la redazione della Variante parziale al P.R.G. di tutela ambientale). 
Dopo aver ricostruito i contorni più torbidi dell’affaire, i magistrati messinesi annotano amaramente che “da Cucinotta, a stare alle intercettazioni, si passa alla telefonata diretta al Grasso del De Cola, soggetto che palesemente il Romeo non vorrebbe menzionato e vi è da due associati un raccordo di tale telefonata ai “favori” fatti al Cucinotta”. Stando alle intercettazioni del ROS dei Carabinieri, cioè, nei mesi caldi in cui si espletava la gara per l’individuazione dei possibili venditori d’immobili al Comune, l’assessore all’urbanistica-ingegnere Sergio De Cola (comunque non indagato nell’inchiesta Beta) si sarebbe messo in contatto con il chiacchierato imprenditore edile Biagio Grasso, uno dei concorrenti al bando di gara comunale per nome e per conto di Vincenzo e Francesco Romeo, ritenuti i “promotori” dell’associazione mafiosa legata ai Santapaola. “Da Cucinotta, a stare alle intercettazioni, si passa alla telefonata diretta al Grasso del De Cola, soggetto che palesemente il Romeo non vorrebbe menzionato e vi è da due associati un raccordo di tale telefonata ai “favori” fatti al Cucinotta”, riportano i magistrati messinesi nell’ordinanza Beta. “E’ un passaggio inesplorato e il Cucinotta paga solo, ma la nuova mafia, che si può ritenere nota nell’ambiente (telefonando a Grasso si telefona a Romeo, ad un mafioso, e aggiudicando alle loro ditte la stessa cosa, si aggiudica ai mafiosi) non ha appoggi, del mondo di sopra, solo singoli. Sarebbe del resto illogico  e metodo di lettura depistante. I mondi si incontrano con mille facce, ritenere un corrotto o un complice singolo e spuntato dal nulla è effettuare una ricostruzione prossima all’inverosimile”.
L’assessore De Cola non ha ritenuto doveroso fornire elementi utili a chiarire i contorni ancora del tutto controversi della vicenda. “Non ricordo il nome della ditta né il nome di questo signore”, ha risposto al quotidiano la Repubblica. “Potrei pure averlo chiamato ma ignorando di chi si trattasse, non ricordo invece un ruolo di Cucinotta nel bando”.
Il dirigente Raffaele Cucinotta, braccio destro di Sergio De Cola nei procedimenti più importanti dell’assessorato all’Urbanistica sino al suo trasferimento a Milazzo a fine 2016 (la variante al PRG comunale in primis), secondo i giudici, quale funzionario del Comune, avrebbe compiuto “atti contrari ai doveri d’ufficio, e al fine di realizzare la condotta di turbata libertà degli incanti o comunque per favorire la ditta privata XP Immobiliare Srl nei rapporti con l’Amministrazione pubblica, anche a danno dei concorrenti – ovvero per evitare l’esclusione dalla gara pur in presenza di presupposti che ne mettevano a rischio la valida partecipazione (impegnandosi affinché non venisse rilevata la circostanza che l’immobile edificato non ricadeva su particelle di intera proprietà della ditta costruttrice)”. Sempre secondo i giudici, il Cucinotta avrebbe ricevuto quale corrispettivo “dazioni in denaro, utilità economiche quali l’assunzione di Giacomo D’Arrigo e Antonina D’Arrigo presso le aziende di Biagio Grasso e di Vincenzo Romeo, e la disponibilità da parte degli stessi – gestori di fatto e dunque interessati alla predetta XP – ad intervenire nelle vicende relative alla cooperativa edilizia cui lo stesso Cucinotta e la moglie erano interessati”.  
In particolare, secondo quanto accertato nel corso di un’intercettazione ambientale dei ROS, il 13 aprile 2014 emergevano “numerosi contatti diretti” tra l’imprenditore Grasso e Cucinotta, nel corso dei quali il dipendente comunale forniva le rassicurazioni sull’avvenuto spostamento del termine della presentazione delle offerte per l’acquisto degli alloggi a Fondo Fucile, com’era nelle speranze del gruppo criminale Romeo-Grasso. Con delibera di Giunta n. 263 dell’11 aprile 2014, il Comune di Messina aveva deciso infatti di prorogare il termine di presentazione delle offerte, con la motivazione che “i soggetti interessati, hanno anche fatto rilevare la ristrettezza dei tempi concessi, a poter produrre tutta la documentazione richiesta entro il 15 aprile, termine ultimo previsto per la presentazione delle offerte, pertanto uno slittamento dello stesso”. Un provvedimento amministrativo che è stato duramente stigmatizzato dalla Procura della Repubblica di Messina. “Appare grave e peculiare il dover rilevare quanti provvedimenti irregolari, illeciti, strumentali, si colgono in un solo appalto”, si legge nell’ordinanza.
Secondo quanto accertato dalla Procura, il successivo 17 aprile, Grasso, Cucinotta e il piccolo imprenditore Stefano Barbera (originario di Rometta ed ex autista del boss di Camaro, Carmelo Ventura) s’incontrano negli uffici della XP Immobiliare. “Si comprende l’esito dell’affare e si ha la conferma dell’incontro avvenuto tra Grasso e l’Assessore De Cola”, annotano i magistrati. Non solo una telefonata, dunque, ma anche un incontro tra questi ultimi due.
Il 14 maggio, l’amministratore unico della RD Costruzioni, Giuseppe Amenta, la società prescelta dal gruppo Romeo-Grasso per gli alloggi al Comune, presentava l’offerta di vendita di un complesso immobiliare in corso di costruzione costituito da 24 unità, sito in via G. Ghinigò, Villaggio Aldisio. Due mesi e mezzo più tardi, con lettera indirizzata al Dipartimento politiche per la casa, l’amministratrice del “Parco delle Felci Srl”, Silvia Gentile, riferiva che la propria azienda aveva rilevato il ramo della RD Costruzioni e diveniva subentrante nell’offerta di alloggi dell’area di Fondo Fucile. Intanto il Comune di Messina affidava all’architetto Salvatore Parlato il compito di verificare il rispetto dei requisiti previsti dal bando di gara per gli immobili della “parco delle Felci”. Il 27 agosto veniva registrata una conversazione, nel corso della quale Stefano Barbera faceva presente a Vincenzo Romeo della necessità “come riferitogli da parte di Raffaele Cucinotta”, di avvicinare l’architetto Parlato. Qualche giorno dopo, il 3 settembre, Romeo e Barbera si rincontravano e nel corso del dialogo i due riprendevano l’argomento Fondo Fucile. In particolare Romeo “evidenziava di avere già avvicinato il Parlato ma che lo dovrà rincontrare, e lasciava quindi intendere del  buon esito del procedimento a seguito di un pagamento”. “Il fatto resta esterno alle contestazioni, ma la gravità e indubbia”, annota la Procura.
A poco meno di due settimane della precedente conversazione, Vincenzo Romeo e Stefano Barbera s’incontravano ancora una volta e quest’ultimo raccontava quanto accaduto la sera precedente all’interno degli uffici dell’Urbanistica ove lavorava Cucinotta. “Questo giudice ritiene di estrema gravità che il Romeo riprenda il Barbera perché aveva fatto, in una telefonata, cenno all’Assessore De Cola; il dato è più che inquietate, grave”, si legge nell’ordinanza Beta. Inizialmente, infatti, il Romeo aveva ripreso il proprio interlocutore, poiché nel corso della conversazione telefonica precedente il Barbera aveva fatto cenno all’assessore all’Urbanistica. “Quindi il Barbera raccontava del litigio al quale aveva assistito, in particolare riferiva che l’Assessore, presumibilmente De Cola, aveva ripreso l’architetto Parlato poiché ancora non aveva preparato i preliminari con i proprietari delle abitazioni che dovevano essere acquistati da parte del Comune. Quindi il Barbera aggiunge che la sera precedente alla conversazione, il Parlato aveva comunicato, presumibilmente tramite il Cucinotta, di riferire all’amico loro, inteso Vincenzo Romeo, che era tutto sistemato”.
Le intercettazioni eseguite dai ROS hanno evidenziato anche “numerosi contatti” tra Biagio Grasso e l’architetto Parlato. I due, in particolare, si davano appuntamento a Fondo Fucile per effettuare il sopralluogo al cantiere il 24 luglio 2014, così come all’interno degli Uffici dell’Urbanistica ove prestavano servizio sia il Parlato che il Cucinotta. Il 31 ottobre si registrava l’ennesimo colpo di scena nella gestione interna della società proponente: Antonio Amato notificava al Comune il cambio dell’amministratore della Parco delle Felci Srl, nonché il trasferimento della sede sociale presso lo studio dell’avvocato Fichera di Catania. Sei giorni più tardi, il Dipartimento politiche della casa del Comune di Messina stilava la graduatoria delle ditte partecipanti alla vendita degli alloggi, tra cui compariva proprio la “Parco delle Felci”, complesso edilizio ancora in fase di ultimazione e la cui data finale dei lavori era prevista per il successivo 30 novembre. “Ne deriva quindi che la collaborazione illecita del Cucinotta, e non evidente di altri, aveva sortito i suoi effetti non solo, sulla turbata libertà degli incanti ma, anche, sul raggiungimento dell’obiettivo perseguito dal sodalizio anche se ridimensionato in termini quantitativi”, scrivono gli inquirenti. Una valutazione ben diversa da quanto affermato invece dall’amministrazione Accorinti-De Cola nel comunicato ufficiale emesso subito dopo l’operazione antimafia Beta. “Il tentativo di lucrare su un bando è abortito sul nascere, grazie principalmente a due fatti: la Giunta ha deciso di non seguire l’iter precedentemente definito che individuava un unico soggetto per l’acquisto degli alloggi, ma di rivolgersi all’ampia platea del libero mercato, consentendo l’acquisto di alloggi da più soggetti; in secondo luogo, a tutela dell’interesse pubblico, si è realizzata una vera competizione, offrendo prezzi non compatibili con le speculazioni”, spiegava l’Amministrazione. “Di fonte a ciò il gruppo mafioso che aveva odorato profumo di affari si è ritirato prima ancora che il verminaio venisse scoperchiato”. La graduatoria finale degli alloggi privati riservati al “risanamento” di Fondo Fucile, resa pubblica il 10 novembre 2014, riportava in ordine i complessi prescelti: quelli già realizzati e dotati di abitabilità Effe D. Costruzioni (12 alloggi), Tuttedil Srl (4) e Siracusano Felice and C. (7) e poi i “complessi in fase di ultimazione” Parco delle Felci (alloggi 12A+12B) e Anfa Costruzioni Srl (11). Nessuna “fuga” del gruppo Romeo-Grasso, dunque. Tutt’altro.
Ma nell’inchiesta Beta, il nome dell’ingegnere-assessore compare anche nelle intercettazioni dei sodali del gruppo criminale peloritano che si dicevano interessati alla realizzazione di un Centro commerciale a Messina. In particolare, nel mese di giugno 2014 si erano intensificati i rapporti tra Biagio Grasso e il noto professionista Pasquale La Spina, architetto e progettista di complessi residenziali, centri commerciali, porti e porticcioli, ecc.. Così il 25 giugno, il costruttore Grasso si rendeva disponibile ad accompagnare il La Spina in visita a Catania alla sede della società di costruzioni Tecnis Spa del gruppo Costanzo-Bosco, successivamente sottoposta a procedimento di sequestro dei beni e del capitale azionario perché sospettata di essere stata oggetto d’infiltrazione da parte del clan Santapaola. Il giorno successivo Biagio Grasso s’incontrava con Vincenzo Romeo presso l’ufficio di Viale Boccetta e riferiva a quest’ultimo in tono adirato che il motivo del viaggio a Catania insieme al La Spina, indicato nell’occasione col nome soprannome di Boccone, era da ricondurre all’interesse dello stesso architetto di far entrare la Tecnis in “un’altra speculazione edilizia che anche gli indagati stavano cercando di realizzare”, afferente alla realizzazione di un centro commerciale in Via La Farina. “Vi era la sensazione da parte degli interlocutori, quindi, che lo stesso soggetto stesse cercando di estrometterli e di approfittare del loro rapporto privilegiato con il Comune di Messina anche in ragione della riferita attenzione degli organi inquirenti nei loro confronti”, scrive la Procura. “Arrivo là ieri, mi sono permesso di portare il mio amico - racconta Grasso a Romeo - che era quello che doveva portare la cubatura, cioè io parlo con l’Assessore per fare l’accordo con noi … giusto che ci dice presenta la pratica perché mi dice mi piace il progetto e sto pezzo di fango già aveva fatto tutta l’operazione di nuovo, quindi ha verificato se noi realmente con l’amministrazione eravamo d’accordo, quando si è reso conto che l’accordo era con noi e che quello non c’entrava un cazzo, in qualche maniera ha dovuto fare per entrare nell’operazione”. “Ma che c’entra Boccone in questa storia?”,domandava Romeo. “No tutto Boccone … non c’entra … Bosco si è messo a disposizione (…) gli ho detto guardi che il rapporto con l’Amministrazione è nostro perché con questa cosa ci lavoriamo sei mesi poi la cubatura si è deciso di non portarla più là perché si è trovata un’altra soluzione … insomma fatto sta … al ritorno … al ritorno … gli ho detto architetto io questa cosa che gli avevo detto ad Enzo finisce a bordello … primo perché .. fottuto di Enzo , secondo è partito perché mi ha spostato la cubatura, terzo … terzo … abbiamo lavorato su questa cosa e, quarto, lei si affaccia con l’ingegnere De Cola con altre persone … no, ma io, ma sai. non per principio io su questa cosa ho lavorato che vuole dire voi altri avete lavorato, pure voi però non possiamo sbagliare con questo, sai con quegli aloni che c’erano a Messina … Borella … Antimafia … gli ho detto Architetto su questa cosa non mi dovete rompere i coglioni assolutamente quindi leviamocela completamente dalla testa perché se no l’operazione noi ce la presentiamo da soli”.


Articolo pubblicato in Stampa libera il 14 luglio 2017, http://www.stampalibera.it/2017/07/14/linchiesta-operazione-antimafia-beta-dagli-alloggi-di-fondo-fucile-al-centro-commerciale-di-via-la-farina-il-presunto-pressing-criminale-sugli-uffici-del-comune-di-messina/ 

martedì 11 luglio 2017

Mafia a Messina, Operazione Beta e l’oscuro affaire delle Case popolari del Comune a Fondo Fucile

Il lungo capitolo dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla DDA di Messina nell’ambito della cosiddetta operazione antimafia “Beta” e dedicata all’affaire del gruppo Romeo-Grasso relativo alla vendita al Comune di Messina di numerosi alloggi popolari al fine di “risanare” la baraccopoli di Fondo Fucile (pagg. 423-463) presenta alcuni passaggi particolarmente inquietanti, su cui riteniamo sia necessaria da parte del’Amministrazione comunale chiarire nelle sedi istituzionali il modus dell’assessorato competente (l’assessore De Cola, bisogna dirlo con chiarezza, non risulta essere indagatonella vicenda.
In particolare a pag. 429, gli inquirenti nel sottolineare che con delibera di Giunta n. 263 dell’11 aprile 2014, il Comune di Messina aveva deciso di prorogare il termine di presentazione delle offerte per l’acquisto di alloggi a Fondo Fucile (con la motivazione che “i soggetti interessati, hanno anche fatto rilevare la ristrettezza dei tempi concessi, a poter produrre tutta la documentazione richiesta entro il 15 aprile, termine ultimo previsto per la presentazione delle offerte, pertanto uno slittamento dello stesso”), affermano testualmente che “APPARE GRAVE E PECULIARE IL DOVER RILEVARE QUANTI PROVVEDIMENTI IRREGOLARI, ILLECITI, STRUMENTALI, SI COLGONO IN UN SOLO APPALTO”. Da quanto sopra, parrebbe che il giudizio di “irregolarità” e “illegittimità” venga espresso proprio sulla delibera di proroga della Giunta comunale.
Ancora più grave e sempre di non facile lettura è quanto riportato nell’ordinanza a pag. 459. Riportiamo integralmente il passaggio proprio per non incorrere in imprecisioni che capovolgano il senso dell’analisi impietosa degli inquirenti sulla borghesia mafiosa peloritana.
“La esposizione delle prove di cui in richiesta, si riporta perché propone direttamente le prove e si condivide, come da tecnica motivazionale sempre usata nel procedimento in caso di condivisione con la informativa, registrando ogni aspetto. valutativo del giudice.
Nella specie, come in altre, la lettura appare però alquanto carente. Da Cucinotta, a stare alle intercettazioni, si passa alla telefonata diretta al Grasso del De Cola, soggetto che palesemente il Romeo non vorrebbe menzionato e vi è da due associati un raccordo di tale telefonata ai “favori” fatti al Cucinotta. E’ un passaggio inesplorato e il Cucinotta paga solo, ma la nuova mafia, che si può ritenere nota nell’ambiente (telefonando a Grasso si telefona a Romeo, ad un mafioso, e aggiudicando alle loro ditte la stessa cosa, si aggiudica ai mafiosi) non ha appoggi, del mondo di sopra, solo singoli. sarebbe del resto illogico  e metodo di lettura depistante. I mondi si incontrano con mille facce, ritenere un corrotto o un complice singolo e spuntato dal nulla è effettuare una ricostruzione prossima all’inverosimile. E anche la lettura della corruzione, come singolo pagamento di una somma di denaro al funzionario corrotto è mera ipotesi di scuola, i rapporti crescono, si sistemano i figli e parenti, certo a 500 euro o magari a 100.000 dollalri secondo i livelli, e, cosa più grave, ci si compenetra nella capacità di forza dell’associazione, i favori contro altri che alla fine consentono di dire quel “noi” che non è a mettere un cappello su una testa che non vuole essere calzata ma una adesione a soggetti e metodi associativi che vale il vecchio giuramento col santino, il sangue e la “punciuta”. E i rapporti con architetti, impiegati sotto i cavalli e forze dell’ordine lievitano”.

Articolo pubblicato con Enrico Di Giacomo in Stampa libera, l’11 luglio 2017, http://www.stampalibera.it/2017/07/11/si-faccia-al-piu-presto-chiarezza-mafia-a-messina-operazione-beta-e-loscuro-affaire-delle-case-popolari-del-comune-a-fondo-fucile/

lunedì 10 luglio 2017

Droni a Trapani Birgi per le prossime guerre degli Emiri

Dal 5 luglio, le industrie militari internazionali Piaggio Aerospace e Leonardo-Finmeccanica, con la collaborazione dell’Aeronautica militare italiana, hanno ripreso nell’aeroporto “Cesare Toschi” di Trapani-Birgi  i voli sperimentali del prototipo di drone da guerra P.1HH Hammerhead. L’annuncio è stato fatto dai manager di Piaggio che però non hanno specificato come e sino a quando proseguiranno i test nei prossimi mesi. Recentemente è però stata emessa una notificazione (NOTAM B2914) ai piloti di aeromobili in transito dallo scalo trapanese che annuncia la possibilità di ritardi nelle operazioni di decollo e atterraggio a Birgi “per le attività di velivoli militari UAV senza pilota”, nel periodo compreso tra l’11 giugno e il 30 settembre 2017, cioè proprio nei mesi in cui è maggiore il traffico aereo passeggeri nell’importante scalo siciliano. Proprio a Trapani Birgi, “al fine di garantire il mantenimento dei massimi livelli di sicurezza”, l’Aeronautica italiana effettuerà in autunno lavori di “manutenzione straordinaria sulla pista di volo”, con la conseguente sospensione di tutti i collegamenti aerei da lunedì 6 novembre a lunedì 11 dicembre 2017.
I voli sperimentali dei droni Hammerhead sono ripresi dopo un’interruzione di 13 mesi a seguito del grave incidente verificatosi nella tarda mattinata del 31 maggio 2016, quando un prototipo del velivolo è precipitato in mare a 5 miglia a nord dell’isola di Levanzo (Egadi), una ventina di minuti dopo essere decollato da Birgi. Tra le ipotesi dell’incidente più accreditate, il non funzionamento dei sistemi di controllo volo a distanza. Il 19 marzo 2015, un alto velivolo sperimentale P.1HH era uscito fuori pista durante le prove di rullaggio, causando la temporanea chiusura per motivi di sicurezza dell’aeroporto trapanese e il dirottamento dei voli sullo scalo di Palermo - Punta Raisi. Le prove sperimentali dei droni hanno causato altri gravi disagi al traffico aereo, come rilevato dal personale delle compagnie che operano da Birgi.
I manager di Piaggio Aerospace fanno sapere che la nuova campagna di test nello scalo siciliano è stata avviata in vista della consegna dei droni di guerra alle forze armate degli Emirati Arabi, prevista nel 2018. Il contratto del valore di 316 milioni di euro tra l’industria aerospaziale e ADASI (Abu Dhabi Autonomous Systems Investments) è stato firmato nel marzo 2016 e include il trasferimento di otto velivoli a pilotaggio remoto, forniti di telecamere EO/IR (Electro-Optical Infra-Red), radar e sistemi di comunicazione avanzati. Il contratto comprende anche il supporto logistico integrato e l’addestramento alle operazioni di volo da parte dei tecnici dell’azienda produttrice. Lo scorso anno un prototipo del drone ha raggiunto gli Emirati a bordo di un aereo da trasporto Ilyushin 76, decollato da Trapani Birgi proprio alla vigilia dell’incidente al largo dell’isola di Levanzo.
Nel 2015, Piaggio ha pure annunciato la vendita di tre sistemi P.1HH Hammerhead (sei droni più tre stazioni terrestri) all’Aeronautica militare italiana, ma sino ad oggi il contratto non sarebbe stato formalizzato. Un anno fa circa, in occasione della fiera internazionale aerospaziale “Farnborough Air Show” di Londra, i manager dell’industria hanno ammesso che la consegna dei velivoli alle forze armate italiane potrebbe registrare ritardi proprio a seguito dell’incidente verificatosi alle Egadi.
I velivoli vengono testati a Trapani Birgi dal novembre 2013 da un team civile-militare composto da tecnici di Piaggio Aerospace, Leonardo-Finmeccanica e dell’Aeronautica. Oltre che in Sicilia occidentale, i nuovi droni utilizzano anche l’aeroporto sardo di Decimomannu e i poligoni di Capo San Lorenzo e Perdasdefogu per lo sganciamento di bombe da 250 libbre a guida laser ed infrarosso.
Il P.1HH Hammerhead è il primo velivolo a pilotaggio remoto della tipologia MALE (Medium Altitude Long Endurance) progettato e costruito interamente in Italia. Il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e volare ininterrottamente per 16 ore, ad una velocità massima di 730 km/h. Ogni singolo sistema Hammerhead è composto da due aerei a pilotaggio remoto (Uav, Unmanned Aerial Vehicle), un Ground Control Station e da sistemi integrati di navigazione e missione. “Il drone è stato progettato per missioni di pattugliamento, sorveglianza, ricognizione, acquisizione e analisi dati e per rispondere alle più diverse minacce: dagli attacchi terroristici fino alla lotta all’immigrazione clandestina, alla protezione delle zone economiche esclusive, dei siti e delle infrastrutture critiche, ecc.”, spiegano i manager di Piaggio. “Le apparecchiature montate sul P.1HH lo rendono idoneo per la sorveglianza dei confini e di spazi aperti, ma anche per l’individuazione di specifici obiettivi, e per il monitoraggio ambientale di zone disastrate da catastrofi”. Il drone può tuttavia essere convertito in uno spietato sistema-killer in quanto i radar e i visori a raggi infrarossi prodotti da Selex ES (Leonardo-Finmeccanica) gli consentono d’individuare l’obiettivo, anche in movimento, e di fornire le coordinate per l’attacco aereo o terrestre con missili e bombe a guida di precisione (il velivolo stesso può trasportare sino a 500 kg di armamenti).
L’ex industria italiana Piaggio Aerospace è stata interamente acquisita da Mubadala Development Company, la società di investimenti del governo di Abu Dhabi che è oggi una dei partner strategici del colosso statunitense Lockheed Martin (noto in Italia per essere il produttore dei cacciabombardieri di ultima generazione F-35 e del sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS). Fondata nel 2002 per diversificare le attività economiche, finanziarie e industriali dell’Emirato, la Mubadala Development Company è presieduta dallo sceicco Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate.

martedì 4 luglio 2017

Quando agli affari sui migranti ci pensano le aziende pubbliche e private

A fare affari milionari con l’“accoglienza” migranti in Italia non ci sono solo pseudocooperative e false onlus, ma anche più o meno note aziende di costruzione e perfino una società per azioni interamente controllata dal governo. E’ quanto emerge dalla “Relazione sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto al fine di fronteggiare le esigenze straordinarie connesse all’eccezionale afflusso di stranieri nel territorio nazionale (Anno 2015)” presentata il 13 marzo 2017 dal ministro dell’Interno Marco Minniti alla Presidenza del Senato della Repubblica.
Il consuntivo finanziario 2015 relativo al finanziamento dei centri governativi e delle strutture temporanee destinate all’ospitalità e/o all’identificazione, detenzione ed espulsione dei migranti soccorsi in mare, ha avuto un’assegnazione di bilancio pari a 610.045.927 euro. “Ciò ha coperto le spese per l’attivazione, la locazione, la gestione dei centri di trattenimento e di accoglienza per stranieri irregolari; le spese per interventi a carattere assistenziale, anche al di fuori dei centri e quelle per studi e progetti finalizzati all’ottimizzazione ed omogeneizzazione della gestione”, spiega il ministro Minniti. Più specificatamente, le somme messe a bilancio sono state utilizzate per un importo pari a 127.271.248 euro per finanziare la gestione dei centri governativi, la locazione o l’occupazione di alcuni stabili adibiti a CARA o CIE e le spese in economia come utenze, trasporti o altro. La restante parte, pari a 482.774.679 euro, è stata invece utilizzata per la “gestione delle strutture temporanee di accoglienza attivate su tutto il territorio nazionale a seguito dell’operazione Mare Nostrum e dell’Intesa sancita in Conferenza Unificata dell’1 luglio 2014, con la quale è stato approvato il Piano nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini adulti, famiglie e minori stranieri non accompagnati”. Il ministro dell’Interno lamenta poi che l’attivazione di nuove strutture per l’accoglienza temporanea in tutto il territorio nazionale, poiché non supportata da un “adeguamento proporzionale delle risorse finanziarie”, ha generato nel bilancio 2015 un debito pari a 211.529.585 euro. Conti alla mano, la spesa governativa per la gestione di CARA e CIE, due anni fa, è stata di 821.575.512 euro. Non poco, considerate le pessime condizioni di vita di migliaia di “ospiti” all’interno della maggior parte dei centri attivati.
Una percentuale non irrilevante del budget è stata destinata alle cosiddette “spese infrastrutturali”, relative cioè alla “costruzione, acquisizione, completamento, adeguamento, ristrutturazione e manutenzione straordinaria di immobili e infrastrutture destinati a centri di identificazione ed espulsione, di accoglienza per gli stranieri irregolari e richiedenti asilo”. Si tratta complessivamente di una spesa di 37.136.488 euro; gli interventi di maggiore rilievo – riporta il ministero - hanno riguardato i lavori di ristrutturazione ed adeguamento funzionale dell’ex caserma “Serini” di Brescia (5.110.000 euro), la realizzazione di una nuova rete di perimetrazione presso il CARA di Foggia (3.168.600 euro); l’adeguamento funzionale dell’ex Consorzio ASI a Siracusa (3.497.934 euro); i lavori di ristrutturazione del “Villaggio” di San Giuliano di Puglia, Campobasso (1.289.475); quelli della “palazzina E” presso l’ex caserma “Cavarzerani” di Udine, da “utilizzare anche in relazione ai flussi migratori in arrivo alle frontiere terrestri” (1.500.000); i lavori di ristrutturazione e manutenzione straordinaria presso il CDA/CARA di Isola di Capo Rizzuto, Crotone (1.723.968); per le “esigenze di allestimento e di funzionalità degli hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa e di Pozzallo, Ragusa (1.200.000 euro); l’adeguamento delle ex caserme “Gasparro” di Messina (709.528 euro) e “Monti” di Pordenone (460.000); i lavori di manutenzione straordinaria presso l’ex caserma di Oderzo, Treviso (830.000); l’adeguamento del “Villaggio del fanciullo” di Barletta - Andria Trani (756.460). La tabella ministeriale riporta infine il trasferimento di 620.000 euro al fondo “Lire UNRRA” per i lavori di ristrutturazione ed adeguamento funzionale dell’immobile sito a Saint Pierre (Aosta), da adibire a centro di accoglienza per migranti.
Le cronache di questi mesi hanno documentato con dovizia di particolari il malaffare e la malagestione all’interno di alcune delle infrastrutture e degli immobili riconvertiti a centri: nel corso dell’inchiesta Mafia capitale, gli inquirenti hanno documentato come Luca Odevaine, già uomo di punta del tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione del Ministero dell’Interno, poi arrestato e condannato per favori e mazzette con le maggiori coop della malaccoglienza, prefigurasse per il realizzando “Villaggio” di San Giuliano di Puglia, un modello di gestione, occupazionale e clientelare dello stile CARA di Mineo (Catania), forse l’esempio più emblematico delle trame criminali che ruotano attorno all’affaire migranti in Italia. Altrettanto inquietanti le vicende giudiziarie che hanno interessato il CARA-lager di Borgo Mezzanone, Foggia (meno di un mese fa il Viminale ha comunicato la revoca della gestione del centro alla cooperativa Senis Hospes di Senise dopo aver accertato le drammatiche condizioni di vita a cui sono sottoposti gli “ospiti”) o del Centro di Isola di Capo Rizzuto, altro inferno per migranti ma vero e proprio paradiso per gli affari di personaggi strettamente legati alle cosche criminali e mafiose locali.
Nella sua relazione al Senato, il ministro Minniti si sofferma anche su uno dei capitoli meno noti dell’affaire migranti, quello relativo alla stipula, in data 28 maggio 2015, di un’apposita Convenzione Quadro tra il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale e INVITALIA S.p.A., l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia. Con l’obiettivo di “fornire il supporto per migliorare il sistema delle strutture per l’accoglienza e il soccorso dei migranti”, la Convenzione affida ad INVITALIA le funzioni di Stazione Appaltante o di Centrale di committenza del Ministero dell’Interno e delle sue articolazioni periferiche (le Prefetture) per le attività di “progettazione e realizzazione di interventi di adeguamento strutturale e impiantistico” degli immobili da destinare all’accoglienza. Per lo svolgimento di queste funzioni, nell’esercizio di bilancio 2015, il Ministero ha assegnato a INVITALIA la somma di 488.000 euro.
Per la cronaca, la S.p.A. del Ministero dell’Economia convenzionata con il Viminale, è presieduta dall’avvocato Claudio Tesauro, contestualmente presidente di Save the Children Italia Onlus e già legale delle holding industriale General Electric ed assicurative Generali-INA, nonché membro del consiglio di amministrazione di TNT Post Italia S.p.A. e, sino al 2013, del board di Save the Children International. Alla vigilia della stipula della Convenzione INVITALIA-Ministero dell’Interno, Save the Children Italia conduceva per conto del Viminale e delle Prefetture il progetto Presidium, in partnership con le organizzazioni internazionali OIM, UNHCR e la Croce Rossa Italiana. Nello specifico gli operatori di Presidium fornivano consulenze e informazioni ai migranti in occasione degli eventi di sbarco, valutavano gli standard di accoglienza dei centri presenti nel territorio nazionale e assicuravano il “supporto alle competenti Autorità al momento dell’identificazione dei minori non accompagnati in arrivo via mare”.
Più di un’ombra ed esiti contradditori sono stati registrati durante gli interventi INVITALIA di “progettazione e realizzazione strutturale” degli immobili destinati alle finalità di controllo sicuritario e “accoglienza”. Il 20 ottobre 2015, ad esempio, fu pubblicato il bando di gara per realizzare nei porti di Taranto e Augusta (Siracusa) due nuovi centri hotspot per le operazioni di prima assistenza e identificazione delle persone provenienti da Paesi terzi. Mentre la struttura di Taranto per circa 400 “ospiti” è stata attivata nel marzo 2016 con tende e container all’interno di un parcheggio dell’area portuale, l’hotspot nel porto commerciale di Augusta non è stato ancora realizzato: nel febbraio dello scorso anno, infatti, il Viminale ha sospeso “in via cautelare e temporanea” il procedimento amministrativo relativo alla gara d’appalto del lotto 2 dell’hotspot. Il provvedimento segue gli esposti presentati da alcuni parlamentari e amministratori locali e l’inchiesta avviata dalla Procura della repubblica per verificare la legittimità del bando di gara. Per l’hotspot di Augusta si prevedeva una spesa complessiva di 1.955.480 euro; il progetto però sarebbe sfornito delle obbligatorie autorizzazioni dell’Autorità portuale, titolare dell’area destinata alla semidetenzione dei migranti, né sarebbe stata presentata dal committente alcuna richiesta di concessone demaniale.
Non è andata meglio a Messina, dove nel febbraio 2016, INVITALIA aveva prima pubblicato un bando di gara per le “attività di rilievo e progettazione esecutiva e funzionale per adeguare il sistema di immobili all’interno dell’ex Caserma Gasparro a centro di accoglienza per migranti” (138.000 euro) e successivamente la gara per l’avvio dei lavori di realizzazione di una vera e propria zinco-baraccopoli al suo interno. Dopo un lungo e controverso iter segnato da annullamenti e ricorsi al TAR, l’affidamento dell’appalto è stato formalizzato il 6 febbraio scorso: una piccola azienda siciliana eseguirà i lavori per 1.249.550 euro + IVA, con un ribasso di circa il 35,3% rispetto al valore complessivo a base d’asta di 1.932.000 euro.
Sempre nella primavera 2016, INVITALIA ha pubblicato un bando per la fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, installazione e montaggio per la realizzazione della recinzione e lavori accessori all’interno dell’area da destinarsi ad hotspot per migranti presso il Residence degli Aranci di Mineo (importo 1.932.000 euro). L’intervento maturava proprio nei mesi in cui si formalizzavano gli esiti dell’inchiesta della Procura di Catania sulla malagestione del centro per richiedenti asilo di Mineo, con il rinvio a giudizio di politici, funzionari, amministratori e titolari delle imprese e delle coop che hanno gestito in questi anni il CARA.  Mentre da più parti è stata richiesta con forza la chiusura definitiva della maxi-struttura del Calatino, è doveroso evidenziare che i lavori di recinzione promossi da INVITALIA hanno interessato un residence (già utilizzato dai Marines Usa di stanza nella base di Sigonella) di proprietà di una grande società di costruzioni nazionali, la Pizzarotti S.p.A. di Parma. Come appurato dagli inquirenti, per il canone di locazione del complesso immobiliare, l’ente gestore ha sottoscritto contratti annuali a favore della Pizzarotti per 4,5 milioni di euro + IVA. “Quanto alla manutenzione della struttura, il contratto di locazione triennale dell’aprile 2014 tra Consorzio calatino e Pizzarotti S.p.A., prevede l’impegno del conduttore di restituire l’immobile in buono stato locativo con obbligo di risarcimento di ogni danno provocato dagli ospiti”, evidenzia la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sistema d’accoglienza nella sua recente relazione sul CARA di Mineo. “Al riguardo, però, non può non evidenziarsi un’ulteriore criticità connessa al fatto che la società Pizzarotti è anche componente dell’ATI che ha ottenuto la gestione del Centro, nella quale le viene riconosciuto un aggio pari all’8,93% del valore contrattuale per il servizio di gestione e manutenzione ordinaria della struttura. In definitiva, una cattiva manutenzione ordinaria, potrebbe determinare l’aggravamento di danni per i quali, poi, la Pizzarotti, anche al termine della locazione, potrà chiedere il ripristino o il risarcimento”.
L’intervento di INVITALIA nella progettazione e realizzazione di nuove infrastrutture pro-accoglienza è stato segnato di recente dalla pubblicazione di due nuovi bandi milionari: quello per riconvertire e adeguare un edificio del comune di Trinitapoli (Bitonto) in centro per migranti (15 dicembre 2016) e quello per l’affidamento del servizio di “fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, istallazione, montaggio, manutenzione e smontaggio finale per la realizzazione di una struttura temporanea costituita da moduli prefabbricati presso il Porto di Reggio Calabria” (19 maggio 2017), con un importo di gara di 1.382.935 euro.
L’ottobre scorso, INVITALIA ha rafforzato la propria collaborazione con il Ministero dell’Interno nelle politiche di gestione dei flussi migratori, firmando una convenzione per la definizione del bando per l’affidamento del servizio di mediazione linguistico-culturale destinato alla Polizia di Stato, da effettuare nelle fasi di soccorso ed identificazione dei migranti sbarcati sul territorio italiano. “Tra i principali obiettivi del servizio c’è quello di favorire la comunicazione tra stranieri e operatori della Polizia di Stato e di facilitare le attività degli Uffici Immigrazione delle Questure nelle procedure di identificazione degli stranieri, compilazione delle istanze di protezione internazionale e nel rilascio dei permessi di soggiorno o altri provvedimenti che si rendano necessari”, spiega in una nota la S.p.A. presieduta da Claudio Tesauro. “INVITALIA offrirà alla Direzione Centrale dell’Immigrazione del Ministero un servizio di committenza ausiliaria per l’attuazione delle procedure di appalto, svolgendo attività di definizione della cornice normativa dell’intervento; predisposizione dei documenti di gara; supporto all’aggiudicazione definitiva ed alla stipula del contratto”.

venerdì 30 giugno 2017

Countdown per la grande baraccopoli migranti di Messina

Bocche cucite in Prefettura a Messina, ma alla fine qualcuno si lascia andare e tra i denti conferma che a breve prenderanno il via i lavori di realizzazione di una baraccopoli all’interno del Centro di “prima accoglienza” per richiedenti asilo nell’ex caserma “Gasparro” di Bisconte Messina, dove da quasi quattro anni sono stipati sino a 200 giovani migranti alla volta. “Al Ministero dell’Interno la decisione è stata presa da tempo e non ci sono più spazi di manovra per bloccare l’iter del progetto”, ci spiegano. “Nonostante le diverse prese di posizione contro l’istituzione di un hotspot in città, non sono state esercitate pressioni di alcun genere a Roma per ottenere lo stop al progetto. Opporsi oggi è una battaglia del tutto persa in partenza”.    
Dopo un lungo e tormentato iter della gara d’appalto (contraddistinto tra l’altro da un primo affidamento ad una nota azienda modenese di prefabbricati in legno, seguito da due ricorsi al Tribunale Amministrativo Regionale di Catania da parte delle imprese escluse, la loro riammissione, un secondo affidamento poi sospeso per l’offerta anomala della nuova azienda risultata vincitrice), salvo imprevisti dell’ultima ora, sarà l’azienda “Tomasino Metalzinco Srl” di Cammarata (Agrigento) a eseguire a breve i lavori del nuovo Centro-hub (e/o hotspot) di Bisconte. Da quanto si evince dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 6 febbraio 2017, alla fine sembra aver prevalso la logica del risparmio a tutti i costi, ovviamente sulla pelle dei futuri “ospiti” stranieri: l’azienda siciliana infatti ha ottenuto l’affidamento dei lavori con un’offerta per 1.249.550 euro più IVA, con con un ribasso di circa il 35,3% rispetto al valore complessivo a base d’asta di 1.932.000 euro.
Secondo il bando di gara, il contraente dovrà assicurare la “fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, installazione, montaggio, manutenzione e smontaggio finale per la realizzazione di una struttura temporanea costituita da tendostrutture e moduli prefabbricati, recinzioni e cancelli, pensiline, arredi e cartellonistica per l’accoglienza dei migranti presso il comprensorio Caserma Gasparro di Messina”. Le opere dovranno essere realizzate entro 70 giorni dalla data di avvio dell’esecuzione del contratto; inoltre, la “Tomasino Metalzinco” dovrà assicurare la manutenzione degli impianti per almeno due anni.
Alla pubblicazione del bando di gara in molti avevano ipotizzato la realizzazione nell’ex caserma di Bisconte di una nuova tendopoli per richiedenti asilo, una sorella-gemella della struttura che aveva trovato posto per circa tre anni presso il centro sportivo di contrada Conca d’Oro dell’Università degli Studi di Messina e che la Prefettura aveva chiuso per le gravissime carenze igienico-infrastrutturali e per le sempre più numerose denunce sulle disumane condizioni di vita dei richiedenti asilo ospitati. Quando la gara fu assegnata in via provvisoria alla Sistem Costruzioni Srl di Solignano di Castelvetro, società attiva nella ricostruzione dei centri delle regioni Abruzzo ed Emilia Romagna colpiti dai recenti eventi sismici, si pensò che a Messina sarebbero stati allestiti alloggi in prefabbricati in legno come quelli utilizzati per i terremotati; oggi, invece, è molto più probabile che i migranti saranno costretti a vivere in monoblocchi in profilato di acciaio-zincato, trasformando così il Centro di prima accoglienza di Bisconte in una grande zinco-baracappoli, dove le escursioni termiche, il superaffollamento e l’assenza di spazi sociali renderanno ancora più inaccettabili e insostenibili le condizioni di vita.
“Siamo specializzati nella progettazione, produzione e installazione chiavi in mano di prefabbricati per campi di lavoro, uffici, sale riunioni, attività sportive, servizi igienici, servizi per disabili, mense e refettori, laboratori, strutture sanitarie e ludiche, postazioni per guardiania o di controllo, magazzini”, riporta il sito internet della “Tomasino Metalzinco Srl”. Fondata nel 1979 come società Artigiana costruzioni metalliche in provincia di Palermo, l’azienda si è insediata nel 1985 nella zona industriale di Cammarata. Suoi i container recentemente forniti all’AMAT e al Comune di Palermo per ospitare biglietterie trasporti e i centri di assistenza turisti.
Il Ministero dell’Interno ha prescelto Invitalia S.p.A., l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia, quale centrale di committenza per la gara d’appalto di Messina (responsabile unico del procedimento l’avvocato Cristiano Galeazzi). Invitalia S.p.A. (presieduta da Claudio Tesauro, contestualmente presidente di Save the Children Italia Onlus e già membro del consiglio di amministrazione di TNT Post Italia S.p.A. e sino al 2013 del board di Save the Children International) ha sottoscritto con il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale una specifica convenzione con l’obiettivo di “fornire il supporto per migliorare il sistema delle strutture per l’accoglienza e il soccorso dei migranti”. A tal fine, nel febbraio 2016, Invitalia aveva pubblicato un bando di gara per le “attività di rilievo e progettazione esecutiva e funzionale per adeguare il sistema di immobili all’interno dell’ex Caserma Gasparro a centro di accoglienza per migranti”. Il compenso previsto per i progettisti era stato fissato in 138.000 euro, valore “sottostimato perlomeno di 140.990 euro” secondo una nota inviata il 4 aprile 2016 a Invitalia dall’Ordine degli architetti della provincia di Messina. Il 7 aprile le richieste dell’Ordine furono però rigettate dall’Agenzia presieduta da Claudio Tesauro e fu riconfermato il 14 aprile 2016 come termine massimo per l’espletamento della procedura. Per la cronaca, il 20 aprile dello stesso anno anche il Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Roma aveva chiesto inutilmente alla stazione appaltante di “effettuare le opportune verifiche e integrazioni, mediante sospensione e riesame in autotutela, della procedura di gara, con riserva, in caso contrario, di valutare ogni opportuna azione tesa al ripristino della piena applicazione delle norme vigenti”.
Nel bando di gara non sono contenuti i dati numerici sulla futura capienza del centro di “prima accoglienza”, ma secondo le indiscrezioni trapelate nei mesi scorsi è possibile che nell’hub di Bisconte saranno trattenuti tra i 500 e i 1.000 migranti alla volta. Unione europea, l’agenzia Frontex e il governo stanno rivedendo le modalità con cui verranno reinterpretati nei prossimi anni l’intervento di “contenimento” e la gestione dei flussi migratori ma secondo quanto annunciato da alcuni dirigenti del Ministero dell’Interno, a Messina sarà realizzato uno dei nuovi hotspot previsti in Sicilia, dove, sotto la giurisdizione dell’Agenzia per il controllo delle frontiere dell’Unione Europea e della Polizia europea EASO, i migranti appena sbarcati saranno sottoposti alle operazioni di identificazione, fototesseramento e prelievo, anche forzato, delle impronte digitali, “ai fini di uno screening che distingua i richiedenti asilo dalle persone destinate al rimpatrio”. Con la nuova zinco-baraccopoli è prevedibile che sarò proprio l’ex caserma “Gasparro” ad essere riconvertita in struttura per la semidetenzione dei migranti in vista della loro ricollocazione ed espulsione, come già accade nei centri di Trapani-Milo, Mineo (Catania), Pozzallo (Ragusa) e nell’isola di Lampedusa.
Il CPA di Bisconte è stato più volte utilizzato anche come “centro di primissima accoglienza” per minori stranieri non accompagnati, in palese violazione delle leggi nazionali e regionali in materia e del diritto internazionale. Nell’ex caserma ci sono ovunque muri scrostati e reti metalliche, per bagni e docce sono utilizzati un paio di container esterni e solo tre stanzoni sono adibiti ad alloggio con un centinaio di letti a castello, uno accanto all’altro. Come documentato in diverse ispezioni di parlamentari, avvocati, organizzazioni non governative, giornalisti, ecc., la “Gasparro” è già oggi una delle peggiori strutture in termini di solidarietà e assistenza migranti di tutta Italia: un vero e proprio lager di funesta memoria, dove imperano sovraffollamento, precarietà e promiscuità e le giornate vengono trascorse dai giovani “ospiti” nell’inutile attesa del nulla. Un limbo, un non luogo per non persone che per tanti ha avuto una durata insostenibile di mesi e mesi. “Le peculiarità strutturali e la carenza di servizi che caratterizzano questo centro delineano un’accoglienza di tipo contenitivo che non solo si presenta in violazione delle leggi e della dignità della persona, ma che a fronte della prolungata permanenza, ha delle conseguenze molto gravi sulla vita dei migranti”, riportò l’onlus Borderline Sicilia dopo un’ispezione il 7 marzo 2016. Dello stesso tenore le denunce presentate dalla Campagna LasciateCIEntrare, dall’associazione Migralab “A. Sayad” e dall’Arci.
Dal 1° dicembre 2016 il centro di Bisconte vede come ente gestore le cooperative Senis Hospes di Senise, Potenza e Domus Caritatis di Roma, rappresentate dall’imprenditore della ristorazione collettiva Benedetto “Benny” Bonaffini, asso pigliatutto del business migranti peloritano. Le due coop hanno vinto a fine giugno 2016 la gara bandita dalla Prefettura per l’ospitalità di soli adulti migranti (importo base 30 euro al giorno per ogni “ospite” per la durata di un anno), ma il passaggio di consegne è avvenuto solo cinque mesi dopo. Senis Hospes e Domus Caritatis hanno presentato un’offerta economica con un ribasso del 10,7% (26,79 euro per migrante) e un’offerta  tecnica di 53,4 punti su 60. La cooperativa di Senise gestisce a Messina anche il centro di primissima accoglienza per minori stranieri non accompagnati “Ahmed” e uno Sprar per categorie vulnerabili; si è candidata inoltre alla gestione di altri due centri Sprar per minori stranieri e avrebbe manifestato l’intenzione di collaborare alle attività che saranno realizzate dal Centro polifunzionale per soli “immigrati regolari” che il Comune di Messina ha realizzato in uno stabile della centrale via Felice Bisazza, nell’ambito del PON (Programma Operativo Nazionale) Sicurezza per lo sviluppo - Obiettivo Convergenza 2007-2013.
Nonostante l’amministrazione comunale e buona parte delle forze politiche, sociali e sindacali di Messina abbiano ripetutamente espresso la loro contrarietà alla conversione in hotspot dell’ex Caserma “Gasparro”, alla pubblicazione della notizia sull’affidamento dell’appalto per la realizzazione della zinco-baraccopoli non sono seguite prese di posizione o reazioni pubbliche. Ad oggi solo il circolo “Peppino Impastato” di Rifondazione comunista si è dichiarato contrario alle nuove “gabbie per migranti” nel futuro hotspot di Bisconte. “Se invece di un centro per inscatolare migranti avessero deciso di aprirne uno per inscatolare tonni o sgombri, siamo certi che già sarebbero insorti furiosi, animalisti e gruppi di vegetariani”, è stato l’amaro commento degli attivisti anti-razzisti peloritani. “Ancora una volta è l’ipocrisia a caratterizzare i comportamenti degli amministratori e dei ceti dirigenti della città dello Stretto in tema accoglienza. Tra tonni e migranti, Messina ha scelto ancora una volta i tonni…”.
Intanto i dati ufficiali del Ministero dell’Interno relativamente ai porti italiani maggiormente interessati nei primi cinque mesi del 2017 dalle operazioni di sbarco dei migranti recuperati in mare da unità delle marine da guerra Ue o di quelle di proprietà delle ONG, confermano il ruolo chiave di Messina, al settimo posto nella classifica nazionale con 3.183 arrivi. In pole position c’è il porto di Augusta (base strategica delle flotte USA, NATO e della marina militare italiana nel Mediterraneo) con 11.100 arrivi; seguono poi in ordine Catania con 7.385; Trapani con 4.442; Pozzallo con 3.954. In notevole crescita il ruolo dei porti della Calabria: la città di Reggio Calabria, infatti, con 3.702 sbarchi si posiziona al 5° posto nazionale, seguita da Vibo Valentia (3.656). Dopo Messina, i porti più utilizzati per gli sbarchi nel corso del 2017 sono stati quelli di Palermo (3.059); Cagliari (2.647); Salerno (2.355); Lampedusa (2.317); Crotone (1.821); Napoli (1.443); Taranto (802); Porto Empedocle (699); Corigliano Calabro (565); Bari (249). Quasi a conferma del processo di ipermilitarizzazione in atto delle operazioni di sbarco in sud Italia, si tratta in buona parte di città dove sono operativi importanti porti o basi militari o porti “civili” prossimi ai centri hotspot per l’identificazione forzata e la reclusione dei migranti.

martedì 27 giugno 2017

Spada di Damocle ipersicuritaria sul nuovo centro migranti di Messina

Mercoledì 28 giugno sarà inaugurato alla presenza delle maggiori autorità civili e militari il nuovo “Centro Polifunzionale” per migranti del Comune di Messina, realizzato all’interno di uno stabile della centrale via Bisazza. Prima che media, forze politiche e sociali e cittadini prendano per buone le narrazioni dell’amministrazione comunale guidata da Renato Accorinti (assessora competente Nina Santisi) è opportuno soffermarsi sulle pesanti ombre del progetto, presentato come il fiore all’occhiello delle politiche cittadine nel settore “accoglienza”. In verità la filosofia che ha condotto al finanziamento e alla realizzazione della nuova struttura è intrinsecamente legata alla visione sicuritaria, fortemente criminalizzante e discriminatoria, di mera gestione dell’ordine pubblico e/o “contenimento” militare del fenomeno migrazione, così come si è affermata in tutti questi anni nell’Unione europea e in Italia.
Innanzitutto va rilevato come i servizi che saranno forniti dal Centro e le attività che si svolgeranno al suo interno saranno riservati esclusivamente agli “immigrati regolari”, come si legge nell’Avviso Pubblico per manifestazione di interesse alla co-progettazione e co-gestione delle attività del Centro Polifunzionale per Immigrati pubblicato qualche mese fa dall’Amministrazione comunale. Sempre nello stesso avviso si specifica che il Centro è “finalizzato all’inserimento sociale e lavorativo degli immigrati regolari” e  “alla realizzazione di interventi finalizzati a sviluppare punti di aggregazione ad accesso aperto per gli immigrati regolari”. Di fatto ci troviamo di fronte ad un grave arretramento culturale nel settore dell’assistenza e dell’accompagnamento della persona migrante: in questi anni, alcuni enti locali e numerose associazioni si sono opposte alle logiche poliziesche e xenofobe che tendevano a differenziare strumentalmente “regolari e “irregolari”, rifiutandosi di legittimare differenze di trattamento e servizi a favore dei migranti e rivendicando il diritto-dovere alla difesa, protezione e assistenza di tutte le donne e agli uomini giunte/i nel nostro paese. L’opposizione alle pratiche di discriminazione e di divisioni tra buoni e cattivi (regolari e non regolari) è stata dettata in tutti questi anni anche a seguito delle disastrose conseguenze degli atti normativi dei governi che hanno reso sempre più indeterminata la demarcazione tra i due diversi status, ma soprattutto per un’architettura repressiva che ha reso sempre più facile – per i migranti -precipitare dalla condizione di “regolarità” a quella di “irregolarità”.
Faranno comunque bene i migranti “irregolari” di Messina a tenersi in futuro lontani dal Centro polifunzionale di Via Bisazza. Come infatti si evince ancora dall’Avviso pubblico del Comune di Messina, insieme agli sportelli orientativi e alle sale destinate ad attività di formazione e socializzazione, al secondo piano sorgeranno gli “uffici utilizzati dalla questura per le attività dedicate all’accoglienza e integrazione degli immigrati”. “Nello specifico – si legge ancora - il Centro Polifunzionale per immigrati dovrà prevedere al suo interno l’offerta dei seguenti servizi e lo svolgimento delle seguenti attività amministrative: Prefettura; Questura – Uff. immigrazione; Circoscrizione – Anagrafica”. Per ovvie ragioni, ONG e associazioni antirazziste si sono opposte da sempre a condividere spazi e attività di ascolto, formazione, supporto, assistenza migranti con quelli destinati alle procedure di identificazione, schedatura e “regolarizzazione” in mano alle forze dell’ordine e agli apparati sicuritari. A Messina, invece, si andrà in direzione opposta e contraria.
Il Centro Polifunzionale è stato ereditato da Accorinti & C. dalla precedente amministrazione di centro-destra, sindaco Giuseppe Buzzanca (già esponente del Msi-Dn e poi di Alleanza Nazionale) e dell’assessore ai servizi sociali Dario Caroniti (cattolico ultraconservatore). Nel novembre 2010, il Ministero dell’Interno approvò un finanziamento di 751.600 euro a favore del Comune di Messina per la realizzazione di un “Centro Polifunzionale per l’integrazione degli immigrati”, nell’ambito del PON (Programma Operativo Nazionale) Sicurezza per lo sviluppo - Obiettivo Convergenza 2007-2013 - finanziato con fondi strutturali europei - che si è proposto di “migliorare le condizioni di sicurezza nelle regioni Calabria, Campania, Puglia e Sicilia” e “contrastare i fenomeni di illegalità e di esclusione sociale”. Due anni più tardi, sempre nell’ambito del PON Sicurezza – Obiettivo Convergenza 2007-2013, il Ministero dell’Interno ha autorizzato il finanziamento del progetto “Messina Sicura” (350.000 euro), relativo alla “fornitura di un sistema di video sorveglianza territoriale del Comune di Messina”; il bando di gara per la videosorveglianza è stato preposto dall’Amministrazione nel dicembre 2013.
A riprova della visione esclusivamente di controllo dell’ordine pubblico” e ipersicuritaria del PON, il Ministero dell’Interno specifica che “in particolare l’obiettivo globale del programma è quello di diffondere migliori condizioni di sicurezza, giustizia e legalità per i cittadini e le imprese, in quelle regioni in cui i fenomeni criminali limitano fortemente lo sviluppo economico, contribuendo alla riqualificazione dei contesti caratterizzati da maggiore rilevanza e pervasività dei fenomeni criminali nonché all’incremento della fiducia da parte della cittadinanza e degli operatori economici”. Il Programma si è articolato in tre assi di intervento, di cui l’Asse 2 ha avuto come fine la “diffusione di migliori condizioni di legalità e giustizia ai cittadini ed alle imprese, anche mediante il miglioramento della gestione dell’impatto migratorio”. “Particolare attenzione – si aggiunge - è posta alle iniziative in materia di impatto migratorio promuovendo procedure di inclusione sociale degli immigrati e rafforzando le azioni di prevenzione e contrasto al favoreggiamento della manodopera immigrata, in particolar modo quella clandestina”. Ogni commento è superfluo. Ci limitiamo solo a ricordare che titolare del PON Sicurezza è il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno; esso vede inoltre la collaborazione di tutte le Forze di Polizia (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria, e Corpo Forestale dello Stato) ed il coinvolgimento delle realtà istituzionali locali.
Motivi sufficienti, riteniamo, perché le associazioni di volontariato antirazziste si tengano lontane dalla cogestione del nuovo Centro per migranti regolari di Messina; attività certamente lodevoli non possono né devono essere strumentalizzate, mai, per legittimare lo stato di guerra - interno ed esterno - alle migrazioni.